Intermezzo Asolano

Indagine sui Norman Neruda e sulla storia di Palazzo Beltramini di Asolo

@sherlockholmesmusic

DI Vera Mazzotta

Il presente articolo è frutto di una ricerca che compie a breve un anno. In attesa della sua pubblicazione in questa forma, a Settembre 2023 nello Strand Magazine, Rivista ufficiale dell’Associazione Uno Studio In Holmes nella quale saranno raccolti gli atti del Convegno dello scorso novembre tenuto in Asolo, viene messo a disposizione su questo blog. In autunno, completate le formalità riguardanti la pubblicazione degli originali della documentazione, per la quale vanno chieste opportune autorizzazioni agli Archivi nei quali sono stati reperiti, spero che possa vedere luce in una versione cartacea e allargata, piena di curiosità ed altre notizie ma che, soprattutto, contenga anche la documentazione più importante, in originale.

Ringrazio fin da ora, e non finirò mai di ringraziarle, le persone che mi hanno aiutato nel cammino e nell’indagine, in ordine sparso: l’Architetto Danilo Santalucia che può essere considerato il Motore Primo, colui che ha dato il LA a tutta l’Orchestra, la Dottoressa Orietta Dissegna dell’Archivio di Asolo e l’Amministrazione del Comune di Asolo, in particolar modo il Vice Sindaco Franco Della Rosa, la Dottoressa Francesca Bortolanza dell’Archivio di Stato di Treviso che ha seguito la ricerca con pazienza e dedizione e, tramite lei, anche il Direttore dell’Archivio di Stato di Treviso; il Prof Gabriele Farronato, indispensabile per la sua grande conoscenza ma anche saggezza e soprattutto, per aver ricordato di aver visto in Archivio Storico di Asolo la busta ”Municipio” contenente la storia del Palazzo, ora sede del Municipio che, a noi che studiamo quella dei Norman Neruda, risulta importante per colmare lacune e meglio comprendere le loro vicende in italia; la Signora Franceschini di Asolo, memoria storica per le informazioni e la disponibilità e la Iter di Treviso di Tamara Cofano che ha raccolto, in tempi record per me, la documentazione presente presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari e grazie alla quale, quella contenuta presso l’Archivio Storico di Asolo è stata integrata e compresa.

Non ultimo ringrazio i coniugi Zizola che nelle mie trasferte asolane sono stati un punto di riferimento con loro splendida e accogliente casa.

Prego pertanto, chiunque voglia riproporre in qualunque forma/ modo i presenti contenuti, di citare la/le fonti che sono stati opportunamente depositati e che, di conseguenza, coperti da copyright.

Vera Mazzotta

Gazzetta di Venezia. 20 aprile 1897-  Concerto in Palazzo Néruda.

Lady Hallé (G. Normann Néruda) che gode fama a Parigi, a Vienna, specialmente a Londra dove passa gran parte dell’anno, suonava pochi giorni fa per la prima volta a Milano, con vero e  immenso plauso generale, di là venne in Asolo dal figlio nel palazzo testè ristaurato con buon gusto e abbellito in modo principesco. Ier sera, la grande artista si compiaceva di suonare sul violino vari pezzi nel bel salone splendidamente illuminato, alla presenza di alcune signore e signori, accompagnata al piano dalla valente sua sorella Olga. Il programma assai attraente: un Adagio di Spohr, una Mazurka di Wieniavsky, la Cavatina di Raff e poi ancora la Gondoliera e il Larghetto di Nardini e la Berceuse Slava di F. Néruda, illustre fratello di Lady Hallé. L’eletto uditorio alle armonie che essa traeva s’elettrizzava, s’entusiasmava mentre una folla numerosa che stava fuori ad udire davanti al palazzo, faceva eco agli applausi fragorosi degli invitati. Del resto, che potremmo mai dire noi altri, profani, o quasi, dell’arte, della perfetta esecuzione, del colorito di questa violinista? Gli intervenuti abbandonarono assai tardi quella casa così ospitale, riconoscenti dell’indimenticabile festa all’artista sovrana e alla gentile sorella Olga, al nobilissimo Signore L. Norman Néruda, alla graziosa sua Signora Mary.

E’ nel suo palazzo principesco che, per la prima, volta la violinista amata da Sherlock Holmes viene ascoltata ad Asolo, cittadina del trevigiano eletta Paradiso degli inglesi. E quel Palazzo, che quasi ruba la scena al concerto, perno della presenza dei Néruda nella cittadina, non è un palazzo qualsiasi bensì l’attuale sede del Municipio di Asolo.  

Se oggi conosciamo Wilma Norman Néruda lo dobbiamo a Sherlock Holmes che, il 5 marzo del 1881, nel pieno dell’indagine di Uno Studio in Rosso, andò ad ascoltarla ricordandone una delle caratteristiche per cui stupiva le platee: la maestria nell’uso dell’arco che, come eco sonora, al detective riportava alla mente il ‘’pezzettino’’ di Chopin che fa Tra-la-la-lira-lira-lay, identificato nella trascrizione di Ferdinand David del Valzer op. 34 n. 1 di Chopin. ( V. Mazzotta, vedi bibliografia).

Bambina prodigio, figlia dell’organista della Cattedrale di Brunn, iniziò a studiare il violino di nascosto imitando suo fratello Viktor finchè, scopertone il talento, la famiglia, grazie all’aiuto di una nobildonna morava, si trasferì a Vienna per farla studiare con Leopold Jansa: Wilma fece il suo debutto a soli 7 anni e, da lì, passò il resto della vita tra concerti e continui spostamenti. Nel 1860 insieme ai fratelli Franz e Marie, Wilma intraprende la prima tourneè autonoma in Svezia, incantando anche i critici più severi; il successo fu tale da consentire loro di acquistare una casa per la famiglia a cui fare ritorno: la casa come nido, la casa come centro, la casa come simbolo. In Svezia, Wilma si invaghisce del pianista e Maestro di Cappella Ludwig Norman che sposa a Brunn nel 1864. Norman era protestante mentre Wilma cattolica, tuttavia il codice napoleonico consentiva matrimoni misti. Inizialmente il matrimonio fu caratterizzato da grande unità di intenti: insieme fondarono una delle prime Società di Concerti con lo scopo di diffondere la musica da camera in Svezia, inoltre Wilma fu nominata docente dell’Accademia di Musica di Stoccolma, ruolo che ricoprì sino al 1870. Ma, nonostante il successo e l’appoggio della Casa Reale, i proventi pare non consentissero di mantenere la famiglia oramai di cinque persone, contando i bambini Ludwig e Waldemar e la sorella Marie inoltre, Wilma non aveva intenzione di mettere in secondo piano la carriera di virtuosa. Le mancava il pubblico internazionale? la Svezia non le offriva abbastanza opportunità o, ancora, aveva paura di essere dimenticata? Fu la Francia a darle il successo consacrandola ‘’Paganini donna’’: beniamina di Napoleone, invitata dai Rothchild e da Metternich, ammaliò il violinista Vieuxtemps il pianista Hans Von Bulow che la definì Fata del Violino e Joseph Joachim che ne parlò a sua moglie come della sua violinista preferita e a Charles Hallé.  

La sua grazia femminile si riflette in un uso dell’arco mai forzato e da maestro, la sua incomparabile correttezza, la purezza dello stile e la sua sorprendente certezza e la sua grande poesia nel suonare– afferma Fétis-determinano una ammirazione entusiasta.

Nel 1869, Vieuxtemps cedette a Wilma la data di un suo concerto a Londra e, dopo un anno, la violinista era già la beniamina del pubblico inglese e la presenza artistica più seguita e assidua, pertanto Wilma decise di trasferirsi nel paese che l’aveva accolta sancendo così la separazione definitiva dal marito.

Norman accusava la moglie di tradimento mentre Wilma negava e recriminava di sentirsi messa in imbarazzo da alcuni atteggiamenti del marito che, temeva, potessero nuocere alla sua reputazione, fondamentale per una donna che si accingeva a sfidare convenzioni e pregiudizi. Già in gioventù il giovane compositore aveva infatti manifestato comportamenti anomali che, allora, erano stati considerati stranezze di un carattere gioviale e scherzoso ma quando il suo improvviso balbettare, pizzicarsi furiosamente il naso, intrecciare le dita, saltare, produrre rumori con la lingua, imitare le persone mancando di tatto ed empatia, ridere a squarciagola, diventarono atteggiamenti frequenti, i suoi amici più stretti cominciarono a pensare che soffrisse di un qualche disturbo nervoso quadro che, unito alla depressione e alla dipendenza dall’alcool, fa oggi propendere per la Sindrome di Tourette per la quale, pare che Wilma avesse anche tentato di farlo internare (T. Londhal).

Dopo la separazione Norman si allontanò dalla vita sociale e pubblica in preda ad attacchi di depressione che sfociarono anche in un tentativo di suicidio. Il suo talento musicale si trasformò in immobilità e paranoia portandolo ad un progressivo isolamento mentre Madame Norman Néruda diveniva idolo dell’alta borghesia e dell’aristocrazia e presenza artistica più nota di tutti i tempi. Tutti i salotti le si aprirono: quelli degli artisti quali Millais, Lord Leighton, Watt, Alma Tadema, i Lehmans, degli attori e scrittori quali i Lewis, famiglia di Ellen Terry, Richard Doyle, i Dickens, Wilkie Collins, Tennyson, i Browning; i Balfour, i Rothschild o i Gladstone si contendevano la sua presenza e ben presto divenne persona gratissima alla Famiglia Reale sia per l’amicizia con Alexandra di Danimarca, Principessa del Galles, che per il rapporto di stima che i Reali inglesi già nutrivano nei confronti di Charles Hallè che, il 26 luglio 1888, divenne il suo secondo marito. I grandi meriti artistici di Hallé che aveva fondato una delle principale orchestre stabili del tempo dando vita alle stagioni musicali in città commerciali come Manchester e Leeds, chiamato a corte come insegnante di pianoforte per i figli della Regina Vittoria e che aveva confortato suonando per ore ore dopo la morte dell’amato Alberto, gli portarono la nomina a Baronetto e Wilma Norman Néruda, divenne Lady Hallé.

Campiglio

Prima di Asolo, Wilma Norman Néruda si era già esibita in terra ora italiana: a Trieste durante una tourneè con la cantante Adelina Patti e, nel 1897, a Milano per l’esigente Società del Quartetto insieme  a sua sorella Olga aveva inoltre spesso trascorso molti mesi in Italia, tra Pallanza, Genova e Venezia, per curare i sintomi della tubercolosi ma nessun luogo le era più caro di Campiglio. Grazie ai suoi numerosi concerti nelle corti europee, la violinista aveva stretto rapporti, anche di amicizia, con alcuni membri delle famiglie Reali. Fu la Principessa Anna di Assia e del Reno[1] a prodigarsi  per far conoscere i Néruda adulti all’Arciduchessa Sofia di Baviera e alla futura Imperatrice Elisabetta, anche, se Wilma per la corte viennese suonava da quando era ancora The Little Neruda:

Gennaio 1863:

Ci sono 2 sorelle e 1 fratello (abile violoncellista) di Brünn a Mähren di nome Néruda e anche H.K.H. l’arciduchessa Elisabetta conosce personalmente un trio di fratelli ricchi di talento, di cui la sorella maggiore Wilma Néruda è certamente una delle più importanti violinisti del presente, se non la più eccezionale; una ragazza così di rado dotata che io sono il tuo imperatore. L’altezza può promettere in anticipo il più bel godimento artistico. Non suona da sola come una virtuoso che ha superato tutte le difficoltà tecniche, ma come un’artista consumata con la devozione più profonda, e Vostra Altezza Imperiale, che ha un senso per tutto ciò che è alto e bello, riconoscerà sicuramente la sua genuina concezione artistica e trovare un gusto per l’ingegnosa comprensione con cui Miss Néruda ha suscitato la nostra ammirazione!

Campiglio fu scelta come luogo di riposo perchè era stata eletta località di villeggiatura dagli Asburgo: Sissi vi aveva soggiornato nel 1889 per riprendersi dai gravi lutti familiari e vi era tornata nel 1894 con Francesco Giuseppe, inoltre, l’Arciduca Alberto, vincitore nella battaglia di Custoza e braccio destro dell’Imperatore, quando il caldo diventava opprimente, vi si trasferiva soggiornando nella suite di quattro stanze al secondo piano dell’Hotel Des Alpes di Franz Joseph Oesterreicher.

Madonna di Campiglio era stata lanciata turisticamente nella seconda metà del XIX secolo da Giambattista Righi di Strembo che, nel 1868  acquistò, per 40.000 fiorini, l’intera sostanza dell’ex-monastero di Santa Maria di Campiglio appartenente alla mensa capitolare di Trento. Nel 1875 intraprese a proprie spese la costruzione della strada che collegava i centri dell’Alta Val Rendena con Madonna di Campiglio sebbene arrivare a Campiglio rimase disagevole per molto tempo perché servivano tre ore per arrivarci. L’avventura imprenditoriale di Righi, alla sua morte, fu portata avanti da Franz Joseph Oesterreicher, già proprietario del Grand Hotel a Trento, il quale subentrò nella proprietà degli Eredi Righi nel 1886 trasformando il vecchio Hotel in un Resort moderno e all’avanguardia.

Tanto durante la permanenza di Sissi e Francesco Giuseppe, quanto di quella, più assidua di Alberto, Wilma e Charles furono ospiti presso l’Hotel Des Alpes. Mentre nell’estate del 1893 Ludwig si accingeva a conquistare la Cima detta poi Wilma in onore della sua primogenita, la coppia si trovava a Campiglio e lo stesso l’anno successivo quando la violinista fu invitata a suonare per festeggiare il compleanno dell’imperatore Francesco Giuseppe.

E’ da Campiglio che arriva la testimonianza, fino ad oggi mancante, del fatto che la violinista avesse in repertorio brani pianistici di Chopin trascritti per violino.

                                            Lo Chopin di Campiglio

Nel 1892 la Val di Sole, e Malè in particolare, furono devastate da un terribile incendio e la ricostruzione si profilava difficile e lenta. Approfittando del soggiorno di Sir Charles e Lady Hallé, il Duca Alberto organizzò un concerto per raccogliere fondi. Fu allestito un piccolo teatro nell’Hotel e, fin dal mattino, la violinista cominciò ad esercitarsi con i brani più amati e conosciuti: era stata affidata ad una giovane di Colonia la presentazione, un brano di un giornalista ungherese che probabilmente serviva ad omaggiare i Reali. La Voce Cattolica di agosto 1892 riporta che durante le prove, mentre gli operai lavoravano alle scene e la violinista suonava, il Duca Alberto si sia affacciato per curiosare dicendo:

Vorrei assistere alle prove perché di solito mi fanno vedere solo le cose che vanno bene, per una volta vorrei vedere anche quando si sbaglia.

La giovane, in grande imbarazzo, per un attimo pensò di non essere in grado di recitare davanti a Sua Signoria, ma l’Arciduca la incoraggiò parlandole come un padre: l’imbarazzo scomparve e la prova fu quasi migliore dello spettacolo. Il concerto fu memorabile e la violinista con interpretazioni di Chopin e Schubert fu assai apprezzata dalle Signore e Signorine che in questi giorni affollano Campiglio.

Questa testimonianza va di pari passo con altri articoli di giornale (The Queen 10 febbraio 1894) di poco anteriori in cui si dice che la Hallé al Cristal Palace si era esibita nel Concerto di Beethoven e in un Adagio di Chopin.

Sherlock Holmes non mente mai! Ed è evidente che ricordando e canticchiando il brano di Chopin fu testimone di una prassi consolidata secondo cui la violinista era solita suonare anche sue trascrizioni violinistiche di brani noti ma sino ad oggi ne mancava una testimonianza scritta.

I Néruda ed i Browning: storia di una amicizia

Non è un caso che i Néruda arrivarono e si stabilirono ad Asolo, perché questa cittadina, pigramente adagiata sui colli trevigiani, dove la vita scorre, oggi come allora, lenta, era diventata meta e residenza di una nutrita colonia di inglesi, tra cui, prima Robert Browning e, alla sua morte, suo figlio Pen. I Browning, Hallè e Wilma Néruda erano legati da un profondo rapporto di amicizia: Charles Hallè aveva incontrato Robert ed Elizabeth nella casa parigina della cantante, Adelaide Kemble che, successivamente, lo aveva introdotto in Inghilterra, Robert, a sua volta, aveva conosciuto e frequentato la Kemble durante il soggiorno romano.[2] Fu proprio grazie a quel comune legame che Browning e Hallè cominciarono a  frequentarsi e consolidare il loro rapporto.

(The Brownings’ Correspondence, 21, 217, 221, Adelaide Kemble to E.B.Browning)  

Robert Browning e la sua talentuosa moglie erano entrambi appassionati amanti della musica colta, soprattutto delle sonate di Beethoven e spesso ebbi il privilegio di suonare per loro nella mia casa di Mainsfield Street. Hallè apprezzava in Browning una rara acutezza e profondità di giudizio nei confronti della musica dei Grandi Maestri, Bach e Beethoven mentre Robert, lui stesso ottimo pianista, amava lo stile di Hallè nel suonare Beethoven e, sebbene, questi ammettesse candidamente di non riuscire a capire la sua poesia, i due rimasero sempre ottimi amici. L’amicizia e la stima che legava il poeta ed il pianista si estese ai rispettivi figli e, ovviamente, a Madame Néruda che spesso invitò personalmente Browning a suoi ricevimenti domenicali e ai suoi concerti. Quando Hallè si trovò nella necessità, anche morale, di voler portare aiuto al suo amico, il pianista Stephen Heller che non potendo più lavorare a causa della cecità viveva in condizioni di estrema povertà, fu a Lord Leighton ed a Robert Browning che si rivolse per creare un fondo che erogasse all’amico ogni mese dei soldi per vivere in modo dignitoso. E così, quando Robert Browning fu costretto a trovare appoggi per suo figlio Pen,  a sua volta, si rivolse ad Hallè.

Pen e Ludvig: i due figli

Robert Browning aveva avuto un unico figlio dal suo matrimonio con la poetessa Elizabeth Barrett, Pen, nato in Italia ed educato in modo anche fin troppo libero, all’arte, alla musica ed al disegno, un bambino che, fin dalla nascita, fu etichettato come il Figlio di due Poeti, qualcosa di divino, anomalo che generava aspettative di ogni tipo! Alla morte della moglie, Robert tornò in Inghilterra anche per impartire al giovane una educazione più tradizionale fallendo però miseramente di fronte alla sua mancanza di voglia di studiare: non è adatto a nient’altro che all’ozio e al piacere… Pen, vivace, impulsivo, iperattivo, cercava in tutti i modi di trovare una strada che non fosse quella di diventare la copia di suo padre: espulso dal College per aver fallito l’esame di greco, fu spinto da Johen Everet Millais e Charles E. Hallè primogenito di Charles, a seguire il suo talento per il disegno andando a studiare ad Anversa e Dinant, da Heyermans.

Pen ringraziò per tutta la vita il soggiorno in Scozia con Millais che inizialmente aveva preso più come una sorta di esilio. In quella estate, così lontana dallo studio ininterrotto e sterile delle precedenti, si trovò a dipingere all’aria aperta con il noto pittore. Il risultato colpì molto Millais che capì quale potesse essere la strada del ragazzo e Pen, all’improvviso, diventò agli occhi del padre, un genio il cui talento andava sostenuto anche sfruttando la rete sociale a sua disposizione. I molti ed enormi quadri che inviava in Inghilterra venivano esposti in uno studio dove Robert invitava spesso i suoi amici più cari quali Tennyson, Leigthon e gli Hallè per un parere.

Browning jr. realizzò le sue prime vendite e, nel 1878 la prima esposizione di un suo lavoro Worker in Brass, una scena di strada ad Anversa che ottenne un enorme successo: fu giudicato una grande promessa anche da William Rossetti e l’opera fu immediatamente venduta per 300 sterline. Durante i successivi sei anni, altri nove suoi quadri ed una scultura furono esposti alla Burlington House Summer Shows, a Parigi e a Bruxelles. Leighton, Millais e Lehmann trovarono sempre le opere di Pen di livello; l’Atheneum lo definì un pittore eccellente recensendo in modo positivo le sue opere. Nel 1889 ebbe anche la medaglia all’Exhibition di Parigi che gli conferì il diritto di esporre senza chiedere autorizzazioni.

Estroso, affetto da un malcelato senso di inferiorità, Pen iniziò a ribellarsi all’ ingombrante nome paterno con uno stile di vita considerato, inopportuno, inadatto ma passò il segno quando arrivarono al padre voci sulla sua convivenza con una housekeeper da cui aveva già avuto dei figli e che era deciso a sposare!

Chi era?

Non conosciamo il suo nome ma sappiamo che Pen, in quel periodo, alloggiava al Tete D’Or di Dinant, quindi, si può presumere che la ragazza in in questione fosse la figlia del proprietario.

Così, Browning che, pur di sposare Elizabeth Barrett era fuggito con lei, intervenne per scongiurare un matrimonio deleterio per la carriera del figlio! Nonostante Pen gli avesse confessato che il suo amore era sincero, (Lettera di  Milsand a sua figlia Claire, 20 ottobre 1877).

Browning scrisse al padre della ragazza per troncare ogni tipo di rapporto: Pen viveva a spese e in totale dipendenza dal padre, pertanto, fu costretto a cedere ( lettera di Milsand a sua figlia Claire, 21 aprile 1879) e la relazione con la giovane di Dinant terminò nell’aprile del 1879. A quel punto Browning, autonominatosi promoter e manager del figlio nell’inconscia ansia che, da un mero punto di vista artistico, le sue opere non avessero gran valore, decise di mettere intorno a lui delle persone fidate che riferissero sulla sua condotta tra i quali, probabilmente anche il figlio maggiore di Wilma N. Néruda, Ludwig: Friends of my own, with vigilant eyes enough, visit him occasionally (Lettera non pubblicata del 1882).

Pen decise allora di spostarsi a Parigi per studiare con Rodin che in quegli anni si avviava al successo internazionale. I suoi progressi furono evidenti quando, dopo cinque soli mesi, inviò al padre la statuetta della Dryope: Pen aveva ceduto ed i rapporti sembrarono tornare sereni. Furono gli anni in cui Wilma Néruda spesso invitò il Poeta ai suoi ricevimenti domenicali estendendo l’invito anche a Pen se era a Londra e, più di una volta, chiedendo per sé e suo figlio, l’indirizzo del giovane: pochi anni più tardi anche Ludwig Norman Néruda, la cui educazione si era compiuta prima in Svezia e successivamente nelle scuole di Brunn fu ammesso alla scuola di Heyermans probabilmente non senza un interessamento di Robert Browning che, d’altra parte, non perdeva occasione per tenere d’occhio suo figlio. L’anno in cui Ludvig arriva in Belgio è presumibilmente proprio il 1882 o, al più tardi, il 1883 (lettera di Heymans a Wilma N. Néruda che tra l’altro, nel 1882, dona alla donna un suo quadro) tuttavia, si conosce poco del suo studio: quando poteva raggiungeva sua madre a Baden e che nel 1885 incontrò Pen proprio a Parigi e che ne 1886 ebbe modo di esporre alla Grosvenor Gallery. Pen e Ludwig non potevano essere più diversi, il primo, piccolo, basso figura alquanto buffa, vestito in knickerbokers, (T. Westwood), grottesco nella sua una calvizie incipiente che poco si accordava alla profondità dello sguardo ereditata dalla madre, ironico come suo padre ma, di gran lunga più estroverso ed amante delle attività concrete e di buono di cuore; Ludwig invece era un giovane di grande bellezza, alto come un vichingo, dai capelli e occhi chiari, dai modi gentili e signorili, amante dei libri, della cultura, dei fiori, della fotografia, un vero gentleman vittoriano che sapeva ben intrattenere gli ospiti della madre anche grazie al fatto di parlare correntemente sette lingue.

Nel 1884, la statua bronzea a grandezza naturale della Dryope venne scartata dalla Royal Academy che la ritenne indecente e a nulla valsero l’amicizia con Lord Leighton, allora Presidente della R.A. e le sue pressioni. Robert Browning  indignato, forse non a torto, si recò alla Grosvenor Gallery fondata e diretta da Charles E. Hallè. Era la sua una impresa disperata la sua perché la Grosvenor Gallery non accettava opere rifiutate dalla Royal Academy ma Hallè-figlio racconta che il Poeta lo pregò con le lacrime agli occhi così per lui, in nome dell’amicizia, venne fatta una eclatante eccezione festeggiata, successivamente, proprio in casa di Wilma Néruda! (C.E. Hallè)

Era oramai chiaro a tutti che la carriera di Pen ed il suo successo dipendevano dall’influenza e reputazione del padre.

L’appoggio di Browning al fondo per Heller fu probabilmente un modo per sdebitarsi di questo enorme favore nei confronti del figlio.

Asolo.

Asolo era una città diventata nota grazie alle poesie di Robert Browning il quale, dopo avervi passato alcuni giorni in gioventù era rimasto ammaliato da quell’atmosfera:

fin dalle prime ore dell’alba i contadini entrano dalle porte parlando contemporaneamente. Alcuni guidano asini, altri portano pesi sulla testa…Vengono condotte greggi di pecore, casse di magnifici cocomeri, ceste di galline, vitelli, oche e anatre. Le ciotole e le stoviglie da cucina sono spesso dipinte in modo molto grazioso…I gradini della chiesa sono rivestiti di vesti confezionate e scampoli di stoffa o lino; la fontana è piena di angurie messe lì a raffreddare. La folla è vestita con colori scuri ma qua e là svolazza qualche sottoveste colorata o foulard rosso e giallo. Le persone di rado sorridono ma c’è molta più bellezza tra queste donne e questi uomini di quanta non se ne veda nel sud dell’Italia…Guardando verso Venezia a destra gli antichi setifici, a sinistra lo sperone incoronato dal Castello di Caterina Cornaro…Asolo non può aver subito grandi cambiamenti dai tempi di Caterina Cornaro… Le strade intorno ad Asolo sono interrotte da colline, valli, pendii nei quali primeggia il grigio dell’ulivo e il fondo blu dei fiumi nel verde dei pascoli. ( The Critic, 1892.)

Agli inglesi, il mercato, la folla, i bambini vocianti, gli animali lasciati liberi fuori dalle case, l’artigianato tessile e la bachicoltura che affiancava le attività agricole, davano l’idea del luogo romantico per eccellenza e pittoresco.

La gente di Asolo è gentile di natura, semplice, pacifica, lavora duro, vive circondata dalle solide pietre medievali ma anche da splendidi giardini che vengono coltivati e nei quali la vigna va zigzagando per ogni dove. A volte appare in lontananza una figura e se tu sei un poeta, non importa che questo  sia giusto o sbagliato, pensi sempre che sia di una bella ragazza. I bambini giocano fuori e, alla fine, sebbene sembra che stiano sempre brontolando e siano sempre non soddisfatti sono felici come il sole. (Moescheles, in occasione del suo viaggio ad Asolo.)

Robert Browning innamorato della cittadina cominciò a pensare di acquistarvi una casa per trascorrervi gli ultimi anni godendo della compagnia della sua cara amica Mrs Bronson, Signora del Canale, che, dopo aver vissuto a Venezia, nella splendida Ca’ Alvisi si era rifugiata nel trevigiano.[3]

Pen, dal canto suo, sembrava aver messo la testa a posto: nel 1887 aveva deciso di sposare un’americana conosciuta anni prima, Fannie Coddington. Pen aveva 37 anni, Fannie 33: era diversa dalle altre americane: very pretty, devota, (lettere di Robert e Sarianna Browning) tutte le caratteristiche della buona moglie vittoriana, inoltre, essendo orfana, aveva ereditato, con sua sorella Marie, le enormi ricchezze di suo padre, Thomas, mercante di metalli. Robert la conosce e non le nasconde la contentezza di avere una nuora che avrebbe avuto la possibilità economica di sostenere l’arte di suo figlio, anzi, preparata ad essere la moglie di un artista che avrebbe, così, reso felice e uomo di successo:

I do approve of your choice with all my heart: there is no young person I know at all comparable to Miss C. She has every requisite to make you happy and successful. (Lettera di RB a Pen, 19 agosto 1887).

Una coppia singolare: Fannie, dalla natura profondamente eccitabile, innamorata più di Browning Poeta e del suo nome che non del figlio, e Pen, orami trentasettenne che arrivò trafelato al suo matrimonio organizzato in tutto e per tutto da suo padre, conducendo decine di gabbie di uccelli tanto da dichiarare che, forse non ci sarebbe stato posto in carrozza per lei, la sposa! E quando tutto sembrava essere andato, quasi inaspettatamente, per il meglio, Fannie ebbe un attacco isterico: per firmare il registro, le era stata passata una penna di pavone che riteneva portasse sfortuna!

Passarono le giornate tra passeggiate verso la Rocca, momenti dedicati alla scrittura o nella loggia bevendo aria, inframmezzate da serate nel Teatro di Asolo o in casa a suonare la spinetta: se fossi 10 anni più giovane mi piacerebbe avere un posto qui ad Asolo, come l’asilo infantile, lo acquisterei, lo completerei e lo chiamerei Pippa’s Tower, lo farei più per Pen Così scriveva, fino a che non si risolse a fare la proposta. L’Asilo di cui parlava era un edificio che era stato costruito in un terreno vicino al castello della Regina Cornaro perché servisse da scuola: il Comune, con una delibera del 1878 lo aveva intitolato a Vittorio Emanuele ma i soldi erano finiti ed era rimasto incompiuto. L’acquisto era diventato un vero pensiero fisso per il Poeta: come lo avrebbe restaurato, come avrebbe costruito una torre da cui vedere Venezia ad ogni ora del giorno, la Torre di Pippa, giovane protagonista della poesia che aveva reso famoso tanto lui quanto Asolo.

Il 31 gennaio 1889 venne comunicato in Giunta dal Sindaco Alberico Biadene[4]che il Cav. Robert Browning chiede di acquistare una casa e riva in via Sotto Castello, attualmente affittata a Puglierin Giacinto e Giovanni per complessive lire 210 annue tra danaro ed usanze, (Perrone op. cit. mappali 495-496-497;  lettera del Sindaco Alberico Biadene alla Gazzetta di Venezia 18 ottobre 1889) oltre alla cessione di un piccolo ritaglio di terra annesso alla proprietà di via Sottocastello, in passato servito ad usi molto modesti. (mappale 535). L’acquirente offriva 5000 lire: le Congregazioni di Asolo, che amministravano quei beni non si opponevano alla vendita ma l’offerta non venne accettata La trattativa venne riaperta con un’offerta di 7000 lire che, stavolta, venne accettata ma si scatenò una reazione senza precedenti tra coloro che volevano mantenere l’antico lascito indiviso, quelli che invece volevano ricavare di più, quanti ritenevano l’atto nullo in quanto vendita privata e senza avvisi di aste, e quanti, ancora, ritenevano che l’edificio non terminato nel ritaglio di terra dovesse comunque rimanere destinato all’uso per cui era sorto:

Asolo che ha tutti gli elementi per diventare centro di una comoda e divertente villeggiatura ha il coraggio di vendere i più bel punto pittoresco! (The Sphere, agosto 1900, Gazzetta di Venezia, ottobre 1890).

Mrs Bronson cercò di mediare anche cercando di smussare le opposizioni anche con mezzi particolari, con una lettera a Sarianna del 17 novembre, chiese tre foto di Robert per tre persone in Asolo che desideravano avere un autografo del grande Poeta: Guido Loredan, Alberico Biadene, Antonio Barea.

Tuttavia, Robert non riuscì a vedere realizzato il suo sogno: morì la sera stessa in cui giunse l’autorizzazione: il raffreddore che si portava dietro dall’Inghilterra, si trasformò in polmonite e il 12 dicembre 1889 con Fannie e Pen accanto morì a Palazzo Rezzonico. Robert Browning venne sepolto nell’abbazia di Westminster con una cerimonia solenne a cui furono presenti tutti i suoi amici più cari, in primis, Hallé. Fu Pen ad acquistare l’edificio trasformandolo ne la Torricella, il suo studio personale. Da quel momento, iniziò ad acquistare tutto quello che poteva tanto ad  Asolo quanto a Firenze e ben presto, entrarono nelle sue disponibilità anche la proprietà detta il Belvedere, (Attuale Villa Cipriani in via Canova), un cottage, che Fannie definiva il suo angolo di paradiso e la scuola di merletti, idea della moglie, le cui prime ragazze vennero istruite direttamente da lei.

La Scuola di Merletti Browning venne aperta con lo scopo di dare lavoro alle ragazze della città e delle colline vicine. Fu una anticipazione della rinomata Tessoria Asolana fondata dai Beach e gestita da Flora Stark. La scuola nel 1959 passò nelle mani delle Contessine Loredan le quali rinnovarono le tecniche ed i disegni di ricamo

Rifugium artistico

…ed ora comincia (Asolo) a diventare il ritrovo preferito di artisti, di letterati, di inglesi che amano la bellezza strana e vaga e qualche volta selvaggia e cupa. Il clima è dolcissimo, deve assomigliare a quello leggendario del Paradiso Terrestre, un tepore che si insinua nel sangue e fa sognare ad occhi aperti. (Gazzetta di Venezia, 1 ottobre, 14 ottobre, 18 ottobre 1890).

Tra i primi  a stabilirsi ad Asolo ci fu Erbert Hammerton Young, pittore che arrivò su invito di Pen Browning nel 1887 e, incantato dal paesaggio, acquistò la villa di Pompeo Krum che, a sua volta aveva acquistato dal sacerdote Pietro Basso.

Pen divideva il suo tempo tra il restauro di Cà Rezzonico e quello del suo studio. Il matrimonio non era esattamente come lo avevano immaginato. Fannie nel 1888 aveva perso un bambino e quegli immensi saloni arredati secondo Henry James con orrendo sfarzo, decorati con suoi quadri-mediocri e con le sue sculture, alquanto modeste…regale o imperiale per un uomo che non aveva i modi di un Re, cominciava a pesarle soprattutto perché un Palazzo di quelle dimensioni finì per diventare un freddo cantiere interminabile, senza contare il fatto che ben presto, si ritrovò a gestire decine e decine di visitatori che cominciarono a giungere in pellegrinaggio al Rezzonico per vedere le stanze dove era morto il Poeta.

Al di là di tutto Pen riuscì a trasformare un Palazzo buio in un luogo luminoso e confortevole in cui vivere con un lavoro magistrale e che poteva dirsi di grande successo. Lo stesso James, almeno apparentemente, fu costretto alla fine ad ammettere che Pen, con i soldi della sua moglie americana aveva reso il Palazzo qualcosa che trascendeva i termini della Bellezza.

Fanniè cominciò ad alternare lunghi periodi a letto con viaggi in luoghi di cura ma già dal 1889, affaticata dalla tensione per la morte del suocero, di dover essere perfetta padrona di casa, dalla tendenza alla depressione, ebbe un primo esaurimento nervoso: I have had a really serious nervous breakdown.

Venti di tempesta in casa Browning

La crisi coniugale dei Browning fu motore primo della disputa tra Pen a LudWig Néruda. Nel 1891 Pen e Fannie decisero di passare l’inverno a Firenze, città di infanzia di Pen che qui ritrovò la sua vecchia nutrice, Wilson,[5] invecchiata e indebolita ma ancora capace di ricordare. Intenerito dai ricordi e da quella figura tanto amata, Pen decise di portarla al Rezzonico facendola ricongiungere con suo marito Fernando che già lavorava a Venezia, a loro, si unì Ginevra Biagiotti ( Firenze 1870-Asolo 1923), giovanissima fiorentina, alta, bionda, dall’aspetto nordico (M. Ward) che  piacque così tanto a Fannie da volerla come dama di compagnia personale. La fiducia nei confronti della giovane era tale che, durante la sua assenza per un viaggio in Inghilterra nell’autunno del 1893, Fannie la nominò governante del Rezzonico. Fu una mossa azzardata perché al suo rientro le venne denunciata, dal personale invidioso e messo in ombra dalla Biagiotti, una relazione tra Pen e la giovane.

La solita storia di tradimenti? Assolutamente no!

Secondo alcune testimonianze, Ginevra sarebbe stata figlia illegittima di Pen e Fannie ne era consapevole, anzi, non potendo avere figli propri, l’aveva accolta forse anche con l’idea di adottarla. Fonte di questa informazione fu Dorothy Ivat, amica di Fannie, secondo la quale Fannie aveva accolto Ginevra per crescerla ed educarla. Sebbene Ginevra venga registrata col nome di suo padre, questa testimonianza potrebbe essere suffragata dal fatto che il nome Biagiotti compare tra quelli attribuiti ai bambini esposti, che Pen, anche in anni successivi, aveva la nomea di aver avuto così tante amanti a Firenze che molti avrebbero potuto fregiarsi del nome Browning, e dell’affetto immediato di Sarianna nei confronti della giovane, non ultimo, dagli atteggiamenti paterni di Pen che, prima mandò la giovane ad Asolo a prendersi cura della zia, poi le affidò la gestione e organizzazione della Scuola di Merletti fino a farla sposare con Nello Cantoni di Asolo, amico fidato e braccio destro in Asolo.

Se questo però fosse vero, perché credette alla storia della relazione? A meno che, nella sua facile impressionabilità, Fannie non avesse immaginato e temuto ben altra situazione scabrosa1 Fannie chiese a Pen di allontanare Ginevra, Pen si rifiutò ritenendola una ammissione di colpa e Marie, onnipresente nel loro matrimonio, divenne a sua volta furiosa nei confronti di Pen. Così, di fronte al marito che sceglieva un’altra, Fannie, influenzata anche dalla sorella, lasciò la casa coniugale. D’altra parte, c’era oramai ben poco a tenere insieme i due: morto Browning, la prospettiva di Fannie era una vita senza figli, forse la maggiore causa di allontanamento, costellata di periodi in cui non riusciva neanche ad alzarsi a causa dei dolori di quella che, a leggerlo a distanza di anni, sembrerebbe essere stata una endometriosi che tutti però attribuivano alla sua presunta isteria, costretta, inoltre, a sopportare le continue stravaganze di Pen: uccelli esotici, scimmie e serpenti in casa ed un continuo sperpero del patrimonio. Oltre a scenate di rabbia repressa molti dei cosiddetti attacchi di isteria di Fannie erano dovuti alla consapevolezza  e frustrazione che comunque Pen aveva avuto e aveva un atteggiamento libero con le donne. Pen inoltre, non aveva alcun senso del denaro o del risparmio, abituato, come era fino alla morte del padre, a mandare le sue ricevute allo stesso:  più di una volta Robert, pur pagando spese e debiti del figlio, tentò di ricordargli di fare economia in vista delle spese che avrebbe sostenuto per il restauro, gran parte delle quali furono comunque sostenute da sua moglie Fannie. Povero piccolo, grottesco Pen e povera e sacrificata Mrs Pen chiusa in quel Palazzo-follia! scriveva Henri James!

Lady Layard

D’altra parte, Pen doveva sopportare costanti crisi di gelosia nei confronti di qualunque conoscente o amica, anche di antica data, avesse portato al Rezzonico e le costante recriminazioni della moglie che chiedeva conto di ogni spesa anche in pubblico. Pen, Fannie e Ginevra, divennero il gossip dell’epoca: Mrs Bronson dice che Mr Browning ha detto, se ne parlava ovunque, nei salotti della Venezia bene di Mrs Bronson, nei diari e nella corrispondenza delle gentildonne dell’epoca, prima fra tutte, Lady Layard,[6] moglie del noto archeologo che cercò, in ogni modo di far tornare la donna sui suoi passi: Fannie era una pazza (Diario di Lady Layard, 11 dicembre 1893) Pen uno con le mani bucate, sciocco, egoista ed ostinato per essersi portato a casa una donna di dubbie origini che aveva fatto la modella per altri artisti, cosa questa che equivaleva ad essere una prostituta, uomo dai dubbi valori dal momento che in gioventù aveva avuto figli fuori dal matrimonio.

E fu così che, vero e non vero, illazioni e verità si confusero in una sola voce che si diffuse ovunque!

Nel 1894 Fannie incontrò Lady Layard a Napoli. Le due donne chiacchierarono a lungo (Diario di Lady Layard, 18 gennaio 1894) su … come aveva fatto entrare in casa la fiorentina Ginevra – solo per pochi giorni – come a poco a poco l’aveva resa housekeeper, delle sue scenate di gelosia, infine, come il signor B. si fosse rifiutato di lasciar andare la ragazza e avesse scritto a Fannie una lettera molto scortese… Evidentemente è pazzamente gelosa e forse con ragione. Sono riluttante a credere che il signor B. possa essere un tale mascalzone da portare la sua amante sotto lo stesso tetto di sua moglie ma cose del genere sono sempre accadute...ma alla fine, il 28 settembre, Fannie si imbarcò per la Grecia rimanendo separata da Pen, che, ostinato come era, non si piegò mai, sino al 1899 quando, certa che il marito non fosse mai stato intimo con Ginevra, accettò di tornare. (Lettera d Fannie a Lady Layard, 8 maggio 1899).

Ludvig  e May N. Néruda

Nel 1892 anche il giovane Ludwig, primogenito di Lady Hallè, convolò a nozze. Dopo i suoi studi aveva deciso di tentare maggior fortuna economica come Stock Jobbers pur continuando a dedicarsi alla sua passione principale, la montagna. Aveva iniziato a scalare seppur con l’aiuto di guide, fin dal 1888 intensificando la sua attività nei mesi estivi. Durante queste scalate conobbe ed incontrò Sir John East Hunter Peyton con la sua primogenita, Marianne Catherine, detta May. Sir John proveniva da una antica famiglia aristocratica ed aveva ereditato in trust da suo padre la tenuta di Wackhurst Place, nel Sussex che, non appena ebbe nelle piene disposizioni, decise di vendere in lottizzazione. Sir John Peyton era il classico gentiluomo inglese che viveva di rendita del proprio patrimonio dedicandosi alla geologia, all’astronomia, alla montagna, ai viaggi, seguito dalla giovane ed intraprendente May, sua figlia prediletta come Ludwig lo era di Lady Hallè. L’incontro a Zermatt fu decisivo: a Ludwig bastarono l’intraprendenza della giovane donna che si unì senza problemi a lui e alla sua guida, con la quale si trovò a passeggiare e a chiacchierare in alta montagna tanto da perdersi, il coraggio con cui affrontò tempeste di neve e l’avventura di dover attende a Lucerna per la perdita del bagaglio: era la donna giusta! Néruda ad ottobre era già dai Peyton ad Hove e, da quel momento, i due iniziarono a frequentarsi. Lady Hallè e i nobili Peyton si incontrarono nel dicembre del 1891 a Bornemouth, all’Hotel Royal Bath di cui Wilma era una assidua frequentatrice e il cui nome, insieme a quello di Charles Hallé, è presente nel libro degli ospiti.

Il 1 marzo del 1892 venne siglato, presso gli avvocati di Peyton, Hart un accordo prematrimoniale che, tuttavia non è pervenuto, nel quale certamente si definirono i diritti sulle proprietà comuni dal momento che, in virtù di questo accordo prematrimoniale, in seguito a May, dopo la morte del marito, furono riconosciute ‘’poche corone’. Il matrimonio venne celebrato a St Margareth di Westminster, il 21 marzo del 1892 in modo assolutamente principesco a testimonianza della vastissima rete sociale dei Peyton ma anche degli Hallè come era giusto che fosse, dal momento che tra i sogni di suoi figlio c’era anche quello di entrare in politica nel partito dei liberali.

Il resoconto accurato con la lista completa degli invitati e dei regali in The Gentlewoman 26 marzo 1892, qui basta ricordare, tra gli oltre preziosi doni arrivati, quelli più importanti come il dono di May a Ludwig, un portasigarette d’oro e gli arredi per una libreria a testimonianza del grande amore di Ludvig per i libri, quello di Ludwig a May, una collana di pietre colorate, spilla con pendente, anello e bracciale di diamanti, un solitario ed una scatola per matite in oro, quello di Lady Hallè alla sposa le tre stelle di diamanti mentre a suo figlio una borsa da viaggio in pelle simile a quella regalata da Waldemar a May, e l’immancabile servizio da the dipinto a mano e lo stand per i liquori da parte dei genitori della sposa.

1894 ad Asolo

Fu Pen a portare i Néruda ad Asolo. Entrambi erano appassionati amanti della montagna, ma in seguito divennero nemici fomentando una piccola faida cittadina che si trascinò fino a che Mr Norman Néruda non trovò la morte sospeso in uno dei Cammini delle Dolomiti mentre sua moglie passava la notte su una sporgenza impossibilitata a raggiungerlo.

E’ questo il racconto di Freya Stark: ricordi, sensazioni, voci, di quando giunse anche lei, per la prima volta, ad Asolo nel 1894. (Travellers’ prelude: autobiography 1893-1927, pag. 33).

Freya era la prima figlia dei cugini Robert e Flora Stark. Robert era stato compagno di studi di Pen ed era un talentuoso scultore mentre Flora, oltre che un’artista, era anche un’abile pianista che Wilma Norman Néruda spesso incontrò nello straordinario salotto di Alma Tadema e degli artisti di St. John Wood dove entrambe si esibivano. Gli Stark odiavano le soffocanti convenzioni vittoriane, erano amanti dei viaggi ma tanto Flora amava la vita di società quanto Robert se ne allontanava. Arrivarono ad Asolo invitati da Herbert Young per rendere artisticamente più bella la sua casa. Pen, dopo l’allontanamento di Fannie, aveva perso interesse per il Rezzonico e con Sarianna, Wilson e Ginevra si era trasferito ad Asolo. Aveva ritrovato i Néruda, Ludwig, sua moglie ma anche il più giovane Waldemar a San Martino di Castrozza in settembre e, nella sua generosità, aveva offerto alla coppia di alloggiare da lui: Asolo, per Ludwig e May poteva essere un’occasione di riscatto e di ricominciare una nuova vita. Ludwig infatti, nel 1893 aveva subito un fallimento per 13.770 sterlin ed il relativo procedimento andò avanti per due anni prima che fossero definite le responsabilità ed i risarcimenti ai creditori. Non avendo ulteriori informazioni sulla natura del suo lavoro, possiamo solo metterlo in relazione alla particolare congiuntura economica del momento. Tra maggio e novembre del 1893 ci fu una vera e propria situazione di panico negli Stati Uniti, una depressione che comportò la chiusura di banche e aziende con produttori che non avevano soldi per pagare materiali e operai e un’ovvia corsa alla valuta. Fu la prima paralisi dell’economia industriale. Molti investitori liquidarono i loro investimenti americani cercando il riscatto in oro dal tesoro che, ovviamente, finì per perdere valore con ripercussioni sulle Borse australiane e tedesche e la Grecia, paese con maggiori difficoltà, fu costretta addirittura a dichiarare fallimento. La crisi argentina inoltre comportò una situazione di generalizzata insolvenza da parte di questo paese nei confronti di quelli creditori, tra cui l’Inghilterra che, a sua volta, si trovava nella fase finale di una grande depressione nel settore agricolo con relativi procedimenti di fallimento tanto per agricoltori quanto per allevatori. Tuttavia, come sentenziò il tribunale nel 1895 quando gli negò la possibilità di dilazionare i pagamenti oltre il consentito, il giovane pagava investimenti azzardati ed  uno stile di vita dispendioso e… stravagante.

Per fortuna, Ludwig potè contare sul patrimonio di May, sebbene, non conoscendo il contratto prematrimoniale, non sappiamo in che misura, e sull’aiuto economico da parte della madre, che gli consentirono di pagare i debiti del fallimento. Rimanere tuttavia a Londra era oramai difficile: serviva un altro luogo dove crescere la piccola Wilma Marian nata poco dopo il matrimonio, il 12 gennaio del 1893.

Dopo un periodo in cui furono ospiti ina casa Browning, i Néruda si trasferirono nella sua proprietà detta il Belvedere.

In quell’autunno/inverno del 1894 non solo gli Stark ed i Néruda si trovarono ad Asolo, un’altra conoscenza comune a tutti si fermò in casa di Mrs Bronson che, a La Mura metteva a suo agio gli ospiti, ricevendo artisti squattrinati e famiglie reali, poeti e nobili veneziani: una giovanissma Eleonora Duse insieme alla sua compagna, la figlia minore del pittore Alma Tadema, Lawrence, conoscenza di vecchia data anche degli Hallè. Chissà, magari fu questa l’occasione del primo ricordo della piccolissima Freya, di una May N. Néruda definita primo esempio di cattiveria perché, durante una festa di Natale data dai Néruda forse per festeggiare la nuova sistemazione, la strappò alle braccia della madre per farla portare dalla nutrice, dal colletto duro ed inamidato, nella stanza dei bambini. Il clima di pace ed amicizia in quella colonia di inglesi dove tutti si conoscevano, durò poco: il 1895 si aprì con la storia di mezzo portone che rese gli amici, nemici dividendo il paese, chi da una parte chi dall’altra, in una vera e propria faida nella quale anche Flora Stark si ritrovò coinvolta tanto da raccontare, anni dopo alla figlia, di aver visto May N.Néruda bucarle una ruota della bicicletta davanti all’ufficio postale con lo spillone del cappello!

Storia di mezzo portone e della faida di mezzo paese.

La Storia di mezzo portone è la storia del dissidio tra Pen e Ludwig che li portò, di fatto, in tribunale, uno contro l’altro. La ricostruzione dell’intera storia è  stata possibile grazie alla pubblicazione del carteggio fatta da Pen e a quella successiva di Ludwig che, oltre alle lettere, raccolse anche gli atti processuali. Nonostante le apparenze, il motivo reale della disputa, fu una donna, non una donna qualsiasi, di nuovo, Ginevra Biagiotti che già tanti problemi, suo malgrado, stava creando al matrimonio di Pen.

La questione comincia con una lettera del potente sindaco di Asolo, il Conte Guido Loredan,7] che, incurante dell’imparzialità dovuta dalla sua posizione, acconsente a difendere gli interessi di Néruda. Ludvig si rivolge a lui perché Pen gli aveva fatto asportare, in pieno giorno, mezzo portone della casa del Belvedere al n. 160 che gli aveva affittato e che dava accesso alla corte comune. Browning risponde al Sindaco che ha le sue ragioni ma è disposto a mettere un bel cancello di ferro permettendo ai passanti di godere della bella veduta, chiedendo al Sindaco di riferire a Néruda di stare tranquillo perché quel portone, anche prima di prestargli l’immobile sito al n. 160 che abitava su suo invito, rimaneva comunque sempre aperto. E poiché Pen rimane fermo sulle sue posizioni, Néruda decide di adire le vie legali. Pen, invece, da mandato all’Avvocato Sebastiano Galanti di occuparsi dello sgombero.[8]. Fu uno dei primi incarichi del genere, agire come uomo di fiducia o di affari di qualcun altro, nel particolare, negli anni 20 della Contessa Rucellai, figlia di Mrs. Bronson per conto di Eleonora Duse che in Asolo voleva acquistare la casa, ma, fu un nulla di fatto dal momento che Galanti era malato e Cantoni assente

Ma, il mezzo portone è solo uno dei tanti reciproci dispetti che iniziano con Pen Browning che, a detta di Néruda, lo tormenta in ogni modo: prima aveva chiesto a Giuseppe Menegon, il contadino che abitava nel cortile del Belvedere, di non obbedire ai Néruda, successivamente gli aveva ordinato di chiudere con chiavistello ogni accesso alla Riva e all’orto, non contento, aveva inviato operai a lavorare all’alba per disturbare il sonno ed, in ultimo, aveva deciso di stallare asini e cavalli nella corte. Fu allora che tra Menegon che aveva avuto l’incarico di lasciare il portone aperto e Néruda sorse un alterco animato nel quale Ludwig ebbe la meglio riuscendo a chiudere il portone non senza però minacciare i bravi di Pen con il suo bastone, trattenuto, invero, a stento, dal suo cuoco, Angelo Paolinelli. Pen decise allora di inviare una squadra di operai a scardinare la metà del portone lasciando la corte aperta a servire da cesso con un Pen che, dall’altura di fronte, il Colle degli Armeni, si godeva, ridacchiando, la scena. I dispetti continuarono, con il relativo coinvolgimento degli asolani dipendenti dell’una e dell’altra parte: la richiesta di restituzione delle 275 lire che Pen aveva anticipato per saldare i conti di lavandaia e stiratrice dei Néruda, e con Néruda che, per tutta risposta, di fronte alla richiesta e visione dei conti, li fa sparire per non avere prove dirette del debito! e si va avanti con finestre aperte all’ultimo piano espressamente vietate dal Browning (Aprile 1895) e operai che vanno a scambiare il fieno ordinato proprio nella corte e che Néruda, trovandoseli in casa all’improvviso, caccia a malo modo, fino a quelli che andarono a recuperare delle vecchie imposte, che pure si trovavano al Belvedere e che, ancora una volta, Néruda manda via costringendo il povero Pen, ad ordinarne di nuove! Solo di fronte al Pretore si chiarisce il busillis: Néruda parlava di violazione di domicilio riferendosi all’accordo di abitare il Belvedere al 160 come una affittanza che, invece Browning, stando così le cose, non riconosceva più essendo comunque basata su accordi esclusivamente verbali. Nonostante ciò, forse per di evitare il processo, Pen propone a Néruda di stipulare un contratto scritto di locazione per la casa con uso del giardinetto adiacente e l’accesso al cortile del n. 161 per attingere l’acqua: decorrenza 1 gennaio 1895 e scadenza, improcrastinabile, dicembre 1895, prezzo di 500 lire come saldo fitto per il periodo suindicato.

Pen infatti, aveva concesso a Néruda l’uso del Belvedere, restaurato ed ammobiliato, con atto di liberalità ma aveva riservato tre stanze ad uso esclusivo di Ginevra Biagiotti che, ad onor del vero, già le abitava prima del loro arrivo. Inizialmente Néruda aveva insistito per pagare ma poi, di fatto, non pagò mai un centesimo, anzi, come fece notare Pen, insistere per pagare, non è pagare, evidentemente, ritenendosi ospite come del resto era abituato ad essere.  Ginevra Biagiotti viveva in quelle tre camere ma mangiava alla mensa dei Néruda a spese di Browning.

Il problema sorse quando Ludvig chiese a Pen quelle tre stanze per alcuni conoscenti ma Pen gliele negò: dove avrebbe mandato Ginevra?

Evidentemente, questo sconvolse gli equilibri già precari tanto che Ginevra decise di allontanarsi dalle sue stanze per il cattivo trattamento della moglie del Néruda che invece sembrerebbe essere stato imposto da Ludwig stesso non potendo tollerare il temperamento un po’ strano (sic) della Biagiotti. Per quanti credevano o credono che la giovane fosse l’amante di Pen questo poteva solo significare che i coniugi Néruda non tolleravano più che questi entrasse ed uscisse dalle tre stanze ad ogni ora, in realtà, ad andare oltre le apparenze, vista l’avvenenza della giovane, è molto più probabile che tutto si originò da una malcelata gelosia di May stessa o dal ritenere la sua reputazione minacciata dall’ospitare una donna che molti credevano essere amante di Pen. Ginevra quindi era stata ospitata, nel frattempo, da Mrs Morrison, amica di Sarianna ma aveva lasciato tutte le sue cose nelle stanze che aveva chiuso a chiave impedendo a chiunque l’accesso. Mentre Asolo veniva sconvolta da questi racconti e dalla  pubblicazione dei relativi carteggi, arrivarono, il 21 maggio, a tre giorni dalla citazione in tribunale, due strane viaggiatrici, due donne alquanto buffe: il Poeta Michael Field!

Sono zia e nipote, Katherine Bradley, la zia, ed Edith Cooper la figlia di sua sorella di cui era diventata tutrice, unite da un rapporto non solo di collaborazione letteraria ma anche affettivo. Katherine aveva 15 anni di più di Edith. Fu un rapporto profondo ed esclusivo. Vissero insieme, divennero amanti, scrissero insieme, viaggiarono insieme e morirono una a distanza di un’anno dall’altra, Katharine tenendo nascosto ad Edith che era in fase terminale per un tumore al seno, che stava morendo per la stessa malattia. Nonostante il loro tentativo, non sempre riuscito, di annullarsi in un unico individuo, rimasero due individui diversi, con impulsi poetici e talenti distinti e, probabilmente, anche aspirazioni diverse. Le due donne avevano deciso di pubblicare le loro raccolte, scritte a quattro mani, sotto uno pseudonimo maschile sia per essere prese sul serio, come George Sand e George Elliot ma anche per omaggiare il sentire di quel momento, riluttante ad adottare il ruolo femminili, per parlare di argomenti che difficilmente la maschilista società vittoriana avrbee sopportato da una bocca femminile.

Era stata Sarianna a scoprirle e a presentarle al fratello il quale, a sua volta, aveva contribuito al loro successo definendole geniali, scrisse infatti a Mrs. Bronson: Is long since I have been so thoroughly impressed by indubitable poetic genius,—a word I consider while I write, only to repeat it, ‘genius.

Le Field, ospiti dei Berenson a Firenze, erano state invitate da Sarianna a marzo; come Pen si trovavano in un momento di crisi: la loro relazione simbiotica infatti, era stata scossa dall’attrazione mentale e fisica che Edith aveva cominciato a nutrire per il critico d’arte Berenson il quale invece, pur provocandola in molti modi ed alimentando la sua dipendenza mentale, le preferì Mary Costelloe

In Toscana erano già venute a conoscenza della storia di Ginevra e della tragedia che si stava consumando ad Asolo (Diario di M. Field 4 maggio 1895) riferendosi certamente alla crisi coniugale di Pen tanto da annotare diario che Fannie era stata davvero una folle a prendere come governante una donna come Ginevra che molti uomini avrebbero desiderato avere come governante al posto di qualche oscura e vecchia zitella…mettendo alla prova, prima del tempo, l’amore di suo marito.

Cercavano ad Asolo un po’ di pace e si trovarono in mezzo ad una guerra.

Michael Field e la fine del processo.

Fin dall’arrivo ad Asolo le due donne si resero conto che qualcosa non andava: non ci sono carrozze ad attenderle per cui sono costrette ad salire in Asolo con mezzi, quasi, di fortuna. Pen le raggiunge alla pensione portandole prima alla fabbrica di merletti da Sarianna e Mrs Morrison e quindi, dopo una breve visita alla casa in cui Robert aveva scritto Asolando, al suo Palazzo Pigsty, pieno di oggetti, statue, quadri, dove i colori brillanti del piumaggio dei cacatua si mescolavano a quelli degli arazzi e i versi dei tacchini, delle colombe, dei macachi si sovrapponevano in una moltitudine di suoni da far pensare ad un’Arca di Noè.

Pen è evidentemente preoccupato: a giorni sarebbe arrivata la nuora Marie che Pen riteneva la pazza responsabile dell’allontanamento di Fannie, e delle sue tendenze suicide per prendersi gli arredi ed i lini lasciati dalla moglie al Rezzonico ed a Asolo, minacciando, ovviamente, un aiuto esterno qualora non avesse avuto quanto chiedeva. Pen e Ginevra sistemano quindi le scatole nell’ingresso in modo che Marie possa portare via tutto in fretta e Marie, puntuale, arrivò il 23 maggio seguita da una code di recriminazioni e polemiche! In agosto raggiunse la sorella che si trovava in Germania nella Foresta Nera fino al 13 agosto, quando salparono per New York.

Durante un pranzo con Ginevra e Sebastiano Cantoni, l’amico e sovrintendente degli affari di Browning, le Field si accorgono di un innamoramento incipiente tra i due: i loro sguardi lanciano bagliori di oro e di argento, si incontrano (…) il sentimento è evidente.

La Ginevra che conoscono è  quindi ben diversa da quella dipinta dalle voci malevole!

Il 24 maggio, Pen di fronte alla pubblicazione di Néruda decide di citarlo in giudizio ed è a questo punto che le Field capiscono cosa stia realmente succedendo. Pen, infatti, fa leggere loro la corrispondenza con Néruda: è spaventoso vedere il pitone che si arrotola su quei fogli e le parole che il vile (N. Néruda) ha usato rispetto a quelle di Pen che sono sempre piene di dignità ed arguzia.

Ma la prima udienza è inutile: Néruda nega che il pretore sia competente in materia: un atto di amicizia non può essere quantificato in denaro, e così il procedimento viene procrastinato di 10 giorni.

ORIGINALE DEL DIARIO https://michaelfielddiary.dartmouth.edu/ (diario manoscritto M. Field)

Ma Cantoni non è il solo a guardare con interesse Ginevra, c’è anche l’avvocato Sebastiano Galanti con la sua bocca piccola e serrata, la barba bionda tagliata, il naso lungo adunco e gli occhi come macchie fatte da un abile scrittore che indugiano costantemente su Ginevra. E mentre il Pretore deve decidere sulla competenza, Ginevra e le Field visitano il Belvedere, la Torre che Pen ha affittato ai Néruda e alla pergola che Néruda aveva chiuso, un altro tra gli sgarbi reciproci, di cui la ragazza conservava le chiavi, nella certezza di non trovare nessuno:

i Néruda sono a Venezia con la Madre!

Lady Hallè quindi aveva assistito ai prodromi della questione del mezzo portone e, al momento, si trovava con i figli a Venezia, con molta probabilità, nella casa della famiglia Borwick, per organizzare il matrimonio imminente, del secondogenito Waldemar con Mabel Theodora Borwick, figlia di Alfred, ricco proprietario di miniere e nipote dell’ inventore della polvere lievitante! La permanenza delle Field giunge al termine ma non la questione di Ginevra e dei Néruda che continuò a seguirle nei continui aggiornamenti di Sarianna: è il 22 luglio quando l’anziana confida loro una certa stanchezza per il protrarsi di un causa interminabile che sembra non avere fine…ed infatti le cose si complicano per l’intervento dei domestici. Pen cita in giudizio Teresa Soligo moglie di Mario Rossi, e Maria Rossi, da cui si sente apostrofare come brutto birbante, figura porca, canaglia, ladro, peggio di ladro, a cui si aggiungono brutto birbo da quando xe nato, canglia e birbante conossudo da tutti, rivolte a Cantoni! Cosa era successo ancora? Ginevra accompagnata da Alberico Biadene, aveva deciso di andare al Belvedere per prendere alcune carte importanti. Néruda però, aveva dato ordine alle sue cameriere, la Signora Ida e la Signora Maria Rossi, di non far entrare nessuno. Così Biadene, pur essendo amico dei Néruda, cercò di entrare con un diversivo, chiedendo in prestito una macchina per turare le bottiglie ma Ginevra, impaziente si fece largo. La Signora Ida, intuendone le intenzioni, la bloccò ma venne spintonata dal Biadene nel tentativo di far passare la ragazza. Ginevra salì nelle sue stanze per prendere le carte ma le due donne, una a terra e l’altra colpita in testa, decisero di chiamare il Maresciallo dei Carabinieri, Ernesto Pasin, per essere testimone di cosa Ginevra avrebbe portata via. Quando però Biadene cercò di uscire dalla porta che dava sulla corte trovò anche Pen con alcuni operai che, certamente, non erano lì per caso: Ginevra intanto scendeva nella corte dalla finestra  con una scala messa dagli inservienti di Pen.

Néruda, di fronte a questo ennesimo atto di violazione, decise di mandare via i domestici, separare le sue cose da quelle di Browning facendo ammassare la sua mobilia nell’ingresso. Ma Pen riuscì in ogni caso a mettere in quelle tre stanze un suo uomo fidato: ammalato dai continui aggiornamenti del processo e dal continuo sentirsi ripetere di avere pazienza, prese la legge nelle sue mani, entrò nelle tre  stanza  contese le cui chiavi aveva sempre avuto. Ora un uomo dorme li. Questo finirà solo per aumentare il numero di accuse con quella di violazione di domicilio, ma ha avuto il desiderato effetto di buttare fuori Néruda. ( 13 agosto 1895). Pen non voleva infastidire Ginevra e Biadene, il piu gentile di tutti gli uomini viventi, che sono certa essere incapace di spazzolare via una mosca dal suo cappotto senza dire scusi… ma alla fine, entrambi, insieme ai domestici, dovranno rispondere di diverse accuse. Il 26 agosto arrivò il colpo di scena: Néruda e Browning decisero per una conciliazione.

Tanto rumore per nulla.!!

Browning concesse senza affittanza la casa del Belvedere sino al 31 dicembre 1895, Ludwig si impegnò a lasciarla per quella data; fino ad allora, le tre stanze sarebbero tornate in godimento di Ginevra che le abiterà solo di giorno, una specifica alquanto curiosa, che fa ipotizzare che di notte qualcuno fosse stato con lei o comunque qualcosa di non detto fosse accaduto. In ogni caso, tacitati i conti del dare e avere e restituiti a Browning i conti della lavandaia e della stiratrice, questi si impegnò a mettere al posto del portone un cancello.

Pagati i debiti del fallimento, terminata la causa contro Pen, Ludwig è finalmente libero di spostarsi in Maloja dove, atteso da mesi, è in tempo per partecipare ad una festa il 31 agosto: tra gli invitati, il direttore di orchestra Cowen, amico di sua madre, Barrie e …Arthur Conan Doyle!

Andò avanti solo procedimento per violazione di domicilio e per ingiurie ma, alla fine, anche Ginevra e Biadene furono scagionati perché, possedendo le chiavi, non avevano violato il domicilio, ma, semmai fatto un esercizio arbitrario; le cameriere furono condannate ma nella misura più mite riconoscendo come attenuanti quella di una situazione alquanto anomala e della rabbia ed esaltazione del momento grazie alla testimonianza del medico di Asolo, il Dott. Luigi Gött, che incontreremo di nuovo.

Néruda senza casa ed il Lady Hallé Testimonial Fund

Per tutto l’autunno del 1895 i Néruda rimangono lontani da Asolo ma, nel frattempo, un grave lutto si abbatte su Lady Hallè: mentre la violinista è in Danimarca, viene raggiunta dalla notizia dell’improvvisa morte del marito a Manchester che si ferma per un giorno in segno di rispetto per il pianista che aveva rivoluzionato il mondo musicale. Apparentemente per aiutare Lady Hallè in un momento difficile, fin dal 27 novembre si costituisce un Comitato: il Lady Hallé Testimonial Fund, una sottoscrizione pubblica con lo scopo di raccogliere i soldi per festeggiare i suoi 50 anni di carriera. Miss Terry Lewis, nipote dell’attrice Ellen Terry, si presta a fare da segretaria chiedendo di contribuire con pochi pences presso la Mess. Herries, Farquhar and Co 16 St. James Street, S.W. London. Il Comitato che si costituisce porta i nomi più importanti dell’epoca: il Re di Danimarca, quello di Svezia, Lord Hopetaun, ex ambasciatore australiano, Lord Revelstoke, Alfred Rothschild, gli immancabili Lord Leighton e Alma Tadema, Clara Schumann, Joachim, la Contessa di Radnor, i Duchi di Fife e Westminster e tanti altri; le donazioni arrivano da ogni parte, compresa la gente comune che invia anche pochi scellini. A dicembre, sia il Principe di Galles che la Principessa Alexandra chiedono di comparire come finanziatori.

Ma in cosa consiste il testimonial?

Se lo chiedono tutti ma, fino a marzo, non solo non viene svelato nulla ma si fa fatica a trovare una data per una cerimonia ufficiale in cui anche il Principe di Galles sia presente. E cominciano allora timide polemiche nei confronti di una usanza che, anche fra i musicisti, finisce per creare grandi disparità: il denaro avrebbe potuto essere distribuito in modo molto più appropriato per alleviare la vera angoscia ai suoi colleghi più umili. Teste coronate, principi e duchi – portando dietro di sé l’inevitabile lunga coda di snob che amano essere associati ai Lord come fosse una menzione sui giornali – hanno deciso di spendere i loro soldi per qualcuno-Lady Hallè- che non lo desiderava molto. Ha un violino e sa suonarlo. È triste pensare che uno strumentista meno alla moda, anche se altrettanto bravo, potrebbe avere un’eccellente possibilità di morire di fame nelle fogne prima di ottenere sollievo. (The Magazine of Music, marzo 1896)

Dalle lettere di Sarianna alle Field (3 gennaio 1896) veniamo a sapere che Néruda è tornato ad Asolo e ha preso casa nella casa del cattivo prete che si trova opposta al Belvedere : è il nuovo prevosto di Asolo, Monsignor Bertoldi[9] che Ludwig ripagò per l’ospitalità regalandogli alcuni suoi quadri oggi custoditi presso il Museo di Asolo e lì arrivati in virtù del Legato Bertoldi: 177 opere pittoriche  e 60 bibliografiche accettato alla sua morte, avvenuta il 15 ottobre del 1910.

Ludwig stava cercando casa!

ma un altro polverone si alza ad Asolo e Venezia a far parlare i maligni: a febbraio Pen decide d accompagnare Ginevra ad un ballo di Beneficienza organizzato al Rezzonico.

La testimonianza di Walter Sickert, pittore della scuola di Mc Neil Whistler, Degas e Picasso, da contezza della reputazione di Pen e della malignità delle voci, tra l’altro non corrette, nei confronti suoi e della ragazza: fu uno scandalo tra la popolazione espatriata poiché (Pen) aveva abbandonato la moglie e si era messo con un’amante italiana di nome Ginevra (soprannominata l’articolo indeterminativo dalla vecchia signora Brown). C’era stata una certa ansia tra le “patronesse” del ballo sull’opportunità di accettare la sua offerta del palazzo: i loro timori si concretizzarono quando arrivò nel bel mezzo della festa insieme alla sua donna. Ellen era incuriosita dall’imbarazzo generale provocato da questo arrivo (…) tutte le donne italiane sostengono la signora Browning [e] lanciano anatemi sul suo rimpiazzo. Questo, tuttavia non ha impedito a tutti di essere “fagocitati” dalla visione dell’amante quando è arrivata al ballo (…) vestita molto semplicemente di crêpe bianca, senza gioielli e con un solo fiore bianco tra i capelli. Ma questo abito verginale serviva semplicemente ad accentuare la sua “espressione astuta e dura” mentre Pen è stato liquidata come un essere ripugnante, dall’aspetto comune e dissipato“.

Ma Pen continuava sulla sua strada, incurante.

Il 21 marzo del 1896, Sarianna comunica alle Field che la buona notizia è che la causa che i servi avevano intentato si era finalmente conclusa mentre la cattiva è che

Néruda è riapparso ed ha preso la casa più bella, quella con le otto colonne in cima alla piazza: il nostro Palazzo!

La voce arriva anche tra le calli veneziane, Pen è stato nominato Cavaliere del Regno ma non può godere a pieno di questa onorificenza: Lady Hallé è stata omaggiata con una casa ad Asolo!! Proprio un gran bel regalo di Natale è quello che gli ha fatto Sua Altezza Reale il Principe di Galles!! Pen è furioso!! Poche settimane più tardi arriva su tutti i giornali londinesi la notizia che la cerimonia della consegna del Testimonial a Lady Hallè sarà il 17 maggio e le sarà dato un cofanetto contenente i titoli di acquisto di una dimora in Veneto…a lungo desiderata! E’ evidente che aver assistito allo sfratto del figlio avrà fatto pensare a Lady Hallè che nulla fosse più indicato ed utile che una dimora per sé e per i suoi famigliari.  

La cerimonia

Musical News, 23 maggio 1896.

Il 17 maggio Marlborough è in trepidazione: finalmente verrà consegnato a Lady Hallé il tanto atteso, ma anche criticato, dono. In pochi mesi il Comitato ha raccolto 1600 sterline che sono servite ad acquistare per la violinista, così dicono tutte le cronache, un palazzo in Asolo che lei stessa aveva richiesto e che tanto aveva desiderato i cui documenti verranno ceduti dal Testimonial Fund in quel momento! In aggiunta, un assegno di 500 sterline che viene collocato in uno splendido e prezioso cofanetto di fattura veneziana, di argento tempestato di diamenti. Lord Agnew, Alfred Rothchild e Terry Lewis prendono la parola elogiando l’artista ed augurandole ancora una lunga vita musicale. Ultimo a parlare è proprio il Principe del Galles:

Una delle molte testimonianze del rapporto stretto tra i Principi e Lady Hallé

i vostri brillanti servizi verso l’Arte a cui avete dedicato tutta la vita, i vostri enormi sforzi per rendere familiari al pubblico i nomi dei Grandi Maestri della Musica, i vostri brillanti risultati artistici e intellettuali, sono da tempo riconosciuti da tutti e nel riconoscere in questo modo il vostro genio, diamo voce ai sentimenti di migliaia e migliaia di persone. Sappiamo che siete ancora in uno stato di profonda tristezza a causa della morte di colui di cui portate il nome e con il quale tanti successi avete condiviso, tuttavia speriamo che questo dono fatto dai vostri amici per celebrare il vostro giubileo possa in qualche modo consolarvi. Il cofanetto contiene i titoli  di un Palazzo e anche un segno tangibile dell’affetto nei vostri confronti da parte dei vostri amici nella sincera speranza che possiate godere ancora di salute e benessere ancora per molti anni a venire…nella speranza che nella nuova dimora non dimentichi gli amici e l’inghilterra. Sembrerebbe quindi che i Reali abbiano acquistato il Palazzo e lo abbiano poi donato alla violinista. L’indagine sulle tracce della documentazione asolana dimostra invece che la situazione era ben diversa.

Palazzo Beltramini- Pasini-Néruda

Prima pagina del contratto di Compravendita presente in Archivio di Stato di Treviso

Il 21 marzo, Ludwig Norman Néruda, alla presenza del Conte Loredan, del Dottor Lugi Gött,[10] medico di Asolo, presso il Notaio Antonio Maria Barea, acquista dai fratelli Giuseppe ed Elvira Trabuchelli fu Francesco, il palazzo ad otto colonne di cui parla Sarianna, per 12.000 lire: non una villa ma un vero palazzo cittadino sito nella contrada dell’antico Pavejon, contrassegnato, al vecchio catasto con il n. 1924, di quattro piani (sebbene non da tutti i lati) e 26 vani ed un reddito imponibile di 240 lire: una casa con annesse botteghe, porticato ad uso pubblico posta fra i confini a mezzodì Chiminelli, eredità Pasini, a sera Chiminelli e Banca Popolare di Asolo, a monte strada Canova, a mattino strada del Pavejon.

(Contratto n. 4995/170. Atti notaio A.M.Barea. Archivio di Stato di Treviso. Registrato Conservatoria dei Servizi Immobiliari di Treviso il 29/3/1896.)

Lo stabile è una indivisa e libera proprietà di famiglia ed in effetti nel Catasto Austriaco del 1841 figura come proprietà di Giuseppe Trabuchelli fu Antonio, nonno paterno dei fratelli Elvira e Giuseppe Trabuchelli avendo avuto tre figli, Francesco, Antonio e Luigi, proprietari di negozi di salsamenteria, drogheria, vendita di vini e liquori, oreficeria e non ultimo, possedevano delle filande fuori Asolo. Nel contratto di vendita si dice che lo stabile è libero, eccetto un canone annuo dovuto alla Prepositura di Asolo di 29.42.46 a garanzia del quale presso la Conservatoria erano state registrate diverse ipoteche: 11/2/1870 a favore della Prepositura di Asolo, reiscritta il 9/6/1874 e rinnovata il 9/6/1880. I Trabuchelli avevano acquistato il palazzo dai nobili Pasini come spiega la dicitura: n.1924 casa con portico ad uso pubblico. Da aggiungersi perchè connesso e levarsi dalla ditta Pasini Nobile Francesco fu Bernardo (partitari relativi ditta P10. Archivio di Stato di Venezia ).

I Pasini, a loro volta, pagavano un canone livellario alla Prepositura che consentiva di trasmettere la proprietà del palazzo agli eredi pur mantenendo il diritto della Prepositura di riscuoterlo.

I Trabuchelli accettano in pagamento 11.494.32 lire versate con assegno alla Banca Popolare di Asolo, rimandando il saldo delle rimanenti 505.68, capitale del canone, a quando avrebbero cancellato le ipoteche, rinunciando, per il momento, al diritto di accendere sul Palazzo una aggiuntiva ipoteca a garanzia del pagamento del canone da parte di Néruda.

Come non fidarsi?

I Trabuchelli erano famiglia stimatissima in Asolo non solo per ricchezze e i possedimenti ma anche perché Giuseppe, uomo oltre ogni dire modesto ma valente ed operoso, (Gazzetta di Venezia, 22 maggio 1901) era stato tra i fondatori della Banca Popolare di Asolo e suo Direttore sin dal 1885 quando, proprio in quel Palazzo, nella incredibile Sala affrescata del piano nobile, aveva ricevuto l’economista belga Levaleye in visita alle Banche Popolari fondate sulla scorta delle idee di Luzzatti.

Émile_Louis_Victor_de_Laveleye_(1822-1892)

We visited a very beautiful palace with a magnificent colonnade which is the residence of one amministrators of the popular bank. He have made a large banqueting hall  in a drawing room; it s two stories in height, with a gallery half way.

Da nullatenente e con un fallimento esecutivo da poco chiuso, Néruda diventa, improvvisamente, possidente con l’acquisto a suo nome di un Palazzo Nobile: il simbolo del suo ottenuto cambiamento di Status!

Il Palazzo era appartenuto alla potente famiglia Beltramini, giunta ad Asolo nel Quattrocento quando il trasferimento della Corte della Regina Cornaro aveva reso necessarie nuove maestranze. Giovanni, Ambrogio, Beltramino erano esperti di lavorazione della lana e si stabilirono in Borgo Santa Caterina, Guglielmo, oltre che mercante di lana era fabbro e prese dimora nella Piazzetta del Pavejon. In poco tempo i  fatelli Beltramini grazie all’arte tessile quanto quella di prestare denaro ad usura, divennero possidenti e nobili: i Beltramini furono aggregati al Nobile Maggior Consiglio della città di Asolo dal 1511 godendo dei privilegi di nobiltà confermati il 14 luglio 1820. Le loro botteghe in Santa Caterina furono sostituite dal Palazzo Filippin[11] e al posto della modesta casa di Guglielmo sorse il grande Palazzo Beltramini. Anche i Pasini erano arrivati nello stesso periodo. Dalle loro fila uscirono preposti ed uomini di lettere.[12] Il 12 aprile 1746 con contratto di permuta siglato presso il notaio Giuseppe Combertaldo, residente in Asolo 1729-1767 il Palazzo venne ceduto da Paolo Beltramini  a Filippo Gasparo Pasini per aggiungerlo alla sua proprietà diventata ristretta per le esigenze familiari ma, essendo legato a fidecommesso, fu necessario attendere l’autorizzazione del Maggior Consiglio di Venezia che arrivò nel 1750. Il Palazzo venne restaurato dal noto architetto Massari che, da una parte, seguì una ispirazione cinquecentesca, dall’altra, valorizzò lo stabile posto in una così piccola piazza impostando le colonne monolitiche e bugnate e le finestre con un taglio prospettico tale da poter essere vedute  dall’imbocco della via Cornaro. Da Gasparo Pasini il Palazzo era passato prima a Bernardo Pasini, avvocato[13] inviso al clero locale per le sue cariche durante il Regno di Napoleone Bonaparte  il  quale controllava il territorio circostante partendo dal suo palazzo asolano dove oggi è il municipio (A. degli Azzoni) e successivamente a suo figlio Francesco precedente proprietario prima dei Trabuchelli. Non è quindi Wilma proprietaria del Palazzo, bensì suo figlio Ludvig!

Come andarono le cose ce lo spiegano gli atti di una successiva sentenza della Corte di Treviso. (Settembre 1900. Guglielminina Hallé vedova Norman Néruda contro sua nuora May Peyton N. Néruda).

Lady Hallè, entrata in possesso della somma del Testimonial aveva inviato un assegno di 12.000 lire con una speciale procura per far acquistare per sé un palazzo: è chiaro che volesse aiutare il figlio ma, altrettanto chiara la sua volontà di intestare a sé l’immobile. Tuttavia, la speciale procura, datata 20 marzo 1896, non arrivò in tempo e Néruda chiuse le trattative intestando l’immobile a se stesso. Secondo il cambio dell’anno, 1600 sterline raccolte con il Fondo corrispondevano a 39.000 lire, a cui va aggiunto l’assegno di 500 sterline, non è improbabile quindi che anche parte dei lavori successivi siano stati pagati con quei soldi

E mentre in Inghilterra si cercava la data per festeggiare il giubileo artistico di Lady Hallé, ad Asolo, con grande scorno di Pen Browning, era iniziato il restauro, anzi, il rifacimento del Palazzo. Il 21 aprile la Gazzetta di Venezia titola un trafiletto operai al lavoro: agli inglesi residenti che investono dando lavoro agli operai dell’asolano, si è aggiunto il Sig. Norman Néruda che ha acquistato un palazzo e pare lo voglia ridurre addirittura sontuoso. Da un mese circa 40 operai lavorano alacremente ma non è dato sapere di che genere siano.

Lavori, restauri che non solo riguardarono il nuovo acquisto: Ludwig, non contento, fece una serie di altri passi che si rivelarono sfortunati: il 28 marzo, due giorni dopo la compravendita, prese in affitto la parte di palazzo confinante con la sua, la Casa di Proprietà dell’Ospizio Pasini al Mappale n. 818, civico 175, il cui usufruttuario era Luigi Chiminelli.[14]

Si trattava di un lascito da parte di Teresa Pasini che aveva legato le sue proprietà alla costituzione di un Ospizio per poveri.[15] Era quindi un’altra ala dell’antico Palazzo evidentemente da tempo non abitata come emerge dalla relazione peritale che ne fa l’Ingegnere civile del Comune, Gian Galeazzo Pasqualini: (faldone Municipio presso Archivio Storico Comune di Asolo)

stabile di ordinaria muratura di pietrame e cotto, con malta di sabbia e calce, coperto da tegole comuni, le facciate esterne sono alquanto sconnesse ed in parte mancanti di intonaco l’angolo sud ovest a causa di un cedimento si è spostato priginando un crepaccio nella muraglia. Confini: a levante Pavejon, mezzodì Proprietà Comunale, ponente area scoperta di questa ragione, settentrione Proprietà Néruda. La casa presenta per lo più pavimenti in disordine o da rinnovare e cielo soffitto cadente, la maggior parte delle finestre ha le lastre dei vetri rotti, altre hanno gli scuri cadenti, e la parte interessata dal cedimento riguarda un gabinetto del primo piano che, a causa di scrostamento del soffitto e delle pareti e di un crepaccio del muro di mezzogiorno si trova in deplorevole disordine. La casa, in evidente stato di abbandono, aveva comunque specchi di cristallo e un armadio in abete ma soprattutto, un bel cortile che la rendeva adatta ad essere unita al resto del palazzo mediante l’apertura di una porta. Faceva parte dell’affittanza anche il granaio nel sottotetto ed una adiacenza rustica al Mappale 897 in via Sottocastello, civico 181 limitata a levante, mezzogiorno e ponente dalla proprietà comunale, una scuderia per 3 cavalli con accesso dalla strada; mediante una scala in cattivo stato si saliva al fienile 3 finestre cadenti. Entrambe le proprietà avevano bisogno di essere messe a nuovo: se Pen era diventato famoso per i suoi straordinari restauri anche Ludwig Néruda non sarebbe stato da meno! Se l’antico amico era considerato un benefattore per il suo dare costantemente lavoro agli abitanti, anche lui lo sarebbe stato! La cittadinanza Asolana si compiaceva, e ringraziava (Gazzetta di Venezia, 24 maggio 1896).

Il Mutuo ed i lavori a Palazzo Néruda

…nella sua casa si lavora alacremente e la sala diventa ogni giorno più bella scrive May il 30 aprile alla suocera. (in Sentenza della Corte di Appello di Venezia)

Il restauro procede incessante per mesi e, forse per pagare i lavori o per avere liquidità, Néruda fece un altro errore: chiese un mutuo, in realtà un prestito, ad Andrea Plentl, tedesco trapiantato a Padova.

Il capitale anticipato è di 7000 lire da liquidare in tre anni con rate di interessi al 5% di circa 192 lire ciascuna pagabili ogni sei mesi. A garanzia, il giorno dopo l’atto di mutuo, viene iscritta sul Palazzo l’ipoteca di legge per un totale di 9000 lire: delle quali 7000 di capitale e 1155 per un triennio di interessi e 845 per spese.

(15 /11/1896 mutuo Plentl- Norman Néruda. Atto n 3990. Archivio Storico di Asolo).

Sul tipo di lavori sappiamo qualcosa dalla liquidazione di spesa (Liquidazione della spesa occorsa per i lavori di riduzione e sistemazione di Palazzo Néruda. 30/4/1897- Archivio Storico di Asolo) e dalla successiva relazione di stima che Pasqualini redasse nel 1899: i Néruda prima iniziarono con il Palazzo e successivamente aggiunsero i lavori nella parte Chiminelli. Lavorarono tutte le maestranze di Asolo: non c’è famiglia asolana o dei dintorni che, per un motivo o per un altro, non venne coinvolta nel lavoro: calce, sabbia, marmi e polvere di marmo, cemento idraulico, piastrelle Ginori, metalli, vernici, vetri, pietre per il camino, stufe, cucine, tende, tappeti, serramenti e poi, lavori in pietra, in legname, del fabbro, del ferraio, dell’ottonaio, parafulmini e lavori elettrici: 850 lire furono spese per suoneria e telefoni, ossia per l’impianto di comunicazione tra i vari piani; tra i lavori più importanti la scala principale costruita ex novo, condotta nei più piccoli dettagli con tanta accuratezza da costituire in gran pare una spesa di eccezione, lo stesso si può dire per la grande sala al piano nobile affrescata con scene di caccia al tempo dei Trabuchelli, l’unica in cui non essendosi seguiti i consigli dell’Ingegnere nella decorazione, come si è fatto in altri locali con esito felicissimo, si manifesteranno danni nelle tinteggiature e stucchi che si dovranno riparare, (Stima di Pasqualini del 1899.), la costruzione di una terrazza con eliminazione di un vano, la trasformazione di una camera in camera oscura e fotografica e poi ci sono le settimane lavorative, gli alloggi degli operai, il loro trasporto, i lavori fuori orario: il cortile, la terrazza, la cantina, le porte che devono mettere in comunicazione la proprietà Néruda con quella Chiminelli.

Néruda paga con ceques in sterline convertiti al tasso di cambio di 26,60 lire/sterlina. I soldi passano da Venet-Banca che gira a Pasqualini il quale, a sua volta, versa alla Banca di Montebelluna o alla Popolare di Asolo per saldare le maestranze. Il preventivo lievita sino a raggiungere, tra le due parti, 36.116,69 lire, di cui 22.531.05per il solo Palazzo.

Al 1 maggio del 1897 sono stati pagati già 26.000 lire…una somma considerevole per una persona senza rendite, fatto salvo quanto entrava delle botteghe presenti nel portico del palazzo e che probabilmente Néruda, come i Trabuchelli continuò ad affittare.

Dove prese i soldi?

Come testimoniò anni dopo Hart, l’avvocato di May, allora evacuata da Cortina e trattenuta in Austria, in un a lettera inviata all’Ufficio Stranieri, i coniugi dopo il matrimonio vissero mantenuti dai rispettivi genitori! Gran parte dei lavori interni e soprattutto il restauro della sala del piano nobile, fu completata per la fine del 1896.

Gazzetta di Venezia 28 dicembre 1896

il colto artista Norman Nèruda ier sera aprì le sale del suo palazzo splendidamente restaurato sebbene non completamente. Furono invitate alcune persone notevoli della città e tutti ammirarono i lavori bellissimi fatti nel palazzo ed il gusto finemente artistico del signore coltivato dall’Ing Pasqualini per averlo restituito al suo antico splendore. E con la bellezza delle sale vi gareggia l’addobbo; vi sono dipinti ed incisioni di valore, vasi e ceramiche di vario stile, mobiglio ad intaglio e ad intarsio, tappeti vari e molti oggetti d’arte in pietra, in bronzo ed in argento. Su tutto poi spicca la nobilità squisita del Sig. Norman nell’accogliere e trattenere gli invitati. Durante il 1897 i lavori procedono e, finalmente Asolo può ricevere la visita della violinista di fama internazionale Wilma Hallè che, di ritorno da Milano, decide di passare alcuni giorni nel suo palazzo inaugurandolo in modo ufficiale con il concerto a cui molti assistettero dalla piazza. Wilma si fermerà certamente ad Asolo almeno una decina di giorni e non è un caso che, dopo la partenza della madre, probabilmente economicamente sostenuto da lei Ludwig decide di fare un altro investimento: l’affitto del lato sud del Palazzo, di Proprietà Comunale!Si tratta del Mappale 815 al civico 176, lascito del Patrimonio Pasini. E’ il nuovo sindaco di Asolo, il droghiere-farmacista Achille Serena a firmare il contratto.

Achille Serena (1849-1932) fu uno dei più longevi sindaci di Asolo, dal 1904 al 1923. Droghiere con diploma di farmacista, Cavaliere dell’Ordine Mauriziano, Commendatore, dedicò tutta la sua vita alla politica guidando Asolo verso la modernità, ovviamente, come molti gli amministratori, fece successivamente parte del partito fascista. Sposò Emilia Zanella che morì inaspettatamente nel 1905 a seguito dei postumi di un intervento e a pochi giorni dal matrimonio della figlia. Coltivatore di Bachi da seta e produttore di vino, alla morte sepolto dopo solenni funerali a S. Apollinare nella tomba di famiglia.

L’affittanza viene concessa per 8 anni rinnovabili, dal 31 dicembre 1897 al 31 dicembre 1905 per 304 lire da pagarsi semestralmente nella cassa comunale e comprende tutti i locali del fabbricato ad eccezione di quelli occupati da Martini Giuseppe i cui diritti restano quindi riservati. Al contrario il Sig. Néruda entra nelle affittanze dei signori Gasperotti Vincenzo e Bernardi Antonio fu Luigi i quali dovranno corrispondere al nuovo Conduttore i pattuiti fitti o lasciare a disposizione i locali in caso di scadenza o risoluzione del contratto. Qualora Martini abbandonasse i locali il Comune darebbe la precedenza a N.Néruda per una nuova pigione. Il Contratto di affitto è del 31 dicembre del 1897 (Archivio Storico di Asolo).

Martini  era affittuario e gestore della vecchia locanda Do Mori, esempio di vecchia osteria veneta con pancone disposto a semicerchio intorno al focolare. L’osteria rimase a conduzione Martini sino al suo abbattimento che fu più volte ventilato dal Comune di Asolo, proprietario dello stabile, tanto che D’Annunzio, a suo tempo, iniziò a far pratiche per l’acquisto delle suppellettili antiche. Nonostante le protese la vecchia locanda venne comunque abbattuta insieme ad altre case cinquecentesche.

Ludwig cerca quindi di allargare le sue basi continuando a tenere nei locali che gli vengono affittati dal comune delle persone in subaffitto! I lavori ordinari e straordinari, in deroga al C.C. saranno  a carico di N Néruda che potrà fare qualunque opera di fabbrica o miglioria, può assicurare lo stabile contro incendio presso compagnia di sua fiducia; ma dovrà riconsegnarlo nello stesso stato o migliorato senza compenso a tal scopo sarà compilata perizia di consegna  ed una di riconsegna le cui spese saranno a carico Néruda. L’onnipresente Pasqualini il 31 marzo 1896 redigerà la relazione peritale di consegna di quest’ultimo stabile

(Relazione Peritale di Consegna della Casa posta in Pavejon al n. 815 in Ragione Patrimonio Pasini amministrato dal Comune di Asolo sulla base del contratto del 31/12/1897. Archivio Storico di Asolo.)

Fabbricato in ordinaria muratura di pietrame e cotto di malta di calce e sabbia coperto da tegole comuni. Le facciate esterne sono prive di decorazione e presentano intonaco in disordine ma non danno luogo a timore per la loro stabilità. Confini: a Levante Pavejon, a Mezzodi via Sotto Castello, Ponente Ospizio Pasini in usufrutto Ditta Chiminelli, settentrione Ospizio Pasini.

Il Piano Terreno ha un vestibolo preceduto da portico uso pubblico, promiscuo con Martini Giuseppe che ha uso per passaggio alla cantina da lui tenuta in conduzione mediante apposito uscio; locale di passaggio, piccolo cortile scoperto mal pavimentato da cui mediante due porte si accede a due cantine mezze sotterranee pavimentate di nuda terra che minacciano rovina; cesso, sottoscala. Dal vestibolo mediante uscio si accede al locale n. 7 cella di scala accesso piani superiori.. che presentano piccole cucine e camere al di sopra delle quali si trovano i granai della proprietà dell’Ospizio Pasini. Seppure le condizioni sono difficili per intonaci scrostati, tetto in condizione disperate, l’immobile ha anche una piccola bottega con accesso da via Sotto Castello ed il vantaggio che è gia affittato!

Locanda I DUe MORI

Morte di Norman Néruda e i primi guai

I soldi sembrano arrivare in modo costante a saldare le spese tuttavia ancora nel 1898 i lavori non sono terminati e sorgono prime difficoltà, seppure temporanee, di copertura degli assegni di Néruda. Il 9 marzo del 1898 il Direttore della Popolare di Montebelluna scrive, allarmato, a Pasqualini che alcuni assegni sono stati protestati:

stamattina ricevetti dalla Banca Veneta gli cheques di Néruda, uno di questi, cioè quello di sterline 50 protestato per mancanza di fondi, gli altri due per sterline 30 perché irregolari, ti puoi ben immaginare che restai meravigliato perché non avrei creduto che si potesse emettere cheques senza avere i fondi disponibili. Ti prego di provvedere subito per garantirmi perché al momento sono allo scoperto in  una forma abbastanza rilevante… e pochi giorni dopo….il protesto dell’effetto di 50 sterline mi pesò assai…le sanzioni penali che riguardano l’emissione di assegni senza che esista..la somma disponibile sono gravissime. Dunque bisogna che il Sig Néruda sia certo x non incontrarsi con dei forti guai. Ma il Signor Néruda è fuori. Lasciata la bambina dal nonno materno ad Hove, i coniugi sono al Karersee Hotel che sono in procinto di lasciare. Ludwig fa in tempo a ricevere la comunicazione di Pasqualini al riguardo e a rimandare la questione al suo ritorno:  ha versato la somma a suo tempo ed il denaro è stato a disposizione della Banca di Montebelluna da mesi..ma Ludwig non rientrerà.

Durante l’ennesima salita alla Punta delle Cinque Dita nel settembre di quell’anno si sentì male e cadde, forse per mancanza di allenamento, forse per i postumi della festa a cui avevano partecipato la sera prima della scalata o forse ancora per qualche malattia mai diagnosticata. May lo vegliò tutta la notte senza poterlo raggiungere. I soccorsi vennero organizzati in tempi brevissimi ma, dopo una notte in delirio, lui, biondo, dritto, alto asciutto, di eleganza austera, il tipo caratteristico dei figli del Nord, cultore di ogni ramo dello sport, appassionato ciclista, spirito colto, amante del bello, dei fiori, dei libri, spirò l’11 settembre del 1898 a soli 34 anni. Venne sepolto a St. Ulrich, in Val Gardena, dopo una cerimonia per la quale venne chiamato un prete evangelico.

Un nostro chiaro ospite, vittima dell’alpinismo, fu tolto alla nostra colonia inglese. Da qualche anno erasi qui stabilito con la famiglia. La sua perdita venne sentita fortemente in paese perché come altri, dava lavoro a molti operai. Era figlio della violinista di fama mondiale Wilma Hallè Néruda (Gazzetta di Venezia 24/9/1898).

Oggi, della sua tomba, sulla quale Lady Hallè avrebbe voluto far costruire un monumento a ricordo e memoria, non rimane nulla, se non una vecchia lapide.

Sarà stato ben triste il rientro in Asolo per May in quel Palazzo tanto desiderato, tanto amato, addobbato con buon gusto di gran signore e artista squisito ma anche per la madre che attendevaa Bolzano il rientro del figlio.

Pen e la storia della modella incinta

La festa per il matrimonio di Ginevra Biagiotti, che aveva continuato ad occuparsi della casa di Pen e Sarianna, sovrintendendo anche alla Scuola di Merletti, con Sebastiano Cantoni fece dimenticare la tristezza per morte di questo giovane uomo. (Gazzetta di Venezia. Cronaca Rosa. 14/11/1898.)

Ginevra si sposerà lunedì prossimo. È stata a lungo causa di litigi tra Pen e Fannie Browning ed è positivo che venga allontanata da casa sua…

E’ sempre Lady Layard che, il 30 novembre, decide di scrivere nuovamente a Fannie: notizie  pervenute  da varie fonti mi dicono che le circostanze sono ora radicalmente diverse  da quelle che mi hanno fatto sentire in obbligo di lasciare mio marito nell’autunno del 1893. Sono disposta a a tornare lui a determinate condizioni se è vero che vuole che lo faccia: nessuno avrebbe dovuto rivangare il passato, voleva avere la direzione della casa ed essere lei a decidere della servitù e concorrere a pagare le spese familiari solo a sua discrezione. Questo fu il primo passo verso la sua ammissione riguardo al fatto che tra suo marito e Ginevra non ci fosse stato nulla. Voci e pregiudizi erano basati sulla presunta conoscenza della vita da bohemien di Pen e sul fatto che lui stesso avesse detto di amare ritrarre Ginevra. Molti dei quadri di Pen, come la procace donna nuda di Davanti allo specchio con i fluenti capelli neri e le statue come la Dryope, per anni furono ritenute rappresentare Ginevra e  quasi prove del suo adulterio. Niente di più falso. Tutte quelle opere risalgono agli in cui Pen era ancora uno studente soprattutto al periodo in cui con  Gustav Natorp,[15] il baronetto scozzese, Kinloch Smith,[16] e Baden Powell, divennero allievi di Rodin che allora, iniziava a modellare la sua Eva in grandezza naturale. La modella nuda, sfolgorante nella sua giovinezza e nel suo corpo felino come una morbida pantera, giorno dopo giorno, posava sulla pedana davanti all’artista ma quando l’opera stava volgendo alla conclusione Rodin si accorse del venir meno della corrispondenza tra l’argilla del calco ed il corpo: la modella era incinta! Rodin fu costretto a lasciare la sua Grande Eva, incompiuta in un angolo dello studio per dedicarsi ad altro. Pare che quella modella fosse Maria Antonia Amelia Apruzzese rimasta incinta dopo la relazione con Kinloch che in seguito la sposò. Pen e Kinloch nelle loro lettere parlano di una donna che chiamano Adelia e che in periodi diversi si trova con entrambi: Pen Browning scrive da Dinant ( 2 agosto 1882), dove si trova anche Kinloch: Adelia è con lui ma è contenta di rivedere Rodin, che,in effetti, era da poco tornato da Londra dove era stato invitato proprio da Robert per ringraziarlo di Aver accolto suo figlio nella sua bottega (giugno 1882).

Adelia è, quasi certamente, trascrizione erronea di Amelia. Pen nel 1882 quindi realizzò, prendendo lei come modella, prima il bronzo conosciuto come Una modella italiana esposto alla Royal Academy e l’anno dopo, la famosa Dryope a grandezza naturale che tante raccomandazioni costò a suo padre. I rapporti tra Pen e Kinloch, alle prese con la sua nuova famiglia, già a partire dal 1884 si allentarono. Sembrerebbe la storia di un film, la ragazza povera che sposa un principe! Certamente la famiglia di Kiloch si allargò presto e già dal 1885 il suo nome non comparve più nelle esposizioni: preda di una forte depressione con ossessioni maniacali nel 1896 si suicidò!

In ogni caso, le date di composizione delle opere le cui fattezze vengono attribuite a Ginevra, lo escludono perche la giovane donna, ricordata bionda, ancora non entrata nella vita di Pen inoltre, il volto della donna è somigliante con quelli ritratti da Kinloch della modella Maria Amelia Apruzzese.

A pagare il prezzo delle goliardate di gioventù e della vita libera e senza pensieri del giovane Pen, fu la reputazione di Ginevra che, se non era la figlia illegittima di questi, doveva, per forza, essere la sua amante! Nel gennaio del 1899 Lady Layard raggiunse Fannie a Napoli: non ho trovato difficile convincerla a tornare da suo marito – evidentemente era desiderosa di farlo in cuor suo – ma abbiamo dovuto discutere i pro ei contro e come si potesse portare a termine. Cominciano pertanto le trattative. Pen era disposto a buttarsi alle spalle il passato a condizione che Fannie riconoscesse le ingiustizie e le indegne insinuazioni che sono state fatto contro di me a causa della sua assenza.(Lettera di Pen).

Pare che quella modella fosse Maria Antonia Amelia Apruzzese, nativa di Velletri e rimasta incinta dopo la relazione con Kinloch che, in seguito la sposò. Pen e Kinloch nelle loro lettere parlano di una donna che chiamano Adelia che, in periodi diversi, si trova con entrambi: Adelia è, quasi certamente, trascrizione erronea di Amelia. Pen nel 1882 quindi realizzò, prendendo lei come modella, prima il bronzo conosciuto come Una modella italiana esposto alla Royal Academy e l’anno dopo, la famosa Dryope a grandezza naturale che tante raccomandazioni costò a suo padre. I rapporti tra Pen e Kinloch, alle prese con la sua nuova famiglia, già a partire dal 1884 si allentarono. A pagare il prezzo delle goliardate di gioventù e della vita libera e senza pensieri del giovane Pen, fu la reputazione di Ginevra che, se non era la figlia illegittima di questi, doveva, per forza, essere la sua amante! Nel gennaio del 1899 Lady Layard raggiunse Fannie a Napoli: non ho trovato difficile convincerla a tornare da suo marito – evidentemente era desiderosa di farlo in cuor suo – ma abbiamo dovuto discutere i pro ei contro e come si potesse portare a termine. Cominciano pertanto le trattative. Pen era disposto a buttarsi alle spalle il passato a condizione che Fannie riconoscesse le ingiustizie e le indegne insinuazioni che sono state fatto contro di me a causa della sua assenza.

Fannie, d’altra parte, nutriva nei confronti del marito la rabbia per averle, in qualche modo preferito la ragazza: ha permesso che un’infatuazione per una ragazza di carattere notoriamente cattivo (che lui conosceva) si mettesse tra noi (…) ha sfidato il decoro stabilito  per le ragioni sue personali. Io non voglio sapere in che relazione fossero ma mi hanno messo in una posizione impossibile. (Risposta di Fannie a Lady Layard 15/2/1899).

A marzo Pen e Fannie si incontrarono: lui la trovò più giovane, lei invece, invecchiato, ingrassato ed amareggiato col mondo. Per Fannie era difficile tornare ad Asolo dove avrebbe ritrovato Ginevra, decise così di tornare ma al Rezzonico. Ben strana questa riconciliazione, lei a Venezia, dove Pen ogni tanto la raggiungeva e lui ad Asolo dove proprio a maggio del 1899 arrivò Henry James in visita a Mrs Bronson curioso di vedere le meravigliose proprietà di Pen comprese il boa conscriptor (…) Ginevra e suo marito! James trovò Pen, felice, che non parlava mai di sua moglie, pieno di sé per le enormi proprietà ed investimenti fatti ad Asolo, l’aria e la grandeur di chi possedeva letteralmente mezzo paese! Fannie non cedeva alla richiesta di andare ad Asolo e ricevere Ginevra (un tempo sua serva) da pari a pari per mostrare al mondo che aveva ragione Ginevra, che, anche se sposata e residente a poca distanza da Asolo, viene ogni sabato a Casa Browning. Entra senza suonare il campanello, ordina alla servitù ecc. Fannie sopporta tutto per amore di Pen e per aver promesso di fare tutto ciò che desiderava, ma un uomo che permette cose del genere non può avere un’idea molto chiara del rispetto dovuto a sua moglie. (Diario di Lady Layard 28/9/1899).

I litigi per chi dovesse mantenere le spese del Rezzonico tornarono all’ordine del giorno ma alla fine, Fannie decise di fare un tentativo e passar l’estate e poi anche l’inverno, ad Asolo: gite in macchina con il marito, ore ad osservarlo lavorare nel suo studio sempre però lamentandosi per i suoi dolori, il caldo, le zanzare e poi dell’umidità e del gelo. E così rimase con lui, testimone forse inconsapevole, seppur ancor per poco tempo, del destino dei Néruda e del loro splendido Palazzo.

Il tentativo di riconciliazione durò molto poco. La vita di campagna di Pen ad Asolo non si confaceva a Fannie che si rese conto di non essere minimamente considerata dal marito né desiderata in Asolo: Pen era tornato con lei soltanto per salvare le apparenze! Così, nell’estate dell’anno successivo, decise di abbandonarlo definitivamente. Il Rezzonico venne venduto nel 1906 E, con la rendita della sua eredità e molti sacrifici personali decise di prendere un appartamento e mantenersi a Venezia. Pen e Fannie continuarono a sentirsi ma solo per rabbia e risentimento anche a causa delle voci che Fannie, sembra, continuava a mettere in giro sul fallimento del loro matrimonio. Dal 1908 in poi smisero anche di litigare a distanza. Quando Pen nel 1911 si ammalò molti lo esortarono a chiamare la moglie ma si oppose e la donna arrivò ad Asolo solo alla morte di suo marito, l’8 luglio del 1912. Pen fu assistito nelle ultime ore da Cantoni e dalla sua vecchia amica Edith Marchesa Peruzzi.

Lady Hallé ad Asolo.

Ci scrivono da Asolo. Domenica nel teatro sociale avrà luogo a beneficio dell’erigendo Asilo infantile, lo spettacolo straordinario… La grande violinista di celebrità mondiale, Lady Hallè, ora nostra gradita ospite nel suo splendido palazzo…ci farà ascoltare per sua grande cortesia le melodie che sa trarre dal suo strumento. (Gazzetta di Venezia, 10 ottobre 1899).

L’organizzazione del concerto del 17 ottobre è testimoniata dalla minuta del programma e da una serie di lettere che intercorrono tra il Sindaco dell’epoca Antonio Raselli[17] e il Teatro Sociale che deve essere messo a posto e dove deve essere portato il pianoforte da Palazzo Néruda. Si tratta di un Concerto che Wilma accetta di fare su richiesta del Prevosto Bertoldi insieme a suo nipote Hjalmar Arlberg, figlio di sua sorella Marie, che, tuttavia, pur annunciato, fu colto da una improvvisa indisposizione.

Il teatro, sfolgorante di luci e di fiori era gremito di elegantissime signore e di un pubblico fine ed intelligenteLa illustre Lady Hallè al suo apparire fu salutata da applausi fragorosi e sinceri..ad ogni pezzo fu salutata da battimani interminabili e all’ultimo la sala venne colta da parossismo: tutti erano commossi. La cortese signora fu regalata di una quantità immensa di fiori e di una bellissima dedica dimostrante la riconoscenza degli asolani! (Gazzetta di Venezia, 17 ottobre 1899).

Oltre alla dedica del Comune, il Prevosto, Monsignor Bertoldi le dedicò una lunga poesia con la quale Wilma N. Néruda venne incoronata, di fatto, Seconda Regina di Asolo.

Con questo concerto si chiudeva l’annosa questione dell’Asilo: il primitivo stabile sul quale l’amico Robert Browning aveva messo gli occhi era oramai divenuto lo studio di Pen.

Nonostante la delibera lontana più di 20 anni e risalente al 1878 con la quale per onorare la memoria del Re appena defunto, si intendeva aprire una sottoscrizione per l’impianto in questa città di un Giardino di Infanzia a sistema “FROEBEL” con la denominazione Vittorio Emanuele II… di concorrere con lire 500 all’anno per tre anni, ancora non c’era una sede definitiva, pertanto Bertoldi decise di prendere in mano la situazione e in capo a due anni anche con l’organizzazione di diversi concerti di beneficenza, nel 1901 fu inaugurato il Giardino di Infanzia esattamente dove si trova ora, in un’ala della vecchia sede vescovile divenuta proprietà comunale,

(Ritratto presso il Museo Civico di Asolo).

Fu questo presumibilmente il soggiorno più lungo della violinista in Asolo, probabilmente da luglio sino alla data del concerto, suo ultimo giorno di permanenza prima del rientro a Manchester e, successivamente, a Berlino dove oramai aveva deciso di trasferirsi andando ad abitare con sua sorella e con suo nipote

Ak-Berlin-Schoeneberg-Victoria-Louisen-Platz-Motzstrasse

Secondo la legge di successione Inglese l’eredità di Ludwig sarebbe andata per 1/3 alla moglie e 2/3 all’erede. May accetta l’eredità col beneficio di inventario che viene stilato ben quattro mesi dopo la sua morte ed il 13 luglio del 1899 viene aperta la successione.

(Certificato di denuncia di successione rilasciato il 25 marzo 1910 ad uso della Prefettura di Treviso. Archivio Storico di Asolo)

prima pagina dell’accettazione con beneficio di inventario. Conservatoria dei Servizi Immobiliari di Treviso. Atto del 20/1/1899  trascritto il 23.1.1899 ai n.ri 288/169. Conservatorio dei Registri Immobiliari di Treviso.

May chiede allora all’Ingegnere Pasqualini la stima del Palazzo in considerazione dei lavori fatti, e la relazione che viene fatta è, a dir poco, sconcertante: stima dell’aumento di valore di palazzo di proprietà EREDI N. NÉRUDA fu LUIGI posto in Asolo….in seguito ai lavori anni 1896-1897-1898 eseguito da Ing. Paqualini, progettista e direttore dei lavori suddetti per incarico della Sig. May Peyton vedova N. Néruda nell’interesse della minore Wilma N. Néruda…i lavori eseguiti dal sottoscritto a tutto agosto 1898 devono essere liquidati nell’importo di 36.116,69, di questi ne furono eseguiti nella casa di proprietà Ospizio Pasini per importo di 13.585.64 pertanto l’ammontare dei ristauri fatti al palazzo sono 22.531.05 ma non tutta questa somma concorre ad aumentare il valore reale dell’immobile perché in parte riguarda opere inutili o superflui allo scopo.

La scala principale, fatta con accuratezza va calcolata ma, all’’importo di 4000 lire bisogna dedurre la somma di 1500; per la grande sala del 1 piano non essendosi seguiti i consigli dell’Ing.  nella decorazione, come si è fatto in altri locali con esito felicissimo, si manifesteranno danni nelle tinteggiature e stucchi che si dovranno riparare. Dedurre 3000.

COSTRUZIONE DI UNA TERRAZZA. Questo lavoro fu eseguito con spreco di materiale per soddisfare i desideri…inoltre contro l’aumento di valore apportato da tale opera sta il danno derivante dalla soppressione di una stanza; visi dovrà dedurre quindi circa la metà della somma dispendiata, ossia 1500

CUCINA. Nella cucina è da eliminare per lavori di solo capriccio 350 lire

SCALA E PORTA che conducono al giardino della casa Ospizio Pasini … questi si renderanno assolutamente inutili il giorno in cui cesserà l’affittanza di quella casa, non rimarrà che il materiale di recupero derivante dalle opere di demolizioni. 500.

LAVORI DIVERSI oltre a quelli descritti….opere non complete come apriere comunicazioni fra il Palazzo e la Casa Pasini e modificare la relativa porta… e la riduzione  di un locale a camera oscura e fotografica …che ammontano a 2000

DEDUZIONE COMPLESSIVA: 8850 sottratte ai 22.0003 etc… per un importo di 13.681.05 rappresentante le opere atte ad aumentare il valore dello stabile, ma, anche a questo bisogna applicare un sovraprezzamento dovuto all’uso che si calcola nella misura dell’ 8% ed in cifra rotonda di 1.081.05.

Risulterà pertanto il richiesto aumento di valore acquistato dal palazzo di 12.600.

Insomma, 3 anni di lavoro e oltre 22.000 lire di interventi interni ridotti ad un valore aggiunto, rispetto al prezzo di acquisto, di sole 600 lire! Si potrebbe credere che qualcuno avesse chiesto al buon Ingegnere di tenersi basso con la stima! In ogni caso, dalle minute di Pasqualini risulta che il saldo avviene il 10 ottobre del 1899.

Lo stesso anno in cui, il 14 settembre, nuora e suocera fanno un primo ricorso volendo scongiurare gli atti giudiziali da parte di alcuni creditori domandando la nomina di un curatore speciale alla minore sua figlia perchè stando il conflitto di interessi per essere essa pure creditrice verso eredità, la rappresentasse nelle pratiche della vendita della villa di cui sopra da farsi ad essa attrice, ossia la suocera.

I debiti N. Néruda

Il ricorso testimonia una situazione complessa. I beni di Ludiwg consistevano in un attivo di 12,497 lire contro un passivo di oltre 27.000 lire, ed un Palazzo sul quale gravavano diverse ipoteche: quella di Andrea Plentl a garanzia del prestito e quella accesa a due mesi dalla morte dell’alpinista, dagli stessi fratelli Trabuchelli che, pur avendo promesso di togliere l’ipoteca originaria che gravava sul Palazzo, non solo non lo avevano fatto ma, per garantirsi la restituzione delle 505.68 lire dell’acquisto, avevano iscritto una loro ipoteca a cui aggiungevano anche 300 lire di spese. (9/11/1898 n. 3367/636. Archivio Storico di Asolo).

Dal primo ricorso è evidente che, almeno in un primo momento, Wilma N. Néruda pensò di acquistare il Palazzo, per evitare espropriazioni da parte di Plentl a danno della nipote. Fu nominato per Wilma Marian, figlia e creditrice nei confronti dell’eredità, come tutore il Dott. Gött che presentò, il 10 novembre una relazione dettagliata firmata da suocera e nuora, nella quale si riconosceva il debito verso Wilma, confermato nel ricorso del 14 dicembre.

La relazione di cui si parla tuttavia, risulta negli atti del notaio Dall’Armi di Asolo ( Archivio di Stato di Treviso per Gent.le controllo Dott.ssa Bortolanza) come mandata alle liti ma non è  non pervenuta.

Qualcosa di personale accadde tra Lady Hallé, May e probabilmente anche il padre di May, perché il Tribunale di Treviso, il 17 febbraio del 1900, autorizzò la vedova a vendere il Palazzo ma, o perchè le condizioni poste non soddisfecero la violinista o per altri motivi, Lady Hallé si tirò indietro.

A detta di May onde ovviare liti e l’espropriazione da parte del creditore ipotecario Plentl l’avola della minore sarebbe stata disposta ad acquistare il palazzo…dichiarandosi tacitata del proprio credito verso l’eredità ed affermando di pagare tutti i debiti dell’inventario, la cifra che la suocera avrebbe dovuto sborsare sarebbe stata di 24.500 lire, ma questa affermazione è lungi dal poter essere ritenuta vera, dal momento che, come disse successivamente l’avvocato di Lady Hallè, si trattava di una affermazione di parte.

La violinista non solo non acquistò il Palazzo ma portò la nuora in tribunale per avere il risarcimento delle 12.000 lire con le quali suo figlio aveva acquistato il Palazzo!

Cosa era successo tra un ricorso a l’altro forse, non lo sapremo mai.

Da questo momento si apre una vera e propria guerra famigliare tra May che avrebbe potuto saldare i debiti dell’eredità attraverso i propri conti personali sostenuti dal padre ma che, evidentemente, si oppone ritenendo che tutto debba essere saldato con la vendita dei beni e Wilma N. Neruda, la suocera, in disaccordo, che nelle liti che ne seguirono è possibile sia stata indicata come colei che avrebbe dovuto saldare tali debiti. Secondo l’avvocato di May, dopo il rifiuto della suocera, May si trovò impossibilitata a vendere il palazzo a causa delle ipoteche ma il 27 febbraio del 1900 era morto Andrea Plentl, pertanto, credito ed ipoteca passarono prima nelle mani di sua figlia Giuseppina, coniugata Marcòn, e, alla sua morte, un mese da quella del padre, prima ai suoi figli, e successivamente, per successioni di beni, alla figlia Marianna, detta Nella, Marcòn in Visentin decisa a riavere, una volta per tutte, i soldi.

Saltata la vendita, May comincia a preoccuparsi che anche la suocera possa pretendere la restituzione del prestito pertanto chiede al Dottor di provvedere anche ai suoi interessi se la suocera per quel credito, dopo domandato il pagamento volesse iscrivere ipoteca sulla casa, ma in quel momento, si fa avanti il Municipio di Asolo che offre 17.000 lire: sono 5000 lire oltre la stima di Pasqualini, utili a saldare il debito Plentl. Lettere e proposte si succedono convulse: May riceva la lettera di Gött, incaricato dal Municipio di contattarla, mentre si trova a Brighton il 17 novembre e gli risponde il giorno dopo: ho spedito il telegramma quasi subito senza perder tempo nel comunicare con mia suocera-perché non so dove sia! Ma non importa. Legalmente non può dir niente sulla gestione della vendita del palazzo ed è certo che meglio di questa offerta non si può più aspettare e che se si andasse all’ asta non se ne ricaverebbe che 12.000 al più. Dunque spero che si (possa) combinare col Municipio. In riguardo all’ipoteca di 12.000 lire pretesa da mia suocera, credo bene che ella non ne insisterà aver il pagamento. Se però volesse avere i denaro, resta una cosa da fare-questo è il Consiglio del mio amico avvocato…cioè devo proporre di combinare colla suocera che fra ella e me (o piuttosto mio padre) vada divisa qualunque sia la rimanenza del denaro pagato tutti i dediti e l’ipoteca Plentl. Naturalmente io devo avere il credito di quei debiti a me già pagati! Sul pagamenti delle 480 lire conto vecchio D’Angelo, lei o Biadene devono aspettare la vendita del Palazzo! il conto non è uno dei miei ma del fu Norman dunque l’eredita non io deve pagare. È inutile per tutta questa gente scrivermi. Non pago 1 cent a nessuno finche non fu venduta la casa perchè i debiti furono di Norman.

May si ostina a non pagare dai suoi conti personali dove forse arrivavano soldi da suo padre e quelli dell’ eredità della madre, ed immagina che la suocera non arrivi a pretendere denaro: si sbaglia! Wilma cita la nuora in giudizio (Citazioni 1 e 17 novembre 1900) ma, davanti al Tribunale di Treviso si costituì soltanto l’attrice, Signora Wilma Hallé che a suffragio della domanda depositò il predetto accordo speciale e copia dell’inventario giudiziale redatto in morte del Luigi Norman da cui risulta che quasi tutta la mobilia ed effetti esistenti nella villa sopraindicata appartenevano ad essa attrice e che l’eredità  presentava un attivo di 12,497 lire contro un passivo di 27,748 nel cui importo non figurava il credito libellato.

(Sentenza n. 10 Tribunale di Treviso. 11-18 dicembre 1900 compresa nella Sentenza della Corte di Appello di Venezia. Archivio di Stato di Venezia. Testo parziale in Archivio Storico di Asolo)

L’avvocato riuscì a dimostrare che in vita Ludwig si sarebbe dichiarato disposto a retrocedere alla madre l’immobile in suo nome acquistato, subito che essa avesse trasferito in Asolo la sua residenza (il che sembra verosimile considerato che Ludwig era il figlio prediletto di Lady Hallè ma che conferma la sua idea di andare a vivere ad Asolo).

…consegna che non seguì per l’avvenuta di lui morte …ciò tutto assodato per la relazione presentata al Tribunale dal Dot. Luigi Gott nominato curatore speciale della minore figlia del Luigi N. Neruda. Dichiarata la contumacia emise la sentenza sulla base dei documenti prodotti dalla Hallè e May venne condannata a pagare il debito con gli interessi dal 1896 e rifondere le spese di lite. La sentenza viene emessa il 18 novembre, stessa data della risposta di May a Luigi Gött.

Wilma ha ora diritto di accendere sul palazzo un’ipoteca giudiziale: quello che May non credeva nella sua lettera è che la suocera proseguisse nel suo intento chiedendo l’iscrizione dell’ipoteca stessa.

Il 20 dicembre del 1900 la giunta si riunisce per discutere la proposta di acquisto del Palazzo Neruda: è risaputo che l’attuale sede municipale è angusta che non risponde ai bisogni dei migliori e alle odierne esigenze…ora si è presentata occasione a seguito della morte del Sig. N. Neruda e allontanamento della sua famiglia di avere proposta di acquisto, la giunta incarica a Novembre il Sindaco di aprire trattative per un acquisto che venne fatto per il Sig Gott Dr Luigi quale tutore della minorenne Sig. na Neruda e quale incaricato della usufruttuaria sua madre. Dopo varie trattative si concluse la compravendita, ben inteso in via affatto preliminare, per l’importo di L 17.000 e ciò direttamente col dott. Gott il quale aveva preventivamente l’adesione della Sig M. N. Neruda a mezzo di lettera e telegrammi.

Ma il colpo di scena è in agguato: se non che avvenne la proposta di altro acquirente, il Cav. Browning il quale offerse la somma di 18000 comprese in questa però le grandi stufe esistenti in detto palazzo e non valsero le proteste che dimostravano avesse in precedenza il Municipio concluso in via preliminare l’affare. La trattativa è sospesa: viste le speciali condizioni del locale che mal si adatta per gli Uffici Municipali e che in ogni modo occorrerebbe una spesa non indifferente per la sua riduzione e arredamento…il Consiglio delibera di abbandonare la proposta di acquisto del Palazzo di Proprietà Eredi Neruda.

Gazzetta di Venezia settembre 1900

Cosa ne fu della proposta di Pen Browning?

Probabilmente si tirò indietro quando, di nuovo, una Norman Néruda, Lady Hallè entrò a gamba tesa nell’affare con l’iscrizione della terza ipoteca, giudiziale stavolta, sul Palazzo.(Ipoteca accesa per 12.000  il 21/1/ 1901. Documentazione Archivio Storico di Asolo).

Era evidente che nessun patto era possibile con la suocera, pertanto May tentò la carta dell’Appello a Venezia. Scelse come avvocato un amico di famiglia, Vittorelli di Venezia, compagno di tante scampagnate in bicicletta che, tuttavia, improntò una difesa negazionista, facilmente smontata dall’Avvocato della Neruda, Radaelli. Nella pubblica udienza del 29 agosto 1901 i due procuratori esposero i fatti già noti a cui si aggiunge da parte di Vittorelli la pretesa  nullità delle citazioni a carico della sua assistita comunicate nella sua residenza nelle mani di Giacinto Bolzon il quale era a quell’epoca dipendente dell’attrice odierna appellata ed era dalla stessa salariato: per qualche motivo anche Lady Hallè quindi pagava Bolzon, il che non stupisce visto che la violinista per queste vicende legali era stata ad Asolo. Radaelli quindi fa notare che Bolzon poteva anche essere salariato di Wilma al momento ma era comunque addetto alla casa a cui fu notificata anche la precedente sentenza quindi, quando pure non fosse alle dipendenze di May, dimorava nella casa, fa parte della famiglia, inoltre, la stretta parentela tra appellante e appellata fanno si che Bolzon possa essere salariato e dipendente di entrambe. Vittorelli afferma non essere provato che Wilma Néruda avesse spedito le 12.000 lire e che, se pure fosse stato vero non trattavasi di prestito che comportasse l’obbligo di restituzione mentre dovrebbesi considerare la somma come atto di elargizione.

La negazione dell’evidenza: il Tribunale di Treviso aveva già ritenuto provato questo fatto! Inoltre, la procura allegata agli atti faceva ritenere poco probabile che essa abbia dato incarico di acquistare al figlio senza fornirlo nel contempo del denaro necessario e la detta verosimiglianza si fa maggiore quando si porti l’esame sull’inventario, da cui emerge che quasi tutti i mobili esistenti nella villa acquistata all’epoca dalla madre del figlio, erano di detta attrice….se il figlio non aveva denaro per arredare la Villa non doveva averne anche per arredarla…la verosimiglianza si trasforma in certezza prendendo in esame gli altri documenti di causa, cioè i Ricorsi prodotti al Tribunale di Treviso per domandare la nomina del curatore speciale e l’autorizzazione a vendere la villa suindicata.

Nei ricorsi May non solo aveva riconosciuto il debito ma dichiarato che suo marito in vita si era dimostrato disposto a cedere il Palazzo alla madre.

Ad ulteriore prova del fatto che May fosse pienamente consapevole che quei soldi fossero un prestito, la lettera da lei scritta durante i lavori e quelle al Dott. Gött in cui essa appellante parla anche del credito libellando e ne riconosce senza reticenze e condizioni la sussistenza. Per chiedere la restituzione di una somma, questa non deve necessariamente essere un prestito: le 12000 lire non sono state un atto di elargizione ma spedite affinchè Norman comprasse la casa per conto della madre: accettando l’incarico Ludvig accettò l’obbligo verso la madre e non avendo adempiuto, seppur per circostanze impreviste, era tenuto a restituire la somma. Obbligo che quindi incombe sugli eredi.

Ma Vittorelli non demorde e chiede alla Corte di giudicare sull’obbligo che l’appellante Sig. Hallè si sarebbe assunta a comprare la Villa di cui sopra pe  24.500 lire… l’ appellante sostiene che la prova che la Signora Hallè si obbliga di acquistare la Villa emerge nel ricorso…che autorizzò il curatore e la vendita della villa ai fatti e condizioni indicati.

Ma ancora un volta, Radaelli dimostra che questa è una affermazione che non corrisponde al testo: in data 14 dicembre 1899 è scritto solo il periodo seguente: ad ovviare liti e l’espropriazione da parte del creditore Plentl l’avola dalla minore sarebbe disposta a acquistare il palazzo in istromento…dichiarandosi tacitata verso i crediti verso l’eredità  ma dire che la Signora Hallè sarebbe disposta di acquistare, non corrisponde al si obbliga di acquistare;mentre l’espressione predetta può solo dimostrare che la Signora Hallè aveva intenzione di comperare ma che una cosa finita e irretrattabile da parte sua non vi era….il dire sarei disposto di comperare è sinonimo di ho intenzione di comperare ma non dell’io mi obbligo, io prometto di comperare..la promessa che si vuol dedurre dalle espressioni dei ricorsi ai magistrati aveva lo scopo di sbarazzare la via da ostacoli in previsione di un contratto definitivo, essa non costituisce un proposito deciso e serio di acquistare ma restava nei limiti di una nuda trattativa, di un progetto che come tale non poteva dar vita ad alcun rapporto o vincolo giuridico.

Esclusa così la promessa di acquistare rimane indiscutibile nella Sig Hallè il diritto di far valere il suo credito in quanto che la rinuncia allo stesso, come emerge nei ricorsi era subordinata alla conclusione della compravendita.

L’unica cosa in cui May riesce a spuntarla è la questione degli interessi: Venezia riforma la sentenza e li riconosce dal novembre del 1900. Come risposta, nel 1900 Wilma N. Néruda, Lady Hallè apporrà un codicillo al suo Testamento con il quale escluderà dai suoi beni, in verità non molti se consideriamo il solo denaro e non la casa di Berlino, i quadri, i gioielli e l’importante Stradivari, le nipoti e le nuore in quanto…già dotate di loro, come a dire, che comunque non avrebbero avuto bisogno dei suoi beni tutto sommato non molti: con questa frase, di fatto Wilma N. Neruda taglierà dall’asse ereditario, tanto Wilma Marian, figlia di Ludwig, quantoo Euphemia e Theodora, figlie di Waldemar che, tuttavia, in futuro potranno contare su eredità e lasciti provenienti dalla famiglia Borwick, della loro madre.

May e WIlma Marian

Vicissitudini giudiziarie.

Prima pagina del primo Precetto Marcon in Conservatoria RI

Il 15 maggio del 1902 scade una delle cambiali degli interessi del prestito Plentl che May non paga. Questo da origine al primo atto di precetto (18/8/1902. Conservatoria dei Registri Immobiliari. Trascritto il 21/8/1902) da parte dell’erede Plentl, Nella Marcon Visentin che viene rappresentata da un nome noto a Padova, Egidio Indri:[19] si chiede il pagamento del capitale 7000 lire del mutuo, oramai scaduto, e di quattro rate bimestrali, quella 15/5 e quella 15/10/1902 e le stesse per anticipo del 1903, nella misura di 275 lire/una a cui aggiungersi l’imposta di Ricchezza Mobile[20] di 29.85 lire che gli eredi avevano pagato in anticipo su soldi mai arrivati, per totali 8836 lire ovviamente con gli interessi al 6% come pattuito in sede di mutuo, sotto comminatoria della esecuzione e subastazione degli immobili. Il precetto non prosegue per convenuto amichevole accomodamento: forse la permaneNza ad Asolo per 15 giorni di Sir John East Hunter Peyton in gennaio. Il Municipio di Asolo comincia nuovamente ad interessarsi al Palazzo per tramite, stavolta, di Biadene che scrive a May a Cortina dove è andata a passare qualche giorno insieme alla figlia. (Archivio Storico di Asolo. Risposta di May a Cortina 26/1/1903. Albergo Croce Bianca al telegramma di Biadene).

Htel Croce Bianca di Cortina

La proposta è sempre di 17.000 lire, escluse le stufe grandi, con assunzione del mutuo Plentl e 5000 lire anticipate alla stipula del contratto, ovviamente subordinato all’autorizzazione dell’ autorità superiore e previa dimostrazione della libertà dell’immobile! (Minuta del testo del preliminare di acquisto tra May ed il Comune senza data. Archivio Storico di Asolo.) La libertà a cui si fa riferimento è quella, importantissime, ovviamente dall’ipoteca giudiziale della suocera e quella Trabuchelli.

Lettera di May alla Giunta ( Asolo- Archivio Storico)

May si rende conto che non ha molte possibilità e che un contratto sarebbe l’unico modo per il sospeso dell’asta che grava comunque, perennemente, sul palazzo a causa dell’ipoteca giudiziale. Il 22 gennaio scrive al Municipio confermando di voler entrare in trattative a mezzo Alberico Biadene ovviamente, subordinate all’autorizzazione del Tribunale ma promette di saldare lei il mutuo Plentl. Da lettera del 29 gennaio, May lascia all’Avvocato Pavan il compito di rappresentarla in Giunta sebbene sa perfettamente che deve comunque attendere l’autorizzazione del Tribunale riguardo alla possibilità che possa vendere: poi c’è la questione di mia suocera, che in fin dei conti, è sempre lei la vera proprietaria della casa e vedrà che lei insisterà ormai su questo fatto… una volta venduto l’immobile May aveva intenzione di rimanere ad Asolo abitando la parte Chiminelli, almeno sino allo scadere del contratto di affitto, ma, ovviamente si preoccupa del fatto che in precedenza ha fatto lavori per collegare il palazzo alla casa: cosa verrà stabilito riguardo a chiudere aperture e porte in connessione fra il palazzo e la Casa Chiminelli? per conto mio non me ne fa nessun fastidio lasciarle come sono- naturalmente chiuse a chiave! Il portico si potrebbe chiudere a Tavole e forse potrei combinare col Municipio di usare la scalina per  andare in orto.

May non è una sprovveduta: vuole essere sicura che il Municipio non abbia un altro accordo per vendere la parte Chiminelli senza riguardo al diritto di compenso per lavori fatti...a cui tuttavia, Néruda aveva rinunciato!

E di nuovo sorge il problema della suocera, se va avvisata o meno, in ogni caso, bisogna avere prudenza! L’ipoteca giudiziale sarà infatti levata fra pochi giorni, bisogna liberare lo stabile da detta ipoteca prima di un contratto… Perchè May dice che l’ipoteca sarà levata? Perché era sicura di vincere nel nuovo giudizio contro la suocera, citata il 29 marzo 1903 a mezzo Avvocato Leopoldo Piazza, per il 10 giugno: il punto è la nullità ipoteca giudiziale, e conseguente sua cancellazione e il risarcimento, danni, accessori.

Prima pagina della comparsa conclusionale Avv. Pavan

(5/4/1903. Causa May N. contro Wilma Halle residente a Berlino domicialiata elettivamente a Treviso presso avvocato Giulio Bellincanta).

Secondo l’avvocato di May il fallimento di tutte le occasioni di vendita, compreso quella da parte del Comune e probabilmente di Pen Browning, fu causato dall’ ipoteca giudiziale: dopo il rifiuto della Sig Hallè di acquistare il Palazzo alle condizioni dalla stessa accettate, e da questo illustre tribunale omologate, nell’interesse della minore, col decreto del 17 febbraio 1900 la comparente si trovò nell’impossibilità di vendere il palazzo per l’ipoteca ora in contesto e l’altra precedente per lire 7000 a favore Andrea Plentl quale risulta dall’inventario giudiziale presentato per un totale di 19.000 lire che eccedono il prezzo reale del Palazzo; di qui, molestie, ed atti ed esecuzioni giudiziali dovette subire la odierna comparente da parte dei creditori della successione, di qui non pochi sacrifizi dovette la stessa sostenere per soddisfare, con denaro proprio i creditori piu insistenti (Sentenza Tribunale Treviso 1903. Archivio Storico di Asolo); insomma May non era intenzionata ad estinguere un debito non suo! In diritto: le sentenze di condanna non producono ipoteca giudiziale su un credito giacente e accettato col beneficio di inventario. Ma ancora una volta l’avvocato di Wilma Hallè si dimostra superiore insistendo sull’inesistenza giuridica del beneficio di inventario, tra l’altro eretto fuori termine legale dopo 4 mesi e non dopo tre, per lei che gode di diritto inglese: l’inventario è stato eretto tardi, non è stata prodotta copia autenticata della sua accettazione ed inoltre, la legge inglese applicata al suo caso, non conosce il sistema dell’accettazione col beneficio di inventario! L’iscrizione giudiziale è efficace rispetto alla caparbietà e puntigli dell’attrice che in diverso modo avrebbe dovuto trattare e contenersi verso la madre del defunto di lei marito: piccolo pregiudizio di ordine sociale che entra nell’affare legale! Negasi poi che abbia pagato del proprio debiti ereditari mentre non pagò interessi del mutuo Plentl e le  imposte prediali. Ha gestito male tutta la faccenda e in altra sede dovrà pagare i danni ai creditori.

La causa (Peyton contro N. Neruda-Hallè 8-15 luglio 1903 n. 8999), procede tutto luglio e giudica valida l’ipoteca giudiziale messa nel 1901 da Wilma in quanto emanazione naturale di una condanna, ma, in virtù della legge inglese di successione, per la sola quota relativa alla nuora, quindi per 1/3 dell’immobile ipotecato mentre viene giudicata nulla la parte riguardante la nipote Wilma Marian: Wilma non può chiedere la restituzione dell’intero importo prestato ma solo del terzo relativo alla nuora! Il Comune non può certo acquistare un immobile gravato da ipoteca giudiziale, pertanto anche il secondo tentativo di acquisto fallisce. May si ostina a non pagare dal suo patrimonio e quindi, nel 1904 è nuovamente morosa verso il mutuo Plentl: tra arretrati e tasse si arriva a 8316.10 lire, pertanto, viene iscritto un secondo atto di precetto, (20/11/1904.Trascrizione Conservatoria dei Registri Immobiliari di Treviso), e stavolta si chiede che venga fissata la data per l’asta con una base di 1800 lire. (27/12/1904. Atto conclusionale dell’Avv. Egidio Indri per Nella Marcon Visentin. Asolo Archivio Storico). Le parti vengono citate il 26 gennaio del 1905. Ma May non ha pagato neanche 168 lire di tasse prediali, così, il 29 febbraio l’Esattore fa un primo tentativo di pignoramento che non va in porto: May e la figlia praticamente non risiedono quasi più ad Asolo ma la donna decide di rivolgersi nuovamente al Tribunale: urge affrancare con urgenza i mutui e ipoteche e pagare le tasse su una casa che, dalla morte del marito non è stata utilizzata, perché lei e la figlia sono spesso a Brighton ma anche per mancanza di persona che la prenda a conduzione, e sulla quale, ogni anno, gravano 637 lire tra interessi, tasse, mutui e ipoteche varie. May afferma di aver risposto in proprio a molte passività per risparmiare a sè e alla figlia il danno e il disonore dell’espropriazione della casa ereditaria del rispettivo marito e padre ma che ora si trova nell’assoluta impossibilità di affrancare i debiti…così dice.. Con decreto del 30 giugno 1904 il Tribunale sblocca la situazione e le consente di vendere a 13.500 per pagare le passività. Rientra in scena Sebastiano Galanti.

Copertina della cartellina che racchiude la documentazione suddetta. Asolo. Archivio Storico

Il nuovo proprietario

Sposato e proprietario di Villa Galanti, con uno studio in Santa Caterina, Sebastiano Galanti il 13 settembre del 1904 fa lui un preliminare di compravendita con May N. Néruda per 14.000 lire acquistando l’immobile con un mandato speciale a saldare i debiti del palazzo: le 8839 lire del debito Plentl, 4499 a Wilma Hallè e le tasse insolute. Dell’accordo non si da pubblicità, infatti, il Sindaco Achille Serena, il 18 gennaio del 1905, consapevole dell’avviso di Asta per le tasse non pagate, invita i Consiglieri ad una adunanza pubblica: è imminente la vendita palazzo all’asta del quale per lo addietro si tentò di farne acquisto per trasferirvi gli Uffici municipali essendo noto che ove si trovano attualmente non presentano la dovuta comodità e quel decoro che si richiede, vuole sentire i consiglieri per capire se il Municipio possa farsi aspirante all’acquisto. (Archivio storico di Asolo).

Prima pagina dell’Avviso di Asta del 1905- Treviso. Conservatoria Registi Immobiliari.

Stavolta l’asta è determinata dal fatto che ci sono 329 lire di tasse non pagate.

Due giorni dopo, Galanti scrive a Serena palesando la sua intenzione: in epoca recente ho acquistato in via preliminare, Palazzo Neruda.. ma non era intenzione tenere per me l’Ente, bensì cederlo ad altri tanto è vero che mi riservai e mi fu accordato nel preliminare, di presentare altro acquirente…all’atto della stipulazione definitiva. Senonchè il fatto che l’ente stesso sia sottoposto ad una esecuzione da parte di un creditore ipotecario mi determina a sollecitare la trattativa della cessione…mi permetto di fare offerta formale alle seguenti condizioni, cederei il palazzo nello stato in cui si trova garantendone la più assoluta proprietà e libertà al prezzo di 16.000 netto spese presentando agli attuali proprietari il Comune di Asolo in mia vece. (20/1/1905 lettera, Archivio storico di Asolo).

Insomma, Galanti avrebbe comprato di fatto il credito e lo stabile, con poco guadagno, per puro spirito civico! Per dare al municipio una opportunità concreta di acquistare la sua nuova Sede e magari, questa volta farne un più giusto guadagno! e, certamente al Comune sarebbe convenuto!

Il 20 febbraio 1905 Galanti acquista il credito Plentl-Marcon di 8648 lire.

(20/2/1905. Certificato di quietanza atti AVV. Da Ponte con surroga ipotecaria Marianna d Nella Marcon Visentin e Sebastiano Avv. Galanti con credito 8648.45 dipendente da istromento di mutuo 15/11/1896 e interessi. Archivio Storico di Asolo). Tuttavia, l’esattore va avanti  e viene trascritto l’avviso d’asta fiscale per le imposte fabbricati e tasse comunali insolute dal 1903 al 1905: (1317/871. Conservatoria dei Servizi Immobiliari di Treviso): 268.99, debito Principale, 10,76 multa, 50.15 accessori (imposte prediali) per un totale di  329.90 lire.

Tutti i creditori vengono convocati e l’asta viene fissata al 19 maggio.

L’accordo Galanti-Comune non va in porto: diventa urgente ratificare il preliminare.

La Peyton per delicatezza ritardò la vendita per esperire nuove strade e cercare di trovare il modo che le rimanesse dalla vendita del bene  la somma per la suocera ..che alla fine non sarà neanche delle 4449 lire piene, trovò nell’Avvocato Galanti la persona che sia per suoi rapporti di debito con venditrice, come altre ragioni di opportunità e convenienza a lui affatto particolari, si dichiarò dispostò ad acquistare lo stabile per 14.000 lire estinguendo le sue passività compresa quella della Vedova Hallè sebbene ad essa rimane una somma lievemente inferiore: 329 all’esattoria  a saldo debito di imposta e relative tasse, quietanze del 1903-1905 e avviso asta 8879.26 lasciate nelle mani del compratore che le trattiene ad estinzione del debito/credito acquistato. 4790.84 lasciate all’acquirente delegato a pagare 505.5 capitale Trabuchelli+ 4285.16 a Wilma Hallé sul di lei credito. Il 31 maggio viene stilata la compravendita definitiva tra Galanti e May N. Néruda. (Atto 2305/172. Trascritto il  3/8/1905  Conservatoria dei Registri Immobiliari N3007/171: Compravendita Peyton Marianna Ved. N.Neruda e Neruda Wilma con Galanti Dott. Sebastiano)

Galanti si deve quindi occupare di liberare il Palazzo da tutte le ipoteche, in primis quella della Hallè.

(Certificato di annotamento ipoteche del 21/11/1901 n. 348 a favore N.Neruda Wilma contro Peyton Marianna e figlia. Archivio Storico di Asolo)

Ma L’Esattore delle Tasse non può aspettare i tempi di Galanti e della Conservatoria e l’8 gennaio del 1906 procede con un pignoramento presso terzi per la solita tassa di Ricchezza Mobile che evidentemente veniva corrisposta in anticipo: RM 1904 e 1905 rispettivamente 63,21 lire e 93.33 lire , per un totale di  155,54 lire a cui si aggiungono con 6, 22lire di multa,  176,86. Io sottoscritto Esattore mi sono trasferito c/o Avv Sebastiano Galanti allo scopo di pignorare siccome pignoro dalle sue mani tutte le somme da lui dovute e debende al debitore Sig N.Neruda ved Halle e specialmente quella per ragione dell’ istromento di compravendita 31/5/190 Rep. del Notaio Chiavacci[21] trascritto presso la Conservatoria di Treviso il 30/8/1905 n. 3007 prot. 171 mediante il quale istrumento all’acquirente Sig Avv. Sebast. Galanti, veniva dalla parte venditrice delegato al pagamento di 4285, 16 lire alla signora debitrice il cui esso credito dipendeva dalla Sentenza 16 dicembre 1900 tribunale di Treviso e garantito dall’iscrizione ipotecaria 21 genn. 1901…viene fatto divieto a Galanti di disporre delle somme pignorate… ho citato il sequestratario come il debitore a comparire all’udienza…1 febbraio 1906 il primo per dichiarare nei modi dovuti dalla legge le somme dovute e debende al debitore Signora N. Neruda.

Non credo sia un caso che, nell’autunno di quello stesso anno, il Consiglio del Comune di Asolo si trovò ad esaminare, con le funzioni di Tribunale Amministrativo di Primo grado, tra i molti ricorsi pervenuti contro l’applicazione delle tasse comunali, anche quello di Galanti proprio a proposito delle tasse sul valore locativo oltre che su vetture e domestici. il Comune ritenne tuttavia infondati i motivi addotti sulla tassa sul valore locativo ma, quantomeno, gli prescrisse le tasse su domestici e vetture in virtù della sua residenza a Cavaso. (Perrone, op cit. pag 255).

E’ giunto il momento di saldare e il 3 marzo del 1906, Wilma N. Neruda al consolato italiano di Berlino rilascia la quietanza del saldo di 80 sterline x il suo credito e dichiarandosi definitivamente…soddisfatta di ogni sua ragione di credito…acconsente a suo nome alla Rotale cancellazione della relativa ispezione ancora presso la Conservatoria delle ipoteche di Treviso nominando Luigi Biadene,[22]figlio di Alberico, come mandatario quale Direttore della Banca Popolare di Asolo perché si occupi della cancellazione dell’ipoteca. Il passo successivo è intimare Elvira Trabuchelli a togliere le antiche ipoteche garantendole, una volta fatto, il pagamento delle 505.68 lire (7/6/1906. Citazione Galanti-Elvira Trabuchelli. Busta Municipio. Archivio Storico di Asolo).

Il Municipio sembra aver rinunciato all’acquisto, infatti istituisce un fondo cassa vincolato al restauro ed ampliamento degli Uffici Municipali su progetto dell’immarcescibile Pasqualini di una stanza al di sopra della sede, l’attuale Palazzo della Ragione, che viene approvato con un capitolato di spesa di 2550 lire: 600 lire nel 1903, 400 lire nel 1904, 800 lire nel 1905 e 1906 per un totale di 2600 vincolate a tale scopo rispetto al preventivo di spesa di 2550 lire. In attesa dell’autorizzazione della Prefettura di Treviso, i cui documenti si trovano presso l’Archivio di Stato, si iniziano a prendere contatti  con il Capo Mastro Bernardi, ma in un momento di grandi tensioni interne nel Consiglio Comunale, si alzano le proteste dei cittadini, di molti commissari d’ornato e da ultimo anche dell’Ispettore di Monumenti Dott. Luigi Palladini così delibera di revocare il progetto e devolvere i fondo a maggior incremento d’avanzo d’Amministrazione (15 novembre 1907. Prefettura. Archivio di Stato di Treviso).

Tutto da rifare.

Il Comune cerca sede: i fratelli Fuga

( Il Sindaco Serena, foto da L. Comacchio, originale in Asolo, archivio Storico).

Tra maggio e giugno del 1908 Achille Serena porta in discussione l’acquisto dell’ex Palazzo Scotti, parte dell’eredità Madalena Pasini lasciato alla Congregazione della Carità con la quale vengono pertanto intavolate trattative, tuttavia Serena non demorde e tenta di nuovo la via di Sebastiano Galanti che, stavolta con un Palazzo completamente libero dalle ipoteche risponde di essere disposto a vendere ma che le sue pretese sono alquanto aumentate sia perché il Palazzo è libero, sia perché il suo valore è aumentato a causa della penuria delle case nel centro di Asolo per non parlare del fatto che avendolo affittato, gli rende con 5 affittanze 1320 lire annue lorde! Non lo cederebbe a meno di 25.000 nette.

Il 26 giugno il consiglio approva l’acquisto di Palazzo Scotti delibera che viene portata a Treviso salvo essere ritirata anche questa volta per una serie di proteste : verrà acquistato da Pen Browning di lì a poco!

Si interpella allora Pasqualini che stavolta ritiene l’acquisto Néruda un vantaggio, anche in considerazione dei molti lavori fatti a suo tempo da Néruda! E così il Municipio ritenta la via di Galanti e il 13 giugno del 1909 riconvoca i 13 Consiglieri sull’opportunità di acquisto Palazzo Néruda ora di Sebastiano Galanti che all’uso si presta…i quali autorizzano Sindaco a trattare l’ acquisto di detto immobile alle migliori condizioni possibilità dando facoltà di stilare un contratto preliminare e impegnandosi a dare voto favorevole.

Ma a questo punto le carte testimoniano qualcosa di veramente anomalo: il Comune il 13 luglio del 1909 fa un preliminare con i Fratelli Fuga di Crespano e il 16 fa approvare l’acquisto del Palazzo Ex Néruda:

per molto tempo si cercò di acquistare Palazzo Neruda e Palazzo Scotti senza concludere nulla. Ora il palazzo viene nuovamente proposto al Comune dagli ultimi acquirenti i Fuga di Crespano per  cui è stato autorizzato Serena al preliminare che ora deve essere approvato. Riserva di approvazione piano finanziario x provvedere al pagamento.

In questo preliminare, giustamente, i Fratelli Antonio e Luigi, esercenti e, nello specifico, albergatori, non figurano ancora come venditori ma come persone che si obbligano a vendere, a 20.500 lire che il Comune pagherà al momento della stipula del contratto: Galanti, forse perché non vuole vendere al Comune da cui verrà pagato chissà quando o perché il Comune non ha i soldi, sta per vendere proprio ai Fuga con cui ha già ha fatto un preliminare di vendita.

Il contratto di compravendita, il rogito, tra Galanti e i Fratelli Fuga è del 20 novembre del 1909 ed il Palazzo viene venduto a 15.000 lire.

(Atti Chiavacci di Padova. Registrato Conservatoria RI di Treviso 15.12.1909 ai n.ri 4664/3074: l’avvocato Galanti vende il palazzo ai f.lli Fuga Luigi e Antonio di Beniamino).

L’avvocato Chiavacci di fronte a cui verrà fatto il rogito attesterà la libertà dell’immobile occupandosi anche dell’iscrizione della Ditta al Catasto alla partita 719. (24/12/1909 Certificato Catastale). Eccolo il famoso numero 719 che compre nel Prontuario del Catasto in Archivio di Stato di Treviso ma, che non essendo pervenuti all’Istituto i Partitari relativi per i quali è presente una lacuna ha determinato una ricerca della documentazione molto più lunga ma anche più fruttuosa e complessa.

Archivio Storico di Asolo

Ma la strada verso l’acquisto è lunga.

Serena scrive al Prefetto di Treviso che deve autorizzare l’acquisto e il piano di spesa.[247] Il prefetto chiede il preventivo, la seconda copia della delibera dei lavori del 16 luglio 1909 e formale Istanza in carta bollata per ottenere autorizzazione con gli  estremi catastali immobile che dovranno poi essere messi nel decreto Prefettizio da allegare  al rogito. Per giudicare sulla convenienza sarebbe utile avere anche la perizia…si perché una cosa è comprare l’immobile e un’altra è ridurlo e adattarlo a sede…così la giunta comincia a valutare di poter fare solo i lavori più urgenti: il Comune intende rimandare provvedendo solo ai lavori più urgenti per i quali sarà necessaria la somma di 1300 lire (18/1/1910) ma il Prefetto blocca tutto chiedendo tutti i documenti storici del Palazzo compresi quelli di nascita, matrimonio, morte e successione di Ludwig N. Néruda la cui situazione è alquanto anomala: è nato a Stoccolma, naturalizzato inglese, residente e possidente in Asolo e morto in Tirolo!! (risposta del Prefetto 18 febbraio)

E così Serena deve ricorrere prima all’Avvocato Chiavacci e tramite lui a Galanti e poi a May N. Néruda ch,e oramai, dal 1904, probabilmente anche prima della scadenza del contratto di affitto, si è trasferita con sua sorella Seline Auguste e la figlia a Cortina che raggiunge grazie alla mediazione di Biadene.

Il progetto definitivo di Pasqualini (29 aprile 1910) prevede un preventivo di 18.500 lire ma la somma che il Comune progetta di stanziare per dare esecuzione ad una prima parte di circa 5000. Il Comune con pazienza raduna tutta la documentazione ed il progetto, insieme a nuova istanza di acquisto.

Nel frattempo ad Asolo è tempo di organizzare un a festa di Carnevale e cosa c’è di meglio che utilizzare la grande sala del Palazzo Ex Néruda? E così, una società cittadina, la Cines Acelum, la mette a disposizione per una festa danzante. Ma come potrà un Comune così piccolo e perennemente gravato da spese pagare le spese? Viene deliberato di contrarre un Mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti per avere il quale certamente ci vorrà molto tempo, per cui il Consiglio, il 4 maggio del 1910 autorizza un mutuo provvisorio presso la Banca Popolare di Asolo per garantire la cifra chiesta dai Fuga: arrivata l’autorizzazione di Treviso il 6 giugno, finalmente si può procedere all’acquisto del Palazzo Ex Neruda alla presenza di Biadene Direttore della Banca e di Galanti che garantisce la libertà dell’immobile: è il 11 giugno del 1910.

Autorizzazione del Prefetto di Treviso all’acquisto.

A questo punto, è necessario provvedere ai lavori: ad Asolo infatti, nel frattempo è arrivata l’elettricità per la quale proprio nel 1910, viene chiesto dall’allora dimissionario Luigi Biadene un collaudo generale a sicurezza dei cittadini e, non ultimo, il telefono di cui viene approvata la proposta di abbonamento per gli uffici Comunali: L’inaugurazione ufficiale della nuova rete telefonica aperta al pubblico  avverrà l’8 gennaio 1912 occasione per festeggiare la parziale nuova sede municipale. Anche per questi lavori, si decide di contrarre un altro mutuo, stavolta con l’Esattoria che concede un tasso inferiore rispetto alla Banca (Approvato 11/9/1911), ma il Prefetto vuole che anche nel mutuo si precisi di quali lavori con la prima parte della somma e quanto al modo di esecuzione di detti lavori il provvedervi ad economia non è consentito neanche eccezionalmente dalla legge. Il 16 novembre il Consiglio delibera un mutuo univoco di 120.000.

il Mutuo era estinguibile in 35 annualità con tasso da pattuirsi con la Cassa Depositi e Prestiti. In questa cifra sarebbero stati compresi tutti gli impegni di spesa già contratti dal Comune, come il debito con la Fabbriceria per l’acquisto di case demolite per costruire il piazzale dei bovini, l’acquedotto Pradazzi, acquisto Palazzo Néruda e le spese di adattamento ( qui indicate in 16.500 lire), l’ acquedotto Centro e Acquedotto Mestre-Venezia, su Progetto Pasqualini, le spese Peritali di Pasqualini (705,63). Il Comune contava di ammortare il mutuo con una sovraimposta annua su terreni e fabbricati. Successivamente, nel 1912, si deciderà di tramutare la vecchia tassa locativa sugli immobili in tassa sul reddito di famiglia, applicata a tutti, ricchi e poveri ma con esenzione per le famiglie con reddito sino a 599 lire/anno.

A gennaio del 1911 i lavori ancora non partono, si pensa di aprire trattative con la Congregazione della Carità per la parte confinante con il Palazzo, la ex parte Chiminelli in modo da fare i lavori tutti insieme ma a marzo le trattative sono in alto mare per cui si decide di procedere con i lavori di  riduzione ed il 3 aprile 1911 viene approvato definitivamente il Progetto Pasqualini per 16.500 da dividersi in due tranches una da 7.500 lire ed una da 9000 lire a sua volta divisa in due. Nella prima rientra la riparazione del vestibolo, l’innalzamento della parte verso via Canova, la sistemazione del tetto, la costruzione di una latrina ed i lavori di pittura, nella seconda, invece, la sistemazione della scala principale, la costruzione di una scala di accesso al 2 piano e l’impianto del termosifone. La cosa interessante è che Galanti entrato quell’anno in Consiglio Comunale, voterà contro sostenuto da Luigi Biadene e Ugo Polo. In quella stessa seduta la Giunta autorizza il sindaco a trattare l’annessa casa del Patrimonio Pasiniil cui acquisto viene approvato l’11 settembre 1911. Si tratta del lato sud del Palazzo ove oggi c’è l’attuale Ristorante Due Mori.

Il 17 maggio del 1911, finalmente, anche il progetto viene approvato dalla Prefettura. La trattativa con la Cassa Depositi e Prestiti per il mutuo procede ma il 20 luglio in Consiglio si delibera per 60.000 lire ma  il 31 marzo del 1912 sappiamo che ne vengono concesse per 56.000 lire. A distanza di un anno, a giugno del 1912 si può procedere con il capitolato di appalto: demolire il tetto nella pianta in rosso secondo piano e innalzare con muratura in modo da portare questa parte allo stesso livello del resto del fabbricato lasciando i fori di finestra. Sulle murature si applicherà un tetto a 2 falde. Demolire vecchio solaio e costruito uno nuovo. Tramezzi per dividere la ragioneria da anticamera (le due celle) 2 piano. Le celle verranno messe in comunicazione col balcone principale mediante foro di porta. Si costruirà rampa di scale per accedere agli ammezzati. Rampe anche per 1 e 2 piano. Tutto cemento armato. Tutto intonacato con malta e sabbia fina di Piave eccetto sale conciliatore e ragioneria. Alle finestre si applicheranno gratelli e vetri di larice rosso verniciato con olio di lino cotto…agli sportelli lastre di vetro comune all’esterni si difenderanno con imposte di osso simili a quelle in altra parte fabbricato. Riparazione pavimento in pietra, vestibolo più architravi; parapetto in ferro x la scala principale. Sulla terrazza pavimento impermeabile. Gabinetto con sistema water-closet con tubo di ghisa x condotta acqua. Allargamento fabbricato. Costruzione nuova sala. Riparazione vestibolo. Sistemazione sala principale. Ma in Consiglio l’opposizione è sempre all’erta per cui, nella seduta del 5 giugno 1911, Serena deve rispondere all’interpellanza di Biadene e Galanti se sia data esecuzione alla delibera del consiglio comunale per l’acquisto dello stabile del Patrimonio Pasini e l’ampliamento del Palazzo Municipale.

Il 3 aprile del 1913 si delibera per la seconda parte dei e il 13 aprile Pasqualini fa la consegna che da inizio ai lavori che saranno ultimati il 29 settembre, con un piccolo ritardo rispetto ai tre mesi preventivati: la relazione per la liquidazione definitiva è del 16 agosto del 1914: sono aggiunte anche 1552.27 per ricostruzione solaio, applicare altro parapetto di ferro in difesa del lucernario e altri lavori al dettaglio. La nuova sala non fu fatta in cemento perchè stonava ma in pietra cn due delle pareti della cella  tramezzate (spesa aumenta di 547 lire). Nel preventivo per le pinture di uffici erano state previste 670 lire senza contare i dettagli come i serramenti per cui si andò a 1189.81. si apportarono riparazione ai vecchi locali e si istallò una latrina nei sotterranei. Lavori anche ai locali affittati ai vari inquilini da Galanti e al portico esterno non presenti in progetto… che portarono la spesa a 490.04. È finalmente da aggiungere i lavori di  muratura e verniciatura e l’impianto del termosifone non presenti in appalto in l 638.37. Con altere piccole aggiunte…l’importo accreditato all’impresa arriva a 16084.17 che in confronto dell’appalto di 8796.21 da un aumento di 7287.96. Il progetto in realtà prevedeva un importo di 12.438.37 (le cifre dichiarate) con il termosifone….impresa condotta in modo lodevole è meritevole del collaudo ad eccezione del pavimento del portico esterno x il quale si propone una ritenuta di l 100.

La nuova Sede Municipale

Arrivo dei francesi

La nuova sede Municipale non ha una vera inaugurazione, sappiamo che nel giugno del 1912 si tiene nella nuova sede municipale la solenne seduta consigliare per il Tram Casella-Asolo e che il 13 agosto 1913 si inaugura la Sala: nella sala maggiore della nuova sede municipale che oggi si inaugura il Sindaco Cav. Uff. Serena accoglie gli ospiti mentre nella piazzetta sottostante la banda municipale rallegra con allegre marcie. Al tavolo siedono Bertolini, Giovanni Indri, il Prefetto Vitelli ed il Sindaco per l’inaugurazione della nuova Tramvia Asolo-Valdobbiandene-Montebelluna.

Quando a Treviso giunse la relazione di Pasqualini, il Prefetto Nunzio Vitali la rimandò indietro in quanto non firmata dall’Impresa facendo notare anche che l’importo era lievitato: dalle pezze giustificative risultava poi che Comune aveva fatto contratti diretti con operai e fornitori, pertanto la Prefettura non ritenne necessario che i lavori siano autorizzati dallo scrivente ufficio ma d’altra parte si deve stabilire se siano stati fatti a regola d’arte e se i nuovi prezzi applicati siano conformi a quelli mano opera locale e materiale di costruzione. La prefettura a scarico di ogni sua responsabilità prima di rilasciare la necessaria autorizzazione nulla osta per l’incasso del Comune della somma mutuata consiglia collaudo di un ing.civile… (3/10/1914. Ufficio Genio Civile di Treviso. In risposta lettera 12/9/1914).

Pasqualini dichiara che l’opera era stata fatta a regola d’arte dall’Impresa e pertanto meritevole del collaudo eccetto per il pavimento esterno per il quale proponeva di decurtate 100 lire.

il sottoscritto Ingegnere Guido Dall’Armi venne indicato incaricato del collaudo dei soprindicati lavori con nota 15 ottobre 1914 n. 2113 dall’ Ill.mo Sig. Sindaco di Asolo. La visita ebbe luogo il 7 dicembre essendone intervenute altre al sottoscritto collaudatore e pure sottoscritti Signori: Achille Comm. Serena, Sindaco di Asolo, Cav. Ing.re Galeazzo Pasqualini, Progettista e Direttore dei lavori, Bernardi Vittorio… segue un elenco di lavori fatti, tra cui la riparazione al vestibolo con demolizioni di paraste, colonne, architravi, demolizione del pavimento in pietra, raddrizzamento con muratura in cotto e malta delle pareti, previo scrostamento costruzione di nuove colonne, paraste, architravi, intonaco alle pareti, applicazione di rosoni a stucco, imposte, tinteggiatura a calce, riparazioni al solaio e restauri vari; risistemazione della scala principale con applicazione di nuovi intonaci, restauri alle pareti, costruzione di un soffitto a volta; costruzione di un parapetto con relativo intonaco, applicazione di un parapetto in ferro e di lastre rigate nel lucernario, parapetto della scala principale con dipintura e paramano, tinteggiatura…Costruzione di una nuova scala con soletta in cemento a sostegno di rampe e ripiani; lavori vari di riordino degli uffici nella parte vecchia del fabbricato; costruzione di latrine al 1 e 2 piano negli ammezzati e nel sotterraneo con applicazione di water-closet, orinatoi, tubazioni e distribuzione d’acqua; lavori di secondaria importanza nei locali affittati ai vari inquilini; lavori nel sotterraneo e cioè pavimento in calcestruzzo, intonaco greggio alle pareti e chiusura di due porte; lavori nel portico esterno consistenti nella ricostruzione della cordonata gradinata; lavori per impianto termosifone ed un impianto elettrico…riparazione dei pavimenti tagliati per incassatura tubi…manovalità per assistenza al montatore, verniciatura radiatori e tubazioni; l avori diversi come canali di gronda e tubi di scarico per le pluviali, trasporto e posa in opera di due lapidi… Insomma, il Palazzo prende le fattezze che ha oggi: tutto viene eseguito a regola d’arte  e perciò l’opera può dirsi riuscita. Si da solo eccezione del pavimento in cemento  del portico esterno che presenta delle screpolature ed è in qualche tratto sollevato.

Il collaudatore, oltre ad elencare i lavori nota anche che rispetto al progetto, come spesso capita, vennero introdotte numerose variazioni che però sono pienamente giustificate nella relazione sulla liquidazione dei lavori estesa dall’Ingegnere direttore… le stesse variazioni che fecero di fatto, triplicare i costi. In ogni caso, il collaudatore dichiara collaudabili i lavori e li collauda con il suo atto certificando così di potersi pagare all’Impresa costruttrice 16084,17 con la trattenuta di 100 lire per il pavimento. E’ l’8 dicembre del 1914.

L’approvazione finale della liquidazione dei lavori di riduzione di Palazzo Ex Neruda a sede municipale arriva a gennaio del 1915! La cifra approvata dalla Giunta nella seduta del 14 gennaio è di lire 15984.17. A questo punto, anche la Ditta che ha eseguito i lavori Bernardi, deve essere pagata ma il mutuo, ancora non è arrivato pertanto in Consiglio si deve chiedere di anticipare la somma con quanto è in Cassa. (3/1915)

Con questo ultimo documento si chiude la Storia dei Néruda ad Asolo ma anche la Storia di un Palazzo che tanta parte ha avuto nella loro vita loro ma anche di Asolo stessa, e la storia dei nobili amministratori che tanto hanno fatto per assicurare alla collettività un luogo degno di rappresentanza municipale. Il tempo ha obliterato i personaggi ed i protagonisti, oggi il Palazzo porta il nome dei soli Beltramini, forse sarebbe tempo di ripristinare anche il ricordo dei Néruda e delle loro lotte familiari per averlo: Palazzo Beltramini-Pasini-Neruda.

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Giornali

La Voce Cattolica agosto 1892, The Queen 10 febbraio 1894, The Critic 1892; Gazzetta di Venezia, 1890, 1897, 1898, 1899, 1900, 1901, 1906, 1909, 1911,  1912, 1913, 1927, 1928, 1929; The Sphere 1900, The Magazine of Music, marzo 1896.

Documentazione originale

Archivio di Stato di Treviso, Archivio di Stato di Venezia, Archivio Storico di Asolo, Conservatoria dei Registri Immobiliari di Treviso

[1]Anna d’Assia e del Reno (Darmstadt 1843 – Schwerin1865) fu la consorte e seconda moglie di Federico Francesco III, Granduca di Meclemburgo-Schwerin, terzogenita e unica figlia femmina del Principe Carlo d’Assia e del Reno, e di sua moglie, la Principessa Elisabetta di Prussia. Anna fu considerata come possibile moglie per Edoardo VII del Regno Unito. Mentre sua madre, la Regina Vittoria era a favore di Anna, la sorella maggiore di Edoardo si oppose al matrimonio, poiché riteneva che Anna avesse un “tic inquietante”. Col passare del tempo però, Vittoria diventò sempre più impaziente  e cercò di ignorare i suggerimenti di sua figlia che Anna non era adatta, dichiarando “Sono molto soddisfatta del rendiconto sulla Principessa Anna, (meno gli spasmi). Alla fine fu scelta invece Alessandra di Danimarca.

[2]Adelaide Kemble (1814-879), cantante, autrice di testi, figlia dell’attore Charles Kemble e della danzatrice Maria Theresa Kemble. Dopo il suo ritiro dalle scene nel 1843  divenne animatrice di salotti culturali che divennero un modello anche per altri quali Lord Leighton.Sposò Edward Sartoris, ricco uomo di affari italiano emigrato a Londra ed insieme divennero dei veri patroni per gli artisti. Non c’era nessuno che i potenti Sartoris non conoscessero e che non si potesse incontrare nella loro casa londines vicino al St. James. Fu da loro che Hallè inconrò Thachekray, Dickens, Watt, Leighton oltre che Browning. La loro casa divenne per Hallè e anche per Wilma una sorta di seconda casaIl loro figlio maggiore sposò poi una nipote di Charles Hallè

[3] Caterina Coleman De Kay (1834-1902) nata in America sposò Arthur Bronson con il quale, dopo aver girato l’Europa si stabilì a  Newport dove nel 1859 nacque Edith. Amanti dei viaggi, visitarono l’Egitto e l’Asia. Rimasta vedova decise di stabilirsi a Venezia affittando Ca Alvisi, situata di fronte alla Chiesa della Salute. Qui fu la Regina incontestata di un salotto culturale animato da personaggi di grande calibro culturale. Nel 1880, attraverso lo scultore William Wetmore Story, conobbe Browning e, affascinata dal suo racconto di Asolo, decise di acquistarvi una proprietà, la petite ville adorabile, che divenne La Mura. Robert Browning le dedicò la sua raccolta Asolando.

[4] Alberico Biadene, uomo simpatico ed amministratore egregio. Medico. Delegato scolastico per il 1877 per il mandamento di Asolo, nominato nella Commissione comunale per i lavori di conservazione della Rocca di Asolo; amministratore del Sindacato Agrario prealpino nel 1891, fu sindaco di Asolo per due mandati. Sposò Amalia Marcato ed ebbe 5 figli: Luigi, ragioniere, Giovanni, laureato in ingegneria ma anche famoso giornalista e fumettista, Carlo e Leandro, filologo di fama internazionale e allievo del Carducci, e Maria. Fu Presidente della Banca Popolare di Asolo.

[5] Wilson fu prima cameriera di Elizabeth Barret e successivamente come nutrice. Era nata a Rothbury nel 1817 da Edward, commerciante di carbone e Mary. Fu assunta nel 1843 e fu l’unica a conoscere la portata del rapporto tra RB e EBB ed infatti i due poeti, fuggendo per sposarsi la portarono con loro. Fu lei a fare da testimone al matrimonio nella chiesa di St. Marylebone e ad accompagnarli in Italia dove diventò parte essenziale della famiglia soprattutto quando nle 1849 nacque Pen a cui si affezionò moltissimo diventando la sua balia. Con EBB condivideva l’interesse per il mesmerismo e la scrittura involontaria. Nel 1853 RB assunse come domestico Fernando Romagnoli che, dopo aver conquistato il piccolo Pen, riuscì a conquistare il cuore di Wilson che sposò. Poco dopo tornò dalla sua famiglia per dare alla luce il suoi primo figlio, Oreste che, dopo molte reticenze, lasciò alle cure della sua famiglia per tornare a lavorare dai Browning. Nel 1857 nacque il secondo figlio, Pilades, pertanto  i Romagnoli si trasferirono in una casa adiacente Casa Guidi e solo Fernando rimase al servizio dai Browning. Nel 1859 Wilson cominciò a soffrire di paranoie di natura religiosa inizialmente tenute sotto controllo. Nel 1860 RB cercò di far rientrare Oreste in Italia dove arrivò solo nel luglio del 1862. Quando RB alla morte della moglie lasciò Firenze, Fernando fu costretto a trovarsi un nuovo lavoro. Nel 1866 Wilson tornò in Inghilterra con entrambi i figli ma decise di non tornare al servizio di Browning ed usare i risparmi ed un lascito per mettere in piedi una pensione a Scarborough che, tuttavia non ebbe successo. La sua malattia mentale sembrò progredire, qualche tempo dopo tornò in Italia lasciando Oreste in Inghilterra come apprendista nella modisteria delle sue sorelle. Nel 1879 Pilade, il figlio minore, morì nell’ospedale militare di Milano morte che la donna non accettò mai, Oreste invece decise di fare fortuna in Canada. Nel 1880 Fernando era a Venezia come cuoco di alcuni americani. Wilson nonostante la lontananza continuò a ricevere 10 sterline all’anno da RB fino a quando Pen non decise di riportarla al Rezzonico nel 1891.  Alla morte di Fernando, Nell’inverno del 1893, Sarianna e Pen portarono ad Asolo anche Wilson  che qui morì  il 6 aprile 1902. Fu sepolta nel cimitero di S. Anna e la sua tomba contrassegnata da una croce di marmo bianco. Nel 1986 i suoi resti furono interrati altrove e il segno rimosso.

[6]Edith Guest, figlia dell’industriale J.J Guest e di Lady Elizabeth Bertie, figlia del IX Conte di Lindsay, nel 1869 sposò suo cugino, l’archeologo Henry Layard trent’anni più grande di lei, scopritore di Ninive e ambasciatore inglese, un matrimonio, nonostante tutto molto felice che ampliò le sue opportunità di contatto con personaggi di spicco. I due presero dimora tra i 1874 ed il  1878 a Cà Cappello arredato ed arricchito anche con i tesori delle scoperte archeologiche e dove abitarono stabilmente dopo il ritiro di Layard dalla carriera diplomatica. Mentre infatti era in carica come ambasciatore britannico a Istanbul ebbe profondi disaccordi con William Gladstone e con il sultano così decise di ritirarsi. La morte di Austen Henry Layard nel 1894 non affievolì il ruolo di Ca’ Cappello, e Lady Layard continuò a farne luogo d’incontro per nobili, scrittori e artisti. Tra i visitatori più frequenti, John Ruskin e Giovanni Morelli, Robert Browning, lo storico Horatio Brown, e nobili Veneziani come Annina Morosini, ritenuta la donna più bella a Venezia al tempo che Lady Layard riteneva volgare, e la famiglia Borwick. Lady Layard, come Lady Hallé manteneva una profonda amicizia con la Regina Alexandra e con la principessa Victoria Adelaide Marie Luise Saxe-Coburg Gotha. Nel 1911 Lady Layard ospitò a Ca’ Cappello una serie di colloqui privati tra il Kaiser e Lord Kitchner.

[7] Guido Loredan dei Razzolini (1852-1906). Avvocato. Uomo molto apprezzato per la sua grande energia, proveniva dall’importante famiglia patrizia veneziana che contava tra i suoi membri anche un doge, Francesco Loredan nel 1572. Laureato in Legge ed insignito dell’Ordine della Corona di Italia, ad Asolo ricoprì molte cariche: Ispettore per i monumenti e la conservazione, Conciliatore, Presidente della Congregazione di Carità, Sindaco nel triennio 1892-1895 durante la cui carica si occupò anche della questione del Museo di Asolo. Il 23 gennaio 1897 sposò a Padova la nobile Leonilde Toran dalla quale ebbe quattro figli.

[8] Sebastiano Galanti nato a Cavaso, proveniva da una antica famiglia nobile veneziana. Il padre Roberto, allievo del Collegio della Marina di Venezia, Luogotenente di Vascello aveva combattuto nella battaglia di Lissa. Riformato per infermità nel 1874 rivestì diverse cariche tra cui quella di sindaco di Cavaso e consigliere provinciale a Treviso. Nel 1897 Roberto ricevette anche la Nomina come Cavaliere dell’ordine Mauriziano. A Cavaso aveva fondato una prospera Latteria Sociale, ereditata poi dal figlio che gli aveva portato premi e medaglie alla esposizioni di bovini. Sebastiano, dopo aver frequentato la facoltà di Legge dell’Università di Padova tra il 1888 e il 1891, fu nominato vice pretore del mandamento di Asolo dal 1892 al 1894, incarico confermato sino al 1897. Successivamente ebbe un incarico anche presso la corte d’Appello. Nel 1902 sposò la figlia dell’ingegnere trevigiano Zennaro che regalò agli sposi il Belvedere, acquistato da Pen Browning e che divenne quindi Villa Galanti. Sebastiano aprì quindi un suo studio in Santa Caterina, deciso a fare carriera in politica, sebbene da molti venisse chiamato l’Avvocatino e ritenuto irrequieto e troppo desideroso di riuscire. Nel 1905 nacque suo figlio Giovanni, futuro ingegnere. Nel 1912 insieme all’ing. Pasqualini e Luigi Biadene fece parte del Comitato per la Costituzione della linea automobilistica Asolo-Castelfranco Possagno. Entrò nel consiglio comunale di Asolo nel 1910 come capo dei democratici seppur in una lista clericale, considerato dallo scrivente della Gazzetta di Venezia, insieme a Luigi Biadene, un homo novus da votare per portare pace e rinnovamento in un Consiglio troppo chiuso nei suoi dissidi. Nel 1912 divenne Presidente della Banca Popolare di Asolo, motivo per cui presentò le dimissioni dalla carica di Consigliere ma per lui la Giunta votò la non incompatibilità. Tuttavia nel 1914 fu eletto Luigi Biadene, del suo stesso schieramento, ma non lui. Nonostante le dichiarazioni di correttezza nelle operazioni di voto nelle elezioni amministrative è possibile che, considerato un paese piccolo, in qualche modo sia stato fatto in modo che fosse tenuto fuori dal Consiglio per le sue aspirazioni alla carica di Sindaco che, quell’anno e fino al 1923 tornò nelle mani di Achille Serena. Solo nel 1920 riuscì a rientrare nel Consiglio di Asolo sempre nella minoranza. Dopo la morte di Galanti, la villa, ex Belvedere fu venduta al gestore del Rifugio Monte Grappa diventando Locanda Belvedere fino agli anni 50 quando venne acquistata dai Guinness che, nel 1962 lasciarono la gestione a Cipriani, proprietario degli Harry’s Bar di Venezia.

[9] Monsignor Giacomo Bertoldi (1846-1910), preposto di Asolo fino al 1910. Nativo di Salzano fu uomo di grande cultura con la passione per la poesia ma soprattutto per l’arte.  Durante il suo ministero come parroco di Scandolara scoprì di un piccolo quadro che attribuì allora a Raffaello, la Madonna della Missione, e che oggi invece si attribuisce alla sua scuola, che fu meta di un vero pellegrinaggio per quanti giungevano ad Asolo, anche di Lady Hallè. Fu sepolto nel Cimitero di S. Anna in Asolo

[10] Luigi Gött era nato a Cortina nel 1845 e aveva frequentato le scuole ad Ampezzo. Dopo la laurea in chirurgia e medicina esercitò presso l’ospedale di Porcia, allora in provincia di Udine. Nel 1881 partecipò al Concorso bandito dal Municipio di Asolo per il posto di Chirurgo del 2 Reparto dell’Ospedale. Medico la cui valentia è nota qui ed altrove per cento gravi operazioni ben riuscite…caro a tutti, la cui scienza salutare sa coniugare la gran modestia e giovialità d’animo. (Gazzetta di Venezia 20/11/1899).Tra il 1884 e il 1889 pubblicò il resoconto di diversi casi, l’operazione per un calcolo, una laparotomia, l’asportazione di un lipoma della mano, una ovariotomia seguita da pronta guarigione, una appendicite avanzata ma soprattutto, uno studio sulla febbre puerperale che identificava l’importanza dell’igiene durante il parto. Per diversi anni ebbe la menzione d’onore come medico vaccinatore. Lavorò anche come peritò della Corte di Assise di Treviso. A seguito di una infezione contratta in ospedale nel 1905 fu costretto a diversi mesi di congedo motivo per cui  chiese al Municipio che gli venisse diminuita la trattenuta per pagare il suo sostituto anche a seguito delle sue condizioni economiche prosciugate da gravi sventure, in primis la morte del figlio Artico Guido a pochi mesi dalla laurea in medicina presso l’Università di Padova. Molto amante della bicicletta era probabilmente, anche per questo motivo, tra gli amici più stretti dei Néruda. Nel 1 gennaio del 1909 fu collocato a riposo.

[11] Villa Beltramini-De Mattia-Filippin. Il palazzo fu costruito o innalzato nel 1530 e lo stemma Beltramini è tuttora visibile nel camino del salone centrale. Nel 1700 subì una prima trasformazione/rifacimento e la villa rappresentava una sorta di raccordo con i possedimenti che i Beltramini avevano nelle due valli vicine. Nel 1774 verrà celebrato qui il matrimonio Beltramini-Porcia che porterà lo stabile nell’asse di questa famiglia. Marina Porcia Polo è infatti la sua proprietaria da Catasto Austriaco. Nell’800 il palazzo subisce nuove modifiche architettoniche in senso neorinascimentale. Nel 1892 venne  acquistato da Pen Browning sino al 1910 quando venne venduto all’Ing Giambattista Carraro che avvierà gli ultimi restauri. Nel 1923 passò al Dott. De Mattia che farà diversi interventi architettonici di recupero quasi filologico. Fu De Mattia ad acquistare le case Pasini, ma ex Beltramini, poste di fronte al suo Palazzo, opera che venne osteggiata per anni da Zorzi e Malipiero che tuttavia non poterono nulla: nel giro di due anni venne realizzato il giardino pensile all’italiana. Nel 1942 il complesso venne ceduto al Prof. Filippin che lo adattò a Convitto Oasi dei Piccoli.

[12] Giovanni Pasini (1589-1639) adoperava la sua personalità giuridica e la sua ricchezza per piegare alla sua orgogliosa volontà ogni podestà, come si legge in una cronaca contemporanea. La famiglia Pasini venne ascritta al Consiglio Nobile di Asolo dal 1605.

[13] Figlio di Francesco Pasini e della di lui moglie in prime nozze Augusta Tomitan. Cavaliere della Corona di Ferro. Nato il 20/10/1747 era stato magistrato civile nel Mandamento del Tagliamento, Provveditore dei Confini, Presidente del Governo Provvisorio, Primo Presidente della Corte di Giustizia Civile e Criminale di Treviso. Podestà di Treviso nel 1822. Ebbe un figlio, Francesco Giovanni nato nel 1789 Lettere ad Avogadro degli Azzoni in Archivio Avogadro. A. degli Azzoni Avogadro. 1796-1803. Vita privata e pubblica nelle Province Venete.

[14] Luigi Chiminelli (1816-1901). Medico chirurgo, si formò a Padova e perfezionò a Vienna fra il 1841 e il 1843. Primario chirurgo all’Ospedale Civico di Bassano fra il 1848 e il 1860, fu autore di diversi articoli scientifici riguardanti l’uso dell’etere come anestetico ed i suoi interessi sulla chirurgia plastico-ricostruttiva. Nominato  Ispettore delle fonti di Recoaro si occupò di idrologia medica fondando nel 1879 il periodico L’Idrologia medica. Fu primo Professore di  idrologia medica presso l’Università di Roma dal 1885 al 1888 e presidente onorario dell’Associazione medica italiana di idrologia e climatologia oltre che socio di molte associazioni italiane e straniere di idrologia, climatologia e igiene. Nella Biblioteca Civica di Bassano del Grappa se ne conserva l’epistolario. Suo figlio Ildebrando fu esponente del Partito Popolare.

[15] L’Ospizio Pasini deriva dal lascito della nobile Teresa Piacentini Pasini (testamento 14/10/1876).G.U. 18/1/1880: viene eretto a Corpo Morale l’Ospizio di Carità per i poveri e vecchi di Asolo da fondarsi in Asolo con il nome di Ospizio di Pasini che è autorizzato ad accettare l’eredita ed i beni lasciati per testamento. In realtà l’intera zona del Pavejon, compresa l’antica Osteria dei Do Mori, collocata in via di Sottocastello, esuccessivamente abbattuta, apparteneva Ai diversi rami superstiti della antica famiglia Pasini. Il Comune di Asolo, ereditò a sua volta le proprietà che ancora ad oggi vengono indicate con il nome di Patrimonio Pasini sulla base del lascito di Maddalena Pasini (notaio A.M. Barea di Asolo 2/1/1894 n. 4418/2 Testamento Maddalena Pasini). I lasciti erano amministrati di soliti dalla Congregazione Comunale della Carità i cui membri venivano nominati in seno al Comune. La Congregazione amministrava l’Ospitale di Asolo e i beni patrimoniali del Comune frutto di lasciti e donazioni. Maddalena (1814-1894) e Claudio Pasini (nato 1812) prevosto, erano figli di Filippo Gaspare Antonio Pasini, fratello di Bernardo, e Maria De Brandis. Entrambi morirono senza eredi. Maddalena lasciò il suo patrimonio da devolversi per 1/3 alla Congregazione della Carità di Asolo, per 1/3 a Crespignaga ed 1/3 al Comune di Asolo perché sia impegnato a fini di utilità pubblica. Nel lascito oltre proprietà, palazzi, fondi e il vecchio mulino di famiglia poi dati in affittanza dal Municipio, anche una cospicua donazione di oggetti al nuovo Museo Civico che, in seguito, ne acquistò altri dello stesso patrimonio alla Pubblica Asta

[16] G. Natorp (1836-?), imprenditore ed amico di RB che ritrasse in un medaglione esposto nel 1888 per la R.A. Nato ad Amburgo ma educato negli USA fu osteggiato dai genitori allo studio dell’arte. Dopo aver rivestito incarichi nell’ambito dello sfruttamento delle miniere della Germania, investì nella nota firma Vickers and Maxim fabbricante di armi e, a 40 anni, abbastanza ricco da provvedere a sé stesso, si stabilì a Londra per dedicarsi completamente all’arte. Con Pen Browning furono i primi allievi significativi  di Rodin.

[17] Kinloch fu pittore e scultore molto presentando  le sue opere  alla Scottisch Academy of Arts di Edinburgo e dal 1879 al 1885 ogni anno  alla Royal Scottish Academy of Painting, Sculpture and Architecture. Dal 1880 al 1886 espose le sue opere in un atelier personale ad Edinburgo, al 32 Drummond Place ma presenterà alcune sue opere anche insieme all’ amico Pen al Salon di Parigi e a quello di Bruxelles

[18] Antonio Raselli fu sindaco dal 1899 al 1903. Di origini padovane si trasferì ad Asolo dopo il matrimonio con Maria Colbacchini da cui ebbe tre figli, Giacomo, futuro podestà di Asolo, Giovanni e Caterina. Particolarmente amante dei cavalli fu segretario di diverse Commissioni per l’attribuzioni di Premi ai più bei cavalli e Comitati Ippici di Padova. Nominato consigliere comunale 1898 fu eletto sindaco nel 1899 e confermato nel 1902, tra i suoi progetti l’acquedotto di Pradazzi e le scuole d Paganano Cittadino integerrimo, buono, onesto, leale, un garibaldino perfetto, così venne ricordato dal futuro sindaco Achille Serena all’indomani della sua morte. Morì improvvisamente a 59 anni il 13 luglio del 1903 lasciando vacante l’incarico e unanime il Consiglio di Asolo approvò per lui il funerale a spese dell’Amministrazione

[19] zio di Giovanni, deputato eletto di lì a qualche anno nel collegio di Asolo-Castelfranco.

[20] Era un’imposta diretta, speciale e personale che si basava sulla dichiarazione dei redditi che ogni contribuente era tenuto a compilare. Nella dichiarazione si dovevano indicare tutti i redditi non fondiari (questi ultimi erano assoggettati separatamente all’imposta fondiaria). I redditi da sottoporre ad imposizione erano i seguenti: i redditi ipotecari, gli stipendi, le pensioni, gli assegni di qualsiasi specie, i redditi provenienti da benefici ecclesiastici e i redditi industriali, commerciali e professionali, e, in generale, ogni specie di reddito non fondiario che si produceva nello Stato, o dovuto da persona domiciliata o residente nello Stato.

[21] Roberto Chiavacci  nato a Crespano da Giovanni, Iscritto alla facoltà di giurisprudenza di Padova negli anni 90 dell’ottocento iniziò la sua carriera proprio a Crespano. Presidente della Società operaia di Crespano all’inizio della I Guerra, successivamente, chiese ed ottenne il trasferimento a Firenze per esercitare le funzioni notarili a Pontassieve. Negli anni 20 entrò ne Consiglio di Amministrazione della Banca Popolare di Asolo. Nel 1932 venne nominato componente del Consiglio Notarile di Treviso dopo averne fatto parte come consigliere.

[22] Luigi Biadene (1873-1929). Figlio di Alberico e Amalia Marcato. Capitano di Fanteria. Ragioniere e per molte legislazioni, Consigliere in Comune. Presidente della Società Filarmonica, della Cines Acelum, dell’Associazione Concordia Civium e della Congregazione della Carità e Presidente della Commissione Madamentale delle Imposte dirette. Eletto col voto dei popolari, dei clericali e dei liberali, non sempre si trovò d’accordo con le posizioni della Giunta, soprattutto in riferimento alle richieste da parte del Sindaco Serena di trovare nuovi contribuiti per spese quali il rinnovo della sede municipale o la Tramvia attraverso una tassazione più pesante. Per questo motivo fu anche attaccato pubblicamente come seguace della Tattica giolittiana di  lasciare agli altri saltare gli ostacoli e solo al momento che più garba saltare fuori e dire: ci sono io e sono indispensabile (Gazzetta di Venezia 1911). Nel 1903 insieme a Galeazzo Paqualini fu nominato segretario del Comitato promotore della Tramvia Asolo-Castelfranco. Direttore della Banca Popolare di Asolo, assunta per suo merito ad un grado di grande floridezza (Gazzetta di Venezia 1929) ne divenne successivamente Presidente. Nel 1922 fu eletto tra i Sindaci dell’ Ente di Ricostruzione e Rinascita Agraria per le Provincie di Venezia e Treviso, successivamente fu anche Agente generale dell’ Istituto delle Nazionale delle Assicurazioni. Ebbe tre figli, Maria Luigia, Leandro e Alberico detto Nino, ingegnere e alpino, tristemente noto alle cronache della storia recente per il suo coinvolgimento nel disastro del Vajont in quanto ingegnere della Sade

Broadwood…il pianoforte di Sherlock Holmes!

DI VERA MAZZOTTA

https://trove.nla.gov.au/newspaper/article/174576853/20440746

Sir Charles Hallè adorava il suo Gran Coda Broadwood, forse anche perchè sapeva che, nel 1818 Beethoven ne aveva ricevuto uno che, dicono avesse preferito al suo Erard…. o forse semplicemente perchè furono tra i primi costruttori a sperimentare costantemente per migliorare la qualità e la portata del suono che fin dal 1852 a lui sembrava di gran lunga più ricco e bello di quello degli Erard, con una qualità di suono sempre uguale e costante dal pianissimo sino al fortissimo (Lettera di Halle a H. Broadwood). Per questo per il Centenario della nascita di Beethoven, celebrato a Bonn nel 1871, Hallè scelse un Gran Broadwood e sempre questo fu il pianoforte sul quale eseguì per la prima volta a Londra, l’integrale delle Sonate di Beethoven. Chopin suonò su un Broadwood, anzi, spesso nella residenza di Broadwood che forse aveva conosciuto a Parigi, anche se rimase fedele ai Pleyel e così Liszt nel 1886 e anche la Regina Vittoria ne acquistò uno, lo stesso in cui suonò con Mendelssohn… Broadwood fu una delle case più conosciute e diffuse e, dal 1878 ebbe tra i suoi fidati clienti anche Alma Tadema,  , Edward Burne – Jones, William Morris, Elgar, Sir Henry Irving, Joseph Joachim che prese uno a noleggio un semi-gran nel febbraio del 1885, poi rivenduto ad ottobre a Theodore Waterhouse, e …

Sir Arthur Conan Doyle: verso la fine del 1897 Arthur e sua moglie Louise si trasferiron nella loro nuova casa, ‘Undershaw’, una sontuosa villa in mattoni rossi che rifletteva la fama e lo status del suo proprietario, progettata per ricevere ospiti, con una grande sala biliardo adornata di disegni originali di Sidney Paget delle storie di Sherlock Holmes, una sala da pranzo capace di ospitare trenta persone, undici camere da letto, alloggi per i domestici; tutte le stanze al piano terra, compreso lo studio di Conan Doyle, erano rivolte a sud con vista su una valle e una brughiera e, nel salotto rivestito di legno, c’era un pianoforte, un piccolo Broadwood verticale, per Touie….Solo la sua seconda moglie ottenne di avere il Gran Coda!

Certamente anche Sherlock Holmes, se avesse avuto posto per un pianoforte, avrebbe avuto un Broadwood!

Come scrisse il figlio maggiore di Charles Hallé….

Niente, però, allontanava mio padre per molto tempo dal suo amato pianoforte: ovunque andasse per le sue vacanze, i signori Broadwood gli mandavano uno dei loro grandi strumenti, e quante risate abbiamo avuto nel vedere tutta la popolazione di pescatori di qualche località di mare uscire per trascinare la grande cassa fino alla casa che mio padre avrebbe preso. Cowes fu per molti anni la sua località di vacanza preferita prima una casetta a East Cowes, e poi Egypt House, West Cowes, un posto delizioso con un giardino che scendeva fino al mare, all’epoca una scuola, ma mio padre la prendeva durante i mesi di vacanza – agosto e settembre. Qui il pianoforte, con molti ‘yo heave-hos’ e altri suoni…veniva portato e poi era delizioso nelle calde notti estive sedersi in giardino o sul muretto che si affacciava sul mare, e sentire la Sonata ”Al Chiaro di Luna” e altre, suonate come solo mio padre sapeva fare.

Chi si occupava a Londra di accordare e di tenere a punto questi strumenti? Chi era il ‘‘Mauro Buccitti” 🙂 della situazione?quello che risolveva ogni problema, che accontentava ogni pianista? che accordava i pianoforti a seconda dei tre diversi pitch dell’epoca ( tutti alquanto più alti rispetto al nostro 440)? Alfred James Hipkins, tecnico, accordatore e anche ottimo pianista, noto agli artisti come al pubblico dal lontano 1851, quando, poco più che trentenne, venne assunto per supervisionare l’accordatura dei 4 pianoforti inviati alla Great Exhibition, ogni mattina presto, e più tardi, nel corso della giornata, mentre le folle cominciavano a radunarsi, far conoscere i pianoforti a coda Broadwood incantando il pubblico con la musica di Chopin.

RICEZIONE DI SIR CHARLES HALLE.

Il London Daily Telegraph del 3 aprile dice: — “L’accoglienza di ieri a Sir Charles e Lady Hallè alla vigilia della loro partenza per l’Australia presso i locali della ditta Broadwood e Sons, in Great Pulteney-street, è stata un brillante successo. Le stanze, piene di ricordi di artisti musicali che hanno acquisito fama durante gli ultimi due secoli, erano elegantemente decorate con gruppi di palme e fiori, sopra i quali erano intrecciati bandiere della Gran Bretagna, Australia, Germania e Austria, che sovrastavano uno scudo con la scritta: ‘ I Migliori auspici per la salute, la felicità e il sicuro ritorno di Sir Charles e Lady Halle!’ Sotto c’era il motto: ‘Sii prospero in questo viaggio, come in tutti’. I visitatori sono stati ricevuti da Mr. H. J. T. Broadwood e Mr. E. Rose, come rappresentanti della ditta. Mr. A FAIRBANKS S. ROSE, presso Messrs. Gordon e Gotch, Melbourne, sarà lieto di dare qualsiasi ulteriore informazione riguardante i pianoforti Broadwood.”

Ecco che Hallè, per il tour Australiano, trovò uno sponsor proprio in Broadwood, prince of pianoforte makers, che gli fornì a noleggio due splendidi pianoforti, specially made by Broadwood, trasportati ovunque andassero insieme ad una persona di fiducia per tenerli accordati. D’altra parte Hallè sapeva che, difficilmente in Australia avrebbe potuto trovare dei pianoforti adatti e sapeva bene che portare un pianoforte di quelle dimensioni, portato persino in chiesa per accompagnare una funzione domenicale, sarebbe stato un incentivo per il pubblico.

Wilma Neruda e il concerto …sotterraneo

#accaddeoggi

di Vera Mazzotta

Bendigo fu al centro di una delle più emozionanti corse all’oro mai viste! Furono due donne, la signora Ferrell e la signora Kennedy – mogli di due lavoratori di una proprietà pastorale – a trovare per prime delle pepite d’oro mentre erano chinate al Bendigo Creek a lavare i panni. Era il 1851 e in pochi giorni l’ annuncio della scoperta spinse i coloni a tentare la fortuna.

A dicembre del 1851, c’erano 800 minatori a Bendigo Creek! dopo sei mesi, il numero aumentò a 20.000. Bendigo produsse oltre 700.000 kg di oro tra il 1851-1954 e quando le quantità in superficie diminuirono, i cercatori cominciarono a seguire i filoni sotto sotto terra: più di 5.000 miniere d’oro registrate, almeno 140 pozzi superarono i 300 metri di profondità, 67 superarono i 600 metri e 11 superarono i 1.000 metri.

Bendigo nel 1918

Già durante il primo tour australiano Wilma e Charles vennero a contatto con il mondo delle miniere d’oro, anzi, Wilma fu omaggiata più volte con piccole pepite d’oro in occasione dei concerti a Ballarat da parte dell’Associazione dei Minatori i quali, già allora, si offrirono di condurre i musicisti a vedere le miniere. L’occasione si presentò il 6 agosto dell’anno successivo quando Sir Charles e Lady Hallé, insieme alla nota cantante Marie Fillunger, in tour con loro, furono ospiti di Sir George Lansell di Bendigo nella sua dimora Fortuna villa acquistata nel 1871, una delle più opulenti e particolari esempi di architettura Vittoriana! George Lansell era un uomo di umili origini, nato nel 1823 a Margate, nel Kent, a 14 anni aveva lasciato la scuola per aiutare suo padre Thomas, droghiere e fabbricante di sapone e candele. Da adulto, acquisì grande conoscenza della lavorazione del sapone e delle candele che decise di seguire suo fratello che si era trasferito a Bendigo, come molti, attirato dalla febbre dell’oro. Per anni i fratelli scavarono mantenendosi con i proventi della loro fabbrica itinerante di sapone e candele. George fu tra i primi a capire che l’ oro in superficie si sarebbe presto esaurito pertanto, nel 1855 decise di cominciare a scavare dove alcune vene di quarzo sembravano affiorare a pelo di terra e quella intuizione fu la sua grande fortuna.

George Lansell divenne The Gold King!

Ottimamente accolti, i musicisti furono accompagnati a vedere le collezione di Lansell che non aveva badato a spese nell’arredamento e negli acquisti per rendere...confortevole la sua dimora per sè e i suoi sei figli: tende, tappeti, cornici, quadri, statue, caminetti che sembravano spuntare dal nulla e, apparentemente nessuna finestra tanto era piena di oggetti messi ovunque per far risaltare immediatamente la ricchezza ed il lusso! Successivamente, Sir Lansell accompagnò i musicisti con altri ospiti, a vedere il 222 ….la miniera 222 che fu esplorata in lungo ed in largo nei diversi livelli!

Il giorno dopo il Melbourne Evening Standard uscì con un divertente titolo : Omaggio ad Apollo nelle viscere della terra. Wilma e Charles, come d’uso, vennero invitati a metterne alcuni abiti sopra i propri per preservarli. Pare che Hallè scese con una stazzonata giacca di tela…a conchiglia abbottonata su pantaloni altrettanto larghi ed un cappello di feltro che gli dava un’aria sbarazzina. Lady Hallè, sempre alla moda, invece, faceva la sua figura nonostante un abito stampato blu, una specie di berretto da tennis di feltro e dei guanti scamosciati…in verità anche i loro più ardenti estimatori avrebbero avuto difficoltà nel riconoscerli!

Così vestiti, a 2500 piedi sotto la superficie la situazione sarebbe anche potuta sembrare strana, impressionante o perfino solenne, ma, in realtà era solo alquanto buffa e poi Lady Hallé prese due candele e tenendone una come violino e l’altra a mo’ di arco iniziò a suonare uno Scherzo su quel violino improvvisato, immediatamente seguita da Charles che trovò in un robusto tronco di eucalipto per valido pianoforte su cui accompagnare la moglie…entrando pienamente nello spirito del Divertimento! Niente avrebbe potuto propiziare meglio Apollo di questa esplosione di gioia folle, di questo concerto senza musica nelle viscere della Terra!

La sera dopo, il Concerto, quello vero, fu accolto da un pubblico numerosissimo… L’interpretazione di questa sonata ( Kreutzer di Beethoven) da parte di Sir Charles e Lady Halle è stata semplicemente divina e ha lasciato una profonda e duratura impressione sui loro ascoltatori. L’ultima nota del finale è stata accolta da un applauso forte e prolungato e più volte i musicisti stati richiamati sul palco

L’esecuzione di Lady Halle del Trillo del Diavolo è stata veramente meravigliosa: si dice che ci siano solo tre virtuosi viventi che possono darle una giusta interpretazione, cioè Lady Halle, Joachim e De Sarasate…

È seguito un entusiastico applauso, ed è stato richiesto dall’intero pubblico un bis, al quale Lady Halle ha gentilmente acconsentito presentando uno “Studio” per violino solo (Fiorillo) che è stato estremamente brillante

Dopo gli assoli di Hallè, gli ultimi assoli di Wilma… Il Moto Perpetuo (Fanz Ries). Quest’ultimo numero non potrà mai essere dimenticato: meraviglia perfetta di destrezza nella mano sinistra, abilità e grazia in quella dell’ arco per cui è stato applaudito con entusiasmo..

https://trove.nla.gov.au/newspaper/article/89006214#

https://www.abc.net.au/local/photos/2015/07/07/4269010.htm

Villa Fortuna fu salvata dall’essere demolita dopo la morte di Mrs Lansell ed oggi è proprietà privata ma visitabile

Ludwig Norman: il primo matrimonio di Wilma N. Néruda

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V.Mazzotta

Ludwig Norman, per noi è ‘solo’ il primo marito della più grande e conosciuta violinista di età vittoriana, Wilma Norman Nèruda, quel primo marito sposato un po’ frettolosamente, giovanissima e alla prima infatuazione nel 1864 forse anche per trovare una dimensione autonoma rispetto a suo padre e alla sua famiglia, un marito con cui condividere una famiglia di due bambini, un po’ di musica ma anche le ristrettezze della rigida mentalità vittoriana che concepiva la carriera musicale per le donne solo fino al matrimonio, momento nel quale, da proprietà del padre, le donne, sia pure musiciste, sarebbero passate ad essere, loro, il corpo, e gli eventuali guadagni, proprietà del marito.

Fredrik Vilhelm Ludvig Norman era nato il 28 agosto 1831 a Stoccolma, suo padre era il libraio Johan Norman, sua madre Fredrica Amalia Engström, ma rimase orfano all’età di 11 anni e fu costretto ad affrontare la povertà. Nonostante…

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Le donne di Sherlock Holmes

The Strand Magazine, 2022

https://www.academia.edu/70678878/She_is_always_THE_Woman_Le_donne_di_Sherlock_Holmes?f_ri=58045

Vera Mazzotta

Il Canone, ad una lettura superficiale, sembra un libro scritto da uomini per gli uomini, in realtà, si rivela pieno di figure femminili in merito alle quali si ricavano moltissime informazioni.

Numerose sono le donne ritratte di cui si mostra come fossero le vite alla fine dell’era vittoriana. Ovunque nelle storie appaiano personaggi femminili e, quali che siano le loro azioni, l’universo femminile è rappresentato realisticamente e riflette la situazione sociale non sempre lineare. Doyle ha catturato  i cambiamenti sociali del suo tempo e come essi abbiano influenzato la vita delle donne. Il Canone è stato scritto in un arco temporale molto ampio, caratterizzato da cambiamenti sociali, legislativi ma anche da istanze diverse, contraddittorie, contrastanti, che spesso si sono intrecciate sino a convivere con ansie, difficoltà e paure connesse con tali cambiamenti. Quella che segue vuole essere una riflessione sulle donne nel Canone, su come vengano presentate, sui pregiudizi, nella convinzione che, pur appartenendo alla letteratura di evasione, esso possa essere considerato come uno spaccato realistico della cultura di un’epoca e delle sue strutture di pensiero, cassa di risonanza, seppur parziale, delle questioni storicamente determinate di classe, genere e sessualità. Il Canone, considerato come espressione letteraria, incorpora e dà voce a istanze differenti, lasciando intravedere, nel tessuto dell’ideologia borghese, le sfilacciature della rappresentazione di una femminilità “diversa”, in lotta contro la dipendenza e l’endemica povertà della donna connaturate alle logiche patriarcali che caratterizzano la società vittoriana.

Essere donna nell’età di Sherlock Holmes

La società vittoriana era una società paternalistica: il Sovrano si poneva nei confronti dell’Impero come un ideale pater familias pronto a provvedere ai bisogni ed al progresso dei suoi sudditi; ovviamente, questo implicava che essi non erano ritenuti in grado di poterlo fare autonomamente. Il paternalismo del Regime, nel privato, aveva il suo naturale prolungamento nel patriarcato. L’uomo e la donna venivano considerati due specie distinte. La diversa fisicità e struttura fisica era, agli occhi dei maschi vittoriani, la prova provata di una  minore intelligenza e maggiore emotività delle donne da cui la necessità di essere protette degli uomini, prima rappresentati dal padre e poi dal marito. Secondo quest’ottica, uomini e donne, per natura, tendevano a cose diverse: gli uomini erano agenti attivi che dovevano spendere le energie nel lavoro o nelle attività sportive, mentre le donne, sedentarie, dovevano tendere alla conservazione dell’energia per l’unico scopo a cui erano state chiamate: essere mogli e madri. Era la teoria del determinismo biologico, che allora riteneva che ognuno agisse limitato dal sesso di appartenenza e che giustificava la dominanza maschile. La gravidanza, la cura del marito e dei figli erano considerati una missione e il più alto, ed unico, traguardo a cui ogni donna dovesse aspirare.

Le donne appartenevano alla casa, nella quale venivano rinchiuse, esattamente come le donne greche vivevano nel gineceo, mentre gli uomini erano liberi di esprimersi nella società esterna. Non avendo energie da spendere, erano diverse – e inferiori – non solo biologicamente ma anche emotivamente. La condotta sociale del XIX secolo era, quindi, altamente sessuata e poneva uomini e donne in sfere sociali separate. Nascere donna significava nascere oggetto da scambiare e su cui esercitare un diritto di proprietà, prima da parte del padre che imponeva il marito a seconda delle convenienze e poi da parte del marito a cui la donna doveva obbedienza. L’ideale vittoriano era quello propugnato da un poema di Patmore Coventry, The Angel in The House, che lodava le virtù di una moglie dedita alla sola cura del rifugio domestico, del marito e dei figli con grazia disinteressata, gentilezza, semplicità e nobiltà, che la rivelavano non solo come signora vittoriana ma come un angelo sulla terra. La poesia di Patmore divenne un best-seller. L’ideale poetico divenne il modello per tutte le donne. Le virtù femminili a cui le donne venivano educate, richiamate e ricondotte erano quelle di modestia, grazia, purezza, delicatezza, civiltà, compiacenza, reticenza, castità, affabilità, educazione. Anche l’istruzione formale femminile rafforzava i ruoli attesi di mogli e madri, non offrendo alcuna opportunità di acquisire competenze che avrebbero potuto essere tradotte in un lavoro autonomo. Per le ragazze della classe medio-alta l’istruzione avveniva in casa e includeva le basi della lettura, della scrittura e dell’aritmetica, ma anche le arti del disegno, del canto e del pianoforte, unico tra gli strumenti ad essere ammesso sino alla comparsa della nota violinista Norman Nèruda. Sono queste le qualità della giovane Violet Hunter che sa ‘un po’ di tedesco, un po’ di francese, un po’ di musica, e di disegno’, nulla di approfondito, quanto basta ad una donna per far colpo sull’uomo e sposarsi.

Le riforme nell’istruzione entrarono nel dibattito pubblico nella metà del XIX secolo e si intersecarono con quelle riguardanti i diritti delle donne grazie anche ai sostenitori di un’istruzione femminile più rigorosa e paragonabile a quella dei ragazzi con l’accesso all’istruzione formale anche al di fuori della casa. L’Education Act del 1870 rese obbligatoria, in tutta l’Inghilterra, per tutti i bambini dai 5 ai 12 anni, un’istruzione di base, tuttavia, quella superiore di livello universitario rimase per le donne oggetto di dibattito. Nonostante la fondazione da parte dell’Università di Cambridge del Girton College e del Newnham College, destinati all’educazione delle donne[1], gli sforzi per dare ad esse l’accesso all’istruzione superiore furono sempre fortemente ostacolati. Il movimento per l’educazione delle donne si trovò a scontrarsi con i più ampi conflitti culturali vittoriani su genere e identità, in particolare tra i valori dell’ideologia domestica e quelli di un emergente individualismo liberale, provocando risposte complesse e spesso ambivalenti anche tra i suoi sostenitori. La giovane vittoriana aveva come unico obiettivo quello di fare un buon matrimonio; pertanto, le arti erano necessarie solo a fare colpo sui pretendenti che frequentavano i salotti nei quali ella veniva esposta, messa  in mostra, come oggetto prezioso: non era contemplato che potesse mantenersi con un lavoro autonomo. John Ruskin, pensatore e principale critico d’arte dell’epoca, sosteneva che l’unica educazione delle donne dovesse essere quella alla rinuncia di sé stesse, alla passività, alla pazienza e alla spiritualità. Esiste questa versione vittoriana della donna angelicata nel Canone?

“…sweet, loving, beautiful, a wonderful manager and the only space where she could find fulfillment, and the only fulfilling roles for her were as a wife and as a mother. She could not afford to be incompetent at managing the household and the family.”

È Mary, la nipote eccezionale che, tuttavia, si rivela, invece, autrice del furto dei berilli.[2] In cambio del suo ruolo domestico, alla donna veniva promessa sicurezza e protezione: era responsabilità dei loro mariti mantenerle finanziariamente. Con il matrimonio, la donna guadagnava una casa che poteva gestire e in cui esprimere il suo gusto e i suoi desideri. Nel nucleo familiare i padri avevano autorità sui figli e possedevano tutti i beni che la donna aveva portato in dote o aveva. Marito e moglie erano “una persona di diritto” e le donne non potevano fare testamento, né disporre di alcuna proprietà, né avere un conto proprio: salvo accordi prematrimoniali, le donne perdevano il controllo su qualsiasi proprietà possedessero. La dipendenza femminile era addirittura considerata un indicatore di progresso sociale: Herbert Spencer affermava che una società in cui le donne non dovessero lavorare fuori casa fosse di prim’ordine. Fortunatamente, ci furono anche voci maschili di dissenso: John Stuart Mill[3] sosteneva che la posizione delle donne confinata alla sfera domestica fosse simile alla schiavitù. La nozione di casa e famiglia come unico e vero dominio delle donne prevalse, nonostante un gran numero di donne nell’Inghilterra del XIX secolo non avesse altra scelta che lavorare fuori casa per mantenere se stesse o le loro famiglie; inoltre, l’aspettativa di sicurezza e protezione in un ambiente domestico confinato non era assicurata. La società vittoriana propugnava una rigida separazione tra vita pubblica e privata sotto l’apparenza del pudore e la casa veniva considerata una sorta di luogo sacro, inviolabile, come attestano anche i racconti di Doyle, in cui documenti o gioielli vengono custoditi in casa; non a caso, una delle ballate più amate dell’epoca fu Home Sweet Home. Il domicilio era considerato, idealmente, impermeabile, ma la violenza domestica era presente tanto nelle classi medie quanto in quelle alte[4]:

l’abuso coniugale era, di fatto, pervasivo in tutte le classi sociali ed economiche, sebbene le dinamiche di genere tra i coniugi vittoriani non fossero uniformi. In caso di abusi, la dipendenza, la separazione dal pubblico, la reticenza rendevano la donna una prigioniera senza via di fuga, trasformando l’ideale angelico in un incubo, uno spazio claustrofobico, svelando le fondamenta deboli del contratto implicito tra marito e moglie. La violenza coniugale minava la legittimità del contratto sessuale patriarcale, in cui il dominio degli uomini era giustificato dalla protezione che promettevano alle future mogli. Se l’ambito domestico non forniva protezione ma, anzi, metteva le donne in pericolo tanto da farle temere per la propria vita, come era possibile mantenere l’immagine ideale?

In casa la donna era apparentemente regina ma senza voce sulle decisioni più importanti, all’oscuro degli affari del marito. La signora St. Clair non sa che il marito si guadagna da vivere come mendicante in città per sanare dei debiti[5] e Lady Hope[6] consegna un documento al suo ricattatore senza conoscerne l’importanza. La netta separazione tra pubblico e privato isolava le donne dal potere politico e sociale. Persino l’abbigliamento, i corsetti, le crinoline, gli abiti ingombranti erano anche essi un mezzo per mettere la donna in una condizione di soggezione. I cerchi degli abiti erano “gabbie” progettate per estendere le gonne in un ampio raggio e, quando le gabbie vennero meno, ci furono i corsetti, le maniche a palloncino, i cappelli enormi, ogni capo volto a rendere impossibile alle donne essere individui attivi, rendendole incapaci di difendersi. Eppure un’epoca così maschilista porta ancora oggi il nome di una donna, la Regina Vittoria, che, a dispetto del suo essere una donna a capo dell’Impero britannico, si poneva a modello dell’ideale patriacale/paternalistico, ritenuto necessario e unico in grado di tenere insieme le molteplici realtà di cui esso era costituito e, al tempo stesso, contrastare le forze centrifughe che cominciavano a manifestarsi.[7] Nella logica vittoriana che prima del singolo viene lo status, la classe sociale, Vittoria prima che una donna era Regina e, come tale, fervente sostenitrice della separazione di sfere e di doveri tra i due sessi per volere divino e della necessità di controllo esercitato dal maschio nella coppia che, ovviamente, si manifestava anche nel controllo e nel dominio del corpo della propria moglie e di quanto da esso proveniva: lavoro, sesso, figli. Dio aveva creato la donna per essere compagna fedele e sottomessa all’uomo. Il sesso era un dovere coniugale e, in quanto tale, non c’era spazio per ritenerlo un crimine. Gli abusi sessuali erano all’ordine del giorno ma non erano riconosciuti e venivano considerati semplici casi di aggressione. Del resto, ogni cosa che avesse a che fare con il sesso non si riteneva conveniente che fosse mostrata in pubblico: essa, rigidamente, apparteneva al privato.

Venti di cambiamento

Cos’era cambiato in questo quadro quando Sherlock Holmes vide la luce? Le prime attiviste a fare una campagna a favore dei diritti delle donne furono Mary Wollstonecraft,[8] Barbara Bodichon e Lydia Becker.

Tra il 1870 e il 1892 furono approvate alcune leggi sul diritto alla proprietà che, lentamente rimossero alcuni ostacoli.[9] Prima del 1870 solo le donne nubili, che la società ghettizzava come traditrici della propria natura, entravano in possesso di propri beni, ma solo qualora non avessero fratelli maschi, perché altrimenti erano destinate a dipendere dal proprio fratello; le donne sposate, invece, perdevano ogni diritto a favore del marito. Nel 1884 marito e moglie vennero dichiarati entità separate e indipendenti. Dal 1857 anche le donne ebbero accesso al divorzio.[10] Mentre agli uomini bastava dimostrare l’adulterio della donna, le donne dovevano provare la concomitanza di altri reati commessi dal marito, quali l’abbandono, l’incesto o la violenza ripetuta. La pratica era comunque costosa e pochissimi vi avevano accesso; pertanto, abbandoni, separazioni private e addirittura vendita delle mogli sul mercato, rimasero all’ordine del giorno sino al 1899; per le classi medio basse il divorzio era economicamente inaccessibile, per quelle alte, moralmente inaccettabile. Nonostante l’accesso al divorzio, fino al 1878 le donne non ebbero la possibilità di vedersi affidati i propri figli. Esisteva una legge sulla custodia risalente al 1839, ma lasciava una tale discrezionalità al giudice da essere applicata raramente sino al 1878; ebbe però il merito di stabilire, per la prima volta, una presunzione di custodia materna per i bambini sotto i sette anni, mantenendo la responsabilità del sostegno finanziario al padre. Il divorzio non risolveva il problema della violenza domestica, che veniva ritenuta endemica nelle sole classi inferiori, perpetrata da mariti o conviventi che si impadronivano dei miseri salari delle loro mogli: Doyle testimonia situazioni ben diverse.[11]

La legge del 1832 consentiva agli uomini di picchiare le proprie mogli a meno che tale violenza non diventasse eccessiva e le mettesse in pericolo di vita: una merce, del resto, non deve essere danneggiata in modo irreparabile. La legge del 1853 cominciò a proteggere le donne in modo parziale, intervenendo con maggiore frequenza sull’eccesso di violenza, ma la paura delle donne fu più forte della Legge. La donna che ricorreva alla Legge veniva comunque additata come donna ‘pubblica’, non diversa da una prostituta, meno femminile, esecrabile sul piano etico, religioso, sociale per il semplice fatto di aver tentato di uscire dal proprio status. Se queste pastoie rendevano poco inclini le donne borghesi ad agire, per rispetto della privacy domestica e reticenza, esse condannavano le donne più povere a condizioni di abuso tali da renderle schiave delle schiave e spesso portarle ad esercitare la prostituzione per sopravvivere. Gli uomini potevano frequentare prostitute e bordelli, ma la prostituta era considerata lost woman, una fallen woman per la quale non esisteva redenzione alcuna.

La donna caduta era colei che, traviata, compiva l’atto aberrante di fare sesso fuori dal matrimonio: che fosse innamorata, fedifraga, stuprata o costretta a prostituirsi non contava e la vergogna era tale da colpire il nucleo familiare e le famiglie presso cui lavorava, le cui donne, schiave di livello superiore, erano costrette a proteggere la propria reputazione, cacciandola. Persino il filantropo e borghese Dickens dispensava, nelle sue opere, destini di esilio, morte e disperazione alle numerose lost woman dei suoi romanzi senza rimarcare il nesso causale tra le condizioni di indigenza e di bisogno delle donne e la ‘caduta’.[12] Una donna caduta, se aiutata, poteva al massimo diventare cameriera di qualche dama caritatevole ma nulla più. Bastava un niente per ricadere nel sospetto, nella disistima delle fasce sociali più elevate: questa è l’esperienza che hanno vissuto, in modi diversi, le vittime di Jack lo Squartatore, donne cadute ma non tutte prostitute, non tutte per la strada per affari illeciti. La donna caduta assume la duplice valenza, di preda e predatore, trasformandosi in una pericolosa tentazione in grado di corrompere, a sua volta, l’uomo. In generale, la letteratura vittoriana, anche Doyle, non diede asilo alcuno a queste donne: Holmes ha limitatissimi contatti con le donne lavoratrici delle classi inferiori[13] e anche le sue storie vertono su donne della classe medio-alta, salvo qualche caso sporadico. Coloro che tentavano di contrastare la millantata protezione del focolare domestico, per lavorare, nel caso della working class, o denunciare, nel caso della middle/high class, si sarebbero viste puntare il dito contro.  Successivamente, anche le carriere femminili rimasero limitate. In generale, le donne affrontarono enormi sfide con l’obiettivo di entrare in carriere adatte, come quella infermieristica, dell’insegnamento, di legge e di medicina. Quanto più lontana andava la loro ambizione, tanto maggiore era la sfida. I medici tennero ben serrata la porta della medicina: l’università di Edimburgo ammise alcune donne nel 1869 ma invertì la rotta nel 1873 a causa della violenta reazione degli educatori medici britannici. La prima scuola separata per medici donne fu aperta a Londra nel 1874 con una manciata di studentesse. La prosperità portata dall’industrializzazione creò un divario crescente tra le classi sociali dominanti e quelle basse. Ogni apertura, ogni allargamento, come la concessione del diritto di voto anche ad una piccola percentuale della popolazione maschile operaia del 1867, diventò motivo di disordini sociali. Nonostante l’Impero britannico vedesse assottigliarsi i suoi domini, la società borghese continuò nella sua cecità ideologica a rifiutarsi di vedere la povertà morale ed economica delle classi più basse, puntando il dito sugli effetti senza adoperarsi veramente per rimuovere le cause.

Fu il progressivo aumento dell’accesso all’istruzione e la necessità di sfuggire le condizioni di impoverimento e indigenza a creare quella che potremmo definire coscienza di genere, fondamentale per la nascita e diffusione di nuovi modelli.

The New Woman

Il diritto e la legislazione cercarono di venire incontro ai cambiamenti economici e politici che si andavano delineando, al centro dei quali c’erano le istanze di maggiore indipendenza ed autonomia da parte delle donne, molte delle quali erano lavoratrici, malpagate, con lavoro intermittente, oppresse in famiglia e sui posti di lavoro. Da queste lavoratrici arrivò la coscienza della propria condizione e un nuovo modello di donna, the new woman. L’espressione fu coniata dalla scrittrice Sarah Grand[14] per indicare il nuovo ideale femminile di donna istruita ed emancipata che, per la prima volta, metteva in discussione il matrimonio, la maternità, si schierava contro i matrimoni oppressivi e chiedeva a gran voce la possibilità di avere un’istruzione pari a quella degli uomini. Sarà questa Donna Nuova a farsi promotrice delle richieste di suffragio femminile. Era questo un ideale trasversale di donna lavoratrice che comprendeva, per la prima volta, anche le donne operaie. Le donne volevano mostrarsi per quel che erano contro il modello vittoriano, idealizzato e, forse, creato a bella posta da un mondo di uomini,  entrando nelle aree che erano state loro negate: la vita pubblica e la politica. La donna tardo-vittoriana  si mostrava agli uomini come Giano bifronte: angelo del focolare ma anche demone che si stava risvegliando per reclamare il suo ruolo in società. Mentre le donne borghesi venivano sempre più costrette in corsetti punitivi,  quelle della working class si rimboccavano le maniche per lavorare e rivendicare autonomia. L’avvento della New Woman segnò l’inizio di una rivoluzione sociale che, unita alle donne lavoratrici e alle donne cadute, profilava per il maschio vittoriano il concretizzarsi della minaccia alla famiglia e alla pura femminilità.

Diritto di proprietà

Sherlock Holmes e, ovviamente, Conan Doyle vivono in pieno questo periodo di cambiamenti sociali e politici nel quale vedono messe in discussione e in dubbio tutte le credenze nelle quali erano cresciuti. L’avventura della banda maculata e L’avventura dei Faggi Rossi sono i due racconti nei quali emerge il contrasto tra l’immagine di sicurezza e protezione che la famiglia intende fornire alle donne e la paura per il pericolo che esse rappresentano in realtà. Holmes invade gli spazi domestici di padri controllanti per rivelare il pericolo che corrono quelle donne che, dovendo sposarsi, secondo la nuova legge, avranno a disposizione una piccola proprietà. La causa dei crimini, quindi, sta nel denaro che hanno ereditato, in questo caso dalle madri, e che padri o patrigni usano e gestiscono per altri fini. Roylott, con il suo passato in India, rappresenta quell’alterità rispetto all’ Inglese ‘ariano’ verso la quale si nutre sospetto, mentre Holmes si presenta come il cavaliere senza macchia investito dalla fiducia di una donna che gli dà accesso al suo spazio. Roylott, emblema dell’Oriente che minaccia l’Impero britannico, impedisce alle figliastre, Julia e poi Helen, l’accesso al patrimonio attraverso un serpente che, se volessimo chiamare in causa Freud, potrebbe simbolizzare il fallo del patrigno che entra nella camera delle figlie; anche il fatto che le giovani dormono su un letto bloccato a terra fa pensare allo stupro, che provoca devastazione e morte. Doyle non ne aveva coscienza, però questi richiami sono stranamente evidenti. Ma il ruolo femminile è tale in rapporto ad un modello maschile: Holmes e Roylott si scontrano manifestandosi come due modelli diversi. Quando Roylott va da Holmes, piega un attizzatoio. Holmes lo raddrizza mostrando di avere una forza/potere maggiore di Roylott. Holmes esprime la sua mascolinità riportando l’attizzatoio in una posizione “eretta”: per avere potere bisogna avere una mascolinità non solo fisica ma anche mentale. Nei Faggi Rossi, Rucastle imprigiona Alice e sarà Violet Hunter, con un coraggio e un’autosufficienza senza precedenti, a rivolgersi a Holmes sino a diventarne collaboratrice. Violet è il prodromo della New Woman, istruita quel che basta per aspirare al posto di governante ma anche una ragazza sola che, anziché essere protetta dal sistema, rappresentato da Miss Stoper, viene inviata in una casa le cui condizioni lavorative, già per le richieste iniziali di tagliarsi i capelli o vestire in un certo modo, sono alquanto sospette. Anche Holmes, a cui si rivolge nel tentativo di trovare un surrogato maschile, si rende conto che la condizione in cui si trova la espone ad un ricatto che, oggi, definiremmo mobbing: o accetta o perderà la possibilità di lavorare. Violet colpisce Holmes per la sua prontezza, è diversa dagli stereotipi vittoriani ma la sua indipendenza ha dei costi: è una donna autonoma ma fragile tanto quanto Alice Rucastle, perché la sua autonomia si basa sulle virtù degli estranei. Tanto Helen Stoner quanto Alice vengono sfruttate e manipolate all’interno di quell’ambito domestico che dovrebbe invece proteggerle. Grazie a Holmes vengono sventati i tentativi criminosi di chi sta loro vicino e le donne svolgono un ruolo decisivo per definire in modo inequivocabile l’immagine eroica del detective. In Un caso di Identità, pubblicato nel 1891, Mary Sutherland cerca il suo fidanzato sparito, Hosmer Angel. Holmes si rende conto che Hosmer Angel altri non è che il patrigno di Mary, James Windibank, che, resosi conto che la figliastra non sarebbe rimasta obbediente per sempre, ha iniziato a travestirsi per tenere lontani altri pretendenti e continuare ad incassare i soldi del lascito della giovane.

La storia di Mary Sutherland esemplifica l’oppressione delle donne che non erano autorizzate a fare scelte libere: era un uomo, marito o padre, a farlo per loro. Se si fosse sposata, il marito di Mary avrebbe controllato i suoi beni ed è per questo che il patrigno  sente di dover evitare il matrimonio. Al contrario di altre donne, Mary è un’obbediente ragazza vittoriana che non mette in dubbio l’inferiorità della sua posizione ma, per ironia, la sua unica disobbedienza, la sua unica azione indipendente, è proprio il matrimonio, una istituzione che, in ogni caso, l’avrebbe imprigionata e incatenata a vita. Il complotto di sua madre e del patrigno fa tornare Mary nel ruolo di figlia compiacente a cui è impedito diventare la  donna indipendente che avrebbe potuto essere, una volta libera dalle macchinazioni della sua famiglia. Il problema della proprietà, stavolta di donne sposate, riguarda anche Violet Smith,[15] una giovane insegnante, un’ardente ciclista, rapita da un uomo che brama la sua fortuna: il controllo della sua persona, o del suo corpo, significa, per il maschio, controllo del suo denaro. Il rapitore non ha bisogno del consenso o della volontà della giovane per sposarla, non la ama e non si cura dei suoi sentimenti, il motivo del matrimonio è ottenere la sua proprietà: il possesso del corpo di una donna attraverso il matrimonio è il possesso dei suoi beni. Il matrimonio forzato può sembrare incredibile ma i matrimoni combinati nell’Inghilterra vittoriana erano all’ordine del giorno. Mentre, come Holmes fa notare, un matrimonio forzato non è legale, il suo consenso fa molta differenza, ma che libero consenso è se non sono disponibili altre scelte per una giovane donna non sposata e ci si aspetta che obbedisca comunque ciecamente alla famiglia? Una volta sposata, il corpo di una donna, come la sua proprietà, nonostante la legislazione, diventava del marito e, sebbene Doyle non si sia mai avventurato nel territorio dell’abuso sessuale nel matrimonio, che la sua educazione certamente non contemplava, SOLI è il racconto che si avvicina di più all’idea che questo sarebbe potuto succedere. Del resto, il racconto è stato scritto nel 1904, un momento in cui le rigide divisioni di genere tra i due sessi cominciavano a dissolversi. Il simbolo dell’emancipazione e del desiderio di libertà delle donne fu rappresentato proprio dal boom della bicicletta. Tuttavia, anche in questo caso, l’ordine viene ristabilito: Miss Smith sposerà il ‘suo’ Cyril e, avendo trovato lavoro a Londra, probabilmente non andrà più in bicicletta da sola.Se un ‘matrimonio forzato non è un matrimonio’, come Holmes ricorda quando viene scoperto il crimine, è lecito chiedersi se sposare Cyril alla fine non sia un altro matrimonio forzato, dal momento che questo era quanto da una donna del suo rango la società si aspettava e che si adattava al modello vittoriano ideale. Ma, se a Violet avessero chiesto cosa desiderasse veramente, cosa avrebbe risposto? Non lo sapremo, dal momento che l’ultima immagine che abbiamo è quella di una donna che lancia un ultimo urlo, come un gorgoglio, con un fazzoletto alla bocca. Violet, privata della parola, rimane una donna che un uomo, il rapitore, vuole per la proprietà, un altro come moglie, e che Holmes e Watson desiderano che diventi moglie di Morton: con sollievo del lettore vittoriano, è questo il ruolo che le verrà assegnato.

E se invece quell’urlo fosse l’espressione dell’orrore per tutti i ruoli, compreso quello di moglie devota di Cyril?

Del resto Violet è intelligente, una ciclista capace, esuberante, atletica, che sa lasciare indietro il suo inseguitore, ben diversa dall’immagine femminile, fragile, con la gonna da passeggio, disegnata da Paget. Sembra quasi che Doyle abbia voluto contemperare una immagine di donna dipinta con dei tratti persino troppo atletici e maschili con una più tradizionale. Del resto, il ciclismo di Violet e l’inseguimento che ne segue è reso eccitante dal suo muoversi veloce nella campagna per seminare l’uomo travestito e nascosto da barba, cappello e abito scuro. Carruthers, che preferisce seguire Violet, rappresenta la crisi della mascolinità che l’Inghilterra di fin de siécle percepisce come problematica e a cui cerca di porre rimedio con un’iperattività sportiva caratteristica tanto di Doyle, quanto di Holmes, che pratica la boxe e il bartitsu, quasi a contrastare i timori di un eccesso di effeminatezza. Mentre Paget promuove un modello di femminilità, Doyle ci consegna personaggi tutt’altro che monolitici nella loro identità di genere: una donna che inforca la bicicletta da sola e un uomo che si traveste perché non ha il coraggio di manifestarsi diversamente e direttamente nonostante, per la sua età, abbia alcune caratteristiche di mascolinità che lo mettono sullo stesso piano di Holmes, paradigma maschile e insuperato per doti di forza e intelligenza.

Violenza domestica e separazione

Doyle, in ABBE e HOUN, mette a nudo un altro problema della società tardo-vittoriana: la violenza domestica e la possibilità di separazione. I due casi illustrano la situazione di donne della classe medio-alta intrappolate da mariti violenti nella segretezza della sfera domestica. In un caso, Holmes scopre una moglie abusata secondariamente in relazione al mistero principale, in un altro è al centro di un omicidio. In entrambi i casi, il suo metodo scientifico porta all’esposizione della violenza. In ABBE, Lady Brackenstall è trattata con simpatia e viene creduta dalla polizia riguardo all’omicidio del marito: dei ladri hanno fatto irruzione e lei stessa è una vittima, donna e vittima, uno stereotipo che offre in ogni caso una storia ragionevole per spiegare i fatti. Ma piccoli dettagli sulla scena del crimine, il taglio della corda di una campana di servizio e tre bicchieri di vino, sollevano interrogativi per cui Holmes riuscirà a rintracciare il capitano della nave sulla quale Lady Mary è salpata, guarda caso, dall’Australia. Dal Capitano Crocker emerge la verità: il marito è stato ucciso per quella che oggi sarebbe definita legittima difesa. E Holmes, con il placet di Watson, che rappresenta un’ideale giuria, deciderà di nascondere il crimine, una decisione che sembra una condanna diretta delle ingiustizie che le donne subiscono a causa degli uomini violenti e dei rigidi codici sociali.

Sembra.

ABBE si apre all’insegna del disprezzo dei modi narrativi di Watson accompagnato dal the game is afoot, la manifestazione della totale fiducia nei propri metodi. Ma, mentre Holmes da una parte non vorrebbe altro che aggiungere un tassello alla sua arte della scoperta, dimostrando la sua abilità e superiorità, finisce per trovarsi invischiato in un dilemma sociale forse più adatto alla penna di Watson. Inoltre, ancora una volta la donna ha necessità che un uomo, Holmes, sia arbitro del suo destino di essere denunciata o lasciata libera. Lady Brackenstall nega l’abuso, non cerca la protezione della legge perché, come Lord Lyndhurst aveva eloquentemente affermato nei Dibattiti parlamentari sugli emendamenti alla legge sul divorzio (1869), “la legge, lungi dal proteggerla, la opprime. È una senzatetto, impotente, e quasi del tutto priva di diritti civili”.  La presa di posizione di Holmes denuncia, quindi, l’incapacità della legge di proteggere le vittime di abusi domestici. La decisione pacata di questo caso viene sostituita in HOUN da un momento di rabbia, quando scopre Beryl Stapleton, moglie del principale sospettato, semicosciente e legata a un pilastro al centro di una stanza, dove suo marito tiene la sua collezione di falene. Presentare Beryl come un altro essere vivente della collezione di suo marito sottolinea il potere  di controllare la sua vita e la sua persona. Come vedremo, la posizione di Doyle è ambivalente nei confronti dell’ordine patriarcale, ma in queste storie è indubbia la sua volontà di evidenziare l’ingiustizia dell’abuso delle donne.

È anche una denuncia? O piuttosto la denuncia di una deriva della società patriarcale?

Quel che è certo è che, almeno nei confronti del matrimonio, anche in virtù della sua situazione familiare, Doyle ha sempre sostenuto la necessità del divorzio con parità di diritti tra uomini e donne. È noto che l’autore nel 1897 incontrò e si innamorò di una donna molto più giovane, Jean Leckie, che sarebbe diventata la sua seconda moglie, mentre la prima era ancora viva e gravemente ammalata. Jean era la Donna Nuova, sua moglie Louise la donna da proteggere. Dopo sette anni di relazione con Miss Leckie, scrisse L’avventura di Abbey Grange, in cui richiamò l’attenzione sulle leggi inglesi che ancora rendevano le donne incapaci di accedere al divorzio, anche per la sola paura della vergogna, e sui loro effetti sulle famiglie; dopo due anni, Doyle divenne presidente dell’Unione per la riforma del divorzio. Se i personaggi femminili servono a sostenere il culto di domesticità, padri e mariti tiranni come Rucastle, Windibank, Roylott, Sir Eustace Brackenstall o Stapleton mostrano quanto sia facile per gli uomini nella società patriarcale abusare del loro potere e diventare rovina delle proprie mogli. Un altro caso è Anna,[16] che diventa assassina perché sorpresa a rubare alcuni documenti del marito, che ha tradito lei ed i suoi compagni, in particolare il nobile e altruista Alexis. Anna si suiciderà, ma Holmes deciderà di consegnare i documenti alla polizia con una decisione ‘morale’ che ricalca quelle di non denunciare le colpevoli.

La reputazione delle donne e la vendetta

La reputazione di una donna sposata poteva essere distrutta da qualsiasi sospetto di aver espresso affetto per un altro uomo prima del matrimonio. Questa  norma sociale era così forte che un uomo poteva guadagnarsi da vivere ricattando le donne, come accade in CHAS, e una moglie essere pronta a sottrarre dei documenti per impedire al marito di conoscere un primo amore innocente come in SECO: la verginità era il valore sostanziale del matrimonio. Queste due storie presentano entrambe modelli femminili forti, disposti ad agire in propria difesa, che privano Holmes del completo successo. Lady Hilda Trelawney Hope dice di condividere ogni cosa con il marito ma, di fatto, non sa di aver rubato un documento politicamente importante: con la sua reticenza e compostezza metterà  a dura prova un Holmes sconcertato dai suoi modi. La causa del furto è il ricatto – e la ricattabilità – ma anche l’insistenza da parte del marito nel nascondere le questioni politiche alla moglie. Lady Hilda si rivela manipolatrice e capace di ingannare il poliziotto a guardia della scena del delitto travestendosi da dattilografa e usando il flirt e la sua bellezza. L’inganno riesce perché la donna incarna un tipo diverso di femminilità, lontano da quello che ci si sarebbe aspettato da una donna sposata. Lady Hilda manipola abilmente la sua sessualità e la sua immagine e il suo successo nel truffare il poliziotto ha a che fare tanto con la sua capacità di tenere a freno il suo corpo quanto di rivelarlo. Il poliziotto che la lascia entrare, per il suo vestire dimesso, la ritiene quanto di più lontano da un crimine ci possa essere. Lady Hilda interpreta tutti i ruoli possibili, la Signora della casa, la ragazza civettuola, il ladro e, alla fine, la penitente da cui scompare ogni traccia di quell’audacia che l’aveva spinta – anzi, costretta – ad agire. L’assassina della spia è invece sua moglie, non a caso una creola che, in quanto tale, è incline ad atti irrazionali, a gelosia e pazzia. Entrambe le donne sono attrici non riconosciute nella vita pubblica dei loro mariti. Lady Hilda riconsegnerà la carta rubata a causa di un ricattatore e Holmes di nuovo fingerà che nulla sia accaduto. La resistenza di Conan Doyle all’identificazione visiva della criminale femminile appare come negazione della soggettività pubblica delle donne e di una loro reale e piena cittadinanza che sembra concretizzarsi nel rifiutare loro anche la piena criminalità. Questa tendenza è maggiormente evidente in CHAS. Nonostante la violenza dell’omicidio, Holmes mantiene pubblicamente invisibile la donna che lo commette, coprendo il suo atto. Successivamente Holmes identificherà la donna da una foto esposta in una vetrina ma sceglierà ugualmente di non perseguirla.

Probabilmente le circostanze non avrebbero consentito una condanna, ma questa rimane l’istanza più illegale tra quelle che Holmes copre, dal momento che Holmes e Watson sono stati testimoni dell’omicidio: “…ci sono alcuni crimini che la legge non può toccare e che quindi, in una certa misura, giustificano la vendetta privata”.

Per la prima volta, la violenza dell’omicidio entra in modo dirompente nelle case dei lettori anche attraverso l’illustrazione grafica di esso. L’assassina non parla con Holmes ma è una delle poche donne a cui viene lasciata la parola,  pur se esclusivamente nel momento in cui sta per prendersi la sua vendetta: la donna, sino ad allora rinunciataria e non riconosciuta, diventa un vendicatore e, come tale, il suo atto viene in qualche modo giustificato.

Commesso a sangue freddo, con premeditazione, questo crimine si connotava certamente come inquietante per i lettori contemporanei: una donna che spara a un uomo con una pistola nel suo stesso studio era la concretizzazione dell’ansia nei confronti di una minaccia invasiva e distruttiva proveniente dalle donne. Nel coprire l’atto, tuttavia, Holmes si assicura che il vendicatore rimanga fuori dai tribunali, dai giornali e dal sistema legale, un atto, questo, di giustizia umana, di apparente anticonvenzionalità, ma che invece esprime a pieno l’ambivalenza in cui Doyle si dibatte, tra la sensibilità nei confronti delle donne e la necessità di riportarle, fuori dai riflettori della ribalta, nell’oscurità della domesticità. Questa donna è portentosa, minacciosa e attraente al tempo stesso, ma le sue istanze vengono ancora una volta ‘normalizzate’ fornendo giustificazione per il suo atto. Ancora una volta, le istanze innovative vengono ricondotte nel segno della tradizione: nonostante la vendetta, la sua storia ruota ancora attorno a suo marito, che muore a causa della scorrettezza di un predatore, e alla sua possibilità di potersi ricostruire una vita, magari risposandosi. Alla fine della storia, guardando “una vetrina piena di fotografie delle celebrità e delle bellezze del giorno”, Holmes riconoscerà quella che potremmo chiamare la “foto segnaletica” della nostra anonima Furia. Siamo di fronte al nuovo panorama visivo del consumismo vittoriano. Proprio come le illustrazioni di riviste hanno trasformato la narrativa, l’esposizione di fotografie di donne come mezzo di vendita ha contribuito a spostare la cultura pubblica verso il visivo, il consumismo e il femminile. Conan Doyle ritrae una di queste donne – mostrata in tutto il suo aristocratico splendore per incoraggiare il consumo – come un’assassina, quanto di più lontano da ciò che sembra significare a livello visivo e immaginativo. Nonostante tutto, CHAS rimane una delle più forti condanne del vittorianesimo nel suo consentire ad una donna di distruggere il suo oppressore (con l’approvazione di Sherlock Holmes). L’influenza di Milverton deriva dalla morale vittoriana, quando la sessualità era da godere in privato e mai discussa o mostrata pubblicamente, seppur attraverso lettere. Le lettere che queste donne hanno scritto ai loro amanti rovinano la loro reputazione. Holmes e Watson riporteranno l’ordine bruciando tutte le lettere possedute da Milverton ma cancellando così ogni traccia della sessualità delle donne.

Un altro caso di vendetta lo troviamo in ILLU, racconto del 1924 in cui non compare un vero mistero da risolvere. Ancora una volta, protagonista è una donna lontana dagli stereotipi, Kitty Winter. Il cliente si rivolge a Holmes perché convinca la giovane e stereotipata Violet De Merville, “giovane, ricca, bella, realizzata”ma anche ingenua, debole e suggestionabile, a rompere il fidanzamento col Barone Gruner, accusato di aver ucciso la prima moglie. Holmes si rivolge ai suoi contatti sotterranei per rivelare la vera natura del Barone e la Winter, bella, col volto che porta i segni del dolore e della vita che conduce, è colei che gli rivela l’esistenza di un libretto in cui Gruner trascrive i nomi delle donne che ha rovinato in passato, come lei. Mentre Holmes e Kitty tentano di rubare il libro, vengono quasi catturati e la giovane approfitta per vendicarsi lanciando acido in faccia a Gruner, rovinandolo come lui aveva rovinato lei. Sebbene non sia mai affermato esplicitamente, è chiaro che Kitty Winter è una prostituta. Ciò che rende ancor più sinistro il suo passato con Gruner è che lo è diventata a causa sua. Kitty doveva essere una donna di una certa levatura se Gruner l’ha  voluta come amante, ma in questo caso, una volta lasciata per un’altra donna, nonostante l’onta e la vergogna, sarebbe stato improbabile che diventasse una prostituta. È invece probabile che Kitty Winter e le altre donne presenti nel libretto di Gruner siano state vendute nella tratta delle bianche come prostitute, prassi comune in tutta Europa per gran parte del XIX secolo.Questo potrebbe spiegare l’odio di Miss Winter per Gruner, così come il suo volto “consumato dal peccato e dal dolore”. La sua vendetta punisce i crimini e impedisce, come per l’assassina di CHAS, che il criminale possa continuare a perpetrarli.

La Donna: Irene Adler

by Alexander Bassano, cabinet card, 1885

Violet Hunter e Kitty Winter sono forti e intelligenti, ma nessuna delle due è notevole o memorabile come l’indimenticabile avventuriera Irene Adler. Irene è la Donna. Anche se le precede entrambe, possiede caratteristiche sia di Violet Hunter sia di Kitty Winter. È intelligente e fiduciosa come Violet, forte e feroce come Kitty. Irene incarna indipendenza, femminilità e libertà; Holmes non è attirato dalla sua sessualità. L’amore per Irene deriva da un’ammirazione per la sua forza, bellezza, intelligenza e indipendenza. Irene non si lascia opprimere, vittimizzare né vincere. La Adler è il Nuovo di Holmes come Jean il Nuovo di Doyle. Adler sfida ordini e norme sociali e può farlo perché è un’americana che ha guadagnato i suoi soldi come star dell’opera, invece di fare affidamento su un marito o una famiglia per avere sicurezza. Irene supera in astuzia Holmes perché si traveste, si mascolinizza, ma non perché voglia abdicare alla sua femminilità, semplicemente per avere più libertà girando per Londra alle sue condizioni, senza curarsi della reputazione o di essere una donna “pura”. Ha l’abilità di sfidare le norme sociali e, nello stesso tempo, di presentarsi come donna ideale dell’era vittoriana, rispettabile tanto da essere sottovalutata persino da Holmes, che ragiona per stereotipi e non capisce la sua manipolazione. Nell’interpretazione analitica,[17] la Adler rappresenta il fallimento “voluto” (a livello inconscio) di Holmes, che avrebbe avuto tutti gli elementi per riconoscerla quando, travestita da giovane, saluta il detective, ancora lui stesso travestito; un fallimento, questo, che consentirebbe ad Holmes di renderla un modello di donna ideale, possedendola attraverso la foto ma allontanandola da sé. Al di là del modello psiconalitico, che rimane comunque interessante, vorrei soffermarmi in questo caso sull’aspetto sociale. Irene diventa per il Detective promemoria della vita reale: le donne possono non seguire le norme attese dall’ordine sociale, le persone non dovrebbero essere valutate sulla base di esse e tanto meno stimate per il titolo o per un’apparente rispettabilità. Ci sono due lati di ogni storia. Adler ha le caratteristiche della New Woman, rifiuta di essere danneggiata da un ex amante, anche se è un futuro Re. La coscienza di classe non determina le sue azioni, sfugge ad ogni classificazione, incarnando tutto ciò che può essere visto come mostruoso in ogni donna che sfida le convenzioni. Non è una damigella in pericolo, non è passiva: per la società vittoriana è una minaccia, una deviazione e un motivo di ansia. Adler si pone al centro del divario tra uomo/donna, pubblico/privato, sé/altro; non può essere redenta, quindi deve lasciare il paese,  cosa che Doyle assicura alla fine della storia. Inoltre, per essere ulteriormente sicuri, la Adler, al momento del racconto, è morta. Oltre alle caratteristiche maschili che la rendono un personaggio attivo, e quindi ‘altro’, Irene si muove tra il mondo maschile e quello femminile travestendosi da uomo per seguire Holmes e scoprire chi è. Il suo cambiare forma la qualifica come soggetto autonomo: cambiare i vestiti e non essere individuata come donna denota che controlla il proprio corpo e che agisce nel proprio interesse e per proprio conto. Il suo travestimento rappresenta la resistenza ai ruoli di genere e alle costruzioni sociali, elude il sistema visivo di Holmes, le consente una libertà altrimenti impossibile rendendo, inoltre, meno nette le linee di demarcazione della classe sociale. Adler sconfigge Holmes usando abilità e talento: la sua intelligenza e la sua audacia sono al servizio della sfida alle idee convenzionali su come dovrebbe comportarsi; servono a proteggersi e ad assicurarsi la vita che vuole, non la vita che altre persone pensano che dovrebbe avere.

Quello che sorprende tutti, Holmes e lettori vittoriani compresi, è che per la prima volta la lettura del corpo sessuato, del genere, viene resa difficile dalla dissimulazione di una donna; cosa, questa, che mette in discussione le basi stesse della criminologia positivista.

Adler ha dei tratti mascolini che le consentono di dissimulare facilmente la sua femminilità, differenziandosi dal resto delle donne per la sua capacità di eludere ogni tipo e forma di mercificazione sessuale. Il confronto tra Holmes e il Re di Boemia è un confronto quasi tra rivali: Holmes combatte con la mente e la logica contro i muscoli e la forza del Re che non sono riusciti a recuperare la foto. I due uomini lottano entrambi, ma non ne sono consapevoli, per il possesso del corpo della donna espresso nell’immagine di essa. Nel dialogo, Holmes, con la sua acutezza con la quale rimarca la superiorità della Adler sul Re, dominerà come conversatore tutta la situazione, ma, alla fine, anche lui risulterà perdente in questo duello, non perché inferiore al Re ma perché la Donna si è chiamata fuori da quel traffico e da quella mercificazione del corpo femminile che avviene nei rapporti maschili: attraverso il medium femminile, gli uomini esplicitano un desiderio erotico maschile, omosociale, che difficilmente sarebbe stato tollerato e concepito e che potrebbe essere alla base della misoginia – quella sì, vera – e dell’omofobia, che hanno informato tutto il XIX secolo.[18] Le donne, quindi, vengono scambiate fisicamente o idealmente, per cementare i legami omosociali maschili, ma la dissimulazione femminile interferisce con i meccanismi di tali legami e li interrompe. L’inclusione di un personaggio che si identifica come donna ma passa per uomo evidenzia l’instabilità delle norme di genere. Ma, alla fine, la Donna che si espone, che si traveste, viene ricondotta alla sfera privata e alla domesticità con il suo allontanamento e con un altro matrimonio. Il suo essere ricondotta all’interno di una tradizione, tuttavia, nonostante ella abbia una dubbia reputazione e sia considerata un’avventuriera, dimostra ancora una volta come l’unica istituzione capace di contenere tale novità sia fallace perché non solo protegge le donne esclusivamente in modo apparente dal pubblico, mettendole alla mercè di mariti non sempre specchiati, ma concede agli stessi i mezzi per manipolare la percezione pubblica di esse. Il rapporto di Adler con il denaro la esclude anche dalla dimensione economica. Le donne usavano i loro corpi come beni di scambio e i personaggi femminili venivano considerati buoni, come nel caso di una moglie, o cattivi, come nel caso di una prostituta, sebbene entrambe le categorie scambiassero i loro corpi per un guadagno materiale. L’uso del sesso per ottenere sicurezza finanziaria, sebbene più palese nel caso delle prostitute, non era meno motivante per le donne che, con poche prospettive di lavoro nel XIX secolo, avevano solo il loro corpo da offrire in cambio delle comodità materiali e finanziarie del matrimonio. Irene, invece, rifiuta di sfruttare i suoi rapporti con il re per denaro. Il rifiuto del denaro la pone al di fuori del normale commercio sessuale delle donne eterosessuali. Holmes verrà ingannato a causa della sua concezione stereotipata del comportamento basato sul pregiudizio di genere: “Quando una donna pensa che la sua casa sia in fiamme, il suo istinto è subito quello di precipitarsi verso la cosa che apprezza maggiormente”. Sebbene Adler mostri a Holmes dove ha nascosto la fotografia, Holmes non può prevedere il suo comportamento successivo ricorrendo a supposizioni sul suo essere donna: Irene Adler non è guidata da nessun comportamento di genere, che Holmes scambia per un effetto della biologia. Adler è biologicamente femmina, ma la sua mascolinità, simulata o forse reale, mina l’assunto ideologico che il comportamento di genere dipenda dal sesso. Adler è una rappresentazione dell’ibrido diabolico al centro del discorso di genere fin-de-siècle:  una donna con una mente da uomo, anzi, migliore di quella di un uomo… da cui l’ammirazione di Holmes, esattamente come fosse un uomo che sa tenergli testa. Adler rimane fuori da tutte le convenzioni e quindi fuori dal regno delle deduzioni ideologiche di Holmes, che scopre colei che, negandogli il successo, lo mette sulla strada del cambiamento. Se Irene Adler è la donna nuova, Sherlock Holmes è l’uomo nuovo o sta per diventarlo.

Questo personaggio fa certamente la differenza nella prospettiva di Holmes nei confronti delle donne: “Egli [Holmes] era solito divertirsi con l’intelligenza delle donne, ma non l’ho sentito farlo di recente”. Non fatichiamo molto, conoscendo l’educazione di Doyle, a vedere nella Adler, e in tutte le donne forti ed autonome del Canone, l’ombra di sua madre, capace di prendersi cura della famiglia a dispetto di un marito incapace.

Individuazione e metodo

L’immagine centrale di SCAN è quella in cui una Irene travestita da uomo augura la buonanotte ad un Holmes ancora travestito: senza le parole della storia non si saprebbe mai, dalla sola immagine, che il giovane è una donna. D’altra parte, senza l’illustrazione, non si coglierebbe la disarmante minaccia della performance transessuale di Irene Adler. Tale immagine, che si presenta a una duplice interpretazione e che si chiarisce attraverso il testo, evidenzia uno dei problemi della relazione di Holmes con il corpo femminile, un problema, non a caso, di individuazione. La novità del Canone sta nella fede nel potere dell’osservazione, della visione attenta nella certezza del dato che, a sua volta, fonde la scienza del crimine e la fisiologia. L‘occhio esperto di Holmes trova il suo acume visivo continuamente ostacolato dalla resistenza del corpo femminile all’interpretazione. Il positivismo esaltava il corpo come luogo dell’individuazione. Le storie costruiscono la criminalità come un insieme di codici specificamente visivi e quindi affermano il primato della conoscenza mediata visivamente: tale modello viene mutuato dalla scienza criminale contemporanea, emersa come disciplina nell’Europa di fine Ottocento. I primi criminologi partivano dal presupposto che i criminali fossero retaggio di una precedente forma di umanità più “primitiva”. La criminalità era un atavismo riconoscibile da segni visivi, e quindi incontrovertibili, della patologia innata. Galton, Bertillon, citato anche da Holmes, e, in Italia, Cesare Lombroso elaborarono le loro idee su foto segnaletiche e tipi criminali in un momento in cui l’immagine, il visivo diventavano qualcosa di diffuso anche all’interno delle riviste. Lo Strand Magazine tra il 1890 e il 1894 diffuse un notevole numero di articoli sul tema[19] oltre a serie che raccontavano di come fosse possibile rinvenire i tratti patologici nei criminali.[20] Negli stessi numeri dello Strand, quindi, troviamo Holmes ed articoli che insegnano ai lettori come identificare i criminali delle sue storie. Sebbene il Canone celebri la posizione di Holmes come obiettiva e lui stesso venga paragonato a una macchina, la sua pratica visiva si basa sulla criminologia e sull’antropologia tardo-vittoriana, il cui debito nei confronti delle teorie razziali è anche fin troppo evidente. Holmes si inserisce pienamente in questo alveo, rivelando più volte la sua fede nel potere dello sguardo di rivelare le aberrazioni, e la sua dipendenza dall’accumulo di dati visivi ha una notevole somiglianza con Bertillon, oltre a dipendere dai miti sul corpo umano e sulla differenza visiva perpetuati da criminologi come Lombroso ed Ellis: Moriarty e Beppo corroborano l’idea che la criminalità sia una caratteristica innata piuttosto che situazionale e che le caratteristiche criminali siano un codice visivo “naturale” piuttosto che costruito. 

Se la razza si rivela un monolite, il genere è proteiforme e il mondo femminile si rivela sfuggente: le donne sono barricate dietro vestiti, reticenza e maschere che, paradossalmente, è l’ideologia vittoriana stessa ad aver creato.

Nonostante le frequenti interazioni con le donne, Holmes nei loro confronti a volte è disattento[21]: quando parla di imprescrutabilità dovuta a una forcina o un arricciacapelli fa riferimento a quel trasformismo che le rende difficili da leggere. I corpi delle donne non forniscono informazioni utili: la loro enigmatica e non cooperativa fisicità, fatta di silenzi, reticenza, svenimenti, febbre cerebrale, ostacola le indagini sfidando sia l’idea che le vestigia del crimine siano immediatamente evidenti sia l’autorità visiva di Holmes, accurata come un microscopio, per non parlare del fatto che, altre volte, l’imperscrutabilità corporea delle donne è intenzionale piuttosto che inconscia. Ecco che, quando si tratta delle donne che sfidano apertamente le concezioni convenzionali della verità rispetto al pubblico, alla trasparenza, la coincidenza della verità con quanto è visibile ed è esposto e alla luce viene meno. Come testimoniato dalla vendicatrice di CHAS, il Canone presenta criminalità e verità come categorie visivamente accertabili ma, quando descrive la criminalità femminile, suggerisce che l’orchestrazione e l’inquadratura di un’immagine ne vadano a determinare il significato. In CHAS la fotografia dell’assassina è uno strumento di marketing, non una rivelazione dell’identità del criminale: al posto di una fronte bassa, abbiamo tiara e labbra sensuali! Altro che tratti genetici del criminale! La vendicatrice racchiude l’ambivalenza dell’intera serie sulla criminale femminile: rappresenta il potere femminista appena risvegliato, i fallimenti del patriarcato e il fascino consumistico della disobbedienza delle donne. La vendicatrice anonima non ha i segni della degenerazione criminale ma quelli del fascino e della grande bellezza: è attraente e degna di essere ammirata, guardata. Mentre Conan Doyle mercifica la vittimizzazione femminile, la mercificazione femminile della violenza e della criminalità è ancora più significativa. In un momento in cui una fazione della campagna per il suffragio stava diventando violenta nei suoi atti di disobbedienza civile, CHAS si connota per il fascino che tale disobbedienza esercitava. La vendicatrice, come altre criminali, ha il fascino del glamour piuttosto che i segni del criminale incallito. Siamo di fronte, quindi, a un modello di visione consumistico piuttosto che antropologico o criminologico. Nel discorso consumistico, essere visibili è una forma di potere, non di sottomissione. I pubblicitari e gli operatori di mercato della fine del XIX secolo predicavano, a differenza di Holmes, che era meglio essere guardati che guardare, definendo i canoni di quale tipo di incarnazione femminile fosse degna dello sguardo. Il consumismo ha operato quel passaggio tanto temuto, anche da Doyle, ridefinendo la femminilità come pubblica e visibile, ovviamente quando essa si è conformata alla logica del consumismo. Dal Maestro dei Detective, ci si aspetterebbe che anche le criminali donne siano facilmente identificabili, ma immaginare le donne è un’attività problematica anche per Holmes, capaci come sono di resistere allo sguardo indagatore del Detective: l’arma maschile che le aveva condotte alla sottomissione e alla reticenza è diventata un’arma a doppio taglio.

Convenzionalità e Inconvenzionalità

La narrativa poliziesca di Doyle è stata  letta come un genere che ha promosso le ideologie vittoriane dominanti. Infatti, nella misura in cui Doyle era un archetipo dell’autore maschio bianco, ha creato un personaggio sostenitore dei valori imperialisti e patriarcali volti al mantenimento dell’ordine sociale. Secondo questa visione monolitica, i criminali altro non erano che nemici dell’ordine, tali da minacciare le rispettabili ideologie borghesi dominanti. Le storie di Conan Doyle, tuttavia, rivelano una complessità tale da potervi scorgere non solo elementi che riflettono stereotipie vittoriane, ma anche elementi che le mettono in discussione e le criticano. Lo stesso Doyle, dopotutto, non fu sempre coerente nelle sue opinioni su politica dell’Impero o ruoli di genere: era uno schietto difensore delle azioni britanniche nella guerra boera ma anche sostenitore degli irlandesi, era favorevole al divorzio ma non al suffragio femminile.

Molte delle storie del Canone hanno a che fare con sfide più alle convenzioni sociali e sessuali che assicuravano ordine che alla legge ufficiale.

Il successo dei gialli, del resto, può essere attribuito proprio a questo desiderio di ordine sociale, ed epistemologico, e all’insorgere di ansie di classe, di genere e di razza innestate nel corpo di un Impero britannico in cambiamento. La Rivoluzione industriale aveva reso possibile l’espansione della classe media con una crescente preoccupazione di trovare il proprio posto in società, da cui anche il cliché del maggiordomo/assassino che incarna le paure di una ribellione dal basso. 

Holmes e Doyle vivono un momento di diffuse ansie sociali: quella nei confronti del diverso, della preminenza dell’Impero e della posizione dell’Inghilterra nel mondo; non ultima quella relativa al ruolo mutevole delle donne e alla conseguente femminilizzazione degli uomini: in alcuni atteggiamenti, Holmes e Watson rivelano la necessità di offrire dei paradigmi sui quali modellare il comportamento di genere maschile alla luce dei cambiamenti e degli adattamenti ad essi. Sotto certi aspetti, Holmes offre ai lettori rassicurazioni sui valori tradizionali inglesi, utili in un momento in cui l’Inghilterra cominciava a sentirsi incerta. Risolvendo un crimine, Holmes ripristina l’ordine sociale riaffermando i valori della classe mostrandosi [22]  nei confronti delle donne con un atteggiamento tipicamente vittoriano, da cavaliere protettivo. Il Detective si aggrappa alla credenza popolare che la condotta e l’azione delle donne siano governate dalle emozioni e a quella, altrettanto popolare, secondo cui più grande è il cranio, più grande è il cervello. ‘un uomo con un cappello così grande deve avere qualcosa da metterci dentro’’[23] da cui il postulato di una minore intelligenza femminile. Ma, se esaminiamo il Canone, l’atteggiamento di Holmes muta e questo spiega tanto i suoi atteggiamenti paternalistici quanto la sua ammirazione verso le donne forti che incontra, quelle che agiscono al punto di sfidare i ruoli vittoriani a cui erano state relegate. In contrasto con Holmes, Watson è l’incarnazione della morale e dell’etica vittoriana. Le sue visioni differiscono significativamente da quelle di Holmes perché preferisce assegnare ruoli e qualità tradizionali alle donne: la femminilità, la gentilezza, essere madri e mogli. Inoltre, Watson non è mai d’accordo con la visione morale di Holmes, sebbene rispetti la sua opinione. Watson ha una visione del mondo più ortodossa. Holmes e Watson sono giustapposti ma trovano un equilibrio tra le diverse visioni sulla struttura morale della società e le leggi dell’etica. Mentre Watson e la polizia offrono il contrasto con l’atteggiamento del detective rispondendo con atteggiamenti stereotipati, l’Holmes vittoriano convenzionale convive con un atteggiamento più aperto, come è giusto che sia per un personaggio che esordisce alla fine dell’Ottocento e chiude la sua esistenza lavorativa negli anni Trenta del secolo successivo. Del resto, La Donna lo aveva battuto proprio a causa dei pregiudizi, ecco perché Holmes impara ad essere più elastico e possibilista ogni volta che è alla ricerca della verità. L’Holmes-detective riflette, quindi, un atteggiamento maggiormente anticonvenzionale dal momento che la logica e la verità gli consentono di andare oltre il pregiudizio: usando il metodo scientifico, seppur accidentato dalla reticenza femminile, riesce ad andare oltre il superficiale e il convenzionale sia per trovare la verità di un crimine sia per rivelare la verità dell’esperienza femminile in relazione a quel reato. Holmes non è però un riformatore né è necessario che lo sia: la sua vera anticonvenzionalità sta nella dipendenza dalla scoperta scientifica, basata sui fatti, e dalla deduzione che gli consente di ricostruire situazioni per scoprire la verità dell’esperienza femminile.

La dedizione alla ricostruzione di un crimine basandosi sulle prove lo libera dai convenzionali atteggiamenti vittoriani maschili nei confronti delle donne, permettendo a lui, e al lettore, di vedere la realtà dell’esperienza femminile anche quando questa si rivela come una realtà criminosa.

Le donne, rappresentate come damigelle credule o in difficoltà salvate da Holmes, il cavaliere errante, da una parte sottolineano le strutture patriarcali di potere e le virtù morali di un matrimonio ‘innocente’ – e molti dei lieto fine coinvolgono un matrimonio restaurato grazie alle brillanti deduzioni di Sherlock Holmes – dall’altra evidenziano quanto Holmes diventi sempre più critico nei confronti delle pratiche vittoriane man mano che le storie procedono: così le criminali donne porteranno con sé sfumature tali e sorprendenti da portarlo a scagionarle quando ingannate dagli ideali vittoriani. L’atteggiamento di Holmes esprime un’anticonvenzionalità di azione che tuttavia non esclude, né può farlo, la manifestazione di un’ansia per il cambiamento, che forse è più di Doyle che di Holmes: anticonvenzionale, sì, insomma, ma non troppo! Le donne indipendenti rappresentano un problema per il conflitto che generano con le loro azioni, tale da dover essere controllato e risolto dagli uomini. Donne single, come la Morstan o la Adler, sono problematiche perché non hanno una figura maschile che le guidi nella loro vita quotidiana. I problemi causati da queste donne vengono risolti in primis all’arrivo di Holmes, protettore e patriarca delle figure prive di un maschio, e poi  sposando un uomo: un pregiudizio inaccettabile nei confronti del genere femminile. Mary Morstan è isolata, non ha parente alcuno e deve essere salvata dagli uomini, mentre Irene Adler è una donna scandalosa che deve essere contenuta. Anche la coraggiosa Violet Hunter rientra in questa categorizzazione: la sua autosufficienza è senza precedenti ma la lascia alla mercè delle mire di altri, rendendola vulnerabile tanto da dover chiedere la protezione di Holmes. Emblema di questo paradigma è Lady Carfax, donna di mezza età che vive priva di eredi senza la protezione del clan familiare, “una gallina randagia in mezzo alle volpi”: donne pericolose perché istigatrici di crimini!

La Carfax viene imprigionata perché ha mostrato un’indipendenza che va oltre quanto è considerato appropriato per il suo essere donna e Holmes viene messo sulla buona strada, nella risoluzione, proprio dal pregiudizio che le donne single possano ispirare altri, maschi, a commettere un crimine.

Nulla, del resto, è cambiato dal momento che, anche oggi, crimini verso le donne altro non sono che la manifestazione più bieca della debolezza del maschio, defraudato del potere e del controllo. Nella maggior parte delle storie le donne sono creature da compatire e da proteggere, sia da altri sia da sé stesse. Esse vanno contenute ma servono anche come mogli, madri, governanti: questo è segno della paura del maschio di perdere potere e controllo. La maggior parte delle storie di Doyle riflettono la paura del pubblico e che “Altri” possano minacciare il funzionamento del sistema patriarcale e classista che fino ad allora aveva funzionato.

L’ansia per l’Altro è l’ansia tanto per lo straniero/diverso quanto per il femminile: eroi e cattivi vengono sempre presentati in modi che affermino la preminenza dell’inglese. Come i soggetti stranieri devono essere colonizzati, le femmine devono essere controllate, contenute ed emarginate.[24]

E l’ansia deriva anche da un altro dato di fatto, le donne non sono quegli Angeli che la tradizione ha consegnato: possono diventare assassine o criminali come Eugenia Ronder, che pianifica l’omicidio del marito;[25] Emilia Lucca, invischiata con la banda del Cerchio Rosso;[26] Isadora Klein, che assume dei delinquenti nel tentativo di spaventare Holmes e svaligiare la casa della Signora Maberley alla ricerca di ciò che vuole[27]; o Sarah Cushing[28] che, seducendo il marito della sorella, si macchia di un crimine morale diventando causa di altri delitti. L’unica sicurezza, in un mondo di donne ribelli all’ideale della domesticità, è che, per lo più, non sono inglesi: la maggior parte delle donne criminali di Doyle – come i trasgressori – sono o straniere o inglesi che hanno lasciato il loro paese per qualche tempo e, come tali, offeso l’ideale della domesticità. Irene è americana e così Elsie, la misteriosa moglie di Hilton Cubitt coinvolta in una banda di Chicago[29], il “vampiro del Sussex”, la Signora Fergusson,[30] è peruviana, Maria Pinto una focosa brasiliana,[31] la Lucca è italiana[32], Isadora Klein è spagnola,[33] la vivace e impetuosa sposa in fuga di Lord St. Simon, il quale ha voluto fare un matrimonio inaccettabile sposando una donna di classe sociale diversa, è californiana.[34] Quando Holmes scopre Miss Burnet, una inglese coinvolta in un’orrenda cospirazione, è sconvolto. “Come può una signora inglese unirsi a un simile affare omicida?”[35] Nonostante la sorpresa di Holmes, molti dei suoi casi mostrano comunque che non tutte le donne inglesi erano  sottomesse e gentili e il caso di Charles Augustus Milverton indica che le donne erano tutt’altro che innocenti e incorruttibili.

L’ansia delle donne straniere è evidentemente legata alla paura della mescolanza di sangue straniero con quello inglese “puro” e conseguente degenerazione della “razza” inglese. La mescolanza razziale (o meticciato) era una minaccia reale e diretta per l’Impero verso  tutto ciò che esso rappresentava ed era un argomento tabù. I matrimoni misti di uomini bianchi o di donne bianche con uomini di colore avevano generato nuove paure e ansie evidenti anche nel caso di Effie Munro che, tuttavia, stavolta ha un lieto fine.[36] La credenza popolare era che la progenie di una donna bianca con un uomo di colore fosse destinata a ereditare i peggiori tratti genetici e caratteristici di entrambi i genitori. Il meticciato era un indicatore di confine che separava l’accettabile a livello nazionale dal minaccioso. Le donne bianche attratte dagli uomini di colore erano considerate vittime o devianti sessualmente e immorali. La società vittoriana le qualificava come qualificava le donne nere o le prostitute, entrambe caratterizzate da elementi che la donna bianca non avrebbe dovuto possedere. Il corpo ibrido – metà nero e metà bianco-non poteva che contenere i segni della degenerazione razziale e sessuale. Holmes si evolve e quelle che sembrano contraddizioni si possono leggere nel segno dell’evoluzione. Doyle invece continuerà a dimenarsi tra l’aderire alle rappresentazioni stereotipate di uomini attivi e forti in contrapposizione a donne passive e deboli e il mettere in discussione la posizione tradizionale di oscurità sociale delle donne riconoscendone il loro status pubblico: continuerà ad erodere le distinzioni tra sfera femminile e sfera pubblica, mettendo in evidenza le crepe del sistema patriarcale, nel quale Impero e genere si dimostravano come i due volti della stessa medaglia, pur rimanendo ambivalente e a volte sospettoso del potere pubblico delle donne. Nella veste di detective, Holmes mette in atto una sorta di intervento autorizzato nelle case, nell’intimità, nel privato, contribuendo a scoprire il male dietro l’apparenza, i crimini dietro la facciata di rispettabilità definita dal limen di una finestra o di una porta, un voyeurismo che è nel piacere di portare alla luce la verità nascosta, che è una forma di erosione del potere patriarcale. Holmes cambia progressivamente e cambia il suo atteggiamento verso le donne criminali: dal chiarire o essere testimone della loro situazione al disgusto viscerale verso gli uomini che sono stati causa delle loro disgrazie fino a schierarsi con queste donne in materia di legge, indipendentemente dalla gravità del loro crimine. Viste in questa luce, le donne che, in gran numero, popolano le storie, non solo quelle canoniche, possono essere interpretate come voci opposte che distruggono le gerarchie della società a cui ci si riferisce; nondimeno, l’ordine sovvertito viene ripristinato e queste donne vengono tacitate e reincanalate nell’alveo della tradizione. Ma questa è opera di Doyle, non di Holmes. La sua narrazione, nonostante le ambivalenze, finisce per fornire ai tardovittoriani un antidoto a tutte le forze centrifughe, tra cui la minaccia della sessualità emergente della Donna Nuova. Violet Smith, personaggio tra i più innovativi e avanzati, finisce con l’essere tra quelli più rassicuranti, dal momento che finisce per aderire in toto ai desideri del futuro marito: mentre  le donne, e con loro il mondo, erano pronte al nuovo e al cambiamento, gli uomini vittoriani non lo erano ancora e anzi, cercavano disperatamente dei compromessi.

Falsa misoginia 

Sherlock Holmes non era un estimatore delle donne, non gli piacevano e non si fidava di loro: le trovava imperscrutabili,[37] enigmi insolubili,[38] inaffidabili,[39] non riusciva a capirne motivazioni, comportamenti, perché non rientranti nella categoria di causa-effetto,[40] e, generalmente, le considerava una perdita di tempo.

Non può provare attrazione per loro dal momento che il suo cervello governa il suo cuore, nondimeno, in alcuni casi, nota l’avvenenza e il bel volto di alcune di loro,[41] ne apprezza l’intuito che “può valere di più delle conclusioni del più sottile ragionatore”[42] che, tuttavia, sembra considerare come una sorta di istinto animale da rispettare come il fiuto di un cane. Le donne non sono logiche né razionali: emblema di queste è Violet De Merville, che non cambia in alcun modo idea sulle cattive intenzioni di Gruner; sono istintive ed isteriche, svengono, hanno attacchi come nel caso della Signora Hudson quando lo vede dopo averlo ritenuto morto per tre anni ed ogni volta ci chiediamo quale sarebbe dovuta essere la reazione consona. Ed è proprio la Hudson, l’unica donna che abbia in qualche modo convissuto con le stranezze di Holmes, chiedendo aiuto a Watson,[43] che sintetizza e risponde dell’atteggiamento del detective con le donne: nonostante Holmes sia stato il peggior inquilino mai avuto, che aveva messo a dura prova la sua pazienza con l’andirivieni di strani personaggi, il violino a tutte le ore, gli spari sul muro e gli esprimenti chimici, gli voleva bene e ne aveva un timore reverenziale anche per la grande cortesia e gentilezza con le donne delle quali certamente diffidava, pur mantenendo nei loro confronti un atteggiamento cavalleresco. Holmes è affascinato dal femminile, soggiogato pur senza ammetterlo. La sua ritrosia è dovuta a diffidenza, non a misoginia, ha trattato le donne sempre con virile rispetto ma tenendole a debita distanza. Tale diffidenza ha origine in un’assenza nella vita di Holmes-persona, e una motivazione letteraria in Holmes-personaggio. Di Holmes si cita un fratello, un padre signorotto di campagna, la discendenza da Vernet, un cugino medico ma non esiste una madre. Morta in tenera età? Secondo Meyer,[44] fuggita con il suo amante. Un’assenza emotiva che certamente spiega la sua incapacità di relazionarsi con il femminile e l’accusa di inaffidabilità nei confronti delle donne che, nondimeno, ricalca il pensiero maschile dell’epoca: non va dimenticato, infatti, che queste generalizzazioni sono stereotipi utili per propagandare gli ideali del patriarcato. Ma Holmes, nonostante tutto, esercita un grande fascino, ancora oggi, sulle donne. Quali sono le caratteristiche, anche esse stereotipate, che le donne cercano in un uomo? Forza e gentilezza. E Holmes è forte e gentile. La sua forza leggendaria è sia mentale sia fisica, ma sotto la superficie c’è la storia, la gentilezza e l’emozione di un uomo apparentemente privo di emozioni. È una combinazione vincente: un uomo che non vuole le donne ma possiede i tratti che più le attraggono. Ecco la motivazione letteraria. Il fascino di un uomo dalla mente fredda è nella sua costruzione come personaggio.

Doyle dice: “non ti aspettare, lettore, che possa innamorarsi” e invece il lettore non attende che quello e Doyle, con assoluta brillantezza, lancia e dissemina il Canone di atteggiamenti gentili e paternalistici, o di osservazioni che fanno sperare che possa accadere.

Se il Canone fosse andato avanti altri 10 anni, Holmes, alla fine, avrebbe ceduto?

No, non avrebbe funzionato e, anzi, sarebbe stato l’affronto più grande che Doyle avrebbe potuto fare alla sua creatura: una vita convenzionale.

Holmes e il maschile

Nonostante i cambiamenti e l’evoluzione, è indubbio che Holmes diventa il modello, l’eroe, il prototipo, il patriarca, il Maschio vicario: Holmes si allinea perfettamente al suo ruolo di maschio. La mascolinità e le norme di genere fanno parte del costrutto sociale. La sua sfera domestica è marginalmente presente perché, citando Flaubert, con Holmes:

L’homme c’est rien – l’oeuvre c’est tout.

L’uomo è qualificato nel suo status sociale dalla vita professionale, da cui l’odio per la stagnazione e la necessità di avere sempre nuovi problemi da risolvere. Il lavoro connota Holmes come maschio, ma un maschio paradigmatico, dal momento che ha scelto un mestiere che solo lui esercita e che lo mette al di sopra di tutto, rendendolo quasi un modello ipermaschile. Lo status eroico di Holmes è intimamente connesso con il fatto che lavora in modo indipendente, al di fuori dell’influenza dello Stato, del Governo e delle forze di polizia. In quanto patriarca ideale, Holmes deve essere sposato con la sua opera tanto da sembrare un sociopatico incapace di sostenere alcun rapporto, ad eccezione di quello con l’assistente/amico che è Watson. Doyle, quindi, non fornisce solo stereotipi o figure ambivalenti di donne ma implicitamente anche un tipo ideale di mascolinità, importante per l’espansione e la fioritura dell’Impero. La mascolinità egemonica è orientata alla performance e implica successo, dominio e conquista. Uomini che appartengono ad altre culture o razze sono subordinati, effeminati, infantili, violenti o aggressivi, come Tonga. In questa ottica, l’imperialismo è accettabile perchè sano e incorrotto e le colonie colonizzabili in quanto inferiori e prive di veri uomini. Nella crisi del cambiamento di fine Ottocento venne coinvolta anche la mascolinità: gli standard che la definivano cominciarono a modificarsi. La razionalità senza compromessi, l’apparente mancanza di emozioni, l’abilità intellettuale, la natura apparentemente misogina e la forza fisica di Sherlock Holmes vanno a costituire un nuovo modello di mascolinità egemonica ideale. Holmes è il conservatore dell’integrità della società borghese britannica, incarna l’epitome della virilità e non può avere vicino nessuno se non un altro uomo, ma un uomo che gli faccia da contraltare. John Watson, nel suo essere sentimentale, non potrà mai raggiungere il livello di mascolinità di Holmes e rimarrà, pertanto, un “assistente” a sostegno di quella di Holmes in un rapporto comunque omosociale.

In quanto medico, Watson possiede la lealtà e l’onestà della classe borghese che rappresenta, oltre a rivelarsi necessario nel rendere manifesto, con le sue domande, il processo mentale del Detective che, altrimenti, rimarrebbe nascosto. Holmes vive del suo ego e, in quanto eroe, non può convivere con atteggiamenti criminosi, da qui il suo alter ego nell’acerrimo Moriarty che, pur comparendo in modo limitato, esattamente come la Adler, diventa un mito sino a pervadere l’intero Canone. L’Ideale maschile del detective ha la sua ombra in questo criminale che diventa pertanto un’estensione narcisistica di sé stesso, con gli attributi del Male.

L’espansione territoriale dell’Impero britannico e il sospetto nei confronti dell’Altro e del Diverso, porta alla creazione di una figura di detective che placava tutte le paure: Holmes era il convincente eroe della giustizia in Inghilterra, capace, da solo, di vincere incertezze ed ansie. Nonostante gli attributi più liminali, Holmes lavorava per affermare e sostenere l’ordine sociale esistente per proteggere le donne da sé stesse. Nel momento in cui si erge ad eroe, a cavaliere, a uomo a cui le donne sole ricorrono, gli ideali vittoriani di protezione vengono riconfermati ma in una conferma che quantomeno presentava l’immagine del comportamento ideale che il maschio, l’uomo, avrebbe dovuto avere: l’etica, la correttezza e, sembra un paradosso, una certa umanità nelle relazioni erano le qualità maschili sulle quali si volevano rimodellare i comportamenti deviati o devianti.

Il virile Holmes trova il suo antagonista in Poirot, costruito dalla Christie volutamente come il suo negativo, tanto nelle caratteristiche fisiche quanto in quelle comportamentali.

Holmes risolve il caso grazie al ragionamento deduttivo, Poirot scava nelle menti dei personaggi. Mentre Doyle si concentra sugli indizi e sulla scena del crimine, Agatha Christie esplora la psiche del criminale, e molte delle sue storie sono basate sull’analisi psicologica degli indagati, in relazione al tipo di crimine. Poirot, al contrario di Holmes e dell’iperattivo Doyle, non è ritratto come un uomo capace di difendersi. Holmes è attivo, si sposta, si muove, viaggia per cercare indizi, si traveste per ottenere informazioni, Poirot invece risolve i crimini seduto, lasciando lavorare tranquillamente le sue “cellule grigie”. L’attenzione del Belga ai pettegolezzi e ai dettagli  domestici è caratteristica di un metodo di indagine più “femminile”, che si rivela poi cruciale nella risoluzione dei crimini. Agatha Christie ha conferito ad Hercule Poirot qualità  stereotipicamente considerate femminili, dimostrando che anche tali figure, meno eroiche, apparentemente meno brillanti, possiedono un intelletto superiore che li rende eroi. Poirot è narcisista, emotivo, felino, irrazionale, eccentrico, donchisciottesco, ossessionato dal domestico e socialmente “altro” perché è un belga: è un eroe femminile, un anti-Holmes. Se Doyle aveva messo in evidenza stereotipi, ambivalenze, colei che fa un passo oltre, in questo senso, è Agatha Christie capace come poche tanto di descrivere quanto di manipolare gli stereotipi culturali, destabilizzando così le norme che si credeva facessero parte dell’identità sociale.

Donne e percezione del crimine

Come per i criminologi positivisti, la preoccupazione di Doyle non riguardava la legge, ma la criminalità come fenomeno. Il Canone  fornisce uno spaccato della mentalità maschile vittoriana e la sua posizione nei confronti delle donne criminali. Nelle storie di Sherlock Holmes le donne presenti rappresentano uno spettro completo dell’Universo sociale vittoriano: vittime e autori di reato sono presenti con uguale frequenza. Per quanto riguarda la classe sociale, i personaggi spaziano dalle donne di strada alle classi più alte. Alcune sono “nuove arricchite” per matrimonio o sono al di fuori della scala tradizionale di classe sociale perché hanno interessi artistici.[45]

  Ruolo nella storia  vittime                                                  neutrali criminali o complici30 15 30
      Classe sociale  bassa working class bassa middle class governanti/insegnanti alta/middle/class/ereditiere nobiltà arricchite artiste  12 17 3 10 8 4 5
Origine      Gran Bretagna Colonie (Australia/Nord America) Europa America Latina43 8 6 3

I crimini vengono commessi sia da donne nobili sia da donne di strada. Artiste, donne sole, con denaro ereditato e non europee hanno maggiori possibilità di commettere dei reati, soprattutto se sono state costrette, dal sistema patriarcale, a vivere in una gabbia. In particolar modo, l’etniagioca un ruolo importante nello spiegare l’eziologia della criminalità della donna o il suo vittimismo. Le donne europee figurano nelle storie per lo più come complici minori e talvolta riluttanti, delle menti criminali maschili: Sophia[46] è sotto il potere di coloro  che hanno rapito il fratello; Elsie[47] è sotto il potere di un falsario, la signora Schlessinger[48] aiuta il marito a rapire e pianifica di seppellire Lady Carfax.

Le donne provenienti dalle colonie nelle Americhe o dall’Australia sono invece descritte come selvagge, disturbate e folli.  Le donne sono per lo più passive e sopraffatte da uomini, ma convivono accanto a figure di donne descritte come coraggiose ed intelligenti. È interessante che le descrizioni delle donne come intelligenti, coraggiose e intraprendenti siano attestate, per la maggior parte, nelle prime storie: l’intelligenza dei personaggi non è nota fino a dopo il 1892; il coraggio scompare dalle categorizzazioni dal 1904; e le uniche forme di pazzia compaiono nelle storie successive (1904 e 1922). Il più comune descrittore di queste donne è la loro bellezza fisica, che rimane coerente nei testi in tutti gli anni di pubblicazione[49].

La caratterizzazione dei casi in cui sono coinvolte le donne testimonia il medesimo cambiamento in corso tra  XIX e XX secolo nelle percezioni della criminalità delle donne da agenti attive a vittime impotenti. Le donne vengono categorizzate in prigioniere, protettrici, muse e agenti attive del crimine.

Prigioniere. Sono quelle donne intrappolate in situazioni sulle quali non hanno controllo. Nello studio di Aviram, 15 di loro sono maltrattate ed abusate e 16 sotto il controllo maschile. La classica cliente di Holmes è una “damigella in pericolo”, che chiede aiuto e protezione. Non tutte queste donne sono innocenti e immacolate.In molti casi le donne sono vittime delle macchinazioni, in altri, complici dei delitti degli uomini che non le rendono meno prigioniere. Sono donne come Elsie,[50] che cerca di avvertire l’ingegnere, Sophia, che tenta di salvare suo fratello,[51] o Beryl Stapleton,[52] che mette in guardia Sir Henry; cercano di sovvertire la loro impotenza facendo quel poco che è in loro potere: avvertire.

Protettrici. Sono coloro che commettono crimini al fine di proteggere i propri cari.[53]

Muse. Sono le ispiratrici di reati per il fatto di essere oggetto d’amore o desiderio che spinge i loro corteggiatori, amanti, o ex mariti a delinquere.

Agenti attive. Infine le donne indipendenti che potenzialmente potrebbero costituire un problema. In origine sono le donne che nello stereotipo vittoriano abdicano al ruolo imposto. Nelle storie di Doyle, tali esempi non sono rari ma la loro rappresentazione subisce trasformazioni soprattutto nelle storie del secondo periodo. La donna imprenditoriale e indipendente per antonomasia è Irene Adler. In un affascinante capovolgimento dello stereotipo della “damigella in pericolo”, è l’uomo che chiede aiuto ad Holmes. Doyle fornisce alla Adler un’esperienza artistica tale da sfidare il divario di classe, rendendole possibile di muoversi liberamente attraverso la differenza di classe e di status. In questa categoria rientra anche Isadora Klein, chiaro esempio di stereotipo di genere: l’Holmes cavaliere le permette di sfuggire, indenne, alla legge, ma non può trattenersi dall’avvertirla delle conseguenze del suo comportamento poco femminile.

Kitty Winter è invece la quintessenza della donna che commette un crimine che è una vendetta sociale mascherata da vendetta passionale; la signora Gibson[54]  inscena abilmente un suicidio per incastrare la nuova amante del marito; infine, appartiene a questa categoria la sconosciuta che spara a Milverton. Nonostante le categorizzazioni, è comunque discutibile se queste donne operino davvero liberamente: sono certamente attive perché agiscono, ma i loro crimini violenti, sensazionali, e audaci, sono perpetrati da una posizione di disperazione e vittimizzazione, sono atti disperati, di vittime, che, nel caso della Gibson, includono anche la propria morte. Le delinquenti, seppur intrappolate in situazioni di impotenza, provengono da una varietà di classi sociali. Questo suggerisce che la criminalità non era confinata alle classi più basse ma si era estesa nelle classi medio-alte. In secondo luogo, le figure che esercitano una forma di libertà relativa sono sole, hanno una qualche ricchezza o hanno vissuto all’estero: sfuggono a qualsiasi classificazione all’interno dell’oppressivo sistema britannico. La categorizzazione proposta da Aviram consente di avere un quadro chiaro, ma ci mette comunque di fronte ad una realtà di comportamenti femminili molto più sfumati, in cui gli stessi personaggi, in momenti diversi, possono mutare il proprio ruolo all’interno della storia. Questa sfocatura dimostra che è la femminilità, e non la criminalità, il principio organizzatore alla base della comprensione dei personaggi femminili di Doyle. Inoltre, la stessa sfocatura riecheggia i fondamenti della criminologia positivista, secondo cui l’obiettivo dell’analisi del crimine non sono le categorie o le definizioni giuridiche ma l’individuo e la sua propensione a determinati comportamenti. I crimini commessi dalle donne rimanevano tuttavia inaccettabili e socialmente intollerabili, dal momento che si desiderava da loro la domesticità e la passività, non la ribellione. Da qui, il fatto di presentarle come vittime, testimoni, complici: quanto più le donne sono passive tanto più incarnano l’ideale di domesticità. I crimini da esse commessi sono quelli che il pubblico vittoriano – maschile – non ancora pronto ad accettare la realtà dei fatti, ossia che una donna potesse partecipare ad un crimine violento ed essere ‘mentalmente sana’, avrebbe tollerato. I crimini che, quindi, coinvolgono la donna riguardano la sfera privata e non quella pubblica. Ritraendo le donne criminali in modi accettabili, Doyle rendeva l’avidità l’unica motivazione capace di spingere coloro che le circondavano a commettere crimini nei loro confronti e l’amore, o la vendetta, l’unico loro movente. Donne emotive, non logiche, vittime delle derive maschili e della degenerazione del paternalismo, rinforzavano gli ideali secondo cui le donne coinvolte in crimini violenti fossero vittime di una perversione. Questo, in linea generale, salvo quell’evoluzione “interna” del personaggio, della quale abbiamo parlato, che finirà per agire seguendo, con ‘‘inconvenzionalità”, la propria legge morale nell’esprimere un giudizio su di esse.

D’altra parte, Holmes è l’eroe e l’unico modo per mettere in luce le sue capacità da superuomo era avere dei cattivi che operassero nel pieno e totale controllo delle proprie facoltà. Gli antagonisti di Sherlock Holmes dovevano essere intelligenti e calcolatori: ecco perché non ci sono vere antagoniste femminili né, salvo rari casi, donne coinvolte in crimini violenti. La donna che commetteva violenza evidentemente aveva qualcosa di psicologicamente sbagliato in sé: i germi della follia. Dipingere una criminale violenta e lucida, nel pieno possesso delle proprie facoltà, era considerato assolutamente inconcepibile.  Inconcepibile non significa però che non fosse reale: tanto per citare un esempio, la Liverpool della fine degli anni ‘80 fu sconvolta da una catena di crimini commessi da donne nei confronti di uomini, mariti, figli di primo matrimonio, per incassare le assicurazioni sulla vita stipulate con cinque diverse società. L’avidità rendeva questi crimini reali vicini a quelli del Canone, ma la violenza con cui vennero commessi, unita alla premeditazione, non ritenuta possibile nelle donne, li rendevano non canonici, non ammissibili, non concepibili. Doyle, infatti, non ne fa un caso né una storia, non fosse altro per la bassa estrazione sociale delle donne in grado di compierli. Tuttavia, Holmes in una delle sue – prime – tirate contro le donne, volta anche a mettere in guardia il povero Watson, afferma: «Per me un cliente non è che un’unità, un fattore in un problema. L’emotività è nemica del raziocinio. Le assicuro che la donna più affascinante che io abbia mai conosciuto fu impiccata per avere avvelenato tre bambini allo scopo di incassarne l’assicurazione; e l’uomo più repellente di mia conoscenza è un filantropo che ha speso quasi un quarto di milione per i poveri di Londra»; Holmes quindi, molto convenzionalmente, parla per stereotipi ma, al tempo stesso, mette l’accento su una realtà esistente sebbene riportata, in questo caso. per rendere evidente la vera piaga della Società Vittoriana, l’apparenza, il segreto, le sabbie mobili, senza, tra l’altro, andare oltre e manifestare, almeno in questo caso, una coscienza sociale.  La realtà, quindi, continuerà ad essere solo accennata e, da un punto di vista letterario, a non  trovare asilo. L’avidità maschile era concepibile, mentre quella femminile non era sufficiente a spiegare tali azioni. La realtà delle corti di giustizia dimostrava che i crimini violenti delle donne erano all’ordine del giorno ma, sino a che questi rimasero confinati nella classe inferiore, non rappresentarono un problema. L’inizio del XX secolo mostrerà una evoluzione nella crescente tendenza a considerare le donne pazze piuttosto che cattive. Le scoperte mediche, la loro monopolizzazione delle definizioni di ‘normale’, e di ‘sano’, gli albori della psichiatria determinarono una progressiva medicalizzazione della criminalità con un cambiamento radicale anche nella politica di giustizia penale verso le donne, che cominciò a scardinare i concetti lombrosiani a favore di una visione determinista più morbida: il passato dei criminali cominciò ad essere considerato come qualcosa che andava a restringere significativamente le scelte. 

Quando nel 1854 Ann Bought tagliò la gola a cinque dei suoi figli, tentando lo stesso con sé stessa, il tribunale non discusse se avesse o meno commesso quel  delitto, ma se fosse sana o folle. L’analisi delle sentenze nei confronti delle donne dimostra che il 90% di quelle incriminate per omicidio o altri crimini violenti, furono dichiarate pazze. Su 60 atti di accusa di infanticidio, nessuna donna, tra il 1840 e il 1880, fu condannata. Un altro reato diffusissimo era il furto: con l’aumento della cultura del consumo nella Gran Bretagna vittoriana, nei tribunali arrivarono il furto ed il taccheggio, uno dei primi crimini commesso da una donna ad essere considerato come un aspetto della malattia mentale. La cleptomania fu l’arma di tutti gli avvocati della difesa per spiegare la motivazione di donne della classe media, sorprese a rubare senza apparenti motivi. Un anatema, dal momento che queste donne, in teoria, avrebbero potuto permettersi di acquistare quanto rubavano. In teoria. Era facile cercare le motivazioni nella malattia piuttosto che nella società. La soluzione all’aumento della criminalità nella classe media venne trovato nella congiunzione tra giustizia penale e medicina, applicata, ancora una volta, in modo assolutamente arbitrario, soprattutto verso le donne della classi medie e non verso quelle delle classi basse, ritenute poco più che animali: la criminale comune, di classe inferiore, veniva condannata come sempre, la donna della middle-high class accusata era un problema, dal momento che da queste donne non ci si aspettava che potessero delinquere in alcun modo. Lo Status, come sempre, era al di sopra di tutto, anche del genere. È in questa ottica che va concepita anche l’evoluzione di Holmes nei confronti delle donne, che impara a tollerare ed a capire. In questa progressiva decriminalizzazione o medicalizzazione della criminalità, le donne assassine, anche a causa di abusi subiti da mariti o uomini a loro vicini, erano folli e dietro i loro atti c’erano sempre dei bruti responsabili. Spesso di fronte a omicidi femminili di ex amanti, si processarono le vittime come manipolatori e brutali e non pochi furono i casi di donne di classe bassa impiccate per l’omicidio del marito che riscossero invece simpatia nel popolo. 

Questo cambiamento comportò una nuova categorizzazione secondo cui le donne, cattive e deviate, sarebbero state classificate come pazze. Questo spiega l’aumento dei casi di follia, la nascita dei sanatori e dei manicomi e la relativa scomparsa delle donne dalle scene del crimine. Le donne passive, impotenti, le vittime che Holmes comprende, non denuncia, protegge, dando loro una possibilità di ricostruirsi una vita, seppur all’interno di un sistema codificato e tradizionale, sono le stesse che i tribunali non definiranno colpevoli ma malate. Un cambiamento di percezione che certamente non giovò alle donne: da rinchiuse e schiave in un matrimonio a rinchiuse e schiave nei manicomi.

Conclusioni

Il lavoro di Conan Doyle mal si presta ad essere contenuto in un unico paradigma teorico. Da una parte, assistiamo a prese di posizione rassicuranti nei confronti del fondamento patriarcale, che si concretizza nell’offrire  al suo pubblico quanto voleva leggere, ossia di un eroe intellettuale capace di dissipare tanto il crimine quanto ansie e paure connesse ad esso. Come un vero rampollo dell’Impero britannico, Holmes generosamente, paternalisticamente, aiuta le donne che vengono a chiedere il suo consiglio, spesso mettendosi contro i membri maschi del clan familiare che dovrebbero fungere da tutori ma questo, più che una vera liberazione, finisce per incoraggiare il ritorno ad una sorta di buona amministrazione da parte degli uomini delle loro donne di casa. Dall’altra, è indubbio che molti dei casi del Canone suggeriscono che le fondamenta della “rispettabile” casa britannica siano marce o, quantomeno, fatiscenti; la fonte di tale decadimento è quasi sempre la violenza maschile, spesso derivata dall’abuso di alcool, che serve  a giustificare una filosofia interventista da parte di Holmes.[55] Applicando le regole del positivismo, la cultura si oppone all’incultura. La cultura è identificata nei centri urbani, ergo, le aree rurali sono quelle più pericolose perché distaccate dalle pressioni sociali e legali che pervadono invece quelle urbanizzate: la pressione dell’opinione pubblica in città arriva dove la Legge non riesce. Doyle si sofferma sull’inadeguatezza delle leggi che dovrebbero proteggere le donne, sottolinea il fatto che la violenza domestica non si limita alle classi inferiori e denuncia su questi temi il mancato effetto delle leggi esistenti, quindi forse anche una necessità di una loro riforma; ammette ed evidenzia che l’abuso sulle mogli è un problema a causa non dei principi domestici che promuovono l’ordine patriarcale ma della loro deriva: le femministe in questo periodo chiedevano che donne e bambini avessero uguale protezione dalla legge e le considerazioni di Holmes testimoniano un’autentica necessità di tale protezione. Doyle era lontano dai movimenti femministi che lottavano soprattutto per l’estensione del suffragio con modalità violente, intollerabili e… maschili, verso le quali auspicava, addirittura, azioni di linciaggio, ma, nondimeno, non poteva non far proprie alcune istanze della sensibilità femminista a favore di un più ampio controllo sulla sfera privata, considerato non una violazione della libertà individuale, ma un mezzo per proteggere la libertà stessa dei diseredati. Nonostante gli aspetti più avanguardistici, quali la possibilità di dissoluzione del matrimonio, Doyle rimaneva comunque ancorato all’idea che la struttura familiare, privata e paternalistica, fosse l’unica capace di accudire donne e bambini; andava rivista, rifondata, rinnovata, ripristinata ma non eliminata. L’ambivalenza di Doyle è tale sempre, nelle prime come nelle ultime storie. Al contrario, Holmes, in quanto personaggio, si evolve. Una metafora visiva, particolarmente fragile, che appare in tutta la serie, testimonia questa incapacità di ridurre l’ambiguità: la donna in piedi sulla soglia tra la luce dell’esterno e il buio dell’interno, tra pubblico e privato, visibile e invisibile. La soglia, come le finestre, rappresenta il limen: Conan Doyle invoca e rivaluta una funzione simbolica familiare per le donne nella narrativa vittoriana nella volontà/necessità di (ri)delimitare il confine tra pericolo pubblico e sicurezza domestica. Watson descrive la sua futura moglie, Mary Morstan, in piedi accanto alla Signora Forrester sulla soglia della loro casa: le due figure aggraziate, la porta semiaperta, la luce del corridoio, lo scorcio fugace di una tranquilla casa inglese, contrapposto al “selvaggio, oscuro crimine” che aveva preso Holmes e Watson stesso. La porta semiaperta e la luce del corridoio suggeriscono una permeabilità tra i due mondi che fa paura. L’uso continuo da parte di Conan Doyle dell’immagine ambigua della soglia è l’indice linguistico della crisi dei concetti di “donne” e “casa”. L’apertura della casa allo sguardo del detective comporta, tuttavia, una mutata concezione del ruolo sociale delle donne. Ciò è particolarmente evidente nelle storie che descrivono la criminalità femminile: le donne sono una sfida alle tradizionali concezioni occidentali della verità legate alla trasparenza pubblica, alla visibilità e allo spazio pubblico, supportando l’idea che la trasparenza pubblica coincida con la verità autentica. Così, all’inizio del XX secolo, le storie di Doyle hanno presentato una teoria del genere, della visione e del pubblico molto più composita e sfaccettata di quanto non si immaginasse: esse sostengono l’autorevolezza e la forza dello sguardo e localizzano l’ontologia nell’immagine ma non quando raffigurano donne criminali. In questi casi, la narrativa poliziesca di Conan Doyle prefigura il film noir, in cui le femme fatales rivelano che l’inconoscibile non è significato dall’invisibile ma da una disgiunzione tra il visibile e il reale. La criminale unisce due concezioni di visibilità distinte e contrastanti: nel discorso criminologico, la semiotica immaginaria era intesa come un nuovo potente dominio di conoscenza per la scienza sociale positivista e la scienza empirica del controllo sociale, il consumismo, al contrario, non era centrato sull’osservazione ma sull’immagine. Le donne, sempre più utilizzate nel marketing e nella pubblicità negli ultimi decenni del XIX secolo, comunicavano un messaggio, come nella criminologia, incentrato sulla visione e sul potere ma, mentre i criminologi immaginavano un potere maggiorato dalla visione e dall’osservazione, la retorica consumistica si basava su un potere dell’immagine, vuota, costruita, falsa, non reale. Nondimeno, essere guardate significava detenere comunque una forma di potere e di controllo. Le donne tardo-vittoriane furono sempre più incoraggiate a esercitare il potere attraverso l’immagine e il consumo: l’apparenza. L’assassina di Milverton, pertanto, identificata attraverso una foto pubblicitaria, continuerà a promuovere gli acquisti, il consumo, manifestando tutta la capacità di manipolazione e travestimento del suo genere, che l’uomo vittoriano non riesce a decodificare perché non gli appartiene. Se l’osservazione non consente di identificare la verità dietro una immagine che si rivela opaca e mai cristallina, esiste un problema. Doyle vive in pieno tutte le ambiguità ed i paradossi della questione femminile, non ultima la visibilità improvvisamente espansa delle donne nella sfera pubblica attraverso il consumismo e il femminismo della prima ondata, ma enfatizzandone contemporaneamente l’opacità e l’indecifrabilità. Nel suo barcamenarsi tra figure di donne nuove o più stereotipate, anche la figura maschile ne risulta frantumata. Ecco che, nel tentare una composizione ed un equilibrio forse non sempre possibile, la visione radicale, anticonvenzionale, evoluta di Holmes viene affiancata da quella più tradizionalista di Watson che mette in dubbio costantemente le sue azioni e il pensiero non tradizionale. Watson aderisce alla morale e all’etica del tempo, sforzandosi di rendere Holmes più consapevole degli stereotipi e delle norme comunemente accettati. Watson era il Grillo Parlante, colui che avrebbe garantito Doyle dall’attirarsi le critiche da parte della società vittoriana per le non convenzionalità e la problematicità di Holmes.

Ringraziamenti: il presente studio sarebbe probabilmente rimasto nel cassetto se l’intervista Instagram da parte de “La filosofia di Sherlock Holmes” non avesse dato il LA.

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[1] Rispettivamente nel 1869 e nel 1871

[2] BERY-1892

[3] La soggezione delle donne (1869)

[4] ABBE

[5] TWIS

[6] SECO

[7] Vittoria diventa Regina in virtù della Legge Monastica inglese che dà il trono al primo figlio maschio e, in assenza di maschi, alla primogenita.

[8] Madre di Mary Shelley, autrice di Rivendicazione dei diritti della donna nel 1792.

[9] Married Women’s Property Act

[10] Marriage Divorce Act.  Con questa legge il divorzio viene trattato come una controversia civile. Tuttavia, il tribunale aveva sede a Londra, una restrizione geografica che ha limitato fortemente le persone lontane dalla capitale

[11] ABBE, HOUN

[12] Tra le autrici, portavoce del dissenso, fu Elizabeth Gaskell che nella sua Ruth – che non è una prostituta ma solo una ragazza orfana alla mercè di un mondo di uomini che, nella speranza di migliorarsi, accetta una relazione illecita –  dipinse la donna caduta come capace di sostenere un percorso di  integrazione sociale che reclamò per tutte le fallen woman. Non a caso i suoi libri vennero in alcune provincie inglesi dati alle pubbliche fiamme. Si dovrà attendere  l’Ida Starrdi Gissing (The unclassed, 1884) e la Mrs Warren di Shaw (Mrs Warren’s profession, 1894) perché le donne della letteratura dichiarino di aver dovuto percorrere la via della fallness per fuggire all’indigenza diffusa e alla mancanza di opzioni lavorative alla propria portata.

[13] Si fidanza con la cameriera in CHAS solo per avere informazioni, chiama per nome le donne della classe operaia.

[14] The North American Review 1894

[15] SOLI

[16] GOLD

[17] Guerra

[18] Segdwic. Attingendo al lavoro di Michel Foucault, la Sedgwick ha analizzato le sottotrame omoerotiche nel lavoro di scrittori come Charles Dickens ed Henry James. La Sedgwick sosteneva che la comprensione di praticamente qualsiasi aspetto della moderna cultura occidentale sarebbe incompleta se non avesse incorporato un’analisi critica della moderna definizione omo/eterosessuale. Ha coniato i termini “omosociale” e “antiomofobico”.

[19] Alger Anderson, “Detectives at School: Bertillon’s New Method of Descriptive Portraits

[20] Crime and Criminals

[21] Vedi, ad esempio, quando Watson fa notare a Holmes l’avvenenza di Mary Morstan.

[22] Jann, op. cit.

[23] BLUE

[24] Non a caso la storia preferita da Doyle era SPEC nella quale le istanze imperialiste sono maggiori. I sospetti di Holmes  sono entrambi stranieri e minacciosi. La prima è una banda di zingari, Roylott  legato all’Oriente. Visse per qualche tempo a Calcutta. Holmes è l’eroe e Roylott è il cattivo, Holmes è puro inglese mentre Roylott è contaminato dall’Oriente.

[25] VEIL

[26] REDC

[27] 3GAB

[28] CARD

[29] DANC

[30] SUSS

[31] THOR

[32] REDC

[33] 3GAB

[34] NOBL

[35] WIST

[36] YELL

[37] SIGN

[38] ILLU

[39] SIGN, NOBL

[40] SECO

[41] LION

[42]TWIS

[43] DYIN

[44] La soluzione 7%

[45] Aviram, opp. cit

[46] GREE

[47] THUM

[48] LADY

[49] Aviram op. cit.

[50] ENGR

[51] GREE

[52] HOUN

[53] Lady Hilda, Lady Brakenstall, Nancy Barclay

[54] THOR

[55] In “The Boscombe Valley Mystery”, Holmes scopre che la tenuta di una ricca famiglia del nord è stata costruita sul bottino di una rapina coloniale. John Turner, l’ assassino, ammette di aver costruito la sua ricchezza in Australia con ruberie.

Una fonte importante anche per le mier ricerche

Wilma Neruda, bambina prodigio

L’infanzia della Wilma Neruda. La violinista che conobbe Sherlock Holmes​ ricostruita attraverso la lettura e traduzione di tutte le testimonianze d’epoca.

Wilma Norman-Neruda. Una infanzia da bambina prodigio.

Avatar di Vera Mazzotta SiteVera Mazzotta

Vihlelmine Norman Neruda è stata forse una delle più grandi violiniste di età vittoriana arrivate al successo in giovanissima età per il precoce manifestarsi di un grande talento musicale prontamente sostenuto e coltivato dalla sua famiglia.

Per lei, come per il caso dei Mozart, si puo’ parlare di Wunderkind termine che compare fin dal 1873 per indicare proprio la precocità di un talento per lo più musicale.

Wilma[1] nasce il 21 Marzo del 1838 a Brunn, l’attuale Brno, da una famiglia di musicisti. Il capostipite della famiglia Neruda era Jacob, originario di Praga e morto nel febbraio del 1732. I suoi due figli, Johann Chrisostomus e Johann Baptist Georg avevano raggiunto una buona posizione nel mondo musicale: il maggiore si era distinto come violinista e, dopo aver preso i voti, come noto Maestro di coro, J.Baptist, il minore, invece fu Kappelmeister dell’Elettore di Dresda ruolo che ricoprì per oltre…

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