Le donne di Sherlock Holmes

The Strand Magazine, 2022

https://www.academia.edu/70678878/She_is_always_THE_Woman_Le_donne_di_Sherlock_Holmes?f_ri=58045

Vera Mazzotta

Il Canone, ad una lettura superficiale, sembra un libro scritto da uomini per gli uomini, in realtà, si rivela pieno di figure femminili in merito alle quali si ricavano moltissime informazioni.

Numerose sono le donne ritratte di cui si mostra come fossero le vite alla fine dell’era vittoriana. Ovunque nelle storie appaiano personaggi femminili e, quali che siano le loro azioni, l’universo femminile è rappresentato realisticamente e riflette la situazione sociale non sempre lineare. Doyle ha catturato  i cambiamenti sociali del suo tempo e come essi abbiano influenzato la vita delle donne. Il Canone è stato scritto in un arco temporale molto ampio, caratterizzato da cambiamenti sociali, legislativi ma anche da istanze diverse, contraddittorie, contrastanti, che spesso si sono intrecciate sino a convivere con ansie, difficoltà e paure connesse con tali cambiamenti. Quella che segue vuole essere una riflessione sulle donne nel Canone, su come vengano presentate, sui pregiudizi, nella convinzione che, pur appartenendo alla letteratura di evasione, esso possa essere considerato come uno spaccato realistico della cultura di un’epoca e delle sue strutture di pensiero, cassa di risonanza, seppur parziale, delle questioni storicamente determinate di classe, genere e sessualità. Il Canone, considerato come espressione letteraria, incorpora e dà voce a istanze differenti, lasciando intravedere, nel tessuto dell’ideologia borghese, le sfilacciature della rappresentazione di una femminilità “diversa”, in lotta contro la dipendenza e l’endemica povertà della donna connaturate alle logiche patriarcali che caratterizzano la società vittoriana.

Essere donna nell’età di Sherlock Holmes

La società vittoriana era una società paternalistica: il Sovrano si poneva nei confronti dell’Impero come un ideale pater familias pronto a provvedere ai bisogni ed al progresso dei suoi sudditi; ovviamente, questo implicava che essi non erano ritenuti in grado di poterlo fare autonomamente. Il paternalismo del Regime, nel privato, aveva il suo naturale prolungamento nel patriarcato. L’uomo e la donna venivano considerati due specie distinte. La diversa fisicità e struttura fisica era, agli occhi dei maschi vittoriani, la prova provata di una  minore intelligenza e maggiore emotività delle donne da cui la necessità di essere protette degli uomini, prima rappresentati dal padre e poi dal marito. Secondo quest’ottica, uomini e donne, per natura, tendevano a cose diverse: gli uomini erano agenti attivi che dovevano spendere le energie nel lavoro o nelle attività sportive, mentre le donne, sedentarie, dovevano tendere alla conservazione dell’energia per l’unico scopo a cui erano state chiamate: essere mogli e madri. Era la teoria del determinismo biologico, che allora riteneva che ognuno agisse limitato dal sesso di appartenenza e che giustificava la dominanza maschile. La gravidanza, la cura del marito e dei figli erano considerati una missione e il più alto, ed unico, traguardo a cui ogni donna dovesse aspirare.

Le donne appartenevano alla casa, nella quale venivano rinchiuse, esattamente come le donne greche vivevano nel gineceo, mentre gli uomini erano liberi di esprimersi nella società esterna. Non avendo energie da spendere, erano diverse – e inferiori – non solo biologicamente ma anche emotivamente. La condotta sociale del XIX secolo era, quindi, altamente sessuata e poneva uomini e donne in sfere sociali separate. Nascere donna significava nascere oggetto da scambiare e su cui esercitare un diritto di proprietà, prima da parte del padre che imponeva il marito a seconda delle convenienze e poi da parte del marito a cui la donna doveva obbedienza. L’ideale vittoriano era quello propugnato da un poema di Patmore Coventry, The Angel in The House, che lodava le virtù di una moglie dedita alla sola cura del rifugio domestico, del marito e dei figli con grazia disinteressata, gentilezza, semplicità e nobiltà, che la rivelavano non solo come signora vittoriana ma come un angelo sulla terra. La poesia di Patmore divenne un best-seller. L’ideale poetico divenne il modello per tutte le donne. Le virtù femminili a cui le donne venivano educate, richiamate e ricondotte erano quelle di modestia, grazia, purezza, delicatezza, civiltà, compiacenza, reticenza, castità, affabilità, educazione. Anche l’istruzione formale femminile rafforzava i ruoli attesi di mogli e madri, non offrendo alcuna opportunità di acquisire competenze che avrebbero potuto essere tradotte in un lavoro autonomo. Per le ragazze della classe medio-alta l’istruzione avveniva in casa e includeva le basi della lettura, della scrittura e dell’aritmetica, ma anche le arti del disegno, del canto e del pianoforte, unico tra gli strumenti ad essere ammesso sino alla comparsa della nota violinista Norman Nèruda. Sono queste le qualità della giovane Violet Hunter che sa ‘un po’ di tedesco, un po’ di francese, un po’ di musica, e di disegno’, nulla di approfondito, quanto basta ad una donna per far colpo sull’uomo e sposarsi.

Le riforme nell’istruzione entrarono nel dibattito pubblico nella metà del XIX secolo e si intersecarono con quelle riguardanti i diritti delle donne grazie anche ai sostenitori di un’istruzione femminile più rigorosa e paragonabile a quella dei ragazzi con l’accesso all’istruzione formale anche al di fuori della casa. L’Education Act del 1870 rese obbligatoria, in tutta l’Inghilterra, per tutti i bambini dai 5 ai 12 anni, un’istruzione di base, tuttavia, quella superiore di livello universitario rimase per le donne oggetto di dibattito. Nonostante la fondazione da parte dell’Università di Cambridge del Girton College e del Newnham College, destinati all’educazione delle donne[1], gli sforzi per dare ad esse l’accesso all’istruzione superiore furono sempre fortemente ostacolati. Il movimento per l’educazione delle donne si trovò a scontrarsi con i più ampi conflitti culturali vittoriani su genere e identità, in particolare tra i valori dell’ideologia domestica e quelli di un emergente individualismo liberale, provocando risposte complesse e spesso ambivalenti anche tra i suoi sostenitori. La giovane vittoriana aveva come unico obiettivo quello di fare un buon matrimonio; pertanto, le arti erano necessarie solo a fare colpo sui pretendenti che frequentavano i salotti nei quali ella veniva esposta, messa  in mostra, come oggetto prezioso: non era contemplato che potesse mantenersi con un lavoro autonomo. John Ruskin, pensatore e principale critico d’arte dell’epoca, sosteneva che l’unica educazione delle donne dovesse essere quella alla rinuncia di sé stesse, alla passività, alla pazienza e alla spiritualità. Esiste questa versione vittoriana della donna angelicata nel Canone?

“…sweet, loving, beautiful, a wonderful manager and the only space where she could find fulfillment, and the only fulfilling roles for her were as a wife and as a mother. She could not afford to be incompetent at managing the household and the family.”

È Mary, la nipote eccezionale che, tuttavia, si rivela, invece, autrice del furto dei berilli.[2] In cambio del suo ruolo domestico, alla donna veniva promessa sicurezza e protezione: era responsabilità dei loro mariti mantenerle finanziariamente. Con il matrimonio, la donna guadagnava una casa che poteva gestire e in cui esprimere il suo gusto e i suoi desideri. Nel nucleo familiare i padri avevano autorità sui figli e possedevano tutti i beni che la donna aveva portato in dote o aveva. Marito e moglie erano “una persona di diritto” e le donne non potevano fare testamento, né disporre di alcuna proprietà, né avere un conto proprio: salvo accordi prematrimoniali, le donne perdevano il controllo su qualsiasi proprietà possedessero. La dipendenza femminile era addirittura considerata un indicatore di progresso sociale: Herbert Spencer affermava che una società in cui le donne non dovessero lavorare fuori casa fosse di prim’ordine. Fortunatamente, ci furono anche voci maschili di dissenso: John Stuart Mill[3] sosteneva che la posizione delle donne confinata alla sfera domestica fosse simile alla schiavitù. La nozione di casa e famiglia come unico e vero dominio delle donne prevalse, nonostante un gran numero di donne nell’Inghilterra del XIX secolo non avesse altra scelta che lavorare fuori casa per mantenere se stesse o le loro famiglie; inoltre, l’aspettativa di sicurezza e protezione in un ambiente domestico confinato non era assicurata. La società vittoriana propugnava una rigida separazione tra vita pubblica e privata sotto l’apparenza del pudore e la casa veniva considerata una sorta di luogo sacro, inviolabile, come attestano anche i racconti di Doyle, in cui documenti o gioielli vengono custoditi in casa; non a caso, una delle ballate più amate dell’epoca fu Home Sweet Home. Il domicilio era considerato, idealmente, impermeabile, ma la violenza domestica era presente tanto nelle classi medie quanto in quelle alte[4]:

l’abuso coniugale era, di fatto, pervasivo in tutte le classi sociali ed economiche, sebbene le dinamiche di genere tra i coniugi vittoriani non fossero uniformi. In caso di abusi, la dipendenza, la separazione dal pubblico, la reticenza rendevano la donna una prigioniera senza via di fuga, trasformando l’ideale angelico in un incubo, uno spazio claustrofobico, svelando le fondamenta deboli del contratto implicito tra marito e moglie. La violenza coniugale minava la legittimità del contratto sessuale patriarcale, in cui il dominio degli uomini era giustificato dalla protezione che promettevano alle future mogli. Se l’ambito domestico non forniva protezione ma, anzi, metteva le donne in pericolo tanto da farle temere per la propria vita, come era possibile mantenere l’immagine ideale?

In casa la donna era apparentemente regina ma senza voce sulle decisioni più importanti, all’oscuro degli affari del marito. La signora St. Clair non sa che il marito si guadagna da vivere come mendicante in città per sanare dei debiti[5] e Lady Hope[6] consegna un documento al suo ricattatore senza conoscerne l’importanza. La netta separazione tra pubblico e privato isolava le donne dal potere politico e sociale. Persino l’abbigliamento, i corsetti, le crinoline, gli abiti ingombranti erano anche essi un mezzo per mettere la donna in una condizione di soggezione. I cerchi degli abiti erano “gabbie” progettate per estendere le gonne in un ampio raggio e, quando le gabbie vennero meno, ci furono i corsetti, le maniche a palloncino, i cappelli enormi, ogni capo volto a rendere impossibile alle donne essere individui attivi, rendendole incapaci di difendersi. Eppure un’epoca così maschilista porta ancora oggi il nome di una donna, la Regina Vittoria, che, a dispetto del suo essere una donna a capo dell’Impero britannico, si poneva a modello dell’ideale patriacale/paternalistico, ritenuto necessario e unico in grado di tenere insieme le molteplici realtà di cui esso era costituito e, al tempo stesso, contrastare le forze centrifughe che cominciavano a manifestarsi.[7] Nella logica vittoriana che prima del singolo viene lo status, la classe sociale, Vittoria prima che una donna era Regina e, come tale, fervente sostenitrice della separazione di sfere e di doveri tra i due sessi per volere divino e della necessità di controllo esercitato dal maschio nella coppia che, ovviamente, si manifestava anche nel controllo e nel dominio del corpo della propria moglie e di quanto da esso proveniva: lavoro, sesso, figli. Dio aveva creato la donna per essere compagna fedele e sottomessa all’uomo. Il sesso era un dovere coniugale e, in quanto tale, non c’era spazio per ritenerlo un crimine. Gli abusi sessuali erano all’ordine del giorno ma non erano riconosciuti e venivano considerati semplici casi di aggressione. Del resto, ogni cosa che avesse a che fare con il sesso non si riteneva conveniente che fosse mostrata in pubblico: essa, rigidamente, apparteneva al privato.

Venti di cambiamento

Cos’era cambiato in questo quadro quando Sherlock Holmes vide la luce? Le prime attiviste a fare una campagna a favore dei diritti delle donne furono Mary Wollstonecraft,[8] Barbara Bodichon e Lydia Becker.

Tra il 1870 e il 1892 furono approvate alcune leggi sul diritto alla proprietà che, lentamente rimossero alcuni ostacoli.[9] Prima del 1870 solo le donne nubili, che la società ghettizzava come traditrici della propria natura, entravano in possesso di propri beni, ma solo qualora non avessero fratelli maschi, perché altrimenti erano destinate a dipendere dal proprio fratello; le donne sposate, invece, perdevano ogni diritto a favore del marito. Nel 1884 marito e moglie vennero dichiarati entità separate e indipendenti. Dal 1857 anche le donne ebbero accesso al divorzio.[10] Mentre agli uomini bastava dimostrare l’adulterio della donna, le donne dovevano provare la concomitanza di altri reati commessi dal marito, quali l’abbandono, l’incesto o la violenza ripetuta. La pratica era comunque costosa e pochissimi vi avevano accesso; pertanto, abbandoni, separazioni private e addirittura vendita delle mogli sul mercato, rimasero all’ordine del giorno sino al 1899; per le classi medio basse il divorzio era economicamente inaccessibile, per quelle alte, moralmente inaccettabile. Nonostante l’accesso al divorzio, fino al 1878 le donne non ebbero la possibilità di vedersi affidati i propri figli. Esisteva una legge sulla custodia risalente al 1839, ma lasciava una tale discrezionalità al giudice da essere applicata raramente sino al 1878; ebbe però il merito di stabilire, per la prima volta, una presunzione di custodia materna per i bambini sotto i sette anni, mantenendo la responsabilità del sostegno finanziario al padre. Il divorzio non risolveva il problema della violenza domestica, che veniva ritenuta endemica nelle sole classi inferiori, perpetrata da mariti o conviventi che si impadronivano dei miseri salari delle loro mogli: Doyle testimonia situazioni ben diverse.[11]

La legge del 1832 consentiva agli uomini di picchiare le proprie mogli a meno che tale violenza non diventasse eccessiva e le mettesse in pericolo di vita: una merce, del resto, non deve essere danneggiata in modo irreparabile. La legge del 1853 cominciò a proteggere le donne in modo parziale, intervenendo con maggiore frequenza sull’eccesso di violenza, ma la paura delle donne fu più forte della Legge. La donna che ricorreva alla Legge veniva comunque additata come donna ‘pubblica’, non diversa da una prostituta, meno femminile, esecrabile sul piano etico, religioso, sociale per il semplice fatto di aver tentato di uscire dal proprio status. Se queste pastoie rendevano poco inclini le donne borghesi ad agire, per rispetto della privacy domestica e reticenza, esse condannavano le donne più povere a condizioni di abuso tali da renderle schiave delle schiave e spesso portarle ad esercitare la prostituzione per sopravvivere. Gli uomini potevano frequentare prostitute e bordelli, ma la prostituta era considerata lost woman, una fallen woman per la quale non esisteva redenzione alcuna.

La donna caduta era colei che, traviata, compiva l’atto aberrante di fare sesso fuori dal matrimonio: che fosse innamorata, fedifraga, stuprata o costretta a prostituirsi non contava e la vergogna era tale da colpire il nucleo familiare e le famiglie presso cui lavorava, le cui donne, schiave di livello superiore, erano costrette a proteggere la propria reputazione, cacciandola. Persino il filantropo e borghese Dickens dispensava, nelle sue opere, destini di esilio, morte e disperazione alle numerose lost woman dei suoi romanzi senza rimarcare il nesso causale tra le condizioni di indigenza e di bisogno delle donne e la ‘caduta’.[12] Una donna caduta, se aiutata, poteva al massimo diventare cameriera di qualche dama caritatevole ma nulla più. Bastava un niente per ricadere nel sospetto, nella disistima delle fasce sociali più elevate: questa è l’esperienza che hanno vissuto, in modi diversi, le vittime di Jack lo Squartatore, donne cadute ma non tutte prostitute, non tutte per la strada per affari illeciti. La donna caduta assume la duplice valenza, di preda e predatore, trasformandosi in una pericolosa tentazione in grado di corrompere, a sua volta, l’uomo. In generale, la letteratura vittoriana, anche Doyle, non diede asilo alcuno a queste donne: Holmes ha limitatissimi contatti con le donne lavoratrici delle classi inferiori[13] e anche le sue storie vertono su donne della classe medio-alta, salvo qualche caso sporadico. Coloro che tentavano di contrastare la millantata protezione del focolare domestico, per lavorare, nel caso della working class, o denunciare, nel caso della middle/high class, si sarebbero viste puntare il dito contro.  Successivamente, anche le carriere femminili rimasero limitate. In generale, le donne affrontarono enormi sfide con l’obiettivo di entrare in carriere adatte, come quella infermieristica, dell’insegnamento, di legge e di medicina. Quanto più lontana andava la loro ambizione, tanto maggiore era la sfida. I medici tennero ben serrata la porta della medicina: l’università di Edimburgo ammise alcune donne nel 1869 ma invertì la rotta nel 1873 a causa della violenta reazione degli educatori medici britannici. La prima scuola separata per medici donne fu aperta a Londra nel 1874 con una manciata di studentesse. La prosperità portata dall’industrializzazione creò un divario crescente tra le classi sociali dominanti e quelle basse. Ogni apertura, ogni allargamento, come la concessione del diritto di voto anche ad una piccola percentuale della popolazione maschile operaia del 1867, diventò motivo di disordini sociali. Nonostante l’Impero britannico vedesse assottigliarsi i suoi domini, la società borghese continuò nella sua cecità ideologica a rifiutarsi di vedere la povertà morale ed economica delle classi più basse, puntando il dito sugli effetti senza adoperarsi veramente per rimuovere le cause.

Fu il progressivo aumento dell’accesso all’istruzione e la necessità di sfuggire le condizioni di impoverimento e indigenza a creare quella che potremmo definire coscienza di genere, fondamentale per la nascita e diffusione di nuovi modelli.

The New Woman

Il diritto e la legislazione cercarono di venire incontro ai cambiamenti economici e politici che si andavano delineando, al centro dei quali c’erano le istanze di maggiore indipendenza ed autonomia da parte delle donne, molte delle quali erano lavoratrici, malpagate, con lavoro intermittente, oppresse in famiglia e sui posti di lavoro. Da queste lavoratrici arrivò la coscienza della propria condizione e un nuovo modello di donna, the new woman. L’espressione fu coniata dalla scrittrice Sarah Grand[14] per indicare il nuovo ideale femminile di donna istruita ed emancipata che, per la prima volta, metteva in discussione il matrimonio, la maternità, si schierava contro i matrimoni oppressivi e chiedeva a gran voce la possibilità di avere un’istruzione pari a quella degli uomini. Sarà questa Donna Nuova a farsi promotrice delle richieste di suffragio femminile. Era questo un ideale trasversale di donna lavoratrice che comprendeva, per la prima volta, anche le donne operaie. Le donne volevano mostrarsi per quel che erano contro il modello vittoriano, idealizzato e, forse, creato a bella posta da un mondo di uomini,  entrando nelle aree che erano state loro negate: la vita pubblica e la politica. La donna tardo-vittoriana  si mostrava agli uomini come Giano bifronte: angelo del focolare ma anche demone che si stava risvegliando per reclamare il suo ruolo in società. Mentre le donne borghesi venivano sempre più costrette in corsetti punitivi,  quelle della working class si rimboccavano le maniche per lavorare e rivendicare autonomia. L’avvento della New Woman segnò l’inizio di una rivoluzione sociale che, unita alle donne lavoratrici e alle donne cadute, profilava per il maschio vittoriano il concretizzarsi della minaccia alla famiglia e alla pura femminilità.

Diritto di proprietà

Sherlock Holmes e, ovviamente, Conan Doyle vivono in pieno questo periodo di cambiamenti sociali e politici nel quale vedono messe in discussione e in dubbio tutte le credenze nelle quali erano cresciuti. L’avventura della banda maculata e L’avventura dei Faggi Rossi sono i due racconti nei quali emerge il contrasto tra l’immagine di sicurezza e protezione che la famiglia intende fornire alle donne e la paura per il pericolo che esse rappresentano in realtà. Holmes invade gli spazi domestici di padri controllanti per rivelare il pericolo che corrono quelle donne che, dovendo sposarsi, secondo la nuova legge, avranno a disposizione una piccola proprietà. La causa dei crimini, quindi, sta nel denaro che hanno ereditato, in questo caso dalle madri, e che padri o patrigni usano e gestiscono per altri fini. Roylott, con il suo passato in India, rappresenta quell’alterità rispetto all’ Inglese ‘ariano’ verso la quale si nutre sospetto, mentre Holmes si presenta come il cavaliere senza macchia investito dalla fiducia di una donna che gli dà accesso al suo spazio. Roylott, emblema dell’Oriente che minaccia l’Impero britannico, impedisce alle figliastre, Julia e poi Helen, l’accesso al patrimonio attraverso un serpente che, se volessimo chiamare in causa Freud, potrebbe simbolizzare il fallo del patrigno che entra nella camera delle figlie; anche il fatto che le giovani dormono su un letto bloccato a terra fa pensare allo stupro, che provoca devastazione e morte. Doyle non ne aveva coscienza, però questi richiami sono stranamente evidenti. Ma il ruolo femminile è tale in rapporto ad un modello maschile: Holmes e Roylott si scontrano manifestandosi come due modelli diversi. Quando Roylott va da Holmes, piega un attizzatoio. Holmes lo raddrizza mostrando di avere una forza/potere maggiore di Roylott. Holmes esprime la sua mascolinità riportando l’attizzatoio in una posizione “eretta”: per avere potere bisogna avere una mascolinità non solo fisica ma anche mentale. Nei Faggi Rossi, Rucastle imprigiona Alice e sarà Violet Hunter, con un coraggio e un’autosufficienza senza precedenti, a rivolgersi a Holmes sino a diventarne collaboratrice. Violet è il prodromo della New Woman, istruita quel che basta per aspirare al posto di governante ma anche una ragazza sola che, anziché essere protetta dal sistema, rappresentato da Miss Stoper, viene inviata in una casa le cui condizioni lavorative, già per le richieste iniziali di tagliarsi i capelli o vestire in un certo modo, sono alquanto sospette. Anche Holmes, a cui si rivolge nel tentativo di trovare un surrogato maschile, si rende conto che la condizione in cui si trova la espone ad un ricatto che, oggi, definiremmo mobbing: o accetta o perderà la possibilità di lavorare. Violet colpisce Holmes per la sua prontezza, è diversa dagli stereotipi vittoriani ma la sua indipendenza ha dei costi: è una donna autonoma ma fragile tanto quanto Alice Rucastle, perché la sua autonomia si basa sulle virtù degli estranei. Tanto Helen Stoner quanto Alice vengono sfruttate e manipolate all’interno di quell’ambito domestico che dovrebbe invece proteggerle. Grazie a Holmes vengono sventati i tentativi criminosi di chi sta loro vicino e le donne svolgono un ruolo decisivo per definire in modo inequivocabile l’immagine eroica del detective. In Un caso di Identità, pubblicato nel 1891, Mary Sutherland cerca il suo fidanzato sparito, Hosmer Angel. Holmes si rende conto che Hosmer Angel altri non è che il patrigno di Mary, James Windibank, che, resosi conto che la figliastra non sarebbe rimasta obbediente per sempre, ha iniziato a travestirsi per tenere lontani altri pretendenti e continuare ad incassare i soldi del lascito della giovane.

La storia di Mary Sutherland esemplifica l’oppressione delle donne che non erano autorizzate a fare scelte libere: era un uomo, marito o padre, a farlo per loro. Se si fosse sposata, il marito di Mary avrebbe controllato i suoi beni ed è per questo che il patrigno  sente di dover evitare il matrimonio. Al contrario di altre donne, Mary è un’obbediente ragazza vittoriana che non mette in dubbio l’inferiorità della sua posizione ma, per ironia, la sua unica disobbedienza, la sua unica azione indipendente, è proprio il matrimonio, una istituzione che, in ogni caso, l’avrebbe imprigionata e incatenata a vita. Il complotto di sua madre e del patrigno fa tornare Mary nel ruolo di figlia compiacente a cui è impedito diventare la  donna indipendente che avrebbe potuto essere, una volta libera dalle macchinazioni della sua famiglia. Il problema della proprietà, stavolta di donne sposate, riguarda anche Violet Smith,[15] una giovane insegnante, un’ardente ciclista, rapita da un uomo che brama la sua fortuna: il controllo della sua persona, o del suo corpo, significa, per il maschio, controllo del suo denaro. Il rapitore non ha bisogno del consenso o della volontà della giovane per sposarla, non la ama e non si cura dei suoi sentimenti, il motivo del matrimonio è ottenere la sua proprietà: il possesso del corpo di una donna attraverso il matrimonio è il possesso dei suoi beni. Il matrimonio forzato può sembrare incredibile ma i matrimoni combinati nell’Inghilterra vittoriana erano all’ordine del giorno. Mentre, come Holmes fa notare, un matrimonio forzato non è legale, il suo consenso fa molta differenza, ma che libero consenso è se non sono disponibili altre scelte per una giovane donna non sposata e ci si aspetta che obbedisca comunque ciecamente alla famiglia? Una volta sposata, il corpo di una donna, come la sua proprietà, nonostante la legislazione, diventava del marito e, sebbene Doyle non si sia mai avventurato nel territorio dell’abuso sessuale nel matrimonio, che la sua educazione certamente non contemplava, SOLI è il racconto che si avvicina di più all’idea che questo sarebbe potuto succedere. Del resto, il racconto è stato scritto nel 1904, un momento in cui le rigide divisioni di genere tra i due sessi cominciavano a dissolversi. Il simbolo dell’emancipazione e del desiderio di libertà delle donne fu rappresentato proprio dal boom della bicicletta. Tuttavia, anche in questo caso, l’ordine viene ristabilito: Miss Smith sposerà il ‘suo’ Cyril e, avendo trovato lavoro a Londra, probabilmente non andrà più in bicicletta da sola.Se un ‘matrimonio forzato non è un matrimonio’, come Holmes ricorda quando viene scoperto il crimine, è lecito chiedersi se sposare Cyril alla fine non sia un altro matrimonio forzato, dal momento che questo era quanto da una donna del suo rango la società si aspettava e che si adattava al modello vittoriano ideale. Ma, se a Violet avessero chiesto cosa desiderasse veramente, cosa avrebbe risposto? Non lo sapremo, dal momento che l’ultima immagine che abbiamo è quella di una donna che lancia un ultimo urlo, come un gorgoglio, con un fazzoletto alla bocca. Violet, privata della parola, rimane una donna che un uomo, il rapitore, vuole per la proprietà, un altro come moglie, e che Holmes e Watson desiderano che diventi moglie di Morton: con sollievo del lettore vittoriano, è questo il ruolo che le verrà assegnato.

E se invece quell’urlo fosse l’espressione dell’orrore per tutti i ruoli, compreso quello di moglie devota di Cyril?

Del resto Violet è intelligente, una ciclista capace, esuberante, atletica, che sa lasciare indietro il suo inseguitore, ben diversa dall’immagine femminile, fragile, con la gonna da passeggio, disegnata da Paget. Sembra quasi che Doyle abbia voluto contemperare una immagine di donna dipinta con dei tratti persino troppo atletici e maschili con una più tradizionale. Del resto, il ciclismo di Violet e l’inseguimento che ne segue è reso eccitante dal suo muoversi veloce nella campagna per seminare l’uomo travestito e nascosto da barba, cappello e abito scuro. Carruthers, che preferisce seguire Violet, rappresenta la crisi della mascolinità che l’Inghilterra di fin de siécle percepisce come problematica e a cui cerca di porre rimedio con un’iperattività sportiva caratteristica tanto di Doyle, quanto di Holmes, che pratica la boxe e il bartitsu, quasi a contrastare i timori di un eccesso di effeminatezza. Mentre Paget promuove un modello di femminilità, Doyle ci consegna personaggi tutt’altro che monolitici nella loro identità di genere: una donna che inforca la bicicletta da sola e un uomo che si traveste perché non ha il coraggio di manifestarsi diversamente e direttamente nonostante, per la sua età, abbia alcune caratteristiche di mascolinità che lo mettono sullo stesso piano di Holmes, paradigma maschile e insuperato per doti di forza e intelligenza.

Violenza domestica e separazione

Doyle, in ABBE e HOUN, mette a nudo un altro problema della società tardo-vittoriana: la violenza domestica e la possibilità di separazione. I due casi illustrano la situazione di donne della classe medio-alta intrappolate da mariti violenti nella segretezza della sfera domestica. In un caso, Holmes scopre una moglie abusata secondariamente in relazione al mistero principale, in un altro è al centro di un omicidio. In entrambi i casi, il suo metodo scientifico porta all’esposizione della violenza. In ABBE, Lady Brackenstall è trattata con simpatia e viene creduta dalla polizia riguardo all’omicidio del marito: dei ladri hanno fatto irruzione e lei stessa è una vittima, donna e vittima, uno stereotipo che offre in ogni caso una storia ragionevole per spiegare i fatti. Ma piccoli dettagli sulla scena del crimine, il taglio della corda di una campana di servizio e tre bicchieri di vino, sollevano interrogativi per cui Holmes riuscirà a rintracciare il capitano della nave sulla quale Lady Mary è salpata, guarda caso, dall’Australia. Dal Capitano Crocker emerge la verità: il marito è stato ucciso per quella che oggi sarebbe definita legittima difesa. E Holmes, con il placet di Watson, che rappresenta un’ideale giuria, deciderà di nascondere il crimine, una decisione che sembra una condanna diretta delle ingiustizie che le donne subiscono a causa degli uomini violenti e dei rigidi codici sociali.

Sembra.

ABBE si apre all’insegna del disprezzo dei modi narrativi di Watson accompagnato dal the game is afoot, la manifestazione della totale fiducia nei propri metodi. Ma, mentre Holmes da una parte non vorrebbe altro che aggiungere un tassello alla sua arte della scoperta, dimostrando la sua abilità e superiorità, finisce per trovarsi invischiato in un dilemma sociale forse più adatto alla penna di Watson. Inoltre, ancora una volta la donna ha necessità che un uomo, Holmes, sia arbitro del suo destino di essere denunciata o lasciata libera. Lady Brackenstall nega l’abuso, non cerca la protezione della legge perché, come Lord Lyndhurst aveva eloquentemente affermato nei Dibattiti parlamentari sugli emendamenti alla legge sul divorzio (1869), “la legge, lungi dal proteggerla, la opprime. È una senzatetto, impotente, e quasi del tutto priva di diritti civili”.  La presa di posizione di Holmes denuncia, quindi, l’incapacità della legge di proteggere le vittime di abusi domestici. La decisione pacata di questo caso viene sostituita in HOUN da un momento di rabbia, quando scopre Beryl Stapleton, moglie del principale sospettato, semicosciente e legata a un pilastro al centro di una stanza, dove suo marito tiene la sua collezione di falene. Presentare Beryl come un altro essere vivente della collezione di suo marito sottolinea il potere  di controllare la sua vita e la sua persona. Come vedremo, la posizione di Doyle è ambivalente nei confronti dell’ordine patriarcale, ma in queste storie è indubbia la sua volontà di evidenziare l’ingiustizia dell’abuso delle donne.

È anche una denuncia? O piuttosto la denuncia di una deriva della società patriarcale?

Quel che è certo è che, almeno nei confronti del matrimonio, anche in virtù della sua situazione familiare, Doyle ha sempre sostenuto la necessità del divorzio con parità di diritti tra uomini e donne. È noto che l’autore nel 1897 incontrò e si innamorò di una donna molto più giovane, Jean Leckie, che sarebbe diventata la sua seconda moglie, mentre la prima era ancora viva e gravemente ammalata. Jean era la Donna Nuova, sua moglie Louise la donna da proteggere. Dopo sette anni di relazione con Miss Leckie, scrisse L’avventura di Abbey Grange, in cui richiamò l’attenzione sulle leggi inglesi che ancora rendevano le donne incapaci di accedere al divorzio, anche per la sola paura della vergogna, e sui loro effetti sulle famiglie; dopo due anni, Doyle divenne presidente dell’Unione per la riforma del divorzio. Se i personaggi femminili servono a sostenere il culto di domesticità, padri e mariti tiranni come Rucastle, Windibank, Roylott, Sir Eustace Brackenstall o Stapleton mostrano quanto sia facile per gli uomini nella società patriarcale abusare del loro potere e diventare rovina delle proprie mogli. Un altro caso è Anna,[16] che diventa assassina perché sorpresa a rubare alcuni documenti del marito, che ha tradito lei ed i suoi compagni, in particolare il nobile e altruista Alexis. Anna si suiciderà, ma Holmes deciderà di consegnare i documenti alla polizia con una decisione ‘morale’ che ricalca quelle di non denunciare le colpevoli.

La reputazione delle donne e la vendetta

La reputazione di una donna sposata poteva essere distrutta da qualsiasi sospetto di aver espresso affetto per un altro uomo prima del matrimonio. Questa  norma sociale era così forte che un uomo poteva guadagnarsi da vivere ricattando le donne, come accade in CHAS, e una moglie essere pronta a sottrarre dei documenti per impedire al marito di conoscere un primo amore innocente come in SECO: la verginità era il valore sostanziale del matrimonio. Queste due storie presentano entrambe modelli femminili forti, disposti ad agire in propria difesa, che privano Holmes del completo successo. Lady Hilda Trelawney Hope dice di condividere ogni cosa con il marito ma, di fatto, non sa di aver rubato un documento politicamente importante: con la sua reticenza e compostezza metterà  a dura prova un Holmes sconcertato dai suoi modi. La causa del furto è il ricatto – e la ricattabilità – ma anche l’insistenza da parte del marito nel nascondere le questioni politiche alla moglie. Lady Hilda si rivela manipolatrice e capace di ingannare il poliziotto a guardia della scena del delitto travestendosi da dattilografa e usando il flirt e la sua bellezza. L’inganno riesce perché la donna incarna un tipo diverso di femminilità, lontano da quello che ci si sarebbe aspettato da una donna sposata. Lady Hilda manipola abilmente la sua sessualità e la sua immagine e il suo successo nel truffare il poliziotto ha a che fare tanto con la sua capacità di tenere a freno il suo corpo quanto di rivelarlo. Il poliziotto che la lascia entrare, per il suo vestire dimesso, la ritiene quanto di più lontano da un crimine ci possa essere. Lady Hilda interpreta tutti i ruoli possibili, la Signora della casa, la ragazza civettuola, il ladro e, alla fine, la penitente da cui scompare ogni traccia di quell’audacia che l’aveva spinta – anzi, costretta – ad agire. L’assassina della spia è invece sua moglie, non a caso una creola che, in quanto tale, è incline ad atti irrazionali, a gelosia e pazzia. Entrambe le donne sono attrici non riconosciute nella vita pubblica dei loro mariti. Lady Hilda riconsegnerà la carta rubata a causa di un ricattatore e Holmes di nuovo fingerà che nulla sia accaduto. La resistenza di Conan Doyle all’identificazione visiva della criminale femminile appare come negazione della soggettività pubblica delle donne e di una loro reale e piena cittadinanza che sembra concretizzarsi nel rifiutare loro anche la piena criminalità. Questa tendenza è maggiormente evidente in CHAS. Nonostante la violenza dell’omicidio, Holmes mantiene pubblicamente invisibile la donna che lo commette, coprendo il suo atto. Successivamente Holmes identificherà la donna da una foto esposta in una vetrina ma sceglierà ugualmente di non perseguirla.

Probabilmente le circostanze non avrebbero consentito una condanna, ma questa rimane l’istanza più illegale tra quelle che Holmes copre, dal momento che Holmes e Watson sono stati testimoni dell’omicidio: “…ci sono alcuni crimini che la legge non può toccare e che quindi, in una certa misura, giustificano la vendetta privata”.

Per la prima volta, la violenza dell’omicidio entra in modo dirompente nelle case dei lettori anche attraverso l’illustrazione grafica di esso. L’assassina non parla con Holmes ma è una delle poche donne a cui viene lasciata la parola,  pur se esclusivamente nel momento in cui sta per prendersi la sua vendetta: la donna, sino ad allora rinunciataria e non riconosciuta, diventa un vendicatore e, come tale, il suo atto viene in qualche modo giustificato.

Commesso a sangue freddo, con premeditazione, questo crimine si connotava certamente come inquietante per i lettori contemporanei: una donna che spara a un uomo con una pistola nel suo stesso studio era la concretizzazione dell’ansia nei confronti di una minaccia invasiva e distruttiva proveniente dalle donne. Nel coprire l’atto, tuttavia, Holmes si assicura che il vendicatore rimanga fuori dai tribunali, dai giornali e dal sistema legale, un atto, questo, di giustizia umana, di apparente anticonvenzionalità, ma che invece esprime a pieno l’ambivalenza in cui Doyle si dibatte, tra la sensibilità nei confronti delle donne e la necessità di riportarle, fuori dai riflettori della ribalta, nell’oscurità della domesticità. Questa donna è portentosa, minacciosa e attraente al tempo stesso, ma le sue istanze vengono ancora una volta ‘normalizzate’ fornendo giustificazione per il suo atto. Ancora una volta, le istanze innovative vengono ricondotte nel segno della tradizione: nonostante la vendetta, la sua storia ruota ancora attorno a suo marito, che muore a causa della scorrettezza di un predatore, e alla sua possibilità di potersi ricostruire una vita, magari risposandosi. Alla fine della storia, guardando “una vetrina piena di fotografie delle celebrità e delle bellezze del giorno”, Holmes riconoscerà quella che potremmo chiamare la “foto segnaletica” della nostra anonima Furia. Siamo di fronte al nuovo panorama visivo del consumismo vittoriano. Proprio come le illustrazioni di riviste hanno trasformato la narrativa, l’esposizione di fotografie di donne come mezzo di vendita ha contribuito a spostare la cultura pubblica verso il visivo, il consumismo e il femminile. Conan Doyle ritrae una di queste donne – mostrata in tutto il suo aristocratico splendore per incoraggiare il consumo – come un’assassina, quanto di più lontano da ciò che sembra significare a livello visivo e immaginativo. Nonostante tutto, CHAS rimane una delle più forti condanne del vittorianesimo nel suo consentire ad una donna di distruggere il suo oppressore (con l’approvazione di Sherlock Holmes). L’influenza di Milverton deriva dalla morale vittoriana, quando la sessualità era da godere in privato e mai discussa o mostrata pubblicamente, seppur attraverso lettere. Le lettere che queste donne hanno scritto ai loro amanti rovinano la loro reputazione. Holmes e Watson riporteranno l’ordine bruciando tutte le lettere possedute da Milverton ma cancellando così ogni traccia della sessualità delle donne.

Un altro caso di vendetta lo troviamo in ILLU, racconto del 1924 in cui non compare un vero mistero da risolvere. Ancora una volta, protagonista è una donna lontana dagli stereotipi, Kitty Winter. Il cliente si rivolge a Holmes perché convinca la giovane e stereotipata Violet De Merville, “giovane, ricca, bella, realizzata”ma anche ingenua, debole e suggestionabile, a rompere il fidanzamento col Barone Gruner, accusato di aver ucciso la prima moglie. Holmes si rivolge ai suoi contatti sotterranei per rivelare la vera natura del Barone e la Winter, bella, col volto che porta i segni del dolore e della vita che conduce, è colei che gli rivela l’esistenza di un libretto in cui Gruner trascrive i nomi delle donne che ha rovinato in passato, come lei. Mentre Holmes e Kitty tentano di rubare il libro, vengono quasi catturati e la giovane approfitta per vendicarsi lanciando acido in faccia a Gruner, rovinandolo come lui aveva rovinato lei. Sebbene non sia mai affermato esplicitamente, è chiaro che Kitty Winter è una prostituta. Ciò che rende ancor più sinistro il suo passato con Gruner è che lo è diventata a causa sua. Kitty doveva essere una donna di una certa levatura se Gruner l’ha  voluta come amante, ma in questo caso, una volta lasciata per un’altra donna, nonostante l’onta e la vergogna, sarebbe stato improbabile che diventasse una prostituta. È invece probabile che Kitty Winter e le altre donne presenti nel libretto di Gruner siano state vendute nella tratta delle bianche come prostitute, prassi comune in tutta Europa per gran parte del XIX secolo.Questo potrebbe spiegare l’odio di Miss Winter per Gruner, così come il suo volto “consumato dal peccato e dal dolore”. La sua vendetta punisce i crimini e impedisce, come per l’assassina di CHAS, che il criminale possa continuare a perpetrarli.

La Donna: Irene Adler

by Alexander Bassano, cabinet card, 1885

Violet Hunter e Kitty Winter sono forti e intelligenti, ma nessuna delle due è notevole o memorabile come l’indimenticabile avventuriera Irene Adler. Irene è la Donna. Anche se le precede entrambe, possiede caratteristiche sia di Violet Hunter sia di Kitty Winter. È intelligente e fiduciosa come Violet, forte e feroce come Kitty. Irene incarna indipendenza, femminilità e libertà; Holmes non è attirato dalla sua sessualità. L’amore per Irene deriva da un’ammirazione per la sua forza, bellezza, intelligenza e indipendenza. Irene non si lascia opprimere, vittimizzare né vincere. La Adler è il Nuovo di Holmes come Jean il Nuovo di Doyle. Adler sfida ordini e norme sociali e può farlo perché è un’americana che ha guadagnato i suoi soldi come star dell’opera, invece di fare affidamento su un marito o una famiglia per avere sicurezza. Irene supera in astuzia Holmes perché si traveste, si mascolinizza, ma non perché voglia abdicare alla sua femminilità, semplicemente per avere più libertà girando per Londra alle sue condizioni, senza curarsi della reputazione o di essere una donna “pura”. Ha l’abilità di sfidare le norme sociali e, nello stesso tempo, di presentarsi come donna ideale dell’era vittoriana, rispettabile tanto da essere sottovalutata persino da Holmes, che ragiona per stereotipi e non capisce la sua manipolazione. Nell’interpretazione analitica,[17] la Adler rappresenta il fallimento “voluto” (a livello inconscio) di Holmes, che avrebbe avuto tutti gli elementi per riconoscerla quando, travestita da giovane, saluta il detective, ancora lui stesso travestito; un fallimento, questo, che consentirebbe ad Holmes di renderla un modello di donna ideale, possedendola attraverso la foto ma allontanandola da sé. Al di là del modello psiconalitico, che rimane comunque interessante, vorrei soffermarmi in questo caso sull’aspetto sociale. Irene diventa per il Detective promemoria della vita reale: le donne possono non seguire le norme attese dall’ordine sociale, le persone non dovrebbero essere valutate sulla base di esse e tanto meno stimate per il titolo o per un’apparente rispettabilità. Ci sono due lati di ogni storia. Adler ha le caratteristiche della New Woman, rifiuta di essere danneggiata da un ex amante, anche se è un futuro Re. La coscienza di classe non determina le sue azioni, sfugge ad ogni classificazione, incarnando tutto ciò che può essere visto come mostruoso in ogni donna che sfida le convenzioni. Non è una damigella in pericolo, non è passiva: per la società vittoriana è una minaccia, una deviazione e un motivo di ansia. Adler si pone al centro del divario tra uomo/donna, pubblico/privato, sé/altro; non può essere redenta, quindi deve lasciare il paese,  cosa che Doyle assicura alla fine della storia. Inoltre, per essere ulteriormente sicuri, la Adler, al momento del racconto, è morta. Oltre alle caratteristiche maschili che la rendono un personaggio attivo, e quindi ‘altro’, Irene si muove tra il mondo maschile e quello femminile travestendosi da uomo per seguire Holmes e scoprire chi è. Il suo cambiare forma la qualifica come soggetto autonomo: cambiare i vestiti e non essere individuata come donna denota che controlla il proprio corpo e che agisce nel proprio interesse e per proprio conto. Il suo travestimento rappresenta la resistenza ai ruoli di genere e alle costruzioni sociali, elude il sistema visivo di Holmes, le consente una libertà altrimenti impossibile rendendo, inoltre, meno nette le linee di demarcazione della classe sociale. Adler sconfigge Holmes usando abilità e talento: la sua intelligenza e la sua audacia sono al servizio della sfida alle idee convenzionali su come dovrebbe comportarsi; servono a proteggersi e ad assicurarsi la vita che vuole, non la vita che altre persone pensano che dovrebbe avere.

Quello che sorprende tutti, Holmes e lettori vittoriani compresi, è che per la prima volta la lettura del corpo sessuato, del genere, viene resa difficile dalla dissimulazione di una donna; cosa, questa, che mette in discussione le basi stesse della criminologia positivista.

Adler ha dei tratti mascolini che le consentono di dissimulare facilmente la sua femminilità, differenziandosi dal resto delle donne per la sua capacità di eludere ogni tipo e forma di mercificazione sessuale. Il confronto tra Holmes e il Re di Boemia è un confronto quasi tra rivali: Holmes combatte con la mente e la logica contro i muscoli e la forza del Re che non sono riusciti a recuperare la foto. I due uomini lottano entrambi, ma non ne sono consapevoli, per il possesso del corpo della donna espresso nell’immagine di essa. Nel dialogo, Holmes, con la sua acutezza con la quale rimarca la superiorità della Adler sul Re, dominerà come conversatore tutta la situazione, ma, alla fine, anche lui risulterà perdente in questo duello, non perché inferiore al Re ma perché la Donna si è chiamata fuori da quel traffico e da quella mercificazione del corpo femminile che avviene nei rapporti maschili: attraverso il medium femminile, gli uomini esplicitano un desiderio erotico maschile, omosociale, che difficilmente sarebbe stato tollerato e concepito e che potrebbe essere alla base della misoginia – quella sì, vera – e dell’omofobia, che hanno informato tutto il XIX secolo.[18] Le donne, quindi, vengono scambiate fisicamente o idealmente, per cementare i legami omosociali maschili, ma la dissimulazione femminile interferisce con i meccanismi di tali legami e li interrompe. L’inclusione di un personaggio che si identifica come donna ma passa per uomo evidenzia l’instabilità delle norme di genere. Ma, alla fine, la Donna che si espone, che si traveste, viene ricondotta alla sfera privata e alla domesticità con il suo allontanamento e con un altro matrimonio. Il suo essere ricondotta all’interno di una tradizione, tuttavia, nonostante ella abbia una dubbia reputazione e sia considerata un’avventuriera, dimostra ancora una volta come l’unica istituzione capace di contenere tale novità sia fallace perché non solo protegge le donne esclusivamente in modo apparente dal pubblico, mettendole alla mercè di mariti non sempre specchiati, ma concede agli stessi i mezzi per manipolare la percezione pubblica di esse. Il rapporto di Adler con il denaro la esclude anche dalla dimensione economica. Le donne usavano i loro corpi come beni di scambio e i personaggi femminili venivano considerati buoni, come nel caso di una moglie, o cattivi, come nel caso di una prostituta, sebbene entrambe le categorie scambiassero i loro corpi per un guadagno materiale. L’uso del sesso per ottenere sicurezza finanziaria, sebbene più palese nel caso delle prostitute, non era meno motivante per le donne che, con poche prospettive di lavoro nel XIX secolo, avevano solo il loro corpo da offrire in cambio delle comodità materiali e finanziarie del matrimonio. Irene, invece, rifiuta di sfruttare i suoi rapporti con il re per denaro. Il rifiuto del denaro la pone al di fuori del normale commercio sessuale delle donne eterosessuali. Holmes verrà ingannato a causa della sua concezione stereotipata del comportamento basato sul pregiudizio di genere: “Quando una donna pensa che la sua casa sia in fiamme, il suo istinto è subito quello di precipitarsi verso la cosa che apprezza maggiormente”. Sebbene Adler mostri a Holmes dove ha nascosto la fotografia, Holmes non può prevedere il suo comportamento successivo ricorrendo a supposizioni sul suo essere donna: Irene Adler non è guidata da nessun comportamento di genere, che Holmes scambia per un effetto della biologia. Adler è biologicamente femmina, ma la sua mascolinità, simulata o forse reale, mina l’assunto ideologico che il comportamento di genere dipenda dal sesso. Adler è una rappresentazione dell’ibrido diabolico al centro del discorso di genere fin-de-siècle:  una donna con una mente da uomo, anzi, migliore di quella di un uomo… da cui l’ammirazione di Holmes, esattamente come fosse un uomo che sa tenergli testa. Adler rimane fuori da tutte le convenzioni e quindi fuori dal regno delle deduzioni ideologiche di Holmes, che scopre colei che, negandogli il successo, lo mette sulla strada del cambiamento. Se Irene Adler è la donna nuova, Sherlock Holmes è l’uomo nuovo o sta per diventarlo.

Questo personaggio fa certamente la differenza nella prospettiva di Holmes nei confronti delle donne: “Egli [Holmes] era solito divertirsi con l’intelligenza delle donne, ma non l’ho sentito farlo di recente”. Non fatichiamo molto, conoscendo l’educazione di Doyle, a vedere nella Adler, e in tutte le donne forti ed autonome del Canone, l’ombra di sua madre, capace di prendersi cura della famiglia a dispetto di un marito incapace.

Individuazione e metodo

L’immagine centrale di SCAN è quella in cui una Irene travestita da uomo augura la buonanotte ad un Holmes ancora travestito: senza le parole della storia non si saprebbe mai, dalla sola immagine, che il giovane è una donna. D’altra parte, senza l’illustrazione, non si coglierebbe la disarmante minaccia della performance transessuale di Irene Adler. Tale immagine, che si presenta a una duplice interpretazione e che si chiarisce attraverso il testo, evidenzia uno dei problemi della relazione di Holmes con il corpo femminile, un problema, non a caso, di individuazione. La novità del Canone sta nella fede nel potere dell’osservazione, della visione attenta nella certezza del dato che, a sua volta, fonde la scienza del crimine e la fisiologia. L‘occhio esperto di Holmes trova il suo acume visivo continuamente ostacolato dalla resistenza del corpo femminile all’interpretazione. Il positivismo esaltava il corpo come luogo dell’individuazione. Le storie costruiscono la criminalità come un insieme di codici specificamente visivi e quindi affermano il primato della conoscenza mediata visivamente: tale modello viene mutuato dalla scienza criminale contemporanea, emersa come disciplina nell’Europa di fine Ottocento. I primi criminologi partivano dal presupposto che i criminali fossero retaggio di una precedente forma di umanità più “primitiva”. La criminalità era un atavismo riconoscibile da segni visivi, e quindi incontrovertibili, della patologia innata. Galton, Bertillon, citato anche da Holmes, e, in Italia, Cesare Lombroso elaborarono le loro idee su foto segnaletiche e tipi criminali in un momento in cui l’immagine, il visivo diventavano qualcosa di diffuso anche all’interno delle riviste. Lo Strand Magazine tra il 1890 e il 1894 diffuse un notevole numero di articoli sul tema[19] oltre a serie che raccontavano di come fosse possibile rinvenire i tratti patologici nei criminali.[20] Negli stessi numeri dello Strand, quindi, troviamo Holmes ed articoli che insegnano ai lettori come identificare i criminali delle sue storie. Sebbene il Canone celebri la posizione di Holmes come obiettiva e lui stesso venga paragonato a una macchina, la sua pratica visiva si basa sulla criminologia e sull’antropologia tardo-vittoriana, il cui debito nei confronti delle teorie razziali è anche fin troppo evidente. Holmes si inserisce pienamente in questo alveo, rivelando più volte la sua fede nel potere dello sguardo di rivelare le aberrazioni, e la sua dipendenza dall’accumulo di dati visivi ha una notevole somiglianza con Bertillon, oltre a dipendere dai miti sul corpo umano e sulla differenza visiva perpetuati da criminologi come Lombroso ed Ellis: Moriarty e Beppo corroborano l’idea che la criminalità sia una caratteristica innata piuttosto che situazionale e che le caratteristiche criminali siano un codice visivo “naturale” piuttosto che costruito. 

Se la razza si rivela un monolite, il genere è proteiforme e il mondo femminile si rivela sfuggente: le donne sono barricate dietro vestiti, reticenza e maschere che, paradossalmente, è l’ideologia vittoriana stessa ad aver creato.

Nonostante le frequenti interazioni con le donne, Holmes nei loro confronti a volte è disattento[21]: quando parla di imprescrutabilità dovuta a una forcina o un arricciacapelli fa riferimento a quel trasformismo che le rende difficili da leggere. I corpi delle donne non forniscono informazioni utili: la loro enigmatica e non cooperativa fisicità, fatta di silenzi, reticenza, svenimenti, febbre cerebrale, ostacola le indagini sfidando sia l’idea che le vestigia del crimine siano immediatamente evidenti sia l’autorità visiva di Holmes, accurata come un microscopio, per non parlare del fatto che, altre volte, l’imperscrutabilità corporea delle donne è intenzionale piuttosto che inconscia. Ecco che, quando si tratta delle donne che sfidano apertamente le concezioni convenzionali della verità rispetto al pubblico, alla trasparenza, la coincidenza della verità con quanto è visibile ed è esposto e alla luce viene meno. Come testimoniato dalla vendicatrice di CHAS, il Canone presenta criminalità e verità come categorie visivamente accertabili ma, quando descrive la criminalità femminile, suggerisce che l’orchestrazione e l’inquadratura di un’immagine ne vadano a determinare il significato. In CHAS la fotografia dell’assassina è uno strumento di marketing, non una rivelazione dell’identità del criminale: al posto di una fronte bassa, abbiamo tiara e labbra sensuali! Altro che tratti genetici del criminale! La vendicatrice racchiude l’ambivalenza dell’intera serie sulla criminale femminile: rappresenta il potere femminista appena risvegliato, i fallimenti del patriarcato e il fascino consumistico della disobbedienza delle donne. La vendicatrice anonima non ha i segni della degenerazione criminale ma quelli del fascino e della grande bellezza: è attraente e degna di essere ammirata, guardata. Mentre Conan Doyle mercifica la vittimizzazione femminile, la mercificazione femminile della violenza e della criminalità è ancora più significativa. In un momento in cui una fazione della campagna per il suffragio stava diventando violenta nei suoi atti di disobbedienza civile, CHAS si connota per il fascino che tale disobbedienza esercitava. La vendicatrice, come altre criminali, ha il fascino del glamour piuttosto che i segni del criminale incallito. Siamo di fronte, quindi, a un modello di visione consumistico piuttosto che antropologico o criminologico. Nel discorso consumistico, essere visibili è una forma di potere, non di sottomissione. I pubblicitari e gli operatori di mercato della fine del XIX secolo predicavano, a differenza di Holmes, che era meglio essere guardati che guardare, definendo i canoni di quale tipo di incarnazione femminile fosse degna dello sguardo. Il consumismo ha operato quel passaggio tanto temuto, anche da Doyle, ridefinendo la femminilità come pubblica e visibile, ovviamente quando essa si è conformata alla logica del consumismo. Dal Maestro dei Detective, ci si aspetterebbe che anche le criminali donne siano facilmente identificabili, ma immaginare le donne è un’attività problematica anche per Holmes, capaci come sono di resistere allo sguardo indagatore del Detective: l’arma maschile che le aveva condotte alla sottomissione e alla reticenza è diventata un’arma a doppio taglio.

Convenzionalità e Inconvenzionalità

La narrativa poliziesca di Doyle è stata  letta come un genere che ha promosso le ideologie vittoriane dominanti. Infatti, nella misura in cui Doyle era un archetipo dell’autore maschio bianco, ha creato un personaggio sostenitore dei valori imperialisti e patriarcali volti al mantenimento dell’ordine sociale. Secondo questa visione monolitica, i criminali altro non erano che nemici dell’ordine, tali da minacciare le rispettabili ideologie borghesi dominanti. Le storie di Conan Doyle, tuttavia, rivelano una complessità tale da potervi scorgere non solo elementi che riflettono stereotipie vittoriane, ma anche elementi che le mettono in discussione e le criticano. Lo stesso Doyle, dopotutto, non fu sempre coerente nelle sue opinioni su politica dell’Impero o ruoli di genere: era uno schietto difensore delle azioni britanniche nella guerra boera ma anche sostenitore degli irlandesi, era favorevole al divorzio ma non al suffragio femminile.

Molte delle storie del Canone hanno a che fare con sfide più alle convenzioni sociali e sessuali che assicuravano ordine che alla legge ufficiale.

Il successo dei gialli, del resto, può essere attribuito proprio a questo desiderio di ordine sociale, ed epistemologico, e all’insorgere di ansie di classe, di genere e di razza innestate nel corpo di un Impero britannico in cambiamento. La Rivoluzione industriale aveva reso possibile l’espansione della classe media con una crescente preoccupazione di trovare il proprio posto in società, da cui anche il cliché del maggiordomo/assassino che incarna le paure di una ribellione dal basso. 

Holmes e Doyle vivono un momento di diffuse ansie sociali: quella nei confronti del diverso, della preminenza dell’Impero e della posizione dell’Inghilterra nel mondo; non ultima quella relativa al ruolo mutevole delle donne e alla conseguente femminilizzazione degli uomini: in alcuni atteggiamenti, Holmes e Watson rivelano la necessità di offrire dei paradigmi sui quali modellare il comportamento di genere maschile alla luce dei cambiamenti e degli adattamenti ad essi. Sotto certi aspetti, Holmes offre ai lettori rassicurazioni sui valori tradizionali inglesi, utili in un momento in cui l’Inghilterra cominciava a sentirsi incerta. Risolvendo un crimine, Holmes ripristina l’ordine sociale riaffermando i valori della classe mostrandosi [22]  nei confronti delle donne con un atteggiamento tipicamente vittoriano, da cavaliere protettivo. Il Detective si aggrappa alla credenza popolare che la condotta e l’azione delle donne siano governate dalle emozioni e a quella, altrettanto popolare, secondo cui più grande è il cranio, più grande è il cervello. ‘un uomo con un cappello così grande deve avere qualcosa da metterci dentro’’[23] da cui il postulato di una minore intelligenza femminile. Ma, se esaminiamo il Canone, l’atteggiamento di Holmes muta e questo spiega tanto i suoi atteggiamenti paternalistici quanto la sua ammirazione verso le donne forti che incontra, quelle che agiscono al punto di sfidare i ruoli vittoriani a cui erano state relegate. In contrasto con Holmes, Watson è l’incarnazione della morale e dell’etica vittoriana. Le sue visioni differiscono significativamente da quelle di Holmes perché preferisce assegnare ruoli e qualità tradizionali alle donne: la femminilità, la gentilezza, essere madri e mogli. Inoltre, Watson non è mai d’accordo con la visione morale di Holmes, sebbene rispetti la sua opinione. Watson ha una visione del mondo più ortodossa. Holmes e Watson sono giustapposti ma trovano un equilibrio tra le diverse visioni sulla struttura morale della società e le leggi dell’etica. Mentre Watson e la polizia offrono il contrasto con l’atteggiamento del detective rispondendo con atteggiamenti stereotipati, l’Holmes vittoriano convenzionale convive con un atteggiamento più aperto, come è giusto che sia per un personaggio che esordisce alla fine dell’Ottocento e chiude la sua esistenza lavorativa negli anni Trenta del secolo successivo. Del resto, La Donna lo aveva battuto proprio a causa dei pregiudizi, ecco perché Holmes impara ad essere più elastico e possibilista ogni volta che è alla ricerca della verità. L’Holmes-detective riflette, quindi, un atteggiamento maggiormente anticonvenzionale dal momento che la logica e la verità gli consentono di andare oltre il pregiudizio: usando il metodo scientifico, seppur accidentato dalla reticenza femminile, riesce ad andare oltre il superficiale e il convenzionale sia per trovare la verità di un crimine sia per rivelare la verità dell’esperienza femminile in relazione a quel reato. Holmes non è però un riformatore né è necessario che lo sia: la sua vera anticonvenzionalità sta nella dipendenza dalla scoperta scientifica, basata sui fatti, e dalla deduzione che gli consente di ricostruire situazioni per scoprire la verità dell’esperienza femminile.

La dedizione alla ricostruzione di un crimine basandosi sulle prove lo libera dai convenzionali atteggiamenti vittoriani maschili nei confronti delle donne, permettendo a lui, e al lettore, di vedere la realtà dell’esperienza femminile anche quando questa si rivela come una realtà criminosa.

Le donne, rappresentate come damigelle credule o in difficoltà salvate da Holmes, il cavaliere errante, da una parte sottolineano le strutture patriarcali di potere e le virtù morali di un matrimonio ‘innocente’ – e molti dei lieto fine coinvolgono un matrimonio restaurato grazie alle brillanti deduzioni di Sherlock Holmes – dall’altra evidenziano quanto Holmes diventi sempre più critico nei confronti delle pratiche vittoriane man mano che le storie procedono: così le criminali donne porteranno con sé sfumature tali e sorprendenti da portarlo a scagionarle quando ingannate dagli ideali vittoriani. L’atteggiamento di Holmes esprime un’anticonvenzionalità di azione che tuttavia non esclude, né può farlo, la manifestazione di un’ansia per il cambiamento, che forse è più di Doyle che di Holmes: anticonvenzionale, sì, insomma, ma non troppo! Le donne indipendenti rappresentano un problema per il conflitto che generano con le loro azioni, tale da dover essere controllato e risolto dagli uomini. Donne single, come la Morstan o la Adler, sono problematiche perché non hanno una figura maschile che le guidi nella loro vita quotidiana. I problemi causati da queste donne vengono risolti in primis all’arrivo di Holmes, protettore e patriarca delle figure prive di un maschio, e poi  sposando un uomo: un pregiudizio inaccettabile nei confronti del genere femminile. Mary Morstan è isolata, non ha parente alcuno e deve essere salvata dagli uomini, mentre Irene Adler è una donna scandalosa che deve essere contenuta. Anche la coraggiosa Violet Hunter rientra in questa categorizzazione: la sua autosufficienza è senza precedenti ma la lascia alla mercè delle mire di altri, rendendola vulnerabile tanto da dover chiedere la protezione di Holmes. Emblema di questo paradigma è Lady Carfax, donna di mezza età che vive priva di eredi senza la protezione del clan familiare, “una gallina randagia in mezzo alle volpi”: donne pericolose perché istigatrici di crimini!

La Carfax viene imprigionata perché ha mostrato un’indipendenza che va oltre quanto è considerato appropriato per il suo essere donna e Holmes viene messo sulla buona strada, nella risoluzione, proprio dal pregiudizio che le donne single possano ispirare altri, maschi, a commettere un crimine.

Nulla, del resto, è cambiato dal momento che, anche oggi, crimini verso le donne altro non sono che la manifestazione più bieca della debolezza del maschio, defraudato del potere e del controllo. Nella maggior parte delle storie le donne sono creature da compatire e da proteggere, sia da altri sia da sé stesse. Esse vanno contenute ma servono anche come mogli, madri, governanti: questo è segno della paura del maschio di perdere potere e controllo. La maggior parte delle storie di Doyle riflettono la paura del pubblico e che “Altri” possano minacciare il funzionamento del sistema patriarcale e classista che fino ad allora aveva funzionato.

L’ansia per l’Altro è l’ansia tanto per lo straniero/diverso quanto per il femminile: eroi e cattivi vengono sempre presentati in modi che affermino la preminenza dell’inglese. Come i soggetti stranieri devono essere colonizzati, le femmine devono essere controllate, contenute ed emarginate.[24]

E l’ansia deriva anche da un altro dato di fatto, le donne non sono quegli Angeli che la tradizione ha consegnato: possono diventare assassine o criminali come Eugenia Ronder, che pianifica l’omicidio del marito;[25] Emilia Lucca, invischiata con la banda del Cerchio Rosso;[26] Isadora Klein, che assume dei delinquenti nel tentativo di spaventare Holmes e svaligiare la casa della Signora Maberley alla ricerca di ciò che vuole[27]; o Sarah Cushing[28] che, seducendo il marito della sorella, si macchia di un crimine morale diventando causa di altri delitti. L’unica sicurezza, in un mondo di donne ribelli all’ideale della domesticità, è che, per lo più, non sono inglesi: la maggior parte delle donne criminali di Doyle – come i trasgressori – sono o straniere o inglesi che hanno lasciato il loro paese per qualche tempo e, come tali, offeso l’ideale della domesticità. Irene è americana e così Elsie, la misteriosa moglie di Hilton Cubitt coinvolta in una banda di Chicago[29], il “vampiro del Sussex”, la Signora Fergusson,[30] è peruviana, Maria Pinto una focosa brasiliana,[31] la Lucca è italiana[32], Isadora Klein è spagnola,[33] la vivace e impetuosa sposa in fuga di Lord St. Simon, il quale ha voluto fare un matrimonio inaccettabile sposando una donna di classe sociale diversa, è californiana.[34] Quando Holmes scopre Miss Burnet, una inglese coinvolta in un’orrenda cospirazione, è sconvolto. “Come può una signora inglese unirsi a un simile affare omicida?”[35] Nonostante la sorpresa di Holmes, molti dei suoi casi mostrano comunque che non tutte le donne inglesi erano  sottomesse e gentili e il caso di Charles Augustus Milverton indica che le donne erano tutt’altro che innocenti e incorruttibili.

L’ansia delle donne straniere è evidentemente legata alla paura della mescolanza di sangue straniero con quello inglese “puro” e conseguente degenerazione della “razza” inglese. La mescolanza razziale (o meticciato) era una minaccia reale e diretta per l’Impero verso  tutto ciò che esso rappresentava ed era un argomento tabù. I matrimoni misti di uomini bianchi o di donne bianche con uomini di colore avevano generato nuove paure e ansie evidenti anche nel caso di Effie Munro che, tuttavia, stavolta ha un lieto fine.[36] La credenza popolare era che la progenie di una donna bianca con un uomo di colore fosse destinata a ereditare i peggiori tratti genetici e caratteristici di entrambi i genitori. Il meticciato era un indicatore di confine che separava l’accettabile a livello nazionale dal minaccioso. Le donne bianche attratte dagli uomini di colore erano considerate vittime o devianti sessualmente e immorali. La società vittoriana le qualificava come qualificava le donne nere o le prostitute, entrambe caratterizzate da elementi che la donna bianca non avrebbe dovuto possedere. Il corpo ibrido – metà nero e metà bianco-non poteva che contenere i segni della degenerazione razziale e sessuale. Holmes si evolve e quelle che sembrano contraddizioni si possono leggere nel segno dell’evoluzione. Doyle invece continuerà a dimenarsi tra l’aderire alle rappresentazioni stereotipate di uomini attivi e forti in contrapposizione a donne passive e deboli e il mettere in discussione la posizione tradizionale di oscurità sociale delle donne riconoscendone il loro status pubblico: continuerà ad erodere le distinzioni tra sfera femminile e sfera pubblica, mettendo in evidenza le crepe del sistema patriarcale, nel quale Impero e genere si dimostravano come i due volti della stessa medaglia, pur rimanendo ambivalente e a volte sospettoso del potere pubblico delle donne. Nella veste di detective, Holmes mette in atto una sorta di intervento autorizzato nelle case, nell’intimità, nel privato, contribuendo a scoprire il male dietro l’apparenza, i crimini dietro la facciata di rispettabilità definita dal limen di una finestra o di una porta, un voyeurismo che è nel piacere di portare alla luce la verità nascosta, che è una forma di erosione del potere patriarcale. Holmes cambia progressivamente e cambia il suo atteggiamento verso le donne criminali: dal chiarire o essere testimone della loro situazione al disgusto viscerale verso gli uomini che sono stati causa delle loro disgrazie fino a schierarsi con queste donne in materia di legge, indipendentemente dalla gravità del loro crimine. Viste in questa luce, le donne che, in gran numero, popolano le storie, non solo quelle canoniche, possono essere interpretate come voci opposte che distruggono le gerarchie della società a cui ci si riferisce; nondimeno, l’ordine sovvertito viene ripristinato e queste donne vengono tacitate e reincanalate nell’alveo della tradizione. Ma questa è opera di Doyle, non di Holmes. La sua narrazione, nonostante le ambivalenze, finisce per fornire ai tardovittoriani un antidoto a tutte le forze centrifughe, tra cui la minaccia della sessualità emergente della Donna Nuova. Violet Smith, personaggio tra i più innovativi e avanzati, finisce con l’essere tra quelli più rassicuranti, dal momento che finisce per aderire in toto ai desideri del futuro marito: mentre  le donne, e con loro il mondo, erano pronte al nuovo e al cambiamento, gli uomini vittoriani non lo erano ancora e anzi, cercavano disperatamente dei compromessi.

Falsa misoginia 

Sherlock Holmes non era un estimatore delle donne, non gli piacevano e non si fidava di loro: le trovava imperscrutabili,[37] enigmi insolubili,[38] inaffidabili,[39] non riusciva a capirne motivazioni, comportamenti, perché non rientranti nella categoria di causa-effetto,[40] e, generalmente, le considerava una perdita di tempo.

Non può provare attrazione per loro dal momento che il suo cervello governa il suo cuore, nondimeno, in alcuni casi, nota l’avvenenza e il bel volto di alcune di loro,[41] ne apprezza l’intuito che “può valere di più delle conclusioni del più sottile ragionatore”[42] che, tuttavia, sembra considerare come una sorta di istinto animale da rispettare come il fiuto di un cane. Le donne non sono logiche né razionali: emblema di queste è Violet De Merville, che non cambia in alcun modo idea sulle cattive intenzioni di Gruner; sono istintive ed isteriche, svengono, hanno attacchi come nel caso della Signora Hudson quando lo vede dopo averlo ritenuto morto per tre anni ed ogni volta ci chiediamo quale sarebbe dovuta essere la reazione consona. Ed è proprio la Hudson, l’unica donna che abbia in qualche modo convissuto con le stranezze di Holmes, chiedendo aiuto a Watson,[43] che sintetizza e risponde dell’atteggiamento del detective con le donne: nonostante Holmes sia stato il peggior inquilino mai avuto, che aveva messo a dura prova la sua pazienza con l’andirivieni di strani personaggi, il violino a tutte le ore, gli spari sul muro e gli esprimenti chimici, gli voleva bene e ne aveva un timore reverenziale anche per la grande cortesia e gentilezza con le donne delle quali certamente diffidava, pur mantenendo nei loro confronti un atteggiamento cavalleresco. Holmes è affascinato dal femminile, soggiogato pur senza ammetterlo. La sua ritrosia è dovuta a diffidenza, non a misoginia, ha trattato le donne sempre con virile rispetto ma tenendole a debita distanza. Tale diffidenza ha origine in un’assenza nella vita di Holmes-persona, e una motivazione letteraria in Holmes-personaggio. Di Holmes si cita un fratello, un padre signorotto di campagna, la discendenza da Vernet, un cugino medico ma non esiste una madre. Morta in tenera età? Secondo Meyer,[44] fuggita con il suo amante. Un’assenza emotiva che certamente spiega la sua incapacità di relazionarsi con il femminile e l’accusa di inaffidabilità nei confronti delle donne che, nondimeno, ricalca il pensiero maschile dell’epoca: non va dimenticato, infatti, che queste generalizzazioni sono stereotipi utili per propagandare gli ideali del patriarcato. Ma Holmes, nonostante tutto, esercita un grande fascino, ancora oggi, sulle donne. Quali sono le caratteristiche, anche esse stereotipate, che le donne cercano in un uomo? Forza e gentilezza. E Holmes è forte e gentile. La sua forza leggendaria è sia mentale sia fisica, ma sotto la superficie c’è la storia, la gentilezza e l’emozione di un uomo apparentemente privo di emozioni. È una combinazione vincente: un uomo che non vuole le donne ma possiede i tratti che più le attraggono. Ecco la motivazione letteraria. Il fascino di un uomo dalla mente fredda è nella sua costruzione come personaggio.

Doyle dice: “non ti aspettare, lettore, che possa innamorarsi” e invece il lettore non attende che quello e Doyle, con assoluta brillantezza, lancia e dissemina il Canone di atteggiamenti gentili e paternalistici, o di osservazioni che fanno sperare che possa accadere.

Se il Canone fosse andato avanti altri 10 anni, Holmes, alla fine, avrebbe ceduto?

No, non avrebbe funzionato e, anzi, sarebbe stato l’affronto più grande che Doyle avrebbe potuto fare alla sua creatura: una vita convenzionale.

Holmes e il maschile

Nonostante i cambiamenti e l’evoluzione, è indubbio che Holmes diventa il modello, l’eroe, il prototipo, il patriarca, il Maschio vicario: Holmes si allinea perfettamente al suo ruolo di maschio. La mascolinità e le norme di genere fanno parte del costrutto sociale. La sua sfera domestica è marginalmente presente perché, citando Flaubert, con Holmes:

L’homme c’est rien – l’oeuvre c’est tout.

L’uomo è qualificato nel suo status sociale dalla vita professionale, da cui l’odio per la stagnazione e la necessità di avere sempre nuovi problemi da risolvere. Il lavoro connota Holmes come maschio, ma un maschio paradigmatico, dal momento che ha scelto un mestiere che solo lui esercita e che lo mette al di sopra di tutto, rendendolo quasi un modello ipermaschile. Lo status eroico di Holmes è intimamente connesso con il fatto che lavora in modo indipendente, al di fuori dell’influenza dello Stato, del Governo e delle forze di polizia. In quanto patriarca ideale, Holmes deve essere sposato con la sua opera tanto da sembrare un sociopatico incapace di sostenere alcun rapporto, ad eccezione di quello con l’assistente/amico che è Watson. Doyle, quindi, non fornisce solo stereotipi o figure ambivalenti di donne ma implicitamente anche un tipo ideale di mascolinità, importante per l’espansione e la fioritura dell’Impero. La mascolinità egemonica è orientata alla performance e implica successo, dominio e conquista. Uomini che appartengono ad altre culture o razze sono subordinati, effeminati, infantili, violenti o aggressivi, come Tonga. In questa ottica, l’imperialismo è accettabile perchè sano e incorrotto e le colonie colonizzabili in quanto inferiori e prive di veri uomini. Nella crisi del cambiamento di fine Ottocento venne coinvolta anche la mascolinità: gli standard che la definivano cominciarono a modificarsi. La razionalità senza compromessi, l’apparente mancanza di emozioni, l’abilità intellettuale, la natura apparentemente misogina e la forza fisica di Sherlock Holmes vanno a costituire un nuovo modello di mascolinità egemonica ideale. Holmes è il conservatore dell’integrità della società borghese britannica, incarna l’epitome della virilità e non può avere vicino nessuno se non un altro uomo, ma un uomo che gli faccia da contraltare. John Watson, nel suo essere sentimentale, non potrà mai raggiungere il livello di mascolinità di Holmes e rimarrà, pertanto, un “assistente” a sostegno di quella di Holmes in un rapporto comunque omosociale.

In quanto medico, Watson possiede la lealtà e l’onestà della classe borghese che rappresenta, oltre a rivelarsi necessario nel rendere manifesto, con le sue domande, il processo mentale del Detective che, altrimenti, rimarrebbe nascosto. Holmes vive del suo ego e, in quanto eroe, non può convivere con atteggiamenti criminosi, da qui il suo alter ego nell’acerrimo Moriarty che, pur comparendo in modo limitato, esattamente come la Adler, diventa un mito sino a pervadere l’intero Canone. L’Ideale maschile del detective ha la sua ombra in questo criminale che diventa pertanto un’estensione narcisistica di sé stesso, con gli attributi del Male.

L’espansione territoriale dell’Impero britannico e il sospetto nei confronti dell’Altro e del Diverso, porta alla creazione di una figura di detective che placava tutte le paure: Holmes era il convincente eroe della giustizia in Inghilterra, capace, da solo, di vincere incertezze ed ansie. Nonostante gli attributi più liminali, Holmes lavorava per affermare e sostenere l’ordine sociale esistente per proteggere le donne da sé stesse. Nel momento in cui si erge ad eroe, a cavaliere, a uomo a cui le donne sole ricorrono, gli ideali vittoriani di protezione vengono riconfermati ma in una conferma che quantomeno presentava l’immagine del comportamento ideale che il maschio, l’uomo, avrebbe dovuto avere: l’etica, la correttezza e, sembra un paradosso, una certa umanità nelle relazioni erano le qualità maschili sulle quali si volevano rimodellare i comportamenti deviati o devianti.

Il virile Holmes trova il suo antagonista in Poirot, costruito dalla Christie volutamente come il suo negativo, tanto nelle caratteristiche fisiche quanto in quelle comportamentali.

Holmes risolve il caso grazie al ragionamento deduttivo, Poirot scava nelle menti dei personaggi. Mentre Doyle si concentra sugli indizi e sulla scena del crimine, Agatha Christie esplora la psiche del criminale, e molte delle sue storie sono basate sull’analisi psicologica degli indagati, in relazione al tipo di crimine. Poirot, al contrario di Holmes e dell’iperattivo Doyle, non è ritratto come un uomo capace di difendersi. Holmes è attivo, si sposta, si muove, viaggia per cercare indizi, si traveste per ottenere informazioni, Poirot invece risolve i crimini seduto, lasciando lavorare tranquillamente le sue “cellule grigie”. L’attenzione del Belga ai pettegolezzi e ai dettagli  domestici è caratteristica di un metodo di indagine più “femminile”, che si rivela poi cruciale nella risoluzione dei crimini. Agatha Christie ha conferito ad Hercule Poirot qualità  stereotipicamente considerate femminili, dimostrando che anche tali figure, meno eroiche, apparentemente meno brillanti, possiedono un intelletto superiore che li rende eroi. Poirot è narcisista, emotivo, felino, irrazionale, eccentrico, donchisciottesco, ossessionato dal domestico e socialmente “altro” perché è un belga: è un eroe femminile, un anti-Holmes. Se Doyle aveva messo in evidenza stereotipi, ambivalenze, colei che fa un passo oltre, in questo senso, è Agatha Christie capace come poche tanto di descrivere quanto di manipolare gli stereotipi culturali, destabilizzando così le norme che si credeva facessero parte dell’identità sociale.

Donne e percezione del crimine

Come per i criminologi positivisti, la preoccupazione di Doyle non riguardava la legge, ma la criminalità come fenomeno. Il Canone  fornisce uno spaccato della mentalità maschile vittoriana e la sua posizione nei confronti delle donne criminali. Nelle storie di Sherlock Holmes le donne presenti rappresentano uno spettro completo dell’Universo sociale vittoriano: vittime e autori di reato sono presenti con uguale frequenza. Per quanto riguarda la classe sociale, i personaggi spaziano dalle donne di strada alle classi più alte. Alcune sono “nuove arricchite” per matrimonio o sono al di fuori della scala tradizionale di classe sociale perché hanno interessi artistici.[45]

  Ruolo nella storia  vittime                                                  neutrali criminali o complici30 15 30
      Classe sociale  bassa working class bassa middle class governanti/insegnanti alta/middle/class/ereditiere nobiltà arricchite artiste  12 17 3 10 8 4 5
Origine      Gran Bretagna Colonie (Australia/Nord America) Europa America Latina43 8 6 3

I crimini vengono commessi sia da donne nobili sia da donne di strada. Artiste, donne sole, con denaro ereditato e non europee hanno maggiori possibilità di commettere dei reati, soprattutto se sono state costrette, dal sistema patriarcale, a vivere in una gabbia. In particolar modo, l’etniagioca un ruolo importante nello spiegare l’eziologia della criminalità della donna o il suo vittimismo. Le donne europee figurano nelle storie per lo più come complici minori e talvolta riluttanti, delle menti criminali maschili: Sophia[46] è sotto il potere di coloro  che hanno rapito il fratello; Elsie[47] è sotto il potere di un falsario, la signora Schlessinger[48] aiuta il marito a rapire e pianifica di seppellire Lady Carfax.

Le donne provenienti dalle colonie nelle Americhe o dall’Australia sono invece descritte come selvagge, disturbate e folli.  Le donne sono per lo più passive e sopraffatte da uomini, ma convivono accanto a figure di donne descritte come coraggiose ed intelligenti. È interessante che le descrizioni delle donne come intelligenti, coraggiose e intraprendenti siano attestate, per la maggior parte, nelle prime storie: l’intelligenza dei personaggi non è nota fino a dopo il 1892; il coraggio scompare dalle categorizzazioni dal 1904; e le uniche forme di pazzia compaiono nelle storie successive (1904 e 1922). Il più comune descrittore di queste donne è la loro bellezza fisica, che rimane coerente nei testi in tutti gli anni di pubblicazione[49].

La caratterizzazione dei casi in cui sono coinvolte le donne testimonia il medesimo cambiamento in corso tra  XIX e XX secolo nelle percezioni della criminalità delle donne da agenti attive a vittime impotenti. Le donne vengono categorizzate in prigioniere, protettrici, muse e agenti attive del crimine.

Prigioniere. Sono quelle donne intrappolate in situazioni sulle quali non hanno controllo. Nello studio di Aviram, 15 di loro sono maltrattate ed abusate e 16 sotto il controllo maschile. La classica cliente di Holmes è una “damigella in pericolo”, che chiede aiuto e protezione. Non tutte queste donne sono innocenti e immacolate.In molti casi le donne sono vittime delle macchinazioni, in altri, complici dei delitti degli uomini che non le rendono meno prigioniere. Sono donne come Elsie,[50] che cerca di avvertire l’ingegnere, Sophia, che tenta di salvare suo fratello,[51] o Beryl Stapleton,[52] che mette in guardia Sir Henry; cercano di sovvertire la loro impotenza facendo quel poco che è in loro potere: avvertire.

Protettrici. Sono coloro che commettono crimini al fine di proteggere i propri cari.[53]

Muse. Sono le ispiratrici di reati per il fatto di essere oggetto d’amore o desiderio che spinge i loro corteggiatori, amanti, o ex mariti a delinquere.

Agenti attive. Infine le donne indipendenti che potenzialmente potrebbero costituire un problema. In origine sono le donne che nello stereotipo vittoriano abdicano al ruolo imposto. Nelle storie di Doyle, tali esempi non sono rari ma la loro rappresentazione subisce trasformazioni soprattutto nelle storie del secondo periodo. La donna imprenditoriale e indipendente per antonomasia è Irene Adler. In un affascinante capovolgimento dello stereotipo della “damigella in pericolo”, è l’uomo che chiede aiuto ad Holmes. Doyle fornisce alla Adler un’esperienza artistica tale da sfidare il divario di classe, rendendole possibile di muoversi liberamente attraverso la differenza di classe e di status. In questa categoria rientra anche Isadora Klein, chiaro esempio di stereotipo di genere: l’Holmes cavaliere le permette di sfuggire, indenne, alla legge, ma non può trattenersi dall’avvertirla delle conseguenze del suo comportamento poco femminile.

Kitty Winter è invece la quintessenza della donna che commette un crimine che è una vendetta sociale mascherata da vendetta passionale; la signora Gibson[54]  inscena abilmente un suicidio per incastrare la nuova amante del marito; infine, appartiene a questa categoria la sconosciuta che spara a Milverton. Nonostante le categorizzazioni, è comunque discutibile se queste donne operino davvero liberamente: sono certamente attive perché agiscono, ma i loro crimini violenti, sensazionali, e audaci, sono perpetrati da una posizione di disperazione e vittimizzazione, sono atti disperati, di vittime, che, nel caso della Gibson, includono anche la propria morte. Le delinquenti, seppur intrappolate in situazioni di impotenza, provengono da una varietà di classi sociali. Questo suggerisce che la criminalità non era confinata alle classi più basse ma si era estesa nelle classi medio-alte. In secondo luogo, le figure che esercitano una forma di libertà relativa sono sole, hanno una qualche ricchezza o hanno vissuto all’estero: sfuggono a qualsiasi classificazione all’interno dell’oppressivo sistema britannico. La categorizzazione proposta da Aviram consente di avere un quadro chiaro, ma ci mette comunque di fronte ad una realtà di comportamenti femminili molto più sfumati, in cui gli stessi personaggi, in momenti diversi, possono mutare il proprio ruolo all’interno della storia. Questa sfocatura dimostra che è la femminilità, e non la criminalità, il principio organizzatore alla base della comprensione dei personaggi femminili di Doyle. Inoltre, la stessa sfocatura riecheggia i fondamenti della criminologia positivista, secondo cui l’obiettivo dell’analisi del crimine non sono le categorie o le definizioni giuridiche ma l’individuo e la sua propensione a determinati comportamenti. I crimini commessi dalle donne rimanevano tuttavia inaccettabili e socialmente intollerabili, dal momento che si desiderava da loro la domesticità e la passività, non la ribellione. Da qui, il fatto di presentarle come vittime, testimoni, complici: quanto più le donne sono passive tanto più incarnano l’ideale di domesticità. I crimini da esse commessi sono quelli che il pubblico vittoriano – maschile – non ancora pronto ad accettare la realtà dei fatti, ossia che una donna potesse partecipare ad un crimine violento ed essere ‘mentalmente sana’, avrebbe tollerato. I crimini che, quindi, coinvolgono la donna riguardano la sfera privata e non quella pubblica. Ritraendo le donne criminali in modi accettabili, Doyle rendeva l’avidità l’unica motivazione capace di spingere coloro che le circondavano a commettere crimini nei loro confronti e l’amore, o la vendetta, l’unico loro movente. Donne emotive, non logiche, vittime delle derive maschili e della degenerazione del paternalismo, rinforzavano gli ideali secondo cui le donne coinvolte in crimini violenti fossero vittime di una perversione. Questo, in linea generale, salvo quell’evoluzione “interna” del personaggio, della quale abbiamo parlato, che finirà per agire seguendo, con ‘‘inconvenzionalità”, la propria legge morale nell’esprimere un giudizio su di esse.

D’altra parte, Holmes è l’eroe e l’unico modo per mettere in luce le sue capacità da superuomo era avere dei cattivi che operassero nel pieno e totale controllo delle proprie facoltà. Gli antagonisti di Sherlock Holmes dovevano essere intelligenti e calcolatori: ecco perché non ci sono vere antagoniste femminili né, salvo rari casi, donne coinvolte in crimini violenti. La donna che commetteva violenza evidentemente aveva qualcosa di psicologicamente sbagliato in sé: i germi della follia. Dipingere una criminale violenta e lucida, nel pieno possesso delle proprie facoltà, era considerato assolutamente inconcepibile.  Inconcepibile non significa però che non fosse reale: tanto per citare un esempio, la Liverpool della fine degli anni ‘80 fu sconvolta da una catena di crimini commessi da donne nei confronti di uomini, mariti, figli di primo matrimonio, per incassare le assicurazioni sulla vita stipulate con cinque diverse società. L’avidità rendeva questi crimini reali vicini a quelli del Canone, ma la violenza con cui vennero commessi, unita alla premeditazione, non ritenuta possibile nelle donne, li rendevano non canonici, non ammissibili, non concepibili. Doyle, infatti, non ne fa un caso né una storia, non fosse altro per la bassa estrazione sociale delle donne in grado di compierli. Tuttavia, Holmes in una delle sue – prime – tirate contro le donne, volta anche a mettere in guardia il povero Watson, afferma: «Per me un cliente non è che un’unità, un fattore in un problema. L’emotività è nemica del raziocinio. Le assicuro che la donna più affascinante che io abbia mai conosciuto fu impiccata per avere avvelenato tre bambini allo scopo di incassarne l’assicurazione; e l’uomo più repellente di mia conoscenza è un filantropo che ha speso quasi un quarto di milione per i poveri di Londra»; Holmes quindi, molto convenzionalmente, parla per stereotipi ma, al tempo stesso, mette l’accento su una realtà esistente sebbene riportata, in questo caso. per rendere evidente la vera piaga della Società Vittoriana, l’apparenza, il segreto, le sabbie mobili, senza, tra l’altro, andare oltre e manifestare, almeno in questo caso, una coscienza sociale.  La realtà, quindi, continuerà ad essere solo accennata e, da un punto di vista letterario, a non  trovare asilo. L’avidità maschile era concepibile, mentre quella femminile non era sufficiente a spiegare tali azioni. La realtà delle corti di giustizia dimostrava che i crimini violenti delle donne erano all’ordine del giorno ma, sino a che questi rimasero confinati nella classe inferiore, non rappresentarono un problema. L’inizio del XX secolo mostrerà una evoluzione nella crescente tendenza a considerare le donne pazze piuttosto che cattive. Le scoperte mediche, la loro monopolizzazione delle definizioni di ‘normale’, e di ‘sano’, gli albori della psichiatria determinarono una progressiva medicalizzazione della criminalità con un cambiamento radicale anche nella politica di giustizia penale verso le donne, che cominciò a scardinare i concetti lombrosiani a favore di una visione determinista più morbida: il passato dei criminali cominciò ad essere considerato come qualcosa che andava a restringere significativamente le scelte. 

Quando nel 1854 Ann Bought tagliò la gola a cinque dei suoi figli, tentando lo stesso con sé stessa, il tribunale non discusse se avesse o meno commesso quel  delitto, ma se fosse sana o folle. L’analisi delle sentenze nei confronti delle donne dimostra che il 90% di quelle incriminate per omicidio o altri crimini violenti, furono dichiarate pazze. Su 60 atti di accusa di infanticidio, nessuna donna, tra il 1840 e il 1880, fu condannata. Un altro reato diffusissimo era il furto: con l’aumento della cultura del consumo nella Gran Bretagna vittoriana, nei tribunali arrivarono il furto ed il taccheggio, uno dei primi crimini commesso da una donna ad essere considerato come un aspetto della malattia mentale. La cleptomania fu l’arma di tutti gli avvocati della difesa per spiegare la motivazione di donne della classe media, sorprese a rubare senza apparenti motivi. Un anatema, dal momento che queste donne, in teoria, avrebbero potuto permettersi di acquistare quanto rubavano. In teoria. Era facile cercare le motivazioni nella malattia piuttosto che nella società. La soluzione all’aumento della criminalità nella classe media venne trovato nella congiunzione tra giustizia penale e medicina, applicata, ancora una volta, in modo assolutamente arbitrario, soprattutto verso le donne della classi medie e non verso quelle delle classi basse, ritenute poco più che animali: la criminale comune, di classe inferiore, veniva condannata come sempre, la donna della middle-high class accusata era un problema, dal momento che da queste donne non ci si aspettava che potessero delinquere in alcun modo. Lo Status, come sempre, era al di sopra di tutto, anche del genere. È in questa ottica che va concepita anche l’evoluzione di Holmes nei confronti delle donne, che impara a tollerare ed a capire. In questa progressiva decriminalizzazione o medicalizzazione della criminalità, le donne assassine, anche a causa di abusi subiti da mariti o uomini a loro vicini, erano folli e dietro i loro atti c’erano sempre dei bruti responsabili. Spesso di fronte a omicidi femminili di ex amanti, si processarono le vittime come manipolatori e brutali e non pochi furono i casi di donne di classe bassa impiccate per l’omicidio del marito che riscossero invece simpatia nel popolo. 

Questo cambiamento comportò una nuova categorizzazione secondo cui le donne, cattive e deviate, sarebbero state classificate come pazze. Questo spiega l’aumento dei casi di follia, la nascita dei sanatori e dei manicomi e la relativa scomparsa delle donne dalle scene del crimine. Le donne passive, impotenti, le vittime che Holmes comprende, non denuncia, protegge, dando loro una possibilità di ricostruirsi una vita, seppur all’interno di un sistema codificato e tradizionale, sono le stesse che i tribunali non definiranno colpevoli ma malate. Un cambiamento di percezione che certamente non giovò alle donne: da rinchiuse e schiave in un matrimonio a rinchiuse e schiave nei manicomi.

Conclusioni

Il lavoro di Conan Doyle mal si presta ad essere contenuto in un unico paradigma teorico. Da una parte, assistiamo a prese di posizione rassicuranti nei confronti del fondamento patriarcale, che si concretizza nell’offrire  al suo pubblico quanto voleva leggere, ossia di un eroe intellettuale capace di dissipare tanto il crimine quanto ansie e paure connesse ad esso. Come un vero rampollo dell’Impero britannico, Holmes generosamente, paternalisticamente, aiuta le donne che vengono a chiedere il suo consiglio, spesso mettendosi contro i membri maschi del clan familiare che dovrebbero fungere da tutori ma questo, più che una vera liberazione, finisce per incoraggiare il ritorno ad una sorta di buona amministrazione da parte degli uomini delle loro donne di casa. Dall’altra, è indubbio che molti dei casi del Canone suggeriscono che le fondamenta della “rispettabile” casa britannica siano marce o, quantomeno, fatiscenti; la fonte di tale decadimento è quasi sempre la violenza maschile, spesso derivata dall’abuso di alcool, che serve  a giustificare una filosofia interventista da parte di Holmes.[55] Applicando le regole del positivismo, la cultura si oppone all’incultura. La cultura è identificata nei centri urbani, ergo, le aree rurali sono quelle più pericolose perché distaccate dalle pressioni sociali e legali che pervadono invece quelle urbanizzate: la pressione dell’opinione pubblica in città arriva dove la Legge non riesce. Doyle si sofferma sull’inadeguatezza delle leggi che dovrebbero proteggere le donne, sottolinea il fatto che la violenza domestica non si limita alle classi inferiori e denuncia su questi temi il mancato effetto delle leggi esistenti, quindi forse anche una necessità di una loro riforma; ammette ed evidenzia che l’abuso sulle mogli è un problema a causa non dei principi domestici che promuovono l’ordine patriarcale ma della loro deriva: le femministe in questo periodo chiedevano che donne e bambini avessero uguale protezione dalla legge e le considerazioni di Holmes testimoniano un’autentica necessità di tale protezione. Doyle era lontano dai movimenti femministi che lottavano soprattutto per l’estensione del suffragio con modalità violente, intollerabili e… maschili, verso le quali auspicava, addirittura, azioni di linciaggio, ma, nondimeno, non poteva non far proprie alcune istanze della sensibilità femminista a favore di un più ampio controllo sulla sfera privata, considerato non una violazione della libertà individuale, ma un mezzo per proteggere la libertà stessa dei diseredati. Nonostante gli aspetti più avanguardistici, quali la possibilità di dissoluzione del matrimonio, Doyle rimaneva comunque ancorato all’idea che la struttura familiare, privata e paternalistica, fosse l’unica capace di accudire donne e bambini; andava rivista, rifondata, rinnovata, ripristinata ma non eliminata. L’ambivalenza di Doyle è tale sempre, nelle prime come nelle ultime storie. Al contrario, Holmes, in quanto personaggio, si evolve. Una metafora visiva, particolarmente fragile, che appare in tutta la serie, testimonia questa incapacità di ridurre l’ambiguità: la donna in piedi sulla soglia tra la luce dell’esterno e il buio dell’interno, tra pubblico e privato, visibile e invisibile. La soglia, come le finestre, rappresenta il limen: Conan Doyle invoca e rivaluta una funzione simbolica familiare per le donne nella narrativa vittoriana nella volontà/necessità di (ri)delimitare il confine tra pericolo pubblico e sicurezza domestica. Watson descrive la sua futura moglie, Mary Morstan, in piedi accanto alla Signora Forrester sulla soglia della loro casa: le due figure aggraziate, la porta semiaperta, la luce del corridoio, lo scorcio fugace di una tranquilla casa inglese, contrapposto al “selvaggio, oscuro crimine” che aveva preso Holmes e Watson stesso. La porta semiaperta e la luce del corridoio suggeriscono una permeabilità tra i due mondi che fa paura. L’uso continuo da parte di Conan Doyle dell’immagine ambigua della soglia è l’indice linguistico della crisi dei concetti di “donne” e “casa”. L’apertura della casa allo sguardo del detective comporta, tuttavia, una mutata concezione del ruolo sociale delle donne. Ciò è particolarmente evidente nelle storie che descrivono la criminalità femminile: le donne sono una sfida alle tradizionali concezioni occidentali della verità legate alla trasparenza pubblica, alla visibilità e allo spazio pubblico, supportando l’idea che la trasparenza pubblica coincida con la verità autentica. Così, all’inizio del XX secolo, le storie di Doyle hanno presentato una teoria del genere, della visione e del pubblico molto più composita e sfaccettata di quanto non si immaginasse: esse sostengono l’autorevolezza e la forza dello sguardo e localizzano l’ontologia nell’immagine ma non quando raffigurano donne criminali. In questi casi, la narrativa poliziesca di Conan Doyle prefigura il film noir, in cui le femme fatales rivelano che l’inconoscibile non è significato dall’invisibile ma da una disgiunzione tra il visibile e il reale. La criminale unisce due concezioni di visibilità distinte e contrastanti: nel discorso criminologico, la semiotica immaginaria era intesa come un nuovo potente dominio di conoscenza per la scienza sociale positivista e la scienza empirica del controllo sociale, il consumismo, al contrario, non era centrato sull’osservazione ma sull’immagine. Le donne, sempre più utilizzate nel marketing e nella pubblicità negli ultimi decenni del XIX secolo, comunicavano un messaggio, come nella criminologia, incentrato sulla visione e sul potere ma, mentre i criminologi immaginavano un potere maggiorato dalla visione e dall’osservazione, la retorica consumistica si basava su un potere dell’immagine, vuota, costruita, falsa, non reale. Nondimeno, essere guardate significava detenere comunque una forma di potere e di controllo. Le donne tardo-vittoriane furono sempre più incoraggiate a esercitare il potere attraverso l’immagine e il consumo: l’apparenza. L’assassina di Milverton, pertanto, identificata attraverso una foto pubblicitaria, continuerà a promuovere gli acquisti, il consumo, manifestando tutta la capacità di manipolazione e travestimento del suo genere, che l’uomo vittoriano non riesce a decodificare perché non gli appartiene. Se l’osservazione non consente di identificare la verità dietro una immagine che si rivela opaca e mai cristallina, esiste un problema. Doyle vive in pieno tutte le ambiguità ed i paradossi della questione femminile, non ultima la visibilità improvvisamente espansa delle donne nella sfera pubblica attraverso il consumismo e il femminismo della prima ondata, ma enfatizzandone contemporaneamente l’opacità e l’indecifrabilità. Nel suo barcamenarsi tra figure di donne nuove o più stereotipate, anche la figura maschile ne risulta frantumata. Ecco che, nel tentare una composizione ed un equilibrio forse non sempre possibile, la visione radicale, anticonvenzionale, evoluta di Holmes viene affiancata da quella più tradizionalista di Watson che mette in dubbio costantemente le sue azioni e il pensiero non tradizionale. Watson aderisce alla morale e all’etica del tempo, sforzandosi di rendere Holmes più consapevole degli stereotipi e delle norme comunemente accettati. Watson era il Grillo Parlante, colui che avrebbe garantito Doyle dall’attirarsi le critiche da parte della società vittoriana per le non convenzionalità e la problematicità di Holmes.

Ringraziamenti: il presente studio sarebbe probabilmente rimasto nel cassetto se l’intervista Instagram da parte de “La filosofia di Sherlock Holmes” non avesse dato il LA.

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Zedner, Lucia. Women, Crime, and Custody in Victorian England, New York: Oxford University Press, 1991.


[1] Rispettivamente nel 1869 e nel 1871

[2] BERY-1892

[3] La soggezione delle donne (1869)

[4] ABBE

[5] TWIS

[6] SECO

[7] Vittoria diventa Regina in virtù della Legge Monastica inglese che dà il trono al primo figlio maschio e, in assenza di maschi, alla primogenita.

[8] Madre di Mary Shelley, autrice di Rivendicazione dei diritti della donna nel 1792.

[9] Married Women’s Property Act

[10] Marriage Divorce Act.  Con questa legge il divorzio viene trattato come una controversia civile. Tuttavia, il tribunale aveva sede a Londra, una restrizione geografica che ha limitato fortemente le persone lontane dalla capitale

[11] ABBE, HOUN

[12] Tra le autrici, portavoce del dissenso, fu Elizabeth Gaskell che nella sua Ruth – che non è una prostituta ma solo una ragazza orfana alla mercè di un mondo di uomini che, nella speranza di migliorarsi, accetta una relazione illecita –  dipinse la donna caduta come capace di sostenere un percorso di  integrazione sociale che reclamò per tutte le fallen woman. Non a caso i suoi libri vennero in alcune provincie inglesi dati alle pubbliche fiamme. Si dovrà attendere  l’Ida Starrdi Gissing (The unclassed, 1884) e la Mrs Warren di Shaw (Mrs Warren’s profession, 1894) perché le donne della letteratura dichiarino di aver dovuto percorrere la via della fallness per fuggire all’indigenza diffusa e alla mancanza di opzioni lavorative alla propria portata.

[13] Si fidanza con la cameriera in CHAS solo per avere informazioni, chiama per nome le donne della classe operaia.

[14] The North American Review 1894

[15] SOLI

[16] GOLD

[17] Guerra

[18] Segdwic. Attingendo al lavoro di Michel Foucault, la Sedgwick ha analizzato le sottotrame omoerotiche nel lavoro di scrittori come Charles Dickens ed Henry James. La Sedgwick sosteneva che la comprensione di praticamente qualsiasi aspetto della moderna cultura occidentale sarebbe incompleta se non avesse incorporato un’analisi critica della moderna definizione omo/eterosessuale. Ha coniato i termini “omosociale” e “antiomofobico”.

[19] Alger Anderson, “Detectives at School: Bertillon’s New Method of Descriptive Portraits

[20] Crime and Criminals

[21] Vedi, ad esempio, quando Watson fa notare a Holmes l’avvenenza di Mary Morstan.

[22] Jann, op. cit.

[23] BLUE

[24] Non a caso la storia preferita da Doyle era SPEC nella quale le istanze imperialiste sono maggiori. I sospetti di Holmes  sono entrambi stranieri e minacciosi. La prima è una banda di zingari, Roylott  legato all’Oriente. Visse per qualche tempo a Calcutta. Holmes è l’eroe e Roylott è il cattivo, Holmes è puro inglese mentre Roylott è contaminato dall’Oriente.

[25] VEIL

[26] REDC

[27] 3GAB

[28] CARD

[29] DANC

[30] SUSS

[31] THOR

[32] REDC

[33] 3GAB

[34] NOBL

[35] WIST

[36] YELL

[37] SIGN

[38] ILLU

[39] SIGN, NOBL

[40] SECO

[41] LION

[42]TWIS

[43] DYIN

[44] La soluzione 7%

[45] Aviram, opp. cit

[46] GREE

[47] THUM

[48] LADY

[49] Aviram op. cit.

[50] ENGR

[51] GREE

[52] HOUN

[53] Lady Hilda, Lady Brakenstall, Nancy Barclay

[54] THOR

[55] In “The Boscombe Valley Mystery”, Holmes scopre che la tenuta di una ricca famiglia del nord è stata costruita sul bottino di una rapina coloniale. John Turner, l’ assassino, ammette di aver costruito la sua ricchezza in Australia con ruberie.