
Scrive Giuseppe Mazzotta:
“
Nella Chiesa, l’obliterazione, la “damnatio memoriae”, è stata sempre, e continua a essere, la prima e fondamentale norma istituzionale. Tentativo disonesto, immorale, per conservare l’apparenza di continuità ortodossa, verginità di pensiero e soggezione di vita. “Damnatio memoriae” e silenzio sono il modo moderno, non cruento, di addomesticare la storia a proprio vantaggio… Questo trattamento è applicato agli scomunicati, ai condannati, alle idee riprovate, alle opere giudicate pericolose una volta messe all’indice, ai preti che, per punizione o per scelta, hanno abbandonato lo status clericale. Cancellando le tracce di una persona e della sua esistenza spariscono anche quelle di azioni, attività, idee. Ma la “damnatio memoriae”, rigorosissima, applicata a quanti a giudizio del potere hanno dato in qualche modo fastidio, anche se hanno fatto miracoli, hanno precorso i tempi, è una delle più infamanti vergogne che continua a caratterizzare l’ipocrisia istituzionalizzata, resa dogma. Non poche volte, per scelta o per caso, ho reincontrato gli ambiti di cui allora facevo parte. Io non c’ero, non ero mai esistito: direttore di biblioteca, docente, il Seminario, la curia vescovile, l’Istituto Pastorale Regionale, e poi l’aggiornamento del clero, direttore spirituale, responsabile di pastorale, assistenti donne cattoliche, cappellano universitario e ancora insegnante di religione, presenza in istituti e collegi, nel Consiglio Regionale Diocesano, in Azione Cattolica, Fuci, e attività, funzioni, responsabilità: mai esistito.Eliminato dall’elenco dei preti di quegli anni, dalla Biblioteca Innocenziana, dall’insegnamento di Dogmatica nel Seminario regionale. E per decine di altre funzioni, il mio successore si lega direttamente al mio predecessore.
Giuseppe mazzotta. memorie di un sovversivo
Non sono mai esistito!
Queste memorie rappresentano un atto di giustizia nei confronti di chi in un momento storico particolare, quello della Chiesa di Lecce guidata dal Vescovo Minerva, ha vissuto dall’interno, ha tentato di cambiare le cose e ne è rimasto sconfitto. La sua vicenda si inserisce nell’ambito della rimozione intenzionale che ha colpito lui come altri preti del rinnovamento conciliare salentino, uno dei molti he negli anni 60 ha creduto davvero che il Vaticano II fossue un mandato e non un compromesso. Da chi poco conosceva la sua storia, in parte raccontata in uno scarno articolo del 1999 dal Prof. Fulvio De Giorgi, il tentativo di Rinnovamento Religioso, il movimento che scaturì da queste prese di posizione, fu solo tentativo intellettualistico, non concreto, una astrazione; in realtà furono ben più di tentativi puramente astratti e determinarono una serie di eventi allora di grossa portata, la messa per alzata di mano, dare voce alle istanze giovanili in chiesa, affissione di manifesti, denuncia in Vaticano della situazione in cui versava la chiesa leccese, familistica, verticistica, piramidale, con preti di scarsissima cultura e altrettanto scarsa libertà di parola.
Questo libro, pertant,o torna a dare voce a chi quegli eventi li ha vissuti in prima persona e pagati come tali.

Ricorso a Roma. Lettera alla Congregazione dei Vescovi di maggio 1968
Una lettera di due fitte cartelle
alla Congregazione dei vescovi. La lettera è la fotografia impietosa della situazione reale della diocesi e della condotta politica e di governo pastorale di Minerva.
Parate, autoritarismo, preconcetti, ambizioni, immagine, ipocrisia,
chiusura di ogni proposta o suggerimento, isolamento di
buona parte del clero, clima di sospetto e intimidazioni, dialogo
inteso come “dire sì”, vita spirituale ridotta all’ubbidienza e alla
castità “cose che ripete sempre accanto ad espressioni ‘queste
cose non si mettono sulla carta’ riferito a relazioni da mandare a
Roma, ‘approfittarsi del denaro dello Stato non è peccato’. E ci
sono cose che rasentano il peculato”.
“La povertà? Ne parla, a volte, ma questo discorso non si riferisce
alla sua lussuosa Opel […] i milioni che si spendono per
manifestazioni esterne inutili […] un risveglio di fiducia con la
costituzione dei Consigli Pastorale e Presbiterale. Si era iniziato
a lavorare sul serio e si cullava qualche speranza. Poi, tutto è
crollato perché si è visto che era un bluff”.
“Quella dell’autorità del vescovo sembra diventata una mania. Nei
documenti del Concilio non si vede e non si presenta se non quello
che riguarda il vescovo, ubbidienza e cose simili.
Qualunque idea o atteggiamento men che tradizionali sono considerati attentato al principio di autorità e ribellione […]. L’atmosfera è diventata irrespirabile. Il clero è perciò tagliato fuori, separato dal vescovo”.
Mi firmavo “Direttore dell’Ufficio Pastorale” e firmavo anche la
mia definitiva condanna, la cancellazione dai collaboratori e l’inclusione nella lista dei reprobi e dannati.
Non avevo molta fiducia in Roma, l’atteggiamento del Papa e della curia romana erano ormai, evidentemente, in aperto contrasto al tentativo del Concilio, ma c’erano accuse e denunce che andavano oltre e al di sopra degli orientamenti del Concilio e non vi si accennava minimamente. Roma poteva solo tenere conto oppure portare il contenuto a conoscenza dell’interessato. Ma Roma fece di più, passò al vescovo la copia.
Decisione senz’altro legittima.
Non mi aspettavo invece che il vescovo, un mesetto dopo, e quindi
a stretto giro di posta, mi convocasse e me la mostrasse.
Punirmi o rimproverarmi sarebbe stato controproducente. Mi
rinfacciò soltanto, con molta amarezza, quel gesto come un tradimento
Ovviamente, non seppi se ci fu poi un seguito.
Nella Chiesa problemi e azioni del genere sono sempre stati coperti da
assoluto, totale segreto. Non so se alcune decisioni prese dopo la
visita pastorale, una vera e propria pseudo indagine fra il clero,
furono influenzate in qualche modo da tale iniziativa e se questa
ebbe un qualche ruolo nella permanenza di Minerva a Lecce fino
all’età pensionabile, mentre era quasi ossessionato dal desiderio
di andare, arcivescovo primate di Puglia, a Bari.
Due cose comunque avvennero. Un rigoroso controllo in un più
soffocante clima di sospetto e la mia privazione di ogni incarico
nel settembre/ottobre successivo, con conseguente emarginazione.
Inoltre indicazioni per passaparola al clero di isolarmi e non
avere rapporti con me, controllo “a vista e udito” da parte del
gruppo di fedelissimi.