Wilma Néruda nei ricordi di Helena Nyblom

di Vera Mazzotta

Helena Augusta Nyblom nacque a Copenaghen nel 1843 ed era la figlia di Jörgen Roed, Professore d’arte all’Accademia di Copenaghen, e di Amelie Amanda Kruse. Jorgen e Amelie come molti esponenti del loro ceto, spesso organizzavano saloti e ricevimenti nelle loro casa che consentirono ai loro figli di venire a contato con artisti, scrittori e i musicisti tra i più importanti dell’epoca.

Anche dopo il matrimonio con Carl Rupert Nyblom (1832-1907) letterato e membro dell’Accademia, Helena trasformò la sua casa di Uppsala in un punto di ritrovo per artisti contemporanei provenienti da tutta la Scandinavia, attirati dalla sua intelligenza vivace e dalla sua abilità nel suonare il pianoforte che ispirò i compositori Wilhelm Peterson-Berger e Emil Sjögren.

Nonostante la posizione, la famiglia Nyblom che contava sei figli, si trovò ben presto a dover risolvere diversi problemi di carattere finanziario e questo fu uno dei motivi per cui Helena iniziò a scrivere come critico prima e come autrice poi, sia opere teatrali che fiabe. Poco prima di morire pubblicò un libro di ricordi – i miei ricordi di vita

La mia insegnante di musica, la signorina Anna Bruun (la seconda moglie di Vilhelm Bissen) era così gentile da portarmi con sé a questi concerti. Di solito si davano, credo, tre concerti sinfonici ogni inverno e alcuni concerti minori di musica da camera. In questi concerti sentii due dei più grandi solisti del tempo: Clara Schumann che suonava il pianoforte, e Wilhelmina Neruda, che con i suoi fratelli, Franz e Marie Neruda, suonava in trio per violino e violoncello. Il modo di suonare di Clara Schumann fece una forte impressione su di me perché aveva traccia dell’arte pianistica dei virtuosi moderni e suonava solo la migliore musica sempre con lo spartito.

Wilhelmina Neruda era una ragazza molto giovane, quando si esibì per la prima volta a Copenaghen. Si era appena fidanzata con il compositore svedese Norman e suonava con entusiasmo anche canti popolari svedesi arrangiati per due violini e violoncello. Ricordo ancora chiaramente con quale vivacità e splendore suonava quello che lei preferiva: “Mandom, mod och morske män”.

Non era bella ma aveva un volto particolare, tipicamente slavo contornato da una folta e riccia capigliatura ed aveva una bella e giovane figura e le braccia e le mani più belle. L’ho sentita suonare molte volte, e lei era tra quegli artisti che andando avanti nel tempo, suonavano meglio fino a quando oramai anziana raggiunse l’apice della sua arte. Non ho mai visto nessun violinista portare l’arco con tanta bellezza e libertà come lei; quando lo sollevava, si vedeva che ne sarebbe scaturito qualcosa di meraviglioso e non si rimaneva mai delusi. Quando una volta chiesi a suo fratello Franz Neruda:

“Wilhelmina Neruda suona sempre così bene?”

rispose nel suo modo originale, incisivo:

“No, suona anche meglio!”.

Quando diede l’ultimo concerto a Stoccolma (allora aveva già settant’anni), suonò tra l’altro il Trillo del Diavolo di Tartini in un modo tale che i violinisti presenti dicevano che era OLTRE quello che avevano sentito prima.

Lei aveva, come tutti i migliori esecutori, il massimo rispetto per l’opera del compositore. Tutti i buoni compositori hanno capito come indicare i loro pensieri con segni chiari. Dovrebbe quindi essere il primo dovere dell’esecutore osservare ognuno di questi segni. Beethoven era così attento a tutti i dettagli, che non gli piaceva che si suonassero le sue composizioni a memoria perché si poteva facilmente dimenticare o trascurare qualcosa. È diventato comune parlare di “’interpretazione personale”, quando si valuta l’esecuzione di un pezzo musicale.

— Cosa si intende con questo? —

Se è un’interpretazione diversa da quella che il compositore ha desiderato, si dovrebbe piuttosto chiamarla “un’interpretazione folle”.

È dovere dell’esecutore di osservare con la massima puntualità tutto ciò che il compositore ha suggerito per avvicinarsi il più possibile ai suoi pensieri. Per prima cosa bisogna supporre che davvero poche persone (si può tranquillamente dire nessuno) hanno una sensibilità e una correttezza musicali più forti di quella che ebbero un Beethoven, un Bach, un Chopin quando composero le loro opere e anche quando si deve interpretare un brano di un compositore meno illustre, sono comunque, alla fine dei conti, le sue idee quelle che chi suona deve eseguire pertanto deve adattarsi a ciò che è indicato. È altrettanto sbagliato cambiare i segni in una composizione come lo sarebbe cambiare le parole in una poesia che si deve recitare

La ragione è nel fatto che l’esecutore pone l’accento su sé stesso e sulla sua prestazione ma per diventare un grande artista si richiede oltre al talento (conditio sine, qua non) una vera modestia ossia la capacità di poter arretrare davanti a colui che ha creato l’opera d’arte, ed è questa ammirevole modestia che tutti i migliori artisti hanno avuto in comune. Wilhelmina Neruda la possedeva alla perfezione.

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