Babbo Natale in fabbrica

1954. Un anno di grandi fermenti per lo stabilimento di Tivoli. L’Azienda completa il restyling: uffici ampliati, nuovi fabbricati…

bianchi tra gli alberi dei viali, qualche volta seminascosti dalle foglie rossicce della vita rampicante” ,

nuova mensa per gli operai, nuova portineria che segna la scelta definitiva dell’orientamento nuovo della fabbrica…i nuovi magazzini “con le pile dei pneumatici che sembrano fatti per nascondercisi dietro”, insieme ai “prati curati all’inglese pieni di papaveri” come ricorda il Signor Giancarlo Del Priore, fatti portare in stabilimento. “Le colline laziali stemperate nel grigio degli ulivi, la campagna più verde, la purezza dell’aria”

così lo stabilimento di Milano ( FATTI E NOTIZIE 1954 N…) vede, molto utopicamente, quello “campagnolo di Tivoli”, rinato dalle sue macerie come un ” moderno complesso di produzione ” che si apre alle visite dei figli dei dipendenti e alle gite dei quelli degli altri stabilimenti Pirelli.

Negli anni che il libro

racconta,

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Villa Adriana vive una stagione di trasformazioni che sembrano arrivare da più direzioni: Goretti e Giudici, insieme a Fabbri e altre figure centrali dell’Azienda, non si limitano a gestire: investono, rischiano non solo per la fabbrica anche per ciò che le sta intorno.

È così che nasce l’idea – audace– di riportare l’acqua a Villa Adriana. Le esplorazioni nel Canopo, condotte con mezzi propri e con una determinazione che oggi definiremmo pionieristica, aprono varchi inattesi: scoperte importanti, che meritano un capitolo a sé.

Intanto, la comunità cresce. La parrocchia di Villa Adriana viene ampliata e dotata di un cinema, un luogo che diventa subito punto di ritrovo, spazio di socialità, di domeniche condivise. La scuola Tibullo, da cui dipendeva quella del quartiere, viene potenziata: nuove aule, nuovi servizi, nuovi orizzonti per i bambini che ogni mattina attraversano le strade polverose del paese. Ma non sono solo anni di opere: sono anche anni di tensioni, di contrasti tra direzione e commissione interna. Un clima che si avverte, che attraversa corridoi, riunioni, assemblee.

E tuttavia, in mezzo a tutto questo, sopravvive un gesto: il pacco natalizio: un gioco per i maschietti, stoffe per confezionare abiti per le femminucce.

Quell’anno, però, il pacco arriva in elicottero. Un’immagine che sembra uscita da un film, e che invece è documentata nel bellissimo video dell’Istituto Luce: il velivolo che scende, la folla accalcata sui tetti, i bambini. Un gesto che è insieme spettacolo, simbolo, tentativo di tenere insieme ciò che rischia di dividersi.

archivio Yokohama tws

Quel filmato, oggi è una fonte. I suoi fermo‑immagine ci permettono di leggere gli spazi, di confermare planimetrie, di osservare le sistemazioni bidimensionali che altrimenti resterebbero solo linee su carta. È come se la memoria visiva restituisse tridimensionalità alla storia, permettendoci di vedere ciò che non abbiamo vissuto.

In questi tre primi fermo-immagine la nuova portinerai che, disegnata da Ricci e da Beni prende il posto del precedente Villino Simonetta. Alla sua destra quel che rimane del vecchio Villino-Console -ex fabbricato 32- che lesionato dal bombardamento del 1944 venne ridotto ad un solo piano per rimane in piedi sino al 1962, irriconoscibile forse per chi lo aveva abitato ma fonte di ricordi, profumi, suoni, vita quando ancora vi capitava di passarvi di fronte andando a Tivoli.

Immagine di un edificio distrutto con un tetto crollato, circondato da detriti e alberi spogli, in un paesaggio triste e desolato.

Si vede anche un piccolo edificio, il nuovo archivio, fabbricato 70.

L’ elicottero prosegue prima di atterrare nel punto e noi vediamo l’aiuola con la quercia dove era stato sistemato il monumento a Pirelli, a destra gli uffici, ancora oggi non molto diversi risalenti alla vecchia I.A.C. davanti ai quali si trova la casetta dell’ispettore e il fabbricato 24 realizzato da Emo Salvati, oggi inglobati dall’enorme fabbricato moderno e, a sinistra ovviamente, i fabbricati 56 e 58 ampliati.

Poi l’elicottero si posa, e la scena cambia ritmo. Doni, caramelle, la messa celebrata nella mensa dal Vescovo Faveri – grande amico di Don Giacinto e dell’ingegner Giudici – e i premi per i migliori componimenti dei bambini sulla visita allo stabilimento: Marcella Petrucci di Vincenzo, Aldo Salvati di Teolo, Rita Pucella di Mariano, Vincenzino Candido di Antonio e Angelo Piacentini di Amerigo. I loro nomi, pronunciati uno dopo l’altro, sembrano uscire da un quaderno di scuola, da un diario di classe, da una fotografia ingiallita.

Babbo Natale scende da un elicottero in un evento festivo, mentre un uomo lo accoglie e un altro lo fotografa. Sullo sfondo si vedono delle case e una folla di gente.

Sono immagini che non appartengono più solo al passato: sono frammenti di una memoria che continua a chiedere di essere ascoltata.

Ed è da queste tracce – dai luoghi, dai gesti, dalle persone – che prende forma il filo narrativo del libro Villa Adriana. In principio era Industria Articoli di Caoutchouc: un percorso che riporta alla luce la storia di una fabbrica e di una comunità che, insieme, hanno costruito identità, lavoro, appartenenza. Un racconto che restituisce voce a ciò che sembrava perduto e che oggi, finalmente, torna a essere parte viva della memoria condivisa di Villa Adriana.

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