6 GENNAIO: STORIA DI UNA FESTA E DI UN COMPLEANNO FAMOSO

Vera Mazzotta

Il 6 gennaio rappresenta la fine delle feste natalizie e come tale, è, essa stessa, una festa, in realtà più una festa che con il dispensare dolci e doni vuole consolare per il rientro alla normalità.  Per gli sherlockiani di tutto il mondo il 6 gennaio è anche la data in cui festeggiare un’altra nascita, quella di Sherlock Holmes. Quindi Sherlock Holmes e la Befana condividono una data?  Direi che essi condividono certamente uno status. Befana è parola che deriva dalla corruzione del greco ἐπιφάνεια, festa cristiana celebrata dodici giorni dopo il Natale. L’Epifania rappresentava per le prime comunità cristiane la ‘manifestazione di Gesù al mondo’ e conosciamo pellegrinaggi dei Vescovi di Gerusalemme a Betlemme in una data che dovrebbe corrispondere al nostro 6 gennaio. La tradizione cristiana vuole che i Magi ( astrologi, maghi o, secondo altri, Re) furono guidati da una stella all’adorazione di Gesù Bambino riconosciuto come Re di Giudea.  L’univo evangelista a raccontarci l’episodio è Matteo, secondo il quale i Magi per prima cosa, fecero visita a Erode, il re della Giudea romana, domandando dove fosse ‘il re che era nato’, in quanto avevano ‘visto sorgere la sua stella’.  Erode, turbato dalla notizia che ricalcava una vecchia profezia veterotestamentaria, inviò i Magi a  Betlemme Efrata di Giudea esortandoli a trovare il bambino e riferire i dettagli del luogo dove trovarlo ‘affinché anche lui potesse adorarlo(2,1-8). I Magi, guidati dalla stella, arrivarono a Betlemme ma  avvertiti in sogno di non ritornare da Erode, fecero ritorno nelle loro terre. Scoperto l’inganno, Erode s’infuriò facendo uccidere tutti i bambini di Betlemme sotto i due anni di età da cui, la fuga di Gesù in Egitto. Non discuteremo della storicità del racconto di Matteo che rielaborava tradizioni precedenti: questa è la prima manifestazione/presentazione del Bambino all’umanità rappresentata dall’adorazione di personaggi autorevoli estranei al mondo ebraico e mediterraneo.  L’Epifania è diventata Befana, paradossalmente l’unica figura femminile davvero ricordata in queste feste (obiettivamente, chi si ricorda della Partoriente?) e, con buona pace di femministe e sindacaliste, è una vecchia, come vecchio è l’anno che se ne va, brutta (ma solo perché nell’immaginario ciò che è vecchio è rovinato, ergo, brutto) vestita di stracci e pure un po’ scontrosa, che lavora di notte per portare doni e dolci ai bambini buoni senza lesinare reprimenda con carbone o aglio, ai cattivi. E’ questa una tradizione molto antica che mescola sacro e profano, cristianesimo e paganesimo, dando vita ai molteplici racconti che ci sono stati raccontati durante la nostra infanzia.  L’origine della Befana fu probabilmente connessa ad un insieme di riti propiziatori pagani legati all’agricoltura e al raccolto dell’anno trascorso. Tutte le culture hanno riti similari. I Romani ereditarono tali riti e li adattarono al proprio calendario celebrando il periodo intercorrente tra la fine dell’anno solare, fondamentalmente il solstizio invernale, e la ricorrenza del Sol Invictus. Fu l’imperatore Aureliano a fissare la festa del Sol Invictus al 25 dicembre e a fissarne la durata a 12 giorni durante i quali veniva fatto bruciare un tronco di quercia. Dal carbone prodotto-lo stesso carbone della Befana- si sarebbero potuti leggere gli auspici del nuovo anno: la dodicesima notte dopo il solstizio invernale pertanto, attraverso gli auspici del carbone,  si celebrava la morte e la rinascita della natura. Durante queste dodici notti si credeva che figure femminili volassero sui campi coltivati per propiziare la fertilità dei futuri raccolti,, da cui il mito della figura volante. Secondo alcuni, tale figura femminile era Diana, dea lunare, legata alla caccia e alla vegetazione, secondo altri, una divinità minore chiamata Sàtia (dea della sazietà), oppure Abùndia (dea dell’abbondanza). Un’altra ipotesi collega invece la Befana con un’antica festa romana invernale in onore di Giano e Strenia (da cui deriva anche il termine “strenna”) durante la quale venivano scambiati auguri per il nuovo anno e, successivamente, anche doni. Nell’Europa del centro nord esistono altre figure i cui tratti ritroviamo nella nostrana Befana, la celtica Perchta, la splendente “Signora delle Bestie„ che può apparire bianca come la neve o nelle vesti di una vecchina, la scandinava Frigg, la chiaroveggente moglie di Odino,  Holda  in nord Europa, Bertha in Gran BretagnaBerchta in Austria, Svizzera, Francia e Nord Italia. Tutte queste figure sono personificazioni della natura invernale che viene rappresentata sproprio come una vecchia gobba con naso adunco, capelli bianchi spettinati, i piedi abnormi, scarpe rotte e stracci come vestiti che, aleggiando sopra i campi e terreni di notte, ne propizia la fertilità. Questa figura  viene festeggiata nei 12 giorni che seguono il Natale, culminanti per l’appunto, con l’ Epifania. Nei paesi nordici la dodicesima notte dopo il Natale era un’occasione per bere, scambiarsi ruoli, per mangiare insieme il tradizionale plum pudding  in cui si nascondeva un fagiolo nell’impasto che solo il più fortunato nell’anno che entrava avrebbe ritrovato!  chi lo trovava veniva eletto Re del Fagiolo o  Re della Dodicesima Notte e aveva per sudditi i partecipanti al banchetto; in chiave femminile era invece un pisello e la donna che lo trovava diventava Regina del Pisello. In alcune zone, ancor oggi, nel plum pudding si mette  una moneta, un anello o un ditale che viene considerato di buon auspicio.  È una notte speciale questa, buona per nascite speciali e fuori dal comune. Condannate le antiche figure pagane, come fu per il Natale, il Cristianesimo decise di continuare a festeggiare fissando l’Epifania del Signore proprio al 6 gennaio senza tuttavia, riuscire ad eradicare del tutto la figura della Befana ma, anzi, contribuendo alla nascita di ulteriori forme di sincretismo religioso e culturale. Secondo alcune leggende i Magi, diretti a Betlemme, si sarebbero fermati a casa di una vecchina per rifocillarsi a cui, successivamente, avrebbero chiesto di unirsi a loro nella ricerca del Re da adorare. La vecchina inizialmente rifiutò, tuttavia poi si  pentì di quella che poteva essere considerata una  mancanza, così decise di mettersi in viaggio da sola  con un sacco pieno di dolci e doni. Non trovando né i Magi né il Bambino, la vecchina decise-un po’ come Erode che uccide tutti i bambini sotto i due anni- di lasciare doni nelle case di tutti i bambino nella speranza di trovare tra essi il Piccolo Gesù:  la tradizione sa sempre come compensare alle malefatte di un vero cattivo, e fu così che al crudele Erode venne contrapposta una vecchina dispensatrice di doni. Da allora la vecchina, immortale, ogni 6 gennaio girerebbe il mondo ed i bambini metterebbero fuori dall’uscio scarpe o calze affinché essa possa usarle lasciando, al loro posto, dolci e piccoli doni.  Ma le leggende non finiscono qui, molte altre identificano la Befana in donne condannate ad espiare le colpe dei propri congiunti, come la nonna di Erode o la moglie di Ponzio Pilato, fino alla zia di Barabba. La fantasia non ha avuto limiti. Certo è che la Manifestazione, la presentazione del bambinello, divenne, nell’immaginario collettivo la Befana personificazione di un evento e festa popolare da sempre particolarmente sentita nelle comunità contadine.  Depurata dalle sovrapposizioni medievali nate dall’iniziale opposizione della Chiesa contro ogni figura popolare che considerava la Befana  una strega cattiva, nonché dalle più recenti di importazione sassone legate ad Halloween, tolto il cappello a punta,  ripristinato il fazzolettone, la Befana ha dato vita a miriadi di tradizioni differenti.  

Befana, elemento, luogo, memoria, tradizione nazional popolare, in Italia nel 1928 subì l’invasione fascista. Nell’Italia del 1928 infatti, venne introdotta la festività della Befana. Fu una idea di Mussolini? No, di Augusto Turati,  campione di scherma, segretario del Pnf,  giornalista prima inviato de Il Corriere della Sera e, successivamente, Direttore de La Stampa. Turati, per dare visibilità all’opera dei fasci femminili e,  forse, anche per soccorrere le classi meno abbienti, propose l’istituzione della Befana Fascista: una formidabile arma di propaganda che faceva leva su commercianti, industriali e grossi agricoltori per fare donazioni e, nello stesso tempo, accaparrarsi il consenso generale delle masse. Nulla di nuovo.  Tutti sapevano che dietro la figura da benevolo Pater Familias il Regime aveva distribuito randellate a destra e a manca, con il Caso Matteotti, aveva sfidato e vinto le istituzioni in Parlamento con la protervia E  l’arroganza dell’impunità della forza, mal celando ben poca tolleranza. La Befana Fascista fu, pertanto, uno dei primi tentativi di restyling, il necessario ritocchino per garantirsi il consenso sfruttando le debolezze dell’Italia povera e proletaria, tirandone fuori un’azione di poderosa propaganda. Destinatarie erano le mamme che non potevano regalare nulla alle proprie bambine per le quali La Casa del Popolo, enorme calza della Befana, simbolo di una novella Età dell’Oro, di un Regime che a tutti provvedeva, diventava la salvezza. L’ iniziativa non era nuova, recepiva, infatti, prassi private e volontaristiche esistenti in Italia come altrove, la novità stava nella capillare organizzazione e nell’estensione su tutto il territorio nazionale: fu un vero successo testimoniato dai numeri delle donazioni raccolte. Le mamme aventi diritto portavano i bambini a ritirare i pacchi che già erano stati divisi fra maschie e femmine, contenenti trenini, bambole, vestiti, dolciumi, per le donne con più figli invece buoni in denaro e, mia nonna con i suoi 7 figli,  tutti in rigorosa divisa di ordinanza da Balilla e Figlie della Lupa, fu tra quelle.  Certamente la festa veniva vissuta come momento di unione tra le classi sociali ma la propaganda è e rimane propaganda e se non trovate nulla di male nella distribuzione di regali ai bambini che pochi anni fa anche Casa Pound ha organizzato, ricordatevi sempre che questa si chiama strumentalizzazione e che il male che vi sta dietro si insinua nelle pieghe della dimenticanza e dell’ignoranza di chi minimizza quanto non comprende.  E il Regime tollerante, solidale ed equo sbandierato dal “buon„ Turati, fu lo stesso che, a torto o a ragione,  lo perseguitò, lo radiò dopo una campagna denigratoria portata avanti anche da coloro che spesso il giornalista-anche qui, a torto o a ragione, aveva colpito.  Turati fu costretto a dimettersi dalla direzione de La Stampa, prima chiuso in manicomio e poi confinato a Rodi, dopo la guerra processato e incarcerato. Starace, preso il posto di Turati, trasformò la Befana Fascista nella Befana del Duce il quale, a conoscere la storia, si sarebbe certamente risparmiato nella vita di avere una corteggiatrice o fan del genere. L’assimilazione tra Befana, intesa come festa dei bambini, e Duce risultò veramente troppo anche per gli accoliti pertanto, molto presto, si tornò a parlare della Befana Fascista che, per i più, era invero, solo la Befana. E fascista lo rimase fino solo al 25 aprile, data in cui anche la vecchina più amata dai bambini, tornò ad essere libera da manipolazioni politiche ma…non troppo. Nel duro periodo postbellico la Befana, figlia dello stato corporativo mussoliniano, si sminuzzò in tante piccole entità dopolavoristiche: la befana dei tramvieri, dei ferrovieri, dei vigili, della Rai…tutte befane che distribuivano per risolvere i problemi dei genitori. Poi arrivò l’austerity, il greggio alle stelle e il rischio di collasso per l’intera economica occidentale. La temperature delle case non poteva superare i 20 gradi, arrivano le domeniche ecologiche ma solo per risparmiare per cui da Milano a Napoli le Cinquecento lasciano il posto alle biciclette: tagli, tagli, tagli. Si sforbicia ovunque e si mette mano anche al calendario: nel 1977 anche la scopa della Befana consuma troppo!  così, il cattolicissimo e ( forse anche poco pulito) Andreotti con un colpo di scure decise che la Befana come San Giuseppe, l’Ascensione e il Corpus Domini si potevano abolire…meno feste e più lavoro, più profitti a livello nazional, come se i bambini lavorassero., e senza mostrare un minimo di capacità di previsione di quanto una festività in più avrebbe garantito all’economia del Paese: giocattoli, carta, biglietti, dolciumi, calze. Fu  forse un tentativo di damnatio memoriae per una festività legata al fascio, ma il tentativo venne lentamente smantellato. Fu il popolo a insorgere, fu il Papa e alla fine, anche gli economisti: ok l’austerity ma non doveva farne le spese la Befana! Con buona pace del Gobbo, il socialista (e forse, anzi, senza forse, corrotto) Craxi, in accordo con la Santa Sede e i Nuovi Patti Lateranensi, rispristinò la tanto amata festività. Storie minime.

Nascere il giorno della Befana è per i bambini come nascere il giorno di Natale, una piccola sfortuna perché è ovvio, avrai sempre un regalo in meno! tra i personaggi famosi che hanno sofferto di questo “trauma„ infantile il pittore Gustav Dorè, Charles Dickens Jr, primo figlio dell’Uomo che inventò il Natale ( il che mi pare giusto!), il compositore tedesco Max Bruch, il poeta Gibran, l’archeologo Schliemann e, per citarne qualcuno più vicino ai giorni nostri,  Nigella Lawson, i nostrani Adriano Celentano, Paolo Conte, e Nek, Syd Barrett e …ovviamente, Sherlock Holmes!

Sì perché Holmes, oramai è noto, è considerato alla stregua di un personaggio realmente vissuto ma, Holmes, al contrario degli altri il compleanno non se lo è scelto! In nessun racconto del Canone viene indicata la data di nascita che viene attribuita sulla base di indizi (davvero indegni della figura di Holmes)oramai da tutti accettati. Di abbastanza sicuro c’è solo l’anno di nascita che viene attribuito al 1854 o poco prima al 1853 sulla base del fatto che in His Last Bow del 1914 Holmes nelle vesti di Altamont viene descritto come un uomo di 60 anni. Interessante! l’unico racconto in cui troviamo un riferimento all’età è proprio uno in cui Holmes recita, è in incognito vestendo i panni di Altamont e, sebbene nella logica di Holmes quando ci si traveste, bisogna essere credibili nell’ingannare le persone, ci si chiede se così come abbia mentito sulla sua morte possa averlo fatto anche sui pochi dati della sua vita soprattutto se, come in questo caso, sono stati reperiti mentre era in incognito. Ma oramai i più ritengono che non ci sia motivo di non credere che siccome Holmes sia travestito abbia mentito…E così sia: 6 gennaio 1854. Perché proprio 6? Perché nel Canone viene citata (due volte!) la Dodicesima Notte di Shakespeare quindi, tale opera, doveva essere assai cara al Detective, e gli era cara perché lui stesso sarebbe nato la dodicesima notte dopo Natale ossia il 6. Conoscendo il metodo di Holmes, questa (pseudo) deduzione parte da premesse poco probanti  e quindi arriva, al massimo, ad una illazione: una logica tendeziosa, con tutto il rispetto per Christopher Morley, scrittore, giornalista e fondatore della più antica associazione sherlockiana, l’americana Baker Street Irregulars che, per primo, la sostenne. L’amore per Shakespeare, la citazione ed i motivi astrali che rendono quella una notte magica e propizia a nascite particolari resero il 6 gennaio LA data e fu quella data che praticamente venne estesa a tutte le associazioni sherlockiane e accettata- guarda un po’-come un dogma. A tutto questo va aggiunto che Baring-Gould nel suo The Adnotated Sherlock Holmes notò che Holmes il 7 gennaio, data di inizio de The Valley of Fear, era irritabile e che questo poteva essere dovuto ad un eccesso di festeggiamenti per il giorno prima, suo compleanno. Tacet.

Christopher Morley

Personalmente avrei preferito dire che, in assenza di veri indizi, il 6 gennaio, con il senno di poi  era ed è,  in effetti, la scelta migliore se non addirittura l’unica. Morley era stato intrigato da due coincidenze, aveva infatti notato che il primo numero del 1934 del Saturday Review of Literature da lui diretto sarebbe uscito il  6 gennaio: era la fine del Proibizionismo ed era giusto che si volesse festeggiarlo a dovere, inoltre, suo fratello Felix, anche lui giornalista e, anzi, Premio Pulitzer nel 1936, era nato il 6 gennaio del 1894. Aggiungo a tutto questo qualcosa che che pochi  hanno notato, ma forse Morley conosceva, che proprio il 6 gennaio 1894, Newnes, redattore dello Strand Magazine e della più popolare Tits Bits, si trovò a rispondere a richieste pressanti riguardanti la morte del Nostro, avvenuta in The Final Problem, pubblicato l’anno prima. Doyle , schiacciato dalla superiorità del suo personaggio, incapace di vedere soluzioni differenti, in pieno blocco creativo nei confronti di Holmes, ingrato oltre ogni misura, aveva fatto il grande passo: nonostante i tentativi di dissuasione della madre e di Barrie, si era liberato in un sol colpo di Moriarty e di Holmes, di cui si perdono le tracce a Reichenbach. Mi chiedo sempre come Doyle pensasse di poterla fare franca: dopo aver reso Holmes un eroe capace di risolvere anche l’irrisolvibile, pensare di liberarsene in modo tanto poco onorevole. Del resto, è anche quanto è accaduto al cattivissimo Palpatine di Star Wars, fatto morire in un buco e riportato in vita, sepure come clone, per essere destinato ad una morte più onorevole, se così può essere definta una in cui, praticamente, viene sconfitto dai suoi stessi fulmini ritorti contro dalla nipote Rey, ma, morire in combattimento è certamente meglio che morire in un buco. Insomma, anche Doyle di soluzioni ne aveva come spesso gli fu fatto notare nei giornali d’epoca, quantomeno collocare Holmes a riposo per un po’, non farlo semplicemente sparire decretandone una morte non-morte. E fu così che le redazioni di Tit Bitts e dello Strand furono inondate di richieste dei lettori che inizialmente chiesero se Holmes fosse morto del tutto e successivamente iniziarono a minacciare anche Dolye qualora non avesse  riportato in vita il Detective. E in quel 6 gennaio Newnes si decise a scrivere in  Answer to Corrispondents:

La notizia della morte di Sherlock Holmes è stata accolta con il più diffuso rammarico, ed  lettori ci hanno implorato di usare la nostra influenza sul signor Conan Doyle per impedire che la tragedia si consumasse. Possiamo solo rispondere che abbiamo implorato per la sua vita nel modo più urgente, serio e costante. Come centinaia di corrispondenti, ci sentiamo come se avessimo perso un vecchio amico. La sensazione del signor Doyle era che Sherlock non fosse più benvenuto e che il pubblico ne avesse avuto abbastanza. Questa non è la nostra opinione, né l’opinione del pubblico, ma, ci dispiace dirlo, è solo del signor Doyle. L’autore desidera rivolgere maggiormente la sua attenzione ad altri percorsi della letteratura, e per un po’, lasciare da parte i romanzi polizieschi. Tuttavia, ci ha promesso che, in una data futura, se se ne presenterà l’opportunità, ci offrirà l’offerta di alcune storie postume del grande investigatore, offerta che accetteremo prontamente[1].  Con questa risposta, la prima di altre, la data del 6 gennaio è evidente che diventa una data iconica poiché rappresentò uno spiraglio, una speranza e, con il reale e successivo ritorno di Sherlokc Holmes, quasi un auspicio e una promessa mantenuta.  In questa prospettiva Newnes, nonostante la frustrazione di essere preso tra le richieste dei lettori ed il rifiuto ostinato di Doyle  a riportare in vita uno dei personaggi più amati di sempre, continuò ad alimentare il legame con il pubblico medio che considerava Tit Bits la vera “casa editrice„  di Holmes e in quel 6 gennaio del 1894, con quella risposta, si decise di continuare a mantenere viva la figura di Holmes con ogni modo e mezzo.  Newnes era un ottimo uomo di affari e come precedentemente si era servito di altri racconti per promuovere le uscite di Holmes e di spot promozionali apologetici sostenere le ristampe, durante lo iato si impegnò a far conoscere le raccolte come The Adventures of Sherlock Holmes and The Memoirs of Sherlock Holmes che continuarono ad essere pubblicizzate nel 1899 essendo in  ristampa. Consapevole della presa sul pubblico di Holmes, lo utilizzò senza remore, per promuovere i suoi periodici come Woman Life. Su Tit Bits del 28 dicembre 1895  troviamo un  simpatico siparietto in cui Watson si chiede come mai tale Mrs Beauty prima oltremodo trasandata,  si vesta in modo tanto elegante e come le sue cene siano  adesso sempre molto frequentate : Holmes risponde tirando fuori dal cappotto proprio un numero della nuova rivista femminile. Un uso strumentale che continuò a tenere vivo l’interesse per Holmes come se non avesse mai lasciato i suoi lettori. E finalmente nel  1901 Tit Bits comincò ad annunciare nuove storie in preparazione fino a quello della serializzazone sullo Strand Magazine di The Hound of the Baskervilles. Spesso ci si meraviglia della portata de il Grande Gioco, di cui la data del 6 gennaio è solo un aspetto, ma non ci si ricorda dell’opera svolta da questo editore nel creare,  con racconti, pubblicità, concorsi, pubblicazione di pastiches, risposte ai lettori,  una sorta di fan-service che ha consentito di iniziare a speculare sulle mogli di Watson, sul college di Holmes, su dove fosse stato Holmes dopo Reichenbach, su cosa avesse fatto,  e, ovviamente anche sulla sua data di nascita, insomma, il nostro Grande Gioco di cui, se vogliamo trovare un inizio, dobbiamo certamente risalire alla famosa intervita del National Observer del 29 ottobre 1892 in cui Sherlock Holmes intervistato, rispondeva in prima persona alle note obiezioni al lavoro di Watson successivamente pubblicata anche da Newnes. Era quindi necessario che Holmes avesse anche una sua data di compleanno per completare il processo di trasformazione da Personaggio a Persona, un po’ come un “novello„ Pinocchio e, mettendo da parte una logica abbastanza inapplicabile, effettivamente la dodicesima notte era proprio quella giusta: la notte in cui il Bambino viene presentato al Mondo è la manifestazione della Divinità, e in quella e sola notte poteva essere nato il Mito, la luce, la speranza positivista della possibilità umana di comprendere e quindi controllare il mondo e la realtà che ci circonda…per cui senza cercare altre spiegazioni, sia e rimanga 6 genniao…

Buon Compleanno Mr Holmes! Ovunque tu sia.

Vera Mazzotta

6 gennaio 2021


[1] The news of the death of Sherlock Holmes has been received with most widespread regret, and readers have implored us to use our influence with Mr. Conan Doyle to prevent the tragedy being consummated. We can only reply that we pleaded for his life in the most urgent, earnest, and constant manner. Like hundreds of correspondents we feel as if we had lost an old friend whom we could ill spare. Mr. Doyle’s feeling was that he did not desire Sherlock to out stay his welcome, and that the public had had enough of him. This is not our opinion, nor is it the opinion of the public; but it is, we regret to say, Mr. Doyle’s. The author desires to turn his attention more to other paths of literature, and for a time, at any rate, to leave detective stories alone. He has, however, promised us that he will, at some future date, if opportunity may occur, give us the offer of some posthumous histories of the great detective, which offer we shall readily accept.

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