All’ombra dei Neruda

Ida Ericson e Judit Gerard-Arlberg

DI Vera Mazzotta

I Néruda, Franz, Wilhelmine e Maria, in Svezia erano diventati delle vere celebrità. La Svezia aveva dimenticato il ”tradimento” di Wilma che aveva abbandonato suo marito per trasferirsi altrove e, nonostante l’avesse criticata in ogni modo dopo la morte di Norman e il pubblico le avesse giurato di farle trovare i teatri vuoti, questo non si era avverato, la curiosità, la sua maestria, l’incanto che produceva con il suo arco avevano continuato a riempire i teatri. Anche Franz dopo il matrimonio, poi sciolto, con una ballerina, Ludovica Cetti si era risposato nel 1892 ma ”almeno” con una persona che, in quell’ambiente, solo apparentemente aperto e progressista, era ben vista, Dagmar Holm, figlia di un Consigliere di Stato. Anche la giovane Eugenia aveva fatto un ”buon matrimonio” sposando il figlio del compositore Adolf Lindblad, Paer a cui rimase legata fino alla di lui morte nel 1905. Maria, condannata ad una vita da secondo violino, a rimanere spesso all’ombra di Wilma nonostante nei concerti del trio si cercasse di farla emergere, dopo un breve fidanzamento, annunciato l’11 maggio del 1868, aveva sposato,  il 3 dicembre, una icona dell’Opera, un gigante del mondo del canto, il baritono, regista e pedagogo Fritz Arlberg che già l’anno successivo, le aveva dato un figlio Hjalmar.

Ma il matrimonio non poteva che essere difficile, Arlberg il più bello di Stoccolma al suo tempo, era una difficile!  Pronto all’ira e all’ubriachezza, con una alta opinione di sè, abituato ad avere tutto, adorato dalle donne che facevano la fila alla sua porta con la scusa delle lezioni di canto, seduttore determinato come pochi, non si fermava di fronte a nulla pur di conquistare chi voleva:  cambiava persino le parole mentre cantava in teatro! raccontava storie piccanti: nessuna resisteva agli ‘‘sguardi alla Arlberg”.

Arlberg si era allontanato dai Néruda e certamente anche da sua moglie già nel 1874 quando entrò in contrasto con Ludwig Norman e questo lo aveva portato a dare le dimissioni e a trasferirsi a Kristiania, qualcuno dice che fu licenziato. Nonostante la sua voce lo stesse abbandonando continuava ad essere una delle personalità più ricercate, per il fascino e l’intelligenza, ma negli anni 80 del 1800 la sua carriera era alla fine, il suo Metodo di Canto, apprezzato all’estero, era in patria molto criticato e viveva solo, dandosi arie da grandeur al Grand Hotel di Kristiania.

Maria Néruda visse non solo all’ombra della sorella ma anche in quella di Arlberg sopportando le relazioni, le scappatelle, le dicerie. Così era allora. Ma non tutte quelle relazioni furono fugaci. Una, in particolar modo,  si intreccia con la vita dei Nèruda più che altre.

17 febbraio 1881. Una giovane dai capelli ricciuti e scomposti percorre a passo veloce le strade di Stoccolma.“Fiera, felice del suo tesoro, avvolse la sua bambina in uno scialle e salì dal Direttore dell’Accademia, il Conte Georg von Rosen, per ringraziarlo per la borsa di studio„. (Gerda Kjellberg). La giovane era Ida Ericson, studentessa della Accademia di Belle Arti che, in Svezia, dal 1864, aveva aperto le porte alle donne. Fu un momento fondamentale nella storia del diritto femminile alla scelta di una professione. Ida non credeva che portare la sua bambina fosse considerato un affronto ed invece l’indignazione fu tale che la Borsa di Studio venne ritirata. “Se almeno non mi avesse mostrato la bambina!” esclamò il Conte von Rosen: Ida non era sposata e quella bimba, Judith, la cui storia si intreccia con quella della madre, era la figlia illegittima proprio di Fritz Arlberg! 

Ida era nata povera e non amava raccontare del suo passato, aveva scelto di far finta che nulla le fosse mai accaduto e quando riuscì ad emigrare a Parigi, ai funzionari disse che era orfana, sostituendo la parola infanzia con “pere et mere inconnus„ ma sua madre era Johanna Beglund, domestica, e suo padre Carl Ericzon, un ingegnere che aveva trovato impiego a Stoccolma come contabile. Carl e Johanna non erano sposati, avevano avuto tre figli ma l’uomo andava e veniva a suo piacimento: mentre  inventava la macchina per lo sgombero della neve, Johanna, di notte, cuciva abiti. Poi Carl abbandonò tutti, emigrò negli Stati Uniti, divenne Charles Frost e si sposò davvero e Johanna morì: era rimasta incinta ed aveva tentato di abortire bevendo una miscela di caffè e fosforo. Ida aveva 16 anni e sua sorella Hilda 12. Ida, sola e all’ombra della “vergogna„ di Johanna, andò a servizio dal pittore Fritz Ahlgrenson arrotondando con lavoretti in teatro come decoratrice. Forse chiese dei pennelli ad Ahlgrenson, in realtà non si sa come nè perchè ma, presto il suo talento si manifestò e il pittore la incoraggiò ad entrare all’Accademia offrendole anche lavoro come tata dei suoi figli. Le sue compagne lottavano contro corsetti e gabbie, Ida, invece, era diversa: i capelli arricciati, i vestiti di pizzo e balze, era innamorata del suo essere donna e artista e presto fu ripagata dalla fama di essere anche talentuosa quando mostrò il suo Sansone e Dalila. Giovane, intelligente, loquace e graziosa nei suoi abiti leggeri e scollati per mettere in evidenza il suo decoltè frequentava il circolo di Zorn e Edelfelt amici di quell’uomo irascibile, fascinoso, dai modi sicuri che era Arlberg. Allora aveva già 23 anni più di Ida che si innamorò di lui senza speranza di poterlo sposare anche se  parlava apertamente della sua relazione e di lui come del “suo Fritz.„.Ma  questa relazione, fece più scalpore di altre. Quando rimase incinta a chi la compiangeva per il triste destino ripeteva che era stata lei, lei, a volere un figlio, non era stata sedotta, anzi, tutto era capitato perchè “una Neruda„ si frapponeva e “non voleva lasciarlo libero„!

Si disse che Arlberg avrebbe voluto mantenere una relazione platonica, cosa poco credibile, per non rovinarle la vita ma forse Ida sperava che oltrepassare il confine della morale borghese non avesse conseguenze. A soccorrerla fu Ellen Key, scrittrice, sostenitrice dei pari diritti a cui donne di ogni estrazione si rivolgevano. Ida per Ellen era emblema della donna libera che non voleva rinunciare alla maternità nella costruzione della sua identità. Ellen lo chiese e “una delle signore Bonnier, di tasca propria, diede a Ida una somma che corrispondeva alla borsa di studio. Ma come avrebbe viaggiato con Judith? Sua sorella Hilda si trasferì da lei. Forse anche Fritz Alberg le diede qualcosa perché continuavano a vedersi. Nel 1882 Ida riuscì a partire. Ellen Key avrebbe vegliato sulla piccola, “la più talentuosa bambina mai vista„ e così avrebbero fatto anche sua sorella e Arlberg che, di tanto in tanto, sarebbe passato a trovare la bimba.

Parigi era libertà emancipazione, modernità, il sogno e già contava artisti svedesi tra cui i vecchi amici, Per Hasselberg, Christian Eriksson, Carl Larsson e sua moglie. Ida si unì a loro fondando il suo studio al 25 di Rue Humbold vicino all’amica-mecenate, Eva Bonnier.

Parigi!

La lotta di Ida Ericson per arrivare a Parigi nonostante lo scandalo suscitato dalla sua relazione adulterina, ha spesso distolto l’attenzione dalla sua carriera di scultrice tuttavia, il fatto che abbia avuto opere esposte nei Saloni di Parigi dal 1885 al 1898, nelle Esposizioni Universali del 1889 e del 1900 e nella mostra del 1901 “L’Enfant à travers les âges”, dimostra che fu professionalmente attiva per almeno quindici anni, purtroppo, poco e niente è rimasto, perduto tra le crisi distruttive di sua figlia Judith o con la guerra.

A Parigi si viveva stringendo la cinghia ma ad Ida piaceva il suo studio e parlava con amore del piccolo orto che si affacciava sul cortile pieno di rose tea e del bellissimo pergolato di lilla. Qui si sedeva con i suoi amici, il pomeriggio beveva il tè e la sera un bicchiere di vino giocando a carte.

Scrisse Eva Bonnier: ”Ho sentito parlare di un atelier stravagante e arioso  nella stessa casa di Ida al piano terra, con un  piccolo giardino esterno” e così Eva aveva deciso di trasfericisi, pronta ad aiutare l’amica Ida economicamente. Nel 1885 arrivarono anche Julia Beck e Hana Hirsch e la cerchia si aprì. Ida si infatuò del violinista Gustav Lande ma poi arrivò Willam Molard (1862-1937), più giovane di 9 anni, di origine franco norvegese, elegante nella sua barba rossa ed il suo fare aristocratico. Sua madre era Rachel Hamilton e suo padre un organista, Victor Molard conosciuto in Norvegia come editore. William Francois aveva studiato musica ed era conosciuto sia in Francia che in Norvegia.

Eva Bonnier At the door studio

Era uno di quegli uomini arguti e sempre pronti a fare complimenti alle donne ed Eva Bonnier conosceva bene la sua famiglia che viveva a Mantes, sapeva che era cattolico, borghese e conservatore quanto ad estrazione sociale ma radicale nelle idee musicali, così pare, dal momento che non è rimasto nulla. William era la pecora nera della famiglia, bohemien forse solo nel cuore, aveva scelto la libertà e se ne era andato di casa con 150 franchi in tasca. La sua erudizione affascinò tanto Eva quanto Ida che però non sopportava la sua trascuratezza nel vestire: “a volte cammina per strada in pantofole o vecchie scarpe di stoffa e si vede il tallone o l’alluce del piede„ scriveva a casa. Ma il giovane poi trovò un impiego tutt’altro che bohemien al Ministero dell’Agricoltura e fu costretto così ad adeguare anche il suo guardaroba.

Intorno a lui gravitavano Gounod, Ravel ed il pianista Leon Moreau, compagni di studi musicali. La colonia svedese lavorava, qualcuno studiava all’ Accademia Colarossi, e mangiava alla trattoria della vedova Lebreton in Boulevard St. Jaques che Per Hasselberg, povero e affamato nel vero senso della parola, aveva scoperto per primo. La vita a Parigi non era semplice: si dovevano comprare colori, tele, materiali, pagare i modelli ma era una vita felice, ci si divertiva con poco, bastava un buon piatto di polpette ben cucinato da Ida o Eva, la chitarra di Lange e Molard, ed erano tutti felici di stare insieme. Eva sosteneva Ida economicamente ed Ida  si prendeva cura dell’amica. Tuttavia,  la loro amicizia non durò a lungo nata come era da posizioni diverse:  Ida chiedeva soldi ed Eva Bonnier, emotivamente dipendente dall’amica, li elargiva.Dal punto di vista artistico inoltre, Eva non riuscì mai a sganciarsi dalle idee tradizionaliste dell’Accademia e rimase sempre fedele a soggetti mitologici e religiosi. Poi Ida e William cominciarono a frequentarsi anche da soli mentre lei nel suo studio lei abbozzava Giuditta ed Oloferne in cui la figura di Giuditta, in equilibrio in un passo di danza, ricordava, con la sua sensualità quella delle giovani ed emancipate parigine. Eva invece, dipingeva l’amica ferma, di spalle, sulla soglia del cortile del suo studio. Forse Ida in quel momento pensava a Judith, se sarebbe mai riuscita a portarla a Parigi o se non avesse invece sbagliato a scegliere una vita libera lontana da lei quando avrebbe potuto essere ”la mantenuta di Arlberg’‘. La nostalgia cominciò a farsi sentire ed Ida decise di tornare a Stoccolma facendo un lungo viaggio innamorandosi, di volta in volta, prima di Carl Moeller, poi di Edelfelt, a Lubecca di un cantante nella perenne rincorsa del tempo e della giovinezza. Una volta a casa si accorse di aver esagerato:  inizialmente non ebbe voglia di lavorare poi  scolpì la piccola Judith opera che espose l’anno successivo a Parigi.

Il 1885 portò una nuova sua opera, “la grande vecchia„ diceva Eva, riferendosi alla Salomè Trionfante esposta da Ida nel 1885 con ottima accoglienza “la Salomè trionfante di Madame Ida Ericson si raccomanda all’attenzione per lo studio molto coscienzioso del personaggio non meno che per la finezza dei contorni e la felice disposizione del movimento„ ma i soldi scarseggiavano, Ida doveva farsi nuovamente finanziare e stavolta magari, anche riuscire  portare con sé Judith:  aveva superato i trent’anni ma diceva di sé che era vecchia solo per civetteria. Sapeva benissimo che era una artista, nubile e madre single e che rientrare nel suo paese dalla mentalità ristretta, dove il ricordo dello scandalo non era scemato le sarebbe costato caro ma era necessario pensare al futuro suo e di sua figlia che a breve avrebbe anche dovuto  cominciare la scuola. Non voleva rimanere molto, aveva ancora dei ritratti che le erano stati commissionati da consegnare, opere da esporre ma, nonostante molti perorarono la sua causa, Ida rimase bloccata a Stoccolma, senza mezzi: come prevedibile la sua rinnovata richiesta di borsa di studio venne respinta. Non era una situazione facile: Eva a Parigi scalpitava perché voleva sapere cosa farne dello studio di Ida che, lontana,  non riusciva a mantenere le commissioni… Se almeno l’Accademia avesse potuto vedere Giuditta ed Oloferne! e infatti grazie ai suoi amici,  la statua venne impacchettata e spedita! Ma a Stoccolma Ida fu costretta ad agire con pazienza e senza inimicarsi nessuno, aveva capito che la questione della sua borsa di studio era piuttosto una questione di lotta tra fazioni in Accademia e che un pettegolezzo poteva anche trasformarsi in qualcosa di buono. Nel novembre del 1886 Ida ricevette la visita di Anne Charlotte Leffler che aveva saputo della sua storia da Ellen Key. Voleva che fosse Ida a raccontargliela perchè la riteneva un buon soggetto. Le due donne parlarono di Judith che sembrava un piccolo cherubino dai capelli rossi, di Parigi… e Anne pensò anche che le sarebbe piaciuto avere lei in affidamento la piccola Judith quando Ida sarebbe tornata a Parigi… ma alla fine ad Ida riuscì di ottenere una nuova borsa di studio che arrivò a maggio del 1887. Stavolta era decisa a portare con sè Judith che passò così dalla casa di zia Hilda dove suo padre Fritz andava a trovarla nelle giornate di festa, allo studio pieno di fango e gesso della madre e alle notti in casa di Molard. Era il 9 giugno del 1887.

A dicembre, Ida ebbe una lettera dalla Leffler che stava andando in Italia, allegata portava una rivista dove lesse un capitolo del suo nuovo romanzo: era la sua storia! Judith nel frattempo divenne la beniamina, l’angelo biondo del circolo bohemien degli artisti. Per lei era tutto una novità, andare in carrozza, iniziare a modellare la creta. Ida orgogliosamente scriveva a casa che ”Judith è molto interessata ad imparare”. Si divertiva a fare la modella per gli amici della mamma e tutti concordavano che manifestasse un talento assai precoce lei stessa… se non è un capriccio della natura, probabilmente diventerà una scultrice o qualcosa del genere. Imparò il francese così in fretta che già a giugno del 1888 poté iniziare la scuola elogiata fin dai primissimi giorni per essere una bambina insolitamente intelligente.

Fritz Arlberg scriveva ad Ida ancora  “in modo gentile, come ai vecchi tempi„ ma lei nutriva altri progetti. William confidò a Victoria Benedictsson, conosciuta l’anno in cui Ida era in Svezia, del suo interesse e della sua relazione, tormentata, con Ida. Quella tra William e Victoria era una amicizia vera seppur dai toni intensi ma Victoria temeva che avrebbe scatenato in Ida, donna gelosa perchè insicura di natura, il suo lato peggiore, la sua cattiveria: Victoria aveva capito che, sebbene non avessero ancora una relazione stabile, Ida ”vegliava” sul suo William.

Una nuova opera venne messa in cantiere Le Poussin e fu Judith a fare da modella mentre teneva tra le mani un pulcino. L’abbozzo in creta piacque  molto così Ida, che fin ad allora non aveva chiesto pareri, ebbe la visita di Falguire insegnante parigino della Accademia Colarossi: la scultura era bella, il sentimento c’era ma andava rimodellata e così Ida lavorò giorno e notte per poterla esporre. Le Poussin non fu premiata, o meglio, per un attimo, leggendo il giornale il nome Ericson pensò di sì ma poi si rese conto che era ”quel vecchio bastardo di Christian Erikson” ad essere stato premiato, ma era contenta per l’amico e anche che comunque la sua Judith avesse avuto successo tale da vedersi  prorogare la sua borsa di studio. Carl Möller le scrisse che lo stesso giorno in cui era stata decisa la questione aveva incontrato di notte Fritz Arlberg che si trascinava in strada, reduce da qualche festa, ubriaco, e quando gli aveva dato la notizia, per un breve momento aveva sorriso, sobrio di gioia.

Tuttavia le date si incrociano e alcune cose rimangono enigmatiche: Arlberg tra il 1884 e il 1888 soggiornò a Parigi, difficile pensare che non abbia mai incontrato Ida! Se per l’Accademia Ida rimaneva un mistero, ben presto anche Eva Bonnier cominciò a mal tollerare l’amica fumatrice di sigari che usava un linguaggio colorito ma manifestava, a suo dire, idee artistiche antiquate! Secondo la Bonnier la Borsa di studio che aveva ricevuto  attestava il suo attaccamento alla tradizione. La verità è che Eva non  sopportava l’apparenza bohemien di Ida che nascondeva però una ispirazione tradizionale. Tra le due donne qualcosa si era rotto.

Poi arrivò il 1889, la Torre Eiffel, il trionfo della modernità, i nuovi prodotti che ogni giorno venivano pubblicizzati sul mercato. L’Esposizione Universale fu un momento chiave anche per il successo degli artisti svedesi. Ida partecipò nascosta dietro una colonna… dietro cui sentì “il vecchio re” lodare le sue opere, senza poter esprimere la sua riverenza: non possedeva infatti nessun abito adatto e aveva dovuto coprire la mancanza con un vecchio impermeabile sciatto! ma come sempre tutto finì in fretta e anche venne l’Esposizione smantellata.

William e Ida si frequentavano oramai come una coppia. William sembrava essersi guadagnato la fiducia della piccola Judith e le due dormivano quasi sempre a casa sua in Boulevard St Germain. Ida non era giovanissima ma era tutta luce di sole scriveva Victoria Benedictsson che si sentiva in competizione con l’artista per l’affetto di Molard. Poi però Molard fece il grande passo con l’acquisto di un Padiglione della mostra e propose alla scultrice di andare a vivere insieme, un’ ottima occasione per dare un futuro, un cognome, alla piccola Judith.

Era necessario parlare con Arlberg. Forse, in cuor suo Ida sperava in qualcosa di diverso, comunque, sentiva di dover vedere “il suo vecchio„ ed effettivamente l’artista, un tempo cavaliere demoniaco di tutte le dame, era ora solo un uomo invecchiato, logorato dall’alcol e dalle polemiche sul suo Metodo di Canto. Ida lo sapeva ma voleva ricordare le sue battute, il suo sorriso sicuro, i suoi modi affettuosi mentre Judith, la sicurezza dello stare sulle sue ginocchia: era il suo papà che desiderava e sognava, quel padre che finì per per cercare per tutta la vita.

Ida si fece bella, si cucì un vestito nuovo, non voleva un altro figlio da Arlberg ma pensava ”alla cosiddetta moglie di Arlberg” e alla sua faccia se avesse deciso di rimanere in Svezia. Ad agosto del 1890 Ida e Judith arrivarono a Stoccolma, ospiti della famiglia Ahlgrensson. Il cuore martellava nei petti di madre e figlia quando raggiunsero Arlberg in teatro dove interpretava il Gaspard in una operetta famosissima, le Campane di Corneville. Judith, al termine dello spettacolo, si precipitò da suo padre che la prese in braccio, gli buttò le braccia al collo, aveva così tante cose da raccontargli! Pensava che era stanco e affannato, ma sempre tanto bello quel suo papà che gli era mancato tanto! Sentiva il suo cuore battere sempre più veloce e le parole che giravano intorno a loro, prima dolci poi sempre più dure, fredde. Arlberg la strinse forte fino a farle male poi la mise a terra. Capì solo anni dopo che stavano litigando. Ida la strattonò e Judith si voltò mentre veniva trascinata, vide un gesto di Arlberg ma non lo capì. Non vide mai più suo padre: Judith Ericson divenne Judith Molard.

IDA MOLARD e il Salon

William MOLARD AL PIANOFORTE. IN FONDO Ida

Ida lasciò lo studio al 25 di rue Humboldt, e supervisionò con William la ricostruzione di un padiglione recuperato dall’Esposizione Universale al 6 di rue Vercingétorix: fece rimuovere le partizioni tra la cucina e le aree abitative dove si trovavano il suo studio e il pianoforte dove William martellava incessantemente ritmi wagneriani, una scala dava accesso alle camere ma nulla per Judith che dormiva dietro un paravento! Tra i visitatori abituali c’erano Vuillard, Bonnard, Marquet, Daniel De Monfreid. Il racconto di Judith della vita nello studio brulica di dettagli di un’esistenza claustrofobica, senza privacy: sua madre raccoglieva animali randagi ed “umani randagi„ che si fermavano per giorni, discutevano notti intere, ubriachi cantavano mentre Ida e William dormivano sul pavimento per lasciar loro il posto, il tutto inframmezzato dalle liti di Ida, gelosa del suo giovane marito che sentiva come un dovere sociale corteggiare tutte le donne e scrivere biglietti allusivi per comparire più seduttore di quanto non fosse. Judith senza pace, si raggomitolava dietro il suo paravento vergognandosi perfino di andare in bagno. Vivevano dello stipendio di William ma tutti conoscevano la convivialità e l’accoglienza di Ida, sorridente, premurosa, dal gran cuore “piccola, bionda, paffutaSi sbaglierebbe molto se si pensasse a questa casa come ad una tana bohémien. Certo, tutto il piano era costituito da un enorme atelier con travi a vista in cui si lavorava, si cucinava, si apparecchiava e si mangiava, e qui – su una galleria più in alto – si trovavano le camere. Qui regnava il tipico equilibrio economico francese. Il piccolo stipendio di funzionario veniva calcolato e misurato accuratamente. Ida Molard lasciò con il suo matrimonio la sua scultura, così che ogni giorno aveva il suo conto spese fisso. Se venivano ospiti non si aumentavano le spese, si riducevano le razioni in proporzione al numero degli ospiti. Se c’era un ospite che non aveva un tetto sulla testa lo si faceva dormire sull’ottomana in fondo all’atelier. (Idun 1927). Ma per Judith, sua madre invece era fin troppo “vivace, con i  suoi capelli dal colore di uno strofinaccio arricciati con un ferro e scompigliati a formare una nuvola intorno a un viso insignificante„ mentre Molard era solo un cagnolino devoto e strisciante. Judith in quel mondo rumoroso ma affascinante, crebbe in fretta, intelligente e precoce, rendendosi conto della dicotomia tra Apparenza e Realtà soprattutto quando le venne imposto di chiamare Molard papà! E così fantasticava sul suo vero padre, lo idealizzava diventando sempre più irritante ed impertinente con William che rispose sempre invece con pazienza e comprensione. Ida e William si sposarono nel 1891. E Judith non perdonò mai alla madre il tradimento nei confronti del suo vero padre.

Judith, tranquilla, talentuosa, solitaria si rifugiò nella pittura, nei libri e nel disegno.

In un’età in cui gli altri bambini si limitano a soddisfare la loro curiosità con vignette della Larousse, avevo esaminato tutti i libri. Sapevo di architettura da Ninive a Versailles, costumi dai pepli in poi, di ceramica, conoscevo bene  Raffaello e Prud’hon, Velåzquez e van Dyck, Michelangelo e Canova e  tutti gli strumenti che usavano„.

Salon Molard e studio di Gauguin nel 1912

In quell’atmosfera colorata e rumorosa, arrivò Delius, col suo aspetto da aristocratico di gentiluomo. Britannico di origine tedesca, cresciuto nell’industriale Bradford, Delius era stato in qualche modo scoperto da Wilma Néruda, Charles Hallé e Grieg che ne avevano sostenuto l’educazione contro, inizialmente, una famiglia che non voleva si dedicasse alla musica ed era considerato uno scandinavo onorario proprio per la sua associazione con Grieg e l’amicizia con i Neruda. Delius scrisse a Johan Selmer (9 aprile 1890):

Grazie a Molard ho avuto l’opportunità di vedere una delle tue partiture” ma una lettera di Ida chiarisce che la prima conoscenza potrebbe essere avvenuta già nel 1889: ad Hilma Ahlgrensson (26 marzo 1890)infatti scrisse, riferendosi ad alcune fotografie scattate dall’amico Boutet de Monvel nello studio  “le ha fatte perché ha una macchina fotografica. Una, mostra Molard, mon amour,  che suona il pianoforte su cui c’è un busto che ho fatto di un amico che mi piace molto . È un inglese, compositore e uno dei musicisti più intelligenti che abbia mai incontrato nella mia vita.”  E purtroppo, anche di questo ritratto non si conosce nulla!

Con Delius entrarono nella cerchia dei Molard anche il poeta Vilhelm Krag ed i compositori Christian Sinding e Grieg, precedente conoscenza di William che lo aveva contattato nel l887 per aiutarlo a pubblicare alcune opere Francia offrendosi di tradurle. Grieg gli aveva suggerito di mettersi in contatto con l’Editore Peters, poiché lui non aveva i diritti sulla sua musica per la Francia: “Ricordo bene tuo padre, che mi dispiace di non aver conosciuto più da vicino. È ancora vivo? Ricordo di essere entrato una volta nel suo negozio di musica a Kristiania per comprare della carta da musica„. Grieg fu invitato nel 1894. C’erano Delius, il pianista Léon Moreau, che Judith trovava particolarmente talentuoso, il poeta Julien Leclercq e certamente il diciannove Ravel, che per il suo esame semestrale aveva suonato il Concerto di Grieg. Mentre la compagnia parlava di musica, Ravel si avvicinò al pianoforte e iniziò a suonare una delle danze di Grieg che inizialmente sorrise poi si spazientì: il ritmo! doveva essere più marcato, dopotutto, era una danza contadina: “Giovanotto! Dovresti vedere i contadini con il violinista che batte il tempo con il piede. Suonala di nuovo!” E tutti osservarono Grieg che saltellava sul pavimento. Certamente si parlò di traduzioni francesi poiché dopo la partenza Grieg scrisse a Molard ringraziandolo per il “capolavoro di traduzione” della “Canzone di Solveig” rammaricandosi che sua moglie Nina non fosse stata in grado di venire e condividere “la bella impressione che ho ricevuto della tua casa” lodando la natura di William “artistica e poetica„. E’ in questa atmosfera, tra questi amici che nacque la prolifica collaborazione tra Ravel, Schmitt e Delius

(https://florentschmitt.com/2014/04/20/a-surprising-collaboration-and-friendship-florent-schmitt-and-frederick-delius-1894-1934/).

Poi una sera, il pittore anarchico Aguèli che qualche anno prima aveva soggiornato sul divano dei Molard, si precipitò urlando “Gauguin è a Parigi ed è in una situazione drammatica’’, era il 1 novembre del 1893. Gauguin, tornato da Tahiti, aveva terminato i suoi dipinti nello studio di Mucha che aveva conosciuto alla Cremerie di Madame Charlotte, di fronte all’Academie Colarossi dove entrambi erano studenti. Era il 1891 poco prima del primo viaggio di Gauguin.

“Si sedette al nostro tavolo, tra Władysław] Ślewiński e me. Era un bretone di corporatura robusta, vestito con qualcosa che sembrava un costume nazionale. In testa aveva un cappello di astrakan e sulle spalle un ampio mantello con fibbie ornamentali. Madame Charlotte lo presentò come un marinaio che era anche un pittore: Monsieur Gauguin. Diventammo presto amici […]. Da allora, Gauguin veniva ogni giorno”. (Mucha).

La mostra di Gauguin, contrariamente alle aspettative, fu un fallimento ma Degas e l’elite artistica, invece, ne compresero il genio anzi, Mallarmé scrisse: “È straordinario che si possa mettere così tanto mistero in così tanto splendore”. Mallarmé lo conosceva bene dal momento che Gauguin nel 1891 era stato spesso suo ospite nei pomeriggi letterari del martedi insieme a Claude Debussy, inoltre  Gauguin gli aveva fatto un ritratto.

Ma anche allora, i suoi quadri non erano stati capiti.

Ieri, aiutato dalla sorte, ho incontrato Paul Gauguin davanti ai quadri che espone, oggi, domenica, all’Hotel Drouot, per la vendita del lunedì. [ ] Eravamo davanti a un suo quadro “ultima maniera”,uno di quei quadri che più mi incuriosivano e di cui faticavo a capire il senso. Si trattava di una figura con un saio rosso, la barba rossa, appoggiata tristemente ai piedi di un albero; dietro a quella, sotto un cielo azzurro, alcuni alberi; due confuse figure umane si dileguano in un sentiero. Mi avevano detto: è il Cristo nel Giardino degli Ulivi. Vedevo il volto soffrire orribilmente, ma mi sembrava troppo brutto per un Cristo, e la barba di un rosso eccessivo, e perché questi verdi, questi rossi, questi blu accesi e questi alberi bizzarri? Che significato avevano quelle figure dipinte nell’atto di fuggire? E perché quella strana sensazione di t errore che mi soffocava? Gauguin mi rispose con la sua voce schietta, misurata e carezzevole, che così bene si adatta al sogno dei suoi occhi, all’evangelica, ineffabile dolcezza della sua persona. “È il mio ritratto che ho dipinto, ma anche il crollo di un ideale, un dolore tanto divino quanto umano. Gesù abbandonato da tutti, anche dai suoi discepoli, una scena triste quanto la sua anima.” “Andate a Thaiti, per dipingere?” domandai al signor Gauguin. “Parto per starmene tranquillo, libero dalla civiltà. Voglio fare dell’arte semplice, molto semplice; per questo ho bisogno di ritrovare le mie forze a contatto con la natura ancora vergine, di vedere solo selvaggi e vivere la loro vita, senz’altra preoccupazione che tradurre con la semplicità di un bambino le fantasie della mente con gli unici mezzi veri ed efficaci: quelli dell’arte primitiva. ( P. Gauguin di fronte ai suoi quadri di J. Huret. Echo de Paris 1891)

Unica consolazione per Gauguin fu il fatto che uno dei pochi acquirenti fu Edgar Degas che comprò due dipinti e sei disegni. Ma Gauguin non disperava e a sua moglie Mette a Copenaghen con i suoi cinque figli, scriveva

Per il momento molte persone mi considerano il più grande pittore moderno”.

Paul Gauguin ritratto da de Monvel nel 1891

A gennaio del 1894 Gauguin affittò uno studio dai Molard. Judith rimpiangeva suo padre e, quando ebbe bisogno, arrivò Gauguin e trasferì  su di lui tutto l’amore e l’affetto che negava ai genitori.

Gauguin trabocca di una ricchezza interiore, è il maestro che oscura tutti gli altri, anche Delius, tutti ridotti a figurare come zeri dietro questo assoluto… Non portava il marchio della povertà sordida che era su tutti gli artisti del nostro milieu, sia quelli che hanno avuto successo da allora e quelli che non hanno fatto nulla (ad eccezione di Delius che, ovviamente, è ricco), non aveva nulla dei perseguitati, dei miseri, di fronte al suo genio tutti sono ridotti a meri zeri

Tutti, compreso Armand Seguin che era innamorato di Judith con la quale ebbe forse una breve relazione ”schernita” dallo stesso Gauguin.

Gauguin aveva quarantacinque anni, era alto, aveva un profilo affilato, modi misurati, i capelli brizzolati e ricci, lo sguardo luminoso … E quando sorride nel suo modo caratteristico  Sembra allo stesso tempo amichevole, timido e ironico scrisse un giornalista.

Paul_Gauguin_-Madame_Mette_Gauguin_in_Evening_DressFru_Mette_GauguinNasjonalmuseet

Judith ne fu affascinata e innamorata in un miscuglio adolescenziale di devozione, amore, affetto e ammirazione. Il giovedì Gauguin riceveva e tra i suoi ospiti c’erano Mucha, Wladyslaw Slewinski, il suo vecchio amico Schuffenecker, Paco Durrio; Judith serviva thè e pasticcini in una atmosfera da studenti, tra canti, duetti, letture, declamazioni, interminabili discussioni. Poi la tredicenne, fanciulla in fiore prese ad entrare nel suo studio dalle pareti giallo cromo i dipinti di Tahiti e i quadri di Van Gogh e Cezanne. Gauguin era davvero una persona straordinaria: leggeva, era colto, attento alla musica consapevole che la parola Arte comprendeva TUTTO e che per comprenderla come uomini erano necessarie l’istruzione, l’intelligenza ma anche il sentimento, che pochi eletti possedevano. Gauguin suonava il mandolino, la chitarra, era appassionato e curioso della musica delle altre culture, i colori ed i suoni erano un tutt’uno, in stretta affinità, una idea questa che maturava nella Francia di fine secolo. A considerare la sua arte, le sue pitture  oggi si rimane interdetti dal fatto che essendo stato un semplice impiegato di banca, fino a 28 anni non avesse toccato un pennello! Ma una volta iniziato a dipingere trovò la sua vena, forse anche la sua salvezza,  nell’essere costantemente in bilico tra forse distruttive e creative.

Ida voleva che Judith lasciasse Gauguin in pace ma la ragazza non ne voleva sapere, portava ancora le gonne al polpaccio come tutte le tredicenni ma si innamorò perdutamente lui nutrendo sentimenti e desideri non gestibili e che, negli anni divennero una vera e propria ossessione. Gerda Kjellberg che conobbe Judith intorno al 1890 era convinta che l’abbandono e la mancanza di una figura paterna portarono  Judith sempre a riversare il suo desiderio su figure sostitutive di quel padre che le era stato ”strappato”.

Gauguin era lusingato e attratto dalla ragazza che forse gli  ricordava la figlia Aine, ma, stando alle memorie di Judith i suoi sentimenti per lei non sembrano essere stati solo paterni piuttosto sospettosamente simili a quelli  nutriti per un’altra tredicenne, Teha’-amana, a Tahiti, e tredici, del resto, era l’età che Gauguin riteneva essere magica. Gauguin possedeva una conoscenza dell’arte ben oltre l’ordinario

Non dipinge ciò che vede. Vede quello che dipinge. Ha il modello dentro di sé…Lui non parla e io non dico niente… non gli piace essere guardato mentre dipinge. Non mostra suo dipinto fino a quando non è finito… stende lentamente la vernice. Non  possiede il tocco veloce e accattivante di Ander Zorn che mia madre ammira acriticamente.

Due dei suoi autoritratti, in un modo o nell’altro, testimoniano i suoi  legami con la famiglia Molard, uno porta sul retro il dipinto a olio di William che Judith, pensava somigliasse a un “imbecille beato”. Povero William che non poteva attardarsi troppo col pittore perché Ida, gelosa, temeva che Gauguin con i racconti delle donne di Tahiti suscitasse in lui il desiderio di tradirla!

William dipinto sul retro dell’autoritratto di Gauguin

L’altro fu ispirato da Ida Molard che Gauguin iniziò anche a ritrarre, la cui principale produzione consisteva in busti e rilievi di gesso. Il legame stretto Gauguin-Molard è testimoniato anche da altro, un collage fotografico di Gauguin dedicato a Madame Molard e un medaglione di Ida che lo ritrae. Gauguin percepiva l’innamoramento di Judith che cercava in ogni modo di tentarlo e sapeva che la giovane avrebbe anche acconsentito ad atteggiamenti più propositivi se solo lui avesse voluto ma, almeno all’inizio, e forse per il suo legame con i Molard, Gauguin cercò di limitarsi. Un giorno chiese Ida di poter ritrarre la ragazza ma quando salendo di nascosto la donna trovò Judith che posava nuda ne seguirono urla e strepiti e Gauguin cambiò modella. Si servì di Annah la Giavanese, giovane coetanea di Judith che Vollard gli aveva ”dato”. L’adorante Judith, del resto, accettava i nuovi arrivati come una sorta di aggiunta  “alla “collezione„ dell’Amato.

A scuola una delle amiche cercò di spiegarle che Annah era l’amante di Gauguin ma niente,  quando la trovò nel letto del pittore pensò che fosse perché era malata! Quanto al ritratto, Gauguin creò un nudo dai lineamenti ibridi somigliante tanto ad Annah  quanto a Judith e lo  chiamò, in tahitiano, Aita tamari vahine Judith te parari, la piccola Judith ancora intatta’’: Judith non era stata sedotta ma certamente aveva avuto Annah. Judith Molard ancora vergine ma sessualmente consapevole rappresenta il nucleo delle  riflessioni di Gauguin sulle sue relazioni con le adolescenti.L’unico tipo di nudità femminile che il pubblico europeo apertamente rispettabile ma segretamente pruriginoso trovava accettabile era quello che implicava un certo grado di esotismo o distanza culturale, Annah.

Judith nel 1896

Nonostante l’incidente dell’autoritratto fu permesso a Judith di prendere lezioni di pittura da Gauguin. Judith adorava fare le cose per lui, lo osservava dipingere e imparava:

Le sue mani  sono pulite e ben curate senza calli anche se ha a che fare con  sia lima che scalpello tutto il giorno. Non fa violenza alla materia. Si potrebbe dire che la stia accarezzando… e come accarezzava le sue materie, accarezzava anche il corpo della giovane Judith ma- si lamentava- come avrebbe accarezzato un legno scolpito o l’argilla.

… non avevo bisogno di guardarmi allo specchio, che tra l’altro era proibito, per sapere che i miei capelli erano biondi e ricci. Sapevo anche che insieme al rossore dell’infanzia erano apparse altre forme rotonde e sode. Senza la minima sorpresa lasciai che le belle mani paffute di Gauguin le accarezzassero

Lui mi avvolse il braccio intorno alla vita e mise la mano come una conchiglia sul mio seno nascente mentre la sua voce roca ripeteva notte e giorno udibilmente ‘‘è mio, questo…’’” Gli appartenevo con tutta l’anima, e con la tenerezza della mia sensualità non ancora del tutto risvegliata….

Tra i due quindi, stando a Judith, si creò  un rapporto fatto emozioni, carezze, baci, attrazione, serio per Judith, forse un gioco per Gauguin. Judith custodiva il suo segreto sentimento per Gauguin e assaliva chiunque sentisse mettersi fra di loro. Il salotto cominciò ad aprirsi anche ad Agnes Kjellberg, amica di Ida che aveva sposato Gustave Frumerie,“Petite Gustave„ come lo chiamava Ida giusto perché era alto 180 cm! gelosa di Agnes, flirtava per farla ingelosire a sua volta. Frumerie, schietto e privo di tatto, capì immediatamente la natura ambigua della relazione tra la giovane e Gauguin e mise in guardia Judith dai pericoli della sifilide, da cui Gauguin era affetto, ma allora Judith non capiva quando si riferiva ai ”baci malati”.

Ad agosto del 1894 arrivò August Strindberg anche lui legato a Fritz Arlberg e, a suo tempo, al compositore Ludwig Norman. Odiava Wilma Norman Néruda la Moglie che aveva abbandonato Norman e verso cui scrisse parole di profondo disprezzo ritenendola causa della sua depressione anni prima; aveva invece in simpatia Ida, l’Amante del cognato. Certamente aveva conosciuto Ida in passato ma giunse nello studio grazie ad Ester Kumlin (1873-1956) che, a sua volta, era entrata nel circolo dei Molard tramite Fanny Lastbom. Pittura, scultura, poesia. 

Strindberg era diventato famosissimo in Francia e tra le sue passioni, oltre alla chimica e all’occultismo, c’era anche la pittura: tramite i Molard, incontrò Gauguin. Certamente aveva conosciuto Mette, sua moglie, ma forse fino ad allora non era riuscito ad incontrare il pittore. Nonostante la sua disapprovazione per i costumi che riteneva lascivi, Strindberg fu felice di partecipare alle serate.

Un’intera cerchia di artisti anarchici si riunisce lì e io mi sento condannato a sopportare di vedere e sentire tutto ciò che vorrei evitare: comportamenti sfrontati, morali lasse, deliberata empietà. Lì si raduna molto talento, infinita arguzia; uno di loro è davvero un genio naturale e si è fatto un nome per se stesso. ( Strindberg. Inferno riferendosi a Gauguin).

Il Natale del 1894 Strindberg lo passò proprio dai Molard:

Ci sediamo subito a cena e cominciamo a mangiare in modo tumultuoso rumoroso. I giovani artisti sono abbastanza irresponsabili. I loro discorsi e gesti sono sregolati e prevale un tono fuori posto in famiglia… Mi sento irritato e scontento.

Judith, a sua volta, ricorda Strindberg mettere in scena una commedia, Il funerale del russo ululando con la sua voce stonata e cavernosa una marcia funebre, che solo lui trovava divertente„ ma si sentiva a disagio in sua presenza per il disordine studiato e sempre uguale della sua criniera da vecchio leone pretenzioso, le sue mani sporche e screpolate. Judith, tutt’altro che timida, disegnava un netto contrasto tra lo svedese ridicolo e il raffinato Gauguin, che stava in piedi davanti al camino guardando tutti come se fossero ‘feccia’. A dicembre di quell’anno Strindberg mise in scena Le Pere di fronte a Molard, Rodin e decine di altri artisti e probabilmente era presente anche Gauguin dal momento che Figarò notò la presenza di un gentiluomo con un cappotto di Astrakan che fa pensare proprio a lui.

Ed i cieli rosa? chiese il giornalista a Gauguin- ” sono voluti! Necessari; ed ogni particolare nella mia opera è calcolato e meditato a lungo, musica se volete! In accordi di linee e colori, col pretesto di un soggetto qualsiasi legato alla vita o alla natura, raggiungo armonie e sinfonie che non hanno niente di reale nel senso comune del termine, che non esprimono alcun pensiero immediato, ma sanno stimolare come solo la musica può fare, senza l’aiuto di particolari idee o immagini, soltanto attraverso le segrete affinità del nostro cervello con questi accordi di colori e linee.” Abbastanza nuovo! “Nuovo? ”, risponde Gauguin animandosi, “Affatto! Tutti i grandi pittori non hanno fatto altro! Raffaello, Rembrandt, Velazquez, Botticelli, Cranach hanno deformato la natura. […] Faccio cose diverse e sono considerato un miserabile. Meglio miserabile che imitatore![…] La bellezza è eterna e può assumere mille forme per esprimersi. […] Prima di partire farò pubblicare […] un libro dove racconto la mia vita a Tahiti e le mie opinioni artistiche […]” Il titolo di questo libro? “Noa-Noa, che significa nella lingua di Tahiti: fragrante; sarà il profumo di Tahiti”. “L’Echo de Paris”, 13 maggio 1895

Ma poi Strindberg, dopo un iniziale successo, si trovò in una situazione di blocco, sofferente psicologicamente, depresso per non riuscire ad assolvere ai suoi debiti e privo di mezzi, in aggiunta alla psoriasi di cui soffriva, si ferì le mani durante uno dei suoi esperimenti chimici.

Ida era infaticabile, quando si trattava di aiutare e organizzare per gli altri… così chiamò a raccolta la colonia svedese per organizzare una sottoscrizione che consentisse all’amico di ricoverarsi e pagare le spese dell’ospedale. Quando Hamsun pubblicò “Sult” e per il libro raccolto un modesto compenso di forse 300 corone Ida si precipitò subito dall’amico norvegese gli tolse metà del compenso e lo consegnò immediatamente a Strindberg, che stava male e doveva entrare in un ospedale ma Strindberg reagì con sentimenti contrastanti apostrofando l’intervento di Ida come “L’ orribile appello dei mendicanti. Ida lo accompagnò al Saint Louis “La buona donna da cui ero partito in modo così scortese…, lei che mi era antipatica, che quasi avevo disprezzato, mi cerca, scopre la mia situazione, e mi indica tra le lacrime l’ospedale come unica salvezza„
(Ida Ericson Molard. Biblioteca reale (Collezione autografi di Kempe).

Il 31 dicembre del 1895 fu dimesso dall’ospedale. C’erano Ida e Judith ad attenderlo e ad accompagnarlo a Rue della Chaumiere. Da qui scrisse a Gauguin quella famosa lettera che poi fu stampata come prefazione al catalogo dell’ultima mostra del pittore prima della sua partenza per il Pacifico.

ho appena ricevuto la vostra lettera; servirà da prefazione al mio catalogo. Pensai di chiedervela mentre vi osservavo l’altro giorno suonare la chitarra… (Gauguin ad August Strindberg. Parigi, 5 febbraio 1895).

Le condizioni economiche di Strindberg comunque, rimasero precarie per tutto quell’anno e alla fine fu costretto ad accettare i soldi che provenivano dalle sottoscrizioni che, in parte vennero anche inviate ai suoi figli ad Helsinki.

Un inverno di terrore in malattia, miseria, solitudine e molto lavoro; spesso fecondo spesso no. [–––] se avete qualche borsa di studio in ordine fatemela avere ora, domani, perché sono bloccato nei debiti, non posso muovermi da Parigi, ho solo un paio di pantaloni con un buco sul ginocchio così devo tenerci il cappello sopra. (Strindberg a Birger Mörner 12 maggio 1895).

Nel 1896 Strindberg tornò a Stoccolma, disse a Ellen Key che non credeva che Judith stesse bene in quell’ambiente depravato riferendosi proprio a Gauguin e Judith.: il suo ringraziamento a Ida per tutte le cure! Ellen Key scrisse subito una lettera indignata ad Ida e le due non si parlarono per un anno. La vita nel Salon Molard, dice Thomas Millroth, il più grande studioso di questo circolo, era un misto di figure tragiche e geniali che si susseguivano una dietro l’altra, si conoscevano, si influenzavano, i cui pensieri si compenetravano. Il Salon Molard fu non solo punto di incontro di queste personalità ma anche uno dei luoghi in cui l’Ideale Romantico di Arte e Vita venne reso possibile.

Fu Annah e la sua scimmia a causare la disgrazia che colpì Gaugin in Bretagna.  Nell’aprile del 1893, su invito del pittore polacco, Wladyslaw Slewinski, Gauguin partì per la Bretagna. Slewinski affittò una casa a Le Pouldu in cui organizzò uno studio d’arte. Pittori amici di Gauguin erano già lì: passavano il giorno a dipingere, le serate nei ristoranti locali e le notti tra le braccia delle donne che avevano portato con loro visitando spesso i villaggi circostanti; un giorno un gruppo più numeroso si recò in un piccolo villaggio di pescatori, Concarneau. Mentre la compagnia camminava lungo la strada principale, l’attenzione della gente, soprattutto dei bambini, si rivolse verso Annah e ad un certo ai commenti sgradevoli seguirono delle pietre. Quando i pittori cercarono di fermare i ragazzi dal lanciare pietre, i loro padri intervennero in loro difesa, e questo fece scatenare una rissa che per Gaugin finì malissimo per lui, perché subì una frattura della gamba destra, una frattura esposta della tibia. pittore Charles Filiger, in una lettera del 1° giugno 1894 racconta l’episodio, nello stile dell’epoca:

“La negra di Gauguin, a quanto pare, attirò molto la curiosità dei ragazzini del posto al punto che si misero a lanciare pietre sui nostri passeggiatori. Seguin, indignato da questo cattivo procedimento, si credette in dovere di tirare le orecchie a uno dei ragazzini e, da lì, una rissa dove i pescatori vennero in folla a dare una mano ai piccoli per vendicare la correzione data a uno dei loro. Dopo alcuni giorni di degenza in ospedale gli fu permesso di tornare in albergo dove rimase a letto in compagnia di una sempre più annoiata Annah tra morfina e alcol. Nel frattempo, si presentò un problema aggiuntivo. Annah restò con lui fino alla fine di agosto, poi partì per Parigi, mentre Gauguin rimase in Bretagna a causa della gamba. Scrisse a William che si sentiva solo, forse avrebbero potuto mandargli Judith di cui ”si sarebbe preso cura come un padre” ma stavolta, Ida fu irremovibile e impedì alla ragazza di andare sebbene lei e Molard cercarono di confortare Gauguin come potevano. Judith cercò di sgattaiolare fuori di casa per raggiungere il suo amato ma alla fine fu costretta a rientrare a casa perchè si era accorta che non aveva con sè i soldi sufficienti per il traghetto! Quando rientrò era sera,

William scriveva appunti  Nessuno si era accorto della mia uscita. Sia benedetto il gioco degli scacchi.

all’estrema sinistra Paul Gauguin con Annah la giavanese, i un po’ più a destra sono riconoscibili i componenti della famiglia Molard-Eriksson, William Molard Col cappello di Paglia, sotto, judith, accanto Ida. Seduto a terra con le braccia sulle loro gambe si vede August Strindberg, amico di famiglia. Tra gli altri O’Connor

Durante questo lungo e ozioso soggiorno al mare Gauguin si convinse sempre più che il suo soggiorno in Francia non aveva senso, e che solo un ritorno a una delle isole meridionali fosse l’unica soluzione per lui.. Rientrato a Parigi si ritrovò in un appartamento quasi vuoto, poiché Annah trasferendosi, aveva portato via la maggior parte degli arredi: Judith osservava i preparativi della sua partenza, se ne andava per sempre! Durante le ultime lezioni Gauguin le permise di aiutarlo e, man mano che si avvicinava il giorno temuto, le sembrava che la stringesse un po’ più forte, con un po’ più di passione…. mentre continuava a ripeterle che sarebbe stata sua ” se solo lui l’avesse voluto”…Gli chiese un ricordo e lui le diede una ciocca dei suoi capelli, vagamente color oro, in un ciondolo di malachite, poi le chiese una ciocca dei suoi. Judith servì il tè per l’ultima volta “con la morte nell’ anima„ provò a salire da lui ma sua madre se ne accorse e fu costretta a desistere. L’ultima sera la portò a teatro, le tenne la mano durante lo spettacolo ma anche allora non accadde nient’altro che un bacio. ‘‘Saresti potuta venire con me a Tahiti”… e Judith non avrebbe voluto altro. Gauguin lasciò a Molard di amministrare la vendita dei suoi quadri e a Judith molti dei suoi materiali da disegno.

28 giugno 1895 divenne un triste anniversario per Judith che  prese i centesimi che aveva risparmiato rinunciando alla colazione per comprare dei fiori colorati a Gauguin che partiva come si usava in Scandinavia, ma sull’autobus per la Gare de Lyon si sentì sciocca e gettò il mazzo di fiori fuori dalla finestra.  A Gauguin non fu permesso di lasciare Parigi in silenzio. Ida, Judith, Paco Durrio, alla stazione c’erano tutti, e tutti piangevano e alla fine, anche lo stesso Gauguin non riuscì a trattenere le lacrime.

Il giorno dopo, Judith si svegliò sentendosi respinta. Non era più una bambina, non poteva più esserlo dopo l’esperienza vissuta con Gauguin che,, in qualche modo, l’aveva preparata ad essere donna anche se lui, alla fine, aveva deciso di non trattarla del tutto e completamente come una donna…Judith non capiva, aveva giocato? voleva testare il suo fascino di uomo maturo? Per settimane pianse e non mangiò ma alla fine, era anche giovanissima e, in qualche modo sopravvisse, forse anche pensando o sognando che Gauguin sarebbe potuto tornare.

Anni dopo, Judith decise di sostituire i capelli nel ciondolo con una ciocca di capelli dell’uomo che stava per sposare ma quando lo aprì trovò che il ricciolo d’oro non era altro che polvere: “l’incantesimo si era rotto„. Ida la incoraggiò a frequentare Julian Leclercq che  dopo la partenza di Gauguin, si era trasferito nel suo studio. Come Molard, Leclercq aveva il tipo di bellezza bohémien e scapestrata ma, come il suo patrigno, Judith lo detestava, ritenendolo un manipolatore pronto a usare il suo fascino per avanzare e che aveva preso presto il posto di Ivan Aguéli come ospite abituale e parassita della famiglia. Nessuno poteva reggere il confronto con l’Amato, men che meno Leclerq che parlava di arte mentre il suo naso negroide gocciolava costantemente, ma ad Ida Leclercq piaceva e due delle sue ultime opere conosciute sono collegate a lui, una è il suo ritratto e l’altra la sua cameriera che allatta, bassorilievi in bronzo entrambi successivamente esposti (Berceuse 1898).

Ida nella sua arte sembra aver lentamente abbandonato i temi religioso-mitologici per avvicinarsi a quelli di approfondimento psicologico creando dei giochi di luce ed ombra attraverso l’uso sapiente delle masse di argilla. Sembra che Leclercq tentò un approccio non desiderato mentre Judith tornava da scuola ma la ragazza prontamente lo rimise al suo posto. Probabilmente a questo periodo risale questa conversazione che Judith riporta nelle sue memorie:

L: Non sai cos’è l’amore.

 J: Tuttavia, non sei tu che me lo insegnerai.

L: Perché non io?

J: E perché tu, posso chiedere?

 L: Perché ti amo. Ho pianto tutta la notte.

 J: Piangi pure, piscerai di meno!

M, anche su questo, non va dimenticato che Judith nutriva forti antipatie per quelli che piacevano ad Ida: William, Julien Leclercq, Gustave de Frumerie, Armand Seguin, Strindberg.

il 21 febbraio del 1896 morì Fritz Arlberg, aveva un tumore ai polmoni, così venne scritto nella autopsia ed era stato molto male nell’estate precedente ma pare che fu lui stesso a porre fine alla sua vita a Kristiania, al Grand Hotel dove oramai soggiornava ma, questo Ida lo seppe solo nel 1915.  Judith ebbe un duro colpo, era in piena rivolta contro i genitori, Gauguin era partito, era affranta: ora non poteva più neanche fantasticare che suo padre venisse a portarla via… ma poi arrivò Munch attratto dall’arte e dalle le prime xilografie di Gauguin appese alle pareti dei Molard, prove di stampa per la pubblicazione di Noa Noa.

Munch scrisse a casa: Sono insieme a Delius e Vilhelm Krag di giorno. Vivono entrambi vicino a me nel cosiddetto Quartiere Latino. Munch aveva conosciuto certamente Molard in Svezia o forse tramite un comune amico, il giornalista Hammer che pure per un lungo periodo aveva ”soggiornato” dai Molard!

La sua produzione di questo periodo fu impressionante e qualcosa con Judith accadde sebbene domande riguardo alla natura e all’entità esatte della relazione tra loro rimangono senza risposta.

È comunque interessante che l’arrivo di Munch a Parigi coincise con un periodo in cui sia lui che la giovane erano tra una relazione significativa e l’altra, Judith orfana del padre e del surrogato padre Gauguin e Munch in ripresa dopo la relazione con Dagny Juell Przybyszewski.

Gli amici spesso si riferivano a Munch in modo lusinghiero: colto, raffinato, modesto nel comportamento e aristocratico nell’aspetto è abbastanza possibile che lei abbia trovato Munch un’alternativa attraente agli altri. Allo stesso modo, Munch potrebbe essere stato attratto dalla vivace Judith ma questa idea si basa solo su suggestioni, nulla di più, il fatto che Munch decise di rimanere a Parigi per un periodo prolungato di tempo (poco più di un anno) cosa insolita per uno incline a viaggiare molto e che divenne non solo un visitatore frequente della casa dei Molard, ma come osserva Bente Torjusen, anche un “entusiasta…

Munch. Il Vampiro 1895 secondo Torjusen ispirata a Judith

Un giorno stavo lavorando con una modella femminile–una piccola parigina, molto agile e flessuosa–quando improvvisamente vedo la gatta avvicinarsi al suo corpo bianco, fusa e affettuosa–Erano come due persone, o due gatti. La gatta a cui si riferisce Munch in questo passaggio è indubbiamente la sua; la modella potrebbe essere stata Judith Molard, suggerisce Torjusen. La gatta inizia a renderlo inquieto e nervoso, perché in un altro passaggio l’artista lotta per domare l’animale. Studia ogni suo mossa. Occupa i suoi pensieri e lo ipnotizza con il suo sguardo.

Aveva occhi ansiosi, interrogativi–gli occhi di un essere umano– e avevo quasi paura del suo sguardo…. e ci fissava–come se fosse, dritta nelle nostre anime.”

Alcuni anni dopo (1903-04), Munch scrisse una lettera a Frederick Delius, l’uomo che lo aveva presentato ai Molard nel 1896 menzionando  due donne, “T” (Tulla Larsen), con la quale aveva avuto una disastrosa relazione dopo aver lasciato Parigi e la violinista  Eva Mudocci che lui stava frequentando al momento della stesura della lettera oltre a la gatta bianca, di cui Delius sa ma che prega di non nominare…Torjusen, citando la lettera, conclude quanto segue: Poiché la gatta bianca è menzionata nello stesso passo con Tulla Larsen ed Eva Mudocci, sembra naturale supporre che fosse una donna a cui Munch era stato molto vicino, una donna del milieu parigino dove Munch e Delius avevano amici in comune. Ed una donna forte, maschile, divoratrice dell’ego dell’uomo, una femme fatale.

Munch

Torjusen conclude inoltre che la donna fosse forse Judith Molard nascosta dietro l’appellativo ‘la gatta bianca un nomignolo che Munch usava evidentemente per descrivere la donna che conosceva a Parigi. Nel 1908 Albert Stokenstrom amico dei Molard scrisse di aver visto Munch a Goteborg e di aver passato con lui una serata ricordando gli anni parigini e Judith. A fine serata lo vide allontanarsi in uno stato di delirio in cui parlava dell’’inganno di Judith, causa di tutto, la stessa cosa che Munch scrisse il giorno dopo al suo avvocato in una lettera mai spedita.

lettera mai spedita in cui parla dell’inganno di Judith

Prove concrete non ve ne sono. L’unica cosa certa che Munch si sentì ferito da Judith, sua amante sua la modella o musa ispiratrice, e non glielo perdonò. Di li a pochi giorni Munch si fece ricoverare in una clinica di Copenaghen dove, correttamente, per fortuna, non venne etichettato come pazzo ma semplicemente affetto da disturbi, per lo più crisi di paralisi, dovuti ad eccesso di alcool su un disturbo affettivo bipolare (diremmo oggi).

Munch tornò a Parigi nel 1899 e nel 1899 ma non è noto se mai tornò a vedere Judith che, comunque, nel 1897 conobbe Eduard Gerard, nove anni più grande di lei, verso il quale provò attrazione perché assomigliava a Gauguin da giovane, lo stesso profilo affilato, gli stessi denti bianchi quando sorrideva.

In realtà Judith si sentiva sola ed isolata e forse non fece altro che seguire il consiglio di chi le diceva che poteva superare quella sensazione di isolamento con qualcuno accanto. Gerard era brillante, avrebbe fatto carriera ma Ida e William ottennero di rimandare il matrimonio alla maggiore età perché lei potesse affermarsi come pittrice. Come Ida scrisse ad Ellen Key, Judith ha un gusto insolitamente sviluppato per la letteratura, la musica e la pittura e stava studiando con Eugen Carriere che a Gauguin non piaceva… e in effetti Judith rimase sempre fedele ai colori e alla tavolozza sgargiante dei suoi Maestri, Gauguin e Van Gogh! Crescere in mezzo ad una schiera di artisti, musicisti, scrittori e poeti tuttavia non la aiutò nelle sue relazioni: era intelligente e coltissima e non perdeva momento per dimostrare a tutti la sua  superiorità sfidando convenzioni, era schietta e assetata di indipendenza e libertà. Anche William si dedicava alla musica, scriveva a Munch che stava componendo, ”ho finito Amleto...” e si stava dedicando alla composizione di musica per una poesia ma non ne era assolutamente soddisfatto, anzi, il tono della sua missiva era di rassegnazione, tuttavia, la sua figura rimane oscura ed enigmatica nel campo musicale dal momento che nulla è sopravvissuto. Del resto a parte Delius, ancora nè Ravel, nè Schmitt nè altri ancora avevano avuto il successo che ebbero successivamente.

https://www.emunch.no/HYBRIDNo-MM_K1898.xhtml#ENo-MM_K1898-01

Lettera di William a Munch.
La tua lettera, Edvard, è stata molto gentile con me, nonostante il fatto che 
non pensassi di tornare a Parigi così presto, 
pensavo che non parlassi del  freddo che regna durante l’inverno in Norvegia 
e che tu, come me, quando ti blocchi,  non sei in grado di lavorare. Ma è vero, in Scandinavia  si capisce come arredare per proteggersi dal  potere impressionante e mortale del freddo e per raggiungere  una temperatura da serra nelle stanze.  Finora qui non c’è stato inverno, 
ma ora sta iniziando e ieri  ha nevicato per la prima volta.
Ida e Judith e vi mandano i loro migliori saluti e sperano che verrete presto da noi. Ce lo ha detto Gerard , impiegato del Prefetto di Tolosa (Alta Garonna) mi chiede di salutarti quando scrivo. Una calorosa stretta di mano da parte di Molard

Nel 1900 Ida scrisse ad Ellen Key

Judith dipinge e dipinge e fa grandi progressi e questo mi interessa molto più che farla sposare. Tuttavia temo che il matrimonio sia più vicino di quanto non vorrei. Gerard si sta occupando di organizzare la loro futura casa. È una persona incantevole sotto tutti gli aspetti, mi assicura che Judith non dovrà mai fare altro che dipingere.

Nel 1901 espose per la prima volta Estampes et bibelot, colorato quadro dalla pennellata nervosa e intensa e fu un successo di cui Gauguin godette ma oramai lui era lontano da Parigi e alle prese con ben altri malanni che lo porteranno alla morte di lì ad un anno. Nel 1902 Judith finì per cedere all’insistenza di Gerard e si sposò. Forse ci avrebbe ripensato volentieri, i due, ma ‘‘calma più del solito, si vestì come al solito’‘ e raggiunse Gerard in Municipio insieme ai suoi due testimoni Moeller e sua moglie la cantante d’opera Dagmar…che aveva voluto al suo fianco come legame con suo padre, Fritz Arlberg con il quale spesso aveva condiviso il palco.

Gauguin mandò gli auguri ai Molard perché ora Judith aveva trovato un marito secondo “i loro desideri„… ed in effetti la sua carriera fu velocissima. Ebbero due bambini, Dagmar e, nel 1917, Gilles ma il matrimonio si rivelò fallimentare per Judith ed  una “catastrofe sociale” per suo marito che  non capiva nulla delle necessità della moglie. Gerard voleva una moglie/donna da mostrare e Judith, spiritosa, acuta, creativa, estroversa, volubile stretta fra le faccende domestiche, schiacciata, cercava in ogni modo di infrangere i tabù della vita borghese con atteggiamenti eccentrici.

Judith aveva vent’anni, un grandissimo m talento ma la sua arte, a causa anche del matrimonio,  era diluita nel tempo.

Tra i bohémien di Parigi. di Hanna Rönnberg. 1902

Nel quartiere di Montparnasse, dietro un cortile, c’è una piccola strada trasversale che parte dall’ Avenue de Maine, rue Vercingetorix. Appena entri nella strada, ti colpisce un alto muro di pietra con una vera e propria porta fortificata; sopra il muro, alcuni pioppi con il loro verde scuro si protendono nell’aria parigina impregnata di foschia ma non si vede nessuna casa. Suoni il campanello; la vecchia porta fortificata si gira lentamente sui suoi cardini cigolanti, e davanti ti ritrovi una grande corte o giardino, per le condizioni di Parigi, dove alcuni alberi di albicocco e cespugli di lillà conducono un’esistenza languente. In fondo al cortile c’è una casa di tre piani con molte grandi finestre, una di quelle baracche/atelier senza il minimo gusto architettonico. Dal secondo piano fluiscono luci, brusio e musica attraverso le finestre aperte. Salite le scale e vi trovate in un atelier molto grande che è pieno di una folla fumante e chiassosa di entrambi i sessi. Non appena sarai stato presentato alla padrona di casa, una piccola signora vivace con occhi intelligenti di etàà indefinibile tra i 25 e i 45 anni, madame Molard, svedese di nascita e nota come una scultrice di talento, ti spiegherò tutto ciò che vedi intorno a te. La stanza stessa è molto originale. Madame Molard mi ha raccontato che quando la casa fu costruita lei andò a vedere e decise di prendere un appartamento di 3 stanze, atelier e cucina, ma propose al proprietario di non costruire alcuna parete divisoria e di lasciarlo come un unico grande spazio. Lui pensò naturalmente che fosse pazza, ma siccome lei si offrì di fare un contratto di dieci anni la lasciò fare nella sua follia, intascò i soldi che l’arredamento sarebbe costato e così furono entrambi contenti. In mezzo all’ enorme stanza c’è una grossa trave che regge il soffitto e da cui spuntano diversi bracci a gas. A sinistra c’è una sezione che funge da cucina e sala da pranzo. Le pareti sono rivestite di piastrelle di porcellana blu e bianca e scaffali con lucidi recipienti di rame, tra cui alcuni a sbalzo. Alcuni grandi e bellissimi armadi di quercia antica della Bretagna formano una parete della camera da letto che è separata dall’atelier da drappi orientali. Sulle pareti dell’atelier ci sono molti dipinti, per lo più di tipo ultra radicale, geniali, quadri del talentuoso pittore norvegese. Edvard Munch, immagini bizzarre dalle isole del Pacifico di Gauguin, padre della corrente simbolista, che 8 10 anni fa fece tanto rumore a Parigi e le cui propagini arrivavano fino alla nostra lontana Helsinki. Nella casa dei Molard, la musica divide il potere con le altre belle arti, perché monsieur Molard, sebbene funzionario francese, è un appassionato e dotato cultore di quest’arte. Il sabato, madame Molard ha il suo ricevimento. È una folla variopinta, che si riunisce qui quasi tutte le nazioni europee sono rappresentate. Un gran numero di scandinavi con nomi molto noti sono tra gli ospiti abituali: naturalmente i bohémien sono i più numerosi, anche Strindberg e Hamsun a volte sono venuti qui. I giovani, inquieti spiriti del Quartiere Latino vengono qui e tuonano sulla l’aria stantia e nauseabonda che sovrasta la società e opprime la gioia di vivere. Pallidi, scuri poeti, rasati alla Rostand con colletti alla coreana e enormi sciarpe in stile anni ’30, leggono le loro opere poetiche, in cui emozioni tremanti e atmosfere profumate costituiscono l’elemento principale. Ardenti spagnoli cantano alla chitarra malinconiche canzoni andaluse con il loro sottotesto di fuoco e passione orientale. Spesso accade che lo studio si trasformi improvvisamente in teatro; un paio di grandi schermi chiudono la parte che fa da palcoscenico, e il pubblico siede su divani, sedie e pavimento, quando i posti a sedere non bastano. Julien Leclercq era l’anima di queste rappresentazioni teatrali improvvisate dove tutto era condizionato dall’umore del momento, a volte frizzante umorismo, voglia di vivere e gioia, a volte disperazione straziante come un’eco dai vicoli bui, dove la miseria e la sofferenza sono residenti Madame Molard può davvero vantarsi di avere un salone. La sua intelligenza e comprensione dei tipi più diversi così come la piena libertà che regna da lei, fanno sì che tutti si sentano a casa e si possano incontrare persone di orientamenti molto diversi. Ho notato che qui vengono a volte persone che si sono già fatte strada e sono riconosciute da tutto Parigi, collaboratori dei grandi giornali, per i quali i saloni più importanti sono spalancati, ma quando si conosce la corsa nervosa su tutti i campi che domina in questo moderno Babilonia, allora si capisce perché queste persone già arrivate vengono qui ai margini della bohème, – un bel giorno può sorgere un nuovo profeta, un nuovo Messia proprio in un tale circolo, e allora bisogna essere con e tendersi per il carro trionfale, appartenere agli scopritori.

Nel 1903 Gaugin morì, Judith provò ad andare avanti ma non le riuscì, continuando a pensare alla morte del suo Maestro, mentore amato, amante  ma non del tutto tale, come alla più grande tragedia della sua vita nè le fu possibile dimenticare visto che William, che scriveva per l‘Ermitage, fece pubblicare il carteggio tra Gauguin e Strindberg traducendo in francese le lettere di Strindberg stesso.

Il suo nome era ovunque.

Il nuovo secolo portò la morte di Leclerq, di Armand Seguin oltre che di Gauguin;  nel 1894 Ida e William annullarono il loro viaggio con Delius e Jelka sua moglie per partecipare al funerale di Colulangheon e nel 1909 seppero della morte anche di Eva Bonnier.

Anche gli altri si erano allontanati da Parigi ed i legami divennero sempre più sporadici.

Arrivarono altri artisti che diedero al Salon un’aria più matura e tranquilla.

leurs et porcelaines Signerad och 

Nel 1905 Judith, nonostante tutto, partecipò al Salon d’Autunne e lo stesso nel 1906 con ottima accoglienza. Judith viveva nel ricordo di Gauguin e sulla sua tavolozza c’erano i colori di Van Gogh: non poteva rinunciare ad una gamma di colori che turbava e tormentava i suoi maestri. Judith dipingeva ritratti, nature morte, faceva acquarelli e incisioni.

Al rientro in Francia dall’Algeria, Judith e Gerard decisero di vivere separati. Poi incontrò di nuovo Annah la Giavanese che faceva ancora la modella. Judith la pagò per posare, incuriosita di ascoltare il suo incessante chiacchiericcio sul loro passato. Annah le rivelò che Gauguin aveva contratto la sifilide. Forse, allora quando il pittore le disse “se solo volessi…„ avrebbe davvero voluto una relazione ma non poteva per quel motivo! ma, d’altra parte, cosa sarebbe accaduto se non fosse stata respinta? Judith così non guarì mai dalla sua infatuazione: era apprezzata nel circolo degli svedesi espatriati ma il successo le sfuggì, sparì dal mondo dell’arte dal 1911: ultima sua esposizione fu un nudo in omaggio a Gauguin. Annah in vestito grigio perla, che pare fosse bellissimo, e William al pianoforte. Si ritirò facendo della sua arte una questione privata, senza volontà di farne una occupazione economica, fedele ai suoi ideali, mantenendo sempre le apparenze con una certa eleganza anche quando era ubriaca o in preda a crisi distruttive; artisticamente non fu mai quello che avrebbe potuto diventare e, paradossalmente, quando l’Arte di Van Gogh e Gauguin venne apprezzata, venne messa ai margini. A soli 25 anni la sua arte era già alle spalle e anche se continuò a dipingere, gran parte delle sue opere furono o distrutte, o disperse. Quanto ai suoi figli, Judith non era adatta a fare la madre e furono Ida e William che pure cominciarono ad allontanarsi, a crescerli.

Ida si avvicinò alla pittrice Fanny Lastbom che si trasferì nelle vicinanze con la quale passava le estati in Bretagna. Secondo Judith Ida smise di scolpire già alla fine del secolo.

Cercarono di mantenersi vendendo quanto lasciato da Gauguin ma la Grande Guerra portò morte e povertà, e le gallerie chiusero, molti come Fanny Lastbom tornarono in Svezia.

Nel 1914 così Ida scrisse ad Eriksson  

Tutti i nostri amici e conoscenti comuni sono ancora in in vita, per quanto ne so ma per lo più sorvegliano ponti e fortificazioni perché non sono abbastanza giovani per andare al fronte. ( … ). Qui a Parigi è così calmo che sembra non ci sia alcuna guerra ma si parla solo di quello e non si fa altro che lavorare a maglia  calzini per i soldati. Ho fatto un paio di calzini caldi e un passe-  montagne per un giovane svedese che si era fidanzato qui…Nel 1915 Gerda Kjellberg chiese a Ida di farle visita in Svezia dove non tornava da  trent’anni: ritrovò Christian  Eriksson, Dagmar e Carl Möller e altri vecchi amici. Ida era ancora come la ricordavano, calda, impulsiva, disordinata. Ma un giorno Gerda di ritorno dal suo studio medico la trovò svenuta: aveva letto un resoconto dettagliato degli ultimi giorni di vita di Fritz Arlberg e del suo suicidio, vent’anni prima. non ne aveva la più pallida idea.

In Svezia cercò di fare alcuni affari portando un dipinto di Per Ekström che aveva ricevuto nel 1888 e l’autoritratto di Gauguin con William sul rovescio ma allora il Nationalmuseum non fu interessato.

La sua non fu una vecchiaia facile, a Christian Eriksson scrisse il 16 dicembre, del 1920: “Mi alzo la mattina, metto le scarpe per andare prendere un po’ di latte per i miei bambini. Fa freddo…I suoi figli erano suo marito e Gilles secondogenito di Judith, poi arrivò anche la piccola Danielle la figlia di Dagmar. Le emozioni di tutti erano esasperate: Judith quando passava beveva ed esplodeva terrorizzando i bambini che si rifugiavano sotto al tavolo mentre sfogava la rabbia repressa sulle porcellane. Ida e William ritrovavano la pace solo nelle estati a Roscoff che forse ricordavano quelle a Concarneau passate a cucinare il pesce fresco preso da Judith. Avevano stretto amicizia con Signe Garling espatriata durante le proteste contro la legge sul matrimonio e la posizione giuridica subordinata delle donne, per aver contratto un matrimonio di coscienza con il compagno Fritif  Palmér. Fu Signe ad essere testimone della triste vita familiare di Judith in Algeria e lei a vedere Ida per l’ultima volta nel 1927 alla stazione. Pochi giorni dopo William le scrisse che Ida era morta il 4 agosto.

I vicini si erano insospettiti non vedendola e avevano fatto sfondare la porta: la piccola Danielle era accanto al corpo oramai freddo della nonna, impietrita dalla paura.

Il 4 agosto è morta in Finistère madame Ida Molard, nata Ericsson. Con lei è scomparsa dai libri dei vivi un’artista dal cuore caldo e un’amica degli artisti, il cui ospitale focolare a Parigi è rimasto nella grata memoria soprattutto della vecchia generazione di artisti nordici.

Ida molard nel 1927 ( Idun 1927)

 In Svezia Ida venne ricordata per essere stata una tipica esponente del suo tempo per l’idea della liberazione scelta dell’amore… pervasa di generosità e dedizione ideali ,del caldo amore per il lavoro e l’umanità… Durante gli anni di lavoro presso l’Accademia di Belle Arti 1872-1881 ricevette molti elogi per le sue opere e anche dei premi per due studi “Giuditta con la testa di Oloferne” e “Sansone e Dalila” nel 1883. Il primo lavoro non fu mai fuso ma andò perduto come molti dei suoi studi contemporanei e precedenti perche non aveva mezzi necessari per pagare la fusione. Molard sopravvisse dieci anni incarnando l’immagine ideale di nonno con la sua pazienza, la maniere calde, i capelli e la barba bianchi.

il falso Van Gogh

Judith tornò sulle pagine dei giornali quando venne scoperto un falso Van Gogh. La sua scuola consistette per anni nel copiare opera d’arte e così fece anche per il Van Gogh di Gauguin. Nel 1911 vide alla Galleria Druet una sua copia dell’autoritratto che, a suo dire aveva firmato come ”after Van Gogh”. Il dipinto era stato venduto a Schuffenecker per 100 franchi nel 1902. Il fondo originariamente verde veronese era stato rimaneggiato con la sovrapposizione di alcuni fiori e la sua firma cancellata. Quel quadro era stato rimaneggiato per sembrare proprio un vero Van Gogh ma era un falso, lo aveva fatto lei ma tornata a casa le fu sconsigliato di procedere con una denuncia…così sembra o così disse molti anni dopo, il che ha sempre lasciato molto perplessi, forse ha taciuto perchè si sentiva complice? perchè temeva di come sarebbe andato a finire?? Il problema fu che il quadro fu venduto come autentico al Mendelssohn di Berlino. Solo nel 1931 denunciò il fatto al giornalista Poulin nella rivista Comoedia facendo scoppiare lo scandalo che portò alla rimozione del quadro dal catalogo denunciando anche la manomissione di altri quadri  ad opera della coppia Leclercq-Schuffenecker.

William continuò a vivere da solo, pochi amici lo andavano a trovare, ma si ricordavano di lui. Judith, si trasferì in un vecchio studio in Rue Percival, nelle vicinanze della sua vecchia casa e se ne prese cura come potè fino alla fine. Anche il suo studio ricorda un po’ quello della madre, con un piccolo giardino pieno di iris che ha piantato lei stessa

Nel 1934 anche Gerard morì ma questo non la riavvicinò a figli e nipoti che sentiva ”fottutamente borghesi” come il loro padre, tuttavia, ogni tanto divideva il suo studio con Gilles a corto di soldi lavorando a traduzioni. Continuò a dipingere per sè, a creare bambole, tante bambole enormi: Sara Bernadth, Isadora Duncan…Gauguin descritte da Frida Strindberg in un reportage del 1935.

enormi bambole a malapena più piccole degli esseri umani, bambole che ridono e piangono, bambole devote e bambole diaboliche, bambole belle e ricche, povere e brutte, un mondo fantastico di sogni dove si riconoscono quasi tutti. MAURICE Farina È LÌ, l’ultimo clown classico, il cui ritratto, dipinto da Judith è appeso al muro sopra. ..Un vecchio diavolo ride dalle profondità dell’inferno, la regina Blanche diffonde un profumo di calma virtù intorno alla sua dolce figura. E là c’è l’Argentina con le castagnette in mano e Sara Bernhardt giovane, come Dona Sol. Là bacia Isadora Duncan, Mounet Sully, come non ha mai potuto fare in vita. E lui mi guarda fisso e sembra che si burla di me con i suoi occhi di madreperla e le sue labbra rosso cinabro. Ma gli altri sembrano preoccuparsi solo di se stessi come se avessero assaggiato tutte le gioie della vita e ne fossero stanchi. Uno giace su un divano, un altro siede su uno sgabello, uno si appoggia al muro o giace disteso sul pavimento. La stanza sembra un campo di battaglia con vincitori e vinti mescolati. E tutti sono creati come per gioco dalle mani artistiche di Judith. Non sembrano marionette che potrebbero danzare in fili diretti da una volontà estranea ma esseri che seguono ostinatamente la legge della propria volontà.

Era ancora molto bella e sensuale anche in vecchiaia ma non riuscì mai ad andare oltre relazioni platoniche o molto brevi.

Poi nel 1936 morì anche William.

Il 13 novembre 1936 morì a Parigi William Frangois Molard (ufficiale dell’Istruzione Pubblica) modesto funzionario e un grande amante e appassionato di musica e altre arti. Le sue composizioni sono state eseguite qualche volta a Helsinki ai tempi del defunto direttore d’orchestra Kajanus. Quando era sposato la scultrice svedese Ida Eriksson la casa di Ida e William Molard divenne anche un luogo di ritrovo per tutti gli artisti nordici e sede di molte divertenti serate in cui gli artisti spesso presentavano per la prima volta le loro opere, tra cui il compositore Ravel, e in cui molti ospiti dovevano aiutare i padroni di casa nel servizio e nella pulizia. Molti artisti finlandesi, come Hilda Maria Plodin, Ester Helenius e altri, si sentivano come a casa loro. Spesso i poveri artisti rimanevano a dormire nel vasto atelier dei Molard. I partecipanti non possono che ammirare e ringraziare la sincera e leale amicizia e la grande ospitalità dei Molard.

Che la terra ti sia lieve!

Alla morte di Wiiliam Judith, mise insieme il patrimonio di Gerard e della vendita dello Studio e si ritirò a Boulancourt dove visse senza che nessuno sapesse chi fosse, conosciuta come ‘l’eccentrica Madame Gerard che aiutava tutti, che scendeva al fiume, si toglieva i vestiti e si faceva il bagno sotto gli occhi di tutti, che passeggiava sola nei boschi per raccogliere funghi

Non le importava di ciò che possedeva. Il suo abbigliamento era  un abito da uomo con cappotto, cappello e bastone di Gauguin. In ogni cosa fu l’opposto di Ida tranne che nella dignità. Forse riuscì a riconciliarsi con il  passato che la perseguitava con ossessioni ricorrenti, i denti di Gauguin che tutta la mia vita mi mi hanno reso schiava disarmando la mia rivolta, distruggendo la mia Personalità,  facendomi accettare di incontrare uno stupido. Riprese accanto al suo nome Gèrard quello di Arlberg e finalmente potè affermare, intervistata che Fritz Arlberg era suo padre, quel padre che alla fine non le riuscì mai di dimenticare.

Fu sepolta a Belancourt ma nessuno dei suoi figli volle pagare per una lapide

BIBLIOGRAFIA

T. Millroth. Molard Salong, Forum 1995,

Idun 1927

B Tjoriusen The Mirror

B. Travitz Bimer Edvard Munch Fatal woman

https://digital.library.unt.edu/ark:/67531/metadc504386/m2/1/high_res_d/1002775563-Bimer.pdf

Norsk Musikforlag Oslo 1994. 

Judith Gérard, Den lilla flickan och gengangaren  in G.Kjellberg, Hänt och Sant (Stockholm,1951)