Broadwood…il pianoforte di Sherlock Holmes!

DI VERA MAZZOTTA

https://trove.nla.gov.au/newspaper/article/174576853/20440746

Sir Charles Hallè adorava il suo Gran Coda Broadwood, forse anche perchè sapeva che, nel 1818 Beethoven ne aveva ricevuto uno che, dicono avesse preferito al suo Erard…. o forse semplicemente perchè furono tra i primi costruttori a sperimentare costantemente per migliorare la qualità e la portata del suono che fin dal 1852 a lui sembrava di gran lunga più ricco e bello di quello degli Erard, con una qualità di suono sempre uguale e costante dal pianissimo sino al fortissimo (Lettera di Halle a H. Broadwood). Per questo per il Centenario della nascita di Beethoven, celebrato a Bonn nel 1871, Hallè scelse un Gran Broadwood e sempre questo fu il pianoforte sul quale eseguì per la prima volta a Londra, l’integrale delle Sonate di Beethoven. Chopin suonò su un Broadwood, anzi, spesso nella residenza di Broadwood che forse aveva conosciuto a Parigi, anche se rimase fedele ai Pleyel e così Liszt nel 1886 e anche la Regina Vittoria ne acquistò uno, lo stesso in cui suonò con Mendelssohn… Broadwood fu una delle case più conosciute e diffuse e, dal 1878 ebbe tra i suoi fidati clienti anche Alma Tadema,  , Edward Burne – Jones, William Morris, Elgar, Sir Henry Irving, Joseph Joachim che prese uno a noleggio un semi-gran nel febbraio del 1885, poi rivenduto ad ottobre a Theodore Waterhouse, e …

Sir Arthur Conan Doyle: verso la fine del 1897 Arthur e sua moglie Louise si trasferiron nella loro nuova casa, ‘Undershaw’, una sontuosa villa in mattoni rossi che rifletteva la fama e lo status del suo proprietario, progettata per ricevere ospiti, con una grande sala biliardo adornata di disegni originali di Sidney Paget delle storie di Sherlock Holmes, una sala da pranzo capace di ospitare trenta persone, undici camere da letto, alloggi per i domestici; tutte le stanze al piano terra, compreso lo studio di Conan Doyle, erano rivolte a sud con vista su una valle e una brughiera e, nel salotto rivestito di legno, c’era un pianoforte, un piccolo Broadwood verticale, per Touie….Solo la sua seconda moglie ottenne di avere il Gran Coda!

Certamente anche Sherlock Holmes, se avesse avuto posto per un pianoforte, avrebbe avuto un Broadwood!

Come scrisse il figlio maggiore di Charles Hallé….

Niente, però, allontanava mio padre per molto tempo dal suo amato pianoforte: ovunque andasse per le sue vacanze, i signori Broadwood gli mandavano uno dei loro grandi strumenti, e quante risate abbiamo avuto nel vedere tutta la popolazione di pescatori di qualche località di mare uscire per trascinare la grande cassa fino alla casa che mio padre avrebbe preso. Cowes fu per molti anni la sua località di vacanza preferita prima una casetta a East Cowes, e poi Egypt House, West Cowes, un posto delizioso con un giardino che scendeva fino al mare, all’epoca una scuola, ma mio padre la prendeva durante i mesi di vacanza – agosto e settembre. Qui il pianoforte, con molti ‘yo heave-hos’ e altri suoni…veniva portato e poi era delizioso nelle calde notti estive sedersi in giardino o sul muretto che si affacciava sul mare, e sentire la Sonata ”Al Chiaro di Luna” e altre, suonate come solo mio padre sapeva fare.

Chi si occupava a Londra di accordare e di tenere a punto questi strumenti? Chi era il ‘‘Mauro Buccitti” 🙂 della situazione?quello che risolveva ogni problema, che accontentava ogni pianista? che accordava i pianoforti a seconda dei tre diversi pitch dell’epoca ( tutti alquanto più alti rispetto al nostro 440)? Alfred James Hipkins, tecnico, accordatore e anche ottimo pianista, noto agli artisti come al pubblico dal lontano 1851, quando, poco più che trentenne, venne assunto per supervisionare l’accordatura dei 4 pianoforti inviati alla Great Exhibition, ogni mattina presto, e più tardi, nel corso della giornata, mentre le folle cominciavano a radunarsi, far conoscere i pianoforti a coda Broadwood incantando il pubblico con la musica di Chopin.

RICEZIONE DI SIR CHARLES HALLE.

Il London Daily Telegraph del 3 aprile dice: — “L’accoglienza di ieri a Sir Charles e Lady Hallè alla vigilia della loro partenza per l’Australia presso i locali della ditta Broadwood e Sons, in Great Pulteney-street, è stata un brillante successo. Le stanze, piene di ricordi di artisti musicali che hanno acquisito fama durante gli ultimi due secoli, erano elegantemente decorate con gruppi di palme e fiori, sopra i quali erano intrecciati bandiere della Gran Bretagna, Australia, Germania e Austria, che sovrastavano uno scudo con la scritta: ‘ I Migliori auspici per la salute, la felicità e il sicuro ritorno di Sir Charles e Lady Halle!’ Sotto c’era il motto: ‘Sii prospero in questo viaggio, come in tutti’. I visitatori sono stati ricevuti da Mr. H. J. T. Broadwood e Mr. E. Rose, come rappresentanti della ditta. Mr. A FAIRBANKS S. ROSE, presso Messrs. Gordon e Gotch, Melbourne, sarà lieto di dare qualsiasi ulteriore informazione riguardante i pianoforti Broadwood.”

Ecco che Hallè, per il tour Australiano, trovò uno sponsor proprio in Broadwood, prince of pianoforte makers, che gli fornì a noleggio due splendidi pianoforti, specially made by Broadwood, trasportati ovunque andassero insieme ad una persona di fiducia per tenerli accordati. D’altra parte Hallè sapeva che, difficilmente in Australia avrebbe potuto trovare dei pianoforti adatti e sapeva bene che portare un pianoforte di quelle dimensioni, portato persino in chiesa per accompagnare una funzione domenicale, sarebbe stato un incentivo per il pubblico.

Wilma Neruda e il concerto …sotterraneo

#accaddeoggi

di Vera Mazzotta

Bendigo fu al centro di una delle più emozionanti corse all’oro mai viste! Furono due donne, la signora Ferrell e la signora Kennedy – mogli di due lavoratori di una proprietà pastorale – a trovare per prime delle pepite d’oro mentre erano chinate al Bendigo Creek a lavare i panni. Era il 1851 e in pochi giorni l’ annuncio della scoperta spinse i coloni a tentare la fortuna.

A dicembre del 1851, c’erano 800 minatori a Bendigo Creek! dopo sei mesi, il numero aumentò a 20.000. Bendigo produsse oltre 700.000 kg di oro tra il 1851-1954 e quando le quantità in superficie diminuirono, i cercatori cominciarono a seguire i filoni sotto sotto terra: più di 5.000 miniere d’oro registrate, almeno 140 pozzi superarono i 300 metri di profondità, 67 superarono i 600 metri e 11 superarono i 1.000 metri.

Bendigo nel 1918

Già durante il primo tour australiano Wilma e Charles vennero a contatto con il mondo delle miniere d’oro, anzi, Wilma fu omaggiata più volte con piccole pepite d’oro in occasione dei concerti a Ballarat da parte dell’Associazione dei Minatori i quali, già allora, si offrirono di condurre i musicisti a vedere le miniere. L’occasione si presentò il 6 agosto dell’anno successivo quando Sir Charles e Lady Hallé, insieme alla nota cantante Marie Fillunger, in tour con loro, furono ospiti di Sir George Lansell di Bendigo nella sua dimora Fortuna villa acquistata nel 1871, una delle più opulenti e particolari esempi di architettura Vittoriana! George Lansell era un uomo di umili origini, nato nel 1823 a Margate, nel Kent, a 14 anni aveva lasciato la scuola per aiutare suo padre Thomas, droghiere e fabbricante di sapone e candele. Da adulto, acquisì grande conoscenza della lavorazione del sapone e delle candele che decise di seguire suo fratello che si era trasferito a Bendigo, come molti, attirato dalla febbre dell’oro. Per anni i fratelli scavarono mantenendosi con i proventi della loro fabbrica itinerante di sapone e candele. George fu tra i primi a capire che l’ oro in superficie si sarebbe presto esaurito pertanto, nel 1855 decise di cominciare a scavare dove alcune vene di quarzo sembravano affiorare a pelo di terra e quella intuizione fu la sua grande fortuna.

George Lansell divenne The Gold King!

Ottimamente accolti, i musicisti furono accompagnati a vedere le collezione di Lansell che non aveva badato a spese nell’arredamento e negli acquisti per rendere...confortevole la sua dimora per sè e i suoi sei figli: tende, tappeti, cornici, quadri, statue, caminetti che sembravano spuntare dal nulla e, apparentemente nessuna finestra tanto era piena di oggetti messi ovunque per far risaltare immediatamente la ricchezza ed il lusso! Successivamente, Sir Lansell accompagnò i musicisti con altri ospiti, a vedere il 222 ….la miniera 222 che fu esplorata in lungo ed in largo nei diversi livelli!

Il giorno dopo il Melbourne Evening Standard uscì con un divertente titolo : Omaggio ad Apollo nelle viscere della terra. Wilma e Charles, come d’uso, vennero invitati a metterne alcuni abiti sopra i propri per preservarli. Pare che Hallè scese con una stazzonata giacca di tela…a conchiglia abbottonata su pantaloni altrettanto larghi ed un cappello di feltro che gli dava un’aria sbarazzina. Lady Hallè, sempre alla moda, invece, faceva la sua figura nonostante un abito stampato blu, una specie di berretto da tennis di feltro e dei guanti scamosciati…in verità anche i loro più ardenti estimatori avrebbero avuto difficoltà nel riconoscerli!

Così vestiti, a 2500 piedi sotto la superficie la situazione sarebbe anche potuta sembrare strana, impressionante o perfino solenne, ma, in realtà era solo alquanto buffa e poi Lady Hallé prese due candele e tenendone una come violino e l’altra a mo’ di arco iniziò a suonare uno Scherzo su quel violino improvvisato, immediatamente seguita da Charles che trovò in un robusto tronco di eucalipto per valido pianoforte su cui accompagnare la moglie…entrando pienamente nello spirito del Divertimento! Niente avrebbe potuto propiziare meglio Apollo di questa esplosione di gioia folle, di questo concerto senza musica nelle viscere della Terra!

La sera dopo, il Concerto, quello vero, fu accolto da un pubblico numerosissimo… L’interpretazione di questa sonata ( Kreutzer di Beethoven) da parte di Sir Charles e Lady Halle è stata semplicemente divina e ha lasciato una profonda e duratura impressione sui loro ascoltatori. L’ultima nota del finale è stata accolta da un applauso forte e prolungato e più volte i musicisti stati richiamati sul palco

L’esecuzione di Lady Halle del Trillo del Diavolo è stata veramente meravigliosa: si dice che ci siano solo tre virtuosi viventi che possono darle una giusta interpretazione, cioè Lady Halle, Joachim e De Sarasate…

È seguito un entusiastico applauso, ed è stato richiesto dall’intero pubblico un bis, al quale Lady Halle ha gentilmente acconsentito presentando uno “Studio” per violino solo (Fiorillo) che è stato estremamente brillante

Dopo gli assoli di Hallè, gli ultimi assoli di Wilma… Il Moto Perpetuo (Fanz Ries). Quest’ultimo numero non potrà mai essere dimenticato: meraviglia perfetta di destrezza nella mano sinistra, abilità e grazia in quella dell’ arco per cui è stato applaudito con entusiasmo..

https://trove.nla.gov.au/newspaper/article/89006214#

https://www.abc.net.au/local/photos/2015/07/07/4269010.htm

Villa Fortuna fu salvata dall’essere demolita dopo la morte di Mrs Lansell ed oggi è proprietà privata ma visitabile

Un omaggio a Wilma

Durante il viaggio verso l’ Australia del 1891 Wilma stupì passeggeri e quanti l’accompagnavano vestendo il cappello bianco degli Universitari di Uppsala…

così scrissero a febbraio i giornali australiani riportandone la storia:

Trent’anni fa la famoso violinista stava suonando con la sorella Maria e il fratello Franz alla città universitaria di Uppsala e il suo stile entusiasmò così tanto un giovane studente presente che si tolse il cappello bianco tanto amato dagli studenti e, riempiendolo di rose, lo presentò a Wilma Neruda come omaggio al potere della sua arte. Quando Wilma, oramai Lady Hallè, tornò di nuovo a Uppsala nella sua ultima visita in Svezia e Norvegia, incontrò lo stesso studente, ora noto professore, gli disse quanto ancora apprezzasse ancora il cappello bianco da studente che ancora oggi, a volte, indossa tanto da essere, durante i suoi viaggi da e per Australia, fonte feconda di commenti e di sorpresa per i suoi compagni di viaggio. 

Wilma ed i suoi fratelli suonarono ad Uppsala nel 1862 e 1863 per la prima volta per la Orfei I Drängar, la Società dei Cantori di Uppsala, fondata dal tenore Jonas Widén nel 1853.

Accadde oggi: matrimonio e viaggio di Nozze di Lady Hallé.

VERA MAZZOTTA

Roma e Napoli nel 1889

Wilma Norman Néruda e Charles Hallè si conoscevano sin dal 1849, quando il pianista aveva invitato la bambina morava a suonare nei Gentlemen Concert di Manchester. Quella  bambina, crescendo, si era trasformata in un talento del violino e fin dal 1869, quando aveva deciso di  trasferirsi definitivamente in Inghilterra, i due avevano stretto un profico rapporto di lavoro. Tuttavia, fin dall’inizio il loro rapporto si profilò non solo come un  partenariato artistico, i due musicisti, suonando insieme, rafforzarono il loro legame e già dal 1870 era evidente che, se avessero potuto, sarebbero convolati a nozze, Charles infatti era oramai vedovo da 20 anni e nutriva un affetto profondo nei confronti della donna testimoniato da alcuni versi a lei dedicati. Tra il 1876 e i 1877 la violinista fu costretta a lunghi soggiorni tra Como, Genova e Venezia a causa della tubercolosi e Charles, in vacanza con la numerosa prole avuta dal suo primo matrimonio, passò a trovarla portandole conforto in un momento in cui temeva tanto per la sua salute quanto per la sua carriera che era per lei unico sostentamento. Le lettere che il pianista spedì ai figli di lei, in particolare al giovane Ludvig che nel 1881 aveva intrapreso i suoi studi artistici  ad Anversa, evidenziano un rapporto fatto di affetto e stima. I due musicisti cominciarono ben presto a tenere numerosi concerti anche  ad Hagen, città natale di Hallé, fin dal 1878, che tuttavia avevano l’apparenza di essere fatti per nascondere soggiorni di natura molto privata tanto da suscitare, anche allora, non poche congetture. Quasi certamente, complice la vita fatta di continui viaggi per concerti, i due musicisti vivessero more uxorio ma Wilma rimaneva una donna sposata,, per quanto separata, e la sua profonda fede cattolica non le avrebbe mai permesso di accedere al divorzio che, infatti, non è attestato in alcun documento. Wilma Nèruda in realtà si era definitivamente allontanata dal suo primo marito fin dal 1868 e aveva deciso di portare con sé i suoi due figli mandandoli a scuola a Brunn, sua città natale. Quando nel 1885 Norman morì era questione di tempo perché Wilma e Charles decidessero di fare il passo definitivo: entrambi erano vedovi, avevano carriere avviate, erano economicamente indipendenti,  maturi  e, in un certo qual modo, erano di reciproca ispirazione l’uno per l’altra, inoltre, avevano entrambi figli grandi. La notizia della loro unione circolava da molto tempo  tanto che, scherzosamente, Wilma Néruda da alcuni buontemponi veniva chiamata Lady Luja perché ritenuta inseparabile dalla sua metà…Hallé, ma il pianista voleva evitare voci ed illazioni che avrebbero potuto nuocere alla reputazione tanto che quando venne a sapere che un giornale aveva pubblicato la falsa notizia del loro matrimonio nell’ottobre del 1885 in aggiunta ad una loro foto insieme esposta in vetrina, senza che Forsyth, il manager, fosse intervenuto per smentire la cosa, si infuriò. Il 28 maggio del 1888 la coppia, alla presenza di familiari ed degli amici più cari tra cui  Joachim, Alfredo Piatti e Clara Schumann e l’immancabile Principessa Alexandra del Galles decise però  festeggiare il fidanzamento con una cena rimasta storica anche per il brindisi che la futura Regina, grande amica della violinista fece alla coppia.

Il Cavalierato.

Il 1888 fu un anno importante nella vita di Charles Hallè che si avviava verso i 68 anni. Prima giunse nella sua casa una importante lettera del Primo Ministro, Lord Salisbury, nella quale si comunicava che la Regina, che da poco aveva festeggiato il giubileo e voluto che gli Hallès al completo partecipassero alla consueta processione, aveva deciso di nominare il pianista Cavaliere per i suoi meriti artistici: prima di lui soltanto altri due musicisti stranieri, Michael Costa e Julius Benedict, avevano avuto questo onore…Ed il titolo non era immeritato: riconosceva ad Hallé quarant’anni di duro lavoro volto a costituire orchestre professionali che regolarmente, dal 1857, avevano cominciato ad esibirsi  in tutto il paese diffondendo le opere di musica da camera e contribuendo ad innalzare così anche i livelli culturali della popolazione. Così, il futuro Sir Charles con la famiglia al seguito, riprese il treno per Windsor stavolta per partecipare alla cerimonia di investitura. Tutti coloro che erano stati nominati erano stati schierati di fronte alla Regina che troneggiava di fronte a loro con una spada poggiata su un cuscino color cremisi; al segnale del Maestro di Cerimonia, uno alla volta, avanzavano per inginocchiarsi di fronte alla Regina che dopo averli toccati tre volte sulle spalle chiamandoli con il loro ‘’nuovo nome’’ esclamava

Rise up, Sir Charles, Alzati Sir Charles

Fu una cerimonia toccante ma non priva di alcuni momenti di ilarità. Fra i nominati non c’era solo chi, come Hallè, era vicino alla Casa Reale ma anche persone investite per motivi politici, tra cui un gentleman australiano che, arrivato il suo turno, si inginocchiò come in preghiera. La Regina, non riconoscendo il gentleman,  chiese al Cerimoniere come si chiamasse e questi, a sua volta, fece la stessa domanda all’australiano che rispose, in preda all’emozione…

L’ho dimenticato!!  E così il Cerimoniere riferì alla Regina che, senza perdersi d’animo disse

– Rise up, alzati Sir Nyum Nyum!  ed il malcapitato, da allora e per sempre rimase Sir Nyum.

Le nozze.

Pochi giorni più tardi, il 26 luglio, Hallè e Wilma Nèruda convolarono a nozze sotto gli sguardi dei figli di lei  e della numerosa prole di lui. Come il pianista ebbe modo di scrivere a Broadfield[1], senza la presenza costante della donna, la sua vita gli sarebbe sembrata certamente inutile, vuota e priva di senso. Dal racconto che anni dopo ne fece Gustav, il minore dei figli di Hallè, da poco rientrato dal Sud Africa, si evince che il padre aveva parlato della sua intenzione di sposare Madame Nèruda soltanto pochi giorni prima, quando il matrimonio era oramai organizzato. Ovviamente, era un matrimonio che Gus non avrebbe potuto in alcun modo impedire e che suo padre aveva tutta la libertà di contrarre ma che, per lealtà nei confronti di sua madre comunque il giovane non si sentiva di approvare. Fu una cerimonia privata quella che si tenne al Brompton Oratory[2]. Era un giovendi mattina e la piccola folla inconsapevole che attendeva la messa giornaliera aveva intuito, dall’eleganza dei convitati, che si sarebbe celebrato un matrimonio: allora come oggi, attendeva impaziente l’ingresso della… giovane…sposa.. E il momento arrivò. La processione nuziale fu accolta da un un mormorio che lentamente, pervase tutta la navata: a marciare verso l’altare non erano le giovani figlie di Hallé piccoline di statura e accompagnate dai due fratelli, Neruda alti e statuari come Vichinghi, bensi un uomo di quasi 70 anni e la sua compagna di quasi 50! Al termine della celebrazione Hallè diede una sovrana al giovane Gustav  insieme al testo della notizia perché la portasse al Times in modo che la pubblicasse il giorno successivo, ma non fu una cosa facile. Il giovane fu costretto a passare da almeno una dozzina di parrucconi del giornale attestando la sua buona fede e la veridicità della notizia con il fatto di essere il figlio del noto pianista: la gente perbene, si sentì rispondere, non avrebbe mai dovuto giocare di queste sorprese al pubblico!  Ed il 28 luglio il Manchester Guardian comunicò che

  • Among the many marriages soleminsed in London yesterday was that of Sir Charles Hallé and Madame Norman Neruda, at the pro cathedral.

Dopo la cerimonia ecclesiastica i pochi invitati furono intrattenuti nella casa coniugale con una semplice colazione alla quale non potè mancare la Principessa Alexandra che, da molti anni, aveva con Wilma Norman Nèruda un legame speciale e di amicizia. La coppia sarebbe dovuta partire di lì a breve per Vienna ma fu costretta ad affrontare, alla fine della giornata,  il momento in cui si ritrovò seduta a tavola, ancora imbandita per la piccola festa, con tutti i figli accanto. E fu allora che il giovan Gus, irritato per non essere stato messo al corrente per tempo delle nozze, disse che non avrebbe consentito che suo padre consumasse a cuor leggero la sua luna di miele, anzi, la sua prima notte di nozze, in casa. Hallè propose allora di starsene fuori per una quindicina di giorni e Gustav rispose che allora lui ne avrebbe approfittato per prendere un  bel box in un qualsiasi teatro a loro spese sino al loro rientro. Hallè accettò e il giovane…per far pagare al padre il fatto di averli tenuti tuti all’oscuro, festeggiò ogni sera in un teatro differente portandosi dietro tutti gli amici che poteva, e ad Hallè non rimase che pagare il conto.

In quella occasione, Charles e Wilma fecero un viaggio familiare raggiungendo la sorella di Wilma, la violinista Marie, a Gleichenberg e successivamente, Parigi, Vienna e qualche giorno in casa dei Sartoris ma fu comunque un viaggio inframmezzato da concerti privati: il vero viaggio di nozze, liberi da impegni familiari oltre che lavorativi fu quello dell’anno successivo. La meta, la classica meta dei viaggi di nozze: l’Italia!

La Luna di Miele in ritardo.

Hallè era stato in precedenza in Italia, a Venezia e a Roma in autunno, quando le città italiane erano piene di gente. Aveva al seguito anche i figli più grandi con i quali viaggiava in treno e fu forse allora che la sua pazienza venne messa a dura prova da situazioni non infrequenti in Italia (sic!!): ponti rotti e, ovviamente, quello che non sopportava: treni costantemente in ritardo[3]. Quel viaggio gli costò l’arrivo a destinazione dodici ore dopo l’orario previsto, dodici ore portati in giro su rotaia per tutta l’ Italia, passando per Ancona e poi di nuovo verso una regione dall’aspetto romantico ma desolato dove l’unico cibo che riuscirono a procurarsi per fu caffè scadente, mele acerbe e uva. Eppure, nonostante tutto, il pianista non aveva esternato in alcun modo la sua rabbia o la sua stizza: dopo dodici ore, forse, non ne aveva neanche la forza…solo una sua frase laconica, un desiderio, espresse il suo disappunto

Come vorrei essere ora su un bel vagone ferroviario in viaggio da Londra a Manchester!

Una considerazione questa che, a detta dei suoi figli maggiori, esprimeva al meglio cosa pensasse dell’Italia, dei ponti rotti, dei torrenti in piena e degli abusi e ritardi delle ferrovie. Ci vollero due giorni a Roma alle cure dei proprietari di allora dell’Hotel Angleterre di Roma per fargli dimenticare il malumore e quel viaggio allucinante[4].

I  non proprio, Novelli Sposi, trascorsero in Italia due settimane, indicativamente tra il 5 ed il 22 aprile del 1889. Il racconto di queste giornate da turisti è quello, un po’ schematico e a volte frettoloso, fatto dallo stesso Hallè nelle lettere spedite dalle diverse località ai suoi figli. Tutta l’organizzazione del viaggio, come anche delle successive tournèè, fu opera del pianista: Wilma, pur essendo una persona che aveva rotto ben più di una convenzione, rimaneva una donna che non amava interessarsi di politica e, stranamente, neanche di questioni femminili e che nel matrimonio con Hallé, dimostrò di affidarsi completamente come nel più tradizionale dei matrimoni vittoriani. Dal canto suo, Charles si era preparato, e, probabilmente aveva preparato anche la sua metà, al ritardo cronico dei treni itliani, invece, in questa occasione, e …considerato il carattere forte della donna, diremmo …per fortuna…rimase piacevolmente sorpreso dalla puntualità. Ovviamente, l’albergo scelto non poteva che essere l’Hotel D’Angleterre che, in via Bocca di Leone, dominava il quartiere inglese di Roma. E la Roma che accolse gli Hallè era ben diversa da quella del 1870! La prima cosa che colpì Sir Charles fu il progresso che avevano fatto gli scavi archeologici ed i molti nuovi rinvenimenti, era per lui incredibile il pensiero che tutte quelle nuove statue neanche pochi anni prima si trovavano sottoterra! Il Foro, il cui scavo era iniziato all’alba della Repubblica Romana del 1849, il Colosseo, dopo le recenti scoperte, agli occhi del tedesco, non sembravano più gli stessi, anche il Vaticano e i suoi dintorni si presentava diverso, del resto, Porta Angelica era stata abbattuta e  non era l’unico monumento caduto sotto le mani del Re Picconatore, Villa Ludovisi, Palazzo Altoviti, il Teatro Apollo sul Tevere, Palazzo Piombino che chiudeva Piazza Colonna, tanto per ricordare alcuni luoghi, l’avevano preceduta e seguita: Roma sembrava, ma in realtà era, una città che stava cambiando veste per essere all’altezza del nuovo ruolo di Capitale. In realtà, la situazione generale di quell’aprile del 1889 non era semplice: le condizioni economiche della città erano difficili, il governo sempre alle prese con la ricerca di soldi e da mesi gli operai erano in tumulto per le condizioni miserevoli in cui erano costretti a vivere e a lavorare[5].

Charles aveva programmato di soggiornare qualche giorno nella Capitale, spostarsi successivamente a Napoli e a Pompei e di tornare a Roma per Pasqua. L’Hotel era certamente confortevole ma il tempo inclemente, anzi, atroce: vento e pioggia incessante che, ovviamente, i due cittadini londinesi, non si aspettavano di trovare nel Paese del Sole! La centralità dell’Hotel consentì ai due musicisti per prima cosa di passeggiare nei dintorni: Piazza di Spagna con la Barcaccia in restauro, Trinità dei Monti, la zona di Piazza del Popolo,

S. Pietro, parte del Vaticano, il Colosseo, con la sua vecchia fontana, la Meta Sudans

Il Pantheon, che finalmente poterono ammirare privo delle vecchie cancellate tra le colonne e le ‘’orecchie d’asino’’ di Bernini, foto 8 il Campidoglio con i suoi due musei[6], il Foro Romano, foto 9 il Foro Traiano, scavato per ordine di Napoleone che con l’abbattimento di alcuni edifici medievali considerati privi di interessi mise in luce il settore centrale della Basilica Ulpia ed il peristilio intorno alla colonna poi sistemati da Papa Pio VII dopo il suo ritorno a Roma. Certamente, durante questa prima passeggiata Wilma e Charles avranno quantomeno intravisto quel che rimaneva del perimetro del foro di Nerva, le Colonnacce con il loro Antico Forno,

il Tempio di Venere e Roma in lontananza. Successivamente, con la loro carrozza,  si spostarono verso Tempio di Vesta che certamente forse videro circondato da carretti e buoi nell’allora Foro Boario, foto 11 e ovviamente anche l’antistante Santa Maria In Cosmedin

e San Paolo fuori le mura, una grande quantità di  archi trionfali[7], e l’immancabile Fontana di Trevi[8] forse vista nel rientro in albergo. Certamente, anche se Sir Charles non lo nota, è molto probabile che i due, oltre per ammirare la maestosità della Fontana Romana, abbiano provato la tradizione che in quegli anni prendeva piede di lanciare la monetina nella fontana dandole le spalle, tradizione inventata dall’archeologo Helbig[9] di stanza a Roma proprio in quegli anni, una sorta di rito propiziatorio per augurare ai suoi ospiti, amici e connazionali, il ritorno nella città Eterna e lenire la malinconia di dover lasciare una città così bella. Helbig rimaneva a Roma ma per i tedeschi che partivano quella era una tradizione che si allrgò a macchia d’olio. Helbig tuttavia, non aveva fatto altro che rinvigorire una tradizione antichissima a Roma, quella di gettare un obolo nei pozzi per accattivarsi il favore delle divinità alla vigilia di un viaggio ma anche celtica. Ma Wilma e Charles nelle loro passeggiate romane non si affidavano al caso, avevano una guida, un personaggio che, a detta loro, vantava un’intima conoscenza con il Cardinale Mannig[10]: il Principe Jerome, cugino di Napoleone III grazie al quale i musicisti poterono (intra)vedere i Reali Italiani spostarsi  su tre carrozze distinte perché lui, ne conosceva le abitudini.

 Il 7 aprile fu  dedicato  anche alla visita del Quirinale con le sue stanze che apparvero belle, ma fredde e impresonali! Il 9 aprile la pioggia incessante dalla mattina alla sera costrinse gli Hallé a fare  visite al chiuso ricorrendo all’aiuto di Mr William Bliss, inglese noto per il suo lavoro presso l’Archivio Vaticano che trascorreva gran parte dell’anno proprio nella Capitale.[11] Hallè racconta alla figlia che arano arrivati allo studioso grazie ad una lettera di Lady Herbert[12] anche lei amica del Cardinale Manning e, indirettamente, degli Hallé. Grazie a Bliss gli Hallè furono condotti a visitare  parte della Biblioteca e degli Archivi che di norma non venivano aperti a nessuno,[13] i Musei Vaticani, in particolare il Museo Pio Cristianole Stanze dei Borgia che, con i loro affreschi di Pinturicchio rimasero particolarmente impresse ai due musicisti grandi amanti dell’arte, e un antico manoscritto  della vita di San Giorgio miniato da quello che allora si credeva essere  Giotto.[14]

Dopo pranzo fu la volta della visita a Lord Dufferin, ambasciatore a Roma e  al Vescovo di Trebisonda al quale Hallè si rivolse nella speranza di una udienza privata con il Papa e di una chiacchierata con l’archeologo Sir Charles Thomas Newton, già console di Mitilene e di Roma, noto al mondo come scopritore dei tesori di Alicarnasso e  per aver  arricchito le collezioni archeologiche del British Museum. Gli Hallè avevano intenzione di partire il giorno stesso per Napoli dove avevano già prenotato delle camere al Grand-Hotel[15]ma alcuni connazioniali di ritorno dalla cittadina li avvisarono che lì c’erano stati dei casi di febbre tifoide di cui uno mortale.

Così, dispiaciuto per questo ennesimo inconveniente che si aggiungeva al cattivo tempo di Roma, Hallé passò gran parte del giorno successivo a cercare camere in un Hotel differente. Nell’attesa di avere risposta dall’Hotel Bristol, mercoledi 11 aprile Wilma e Charles fecero la consueta gita nella campagna romana per vedere due straordinarie tombe altrettanto straordinariamente conservate e decorate…purtroppo sull’Appia Antica è difficile capire di quali tombe si tratti e di quali decorazione parli, vista la straordinarietà possiamo pensare a Cecilia Metella..

Mentre se ne stavano a zonzo per la campagna i due vennero catturati da voci e risate provenienti da un’altra carrozza: il mondo, come si sa, è alquanto piccolo e fu così che i due incontrarono Hamilton Aidé[16] ed alcuni altri amici che tornavano da Napoli e che  il giorno successivo sarebbero partiti per Firenze: ne seguì una  lunga chiacchierata ma oramai, si stava facendo tardi: gli Hallé avevano deciso di partire nel primo pomeriggio per cui furono costretti a declinare diversi inviti quali quello a casa di William Story. Wilma e Charles arrivarono a Napoli giovedì 12 alle 19: le ferrovie italiane ora sono puntuali, scrisse alla figlia! Trovarono un’ottima e calda accoglienza ma soprattutto camere con vista mare: da lontano si scorgeva Capri e il Vesuvio che, dall’inizio dell’anno, aveva ricominciato una intensa attività, e in lontananza lanciava in aria detriti di un rosso intenso ad intervalli così regolari  che, successivamente fecero affermare di Wilma di aver visto quasi una sorta di luce rotante costante intorno alla cima del vulcano.

Napoli e il Risanamento.

All’alba dell’Unità di Italia, Napoli e tutto il Meridione, furono abbandonati a sé stessi. Napoli in particolare, tra il 1880 e il 1889, aveva visto un enorme incremento demografico[17] che aveva portato all’addensamento della popolazione in aree ristrette, umidità, mancanza di luce, acque attinte alle fontane o ai pozzi infiltrate da quelle dei  pozzi neri o provenienti dalle strade,  sistemi di fognatura inadatti o inesstenti, poco ricambio di aria nelle case, incuria nelle pubbliche vie, mai spazzate se non dall’acqua piovana, e condizioni igieniche personali inesistenti. Centinaia di abitazioni erano sorte nei fondaci portuali vecchi magazzini che ricevevano luce solo dal cortile interno ricettacolo di immondizia e di acque impure visto che erano anche privi di rete fognaria.[18] Il Ventre di Napoli era davvero un ventre nel quale ristagnava l’odore degli escrementi umani ed animali aggiunti a quelli delle attività di concia o di tinta.

In questi vivono ammonticchiate parecchie migliaia di persone, talmente avvilite dalla miseria, che somigliano più a bruti che a uomini.[19]

Situazione peggiore dei fondaci erano i cosiddetti bassi, dei terranei senza finestre che prendevano luce solo dalla porta, degli antri, delle stamberghe, dove la condizione di oscurità era totale e non si sfuggiva al contatto diretto con le strade che erano vere e proprie latrine.

In questa situazione sociale accattonaggio, povertà, prostituzine, camorra ed epidemie erano all’ordine del giorno. 

Ricavo da un lavoro … dell’Ufficio statistico municipale, che, a fronte di 45.000 vani, Napoli possiede 54.000 bassi, dei quali ben 36.000 lungo le vie. E questi nondimeno, quantunque privi di luce, specialmente nei rioni della marina e su per i vicoli dei colli, umidi e muffiti, non sono il più abietto ricettacolo della plebe napoletana. Vi è qualcosa di molto triste, vi sono i fondaci: cortili vecchi e luridi, vicoletti senza uscita, cui di solito si accede per un androne, chiusi da alte fabbriche e mezzo nascosti qua e là in tutte le dodici sezioni …Se ciò relativamente è per la città in generale, si immagini ognuno quel che poi debba essere quella parte della vecchia Napoli, che ne è proprio il basso ventre.[20]

Nel 1884 a seguito del colera stavolta importato dall’Europa che fece oltre 8000 morti[21], fu approvata una legge specifica volta al risanamento della città[22] che dava al Comune poteri praticamente illimitati:  l’intezione era quella espressa alcuni anni più tardi di rendere la città la più gradita ai forestieri (…) igienica, sicura, pulita e gaia,[23]e la soluzione identificata fu sventrare[24] i quartieri bassi di Porto, Pendino, Vicaria e Mercato situati sotto il livello delle acque e caratterizzati da stradine chiuse, poco ariose che avevano contribuito al diffondersi dell’epidemia. In realtà questi quartieri erano stati oggetto negli anni 60 dell’Ottocento di attenzione soprattutto per la presenza di nuclei industriali che, a detta degli ingegneri che progettarono i primi nuclei di case più salubri per gli operai, sarebbero dovute essere quantomeno delocalizzate[25]. Ovviamente le prime case-modello operaie, case popolari vennero costruite ma, nonostante la buona volontà di coloro che si occuparono per la prima volta del problema, si ritrovarono comunque a ridosso delle fabbriche. Come sempre accade, l’espropriazione dei terreni per costruire i nuovi quartieri per abbassare la densità della popolazione, costruire le  nuove strade per far entrare la brezza marina, o sistemare il sistema fognario, comportarono l’inizio di qualcosa mai visto prima ma che oggi è abbastanza noto, per non dire la norma: la corruzione di politici e impreditori di fronte ai soldi stanziati. Mentre la Banca Tiberina e la Società dell’Esquilino, forti dell’appoggio Sabaudo a Roma come a Napoli, cominciarono a costruire gli eleganti quartieri sulle colline, come il Vomero, occupandosi di tutte le infrastrutture necessarie, in città si faceva fatica a trovare imprenditori che si assumessero il rischio di opere di altra natura e, ben presto, iniziò un vero e proprio sacco edilizio da parte di diverse Socetà Anonime non napoletane,[26] anche perché la borghesia riconosceva come unica forma di reddito il bene fondiario e sventrare la città significava comunque avere a disposizione nuovi terreni: la plebe andava espulsa dal centro, perché le evoluzioni sociali e sanitarie lo esigono irreparabilmente.[27] Non importava valorizzare le potenzialità che la città aveva e risolvere il problema da un punto di vista sociale, importava lo sfruttamento personalistico dei suoli. Per questo i progetti che anni prima erano stati elaborati dal napoletano di origine scozzese Lamont Young, alcuni davvero pionieristici, a parte quelli relativi ad alcuni edifici, rimasero carta straccia.[28] Young, boicottato per la sua non connivenza con l’affarismo sfrenato e forse  la sua integrità, fu letteralmente silurato dalla Banca Tiberina che gli espropriò volutamente un suolo per la costruzione di una delle stazioni della funicolare. Un primo passo venne fatto con  la derivazione dell’acqua dal Serino con la costruzione di un nuovo ramo di acquedotto inaugurato nel 1885. L’approvvigionamento idrico fesce scemare notevolmente i casi di colera e di febbre tifoidea,[29] rendendo rare malattie quali la scabbia e la tigna ma non debellò, nelle classi più povere, quelle dovute alla cattiva o insufficiente alimentazione. Se Napoli era diventa più salubre da un punto di vista dell’acqua non  fu lo stesso dal punto della corruzione e della criminalità dal momento che l’Onorata Società cominciò a gestire appalti, manovalanza e cantieri: fu un vero trionfo di appalti truccati vinti dalle stesse persone, opere bellissime molte delle quali incomplete, ribassi ingiustificabili, rialzi nei prezzi dei terreni da espropriare, rallentamento dei lavori, illeciti amministrativi. Del resto, già nel 1888 era chiaro che il Risanamento da intervento di pubblica utilità portato avanti dagli architetti che lo avevano immaginato anche con coscienza,[30] si era trasformato nella più bieca delle speculazioni che coinvolgeva ogni aspetto della politica, dell’imprenditoria e della criminalità organizzata senza escludere i mezzi stampa.

Napoli, come Roma, cambiò volto ma Corso Umberto I ed  i palazzi umbertini non fecero che nascondere il degrado e la povertà nei rioni più poveri,

Sventrare Napoli? Credete che basterà? Vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli? Vedrete, vedrete, quando gli studi, per questa santa opera di redenzione, saranno compiuti, quale verità fulgidissima risulterà: bisogna rifare. Questo diceva all’inizio dell’operazione Matilde Serao inizialmente forse speranzosa negli interventi dello Stato ma che, ben presto si rese conto che tutto questo demolire e ricostruire fu solo il paravento[31] del Salotto buono del Rettifilo, delle strade allargate dietro il quale veniva nascosto il vero volto di Napoli.

E in ultimo, sapete che è accaduto? Che il popolo, non potendo abitare il Rettifilo, (…) non avendo delle vere case del popolo, è stato respinto, respinto dietro il paravento!

La questione igienica forse fu per lo più risolta, ma la bonifica igienica alla fine fu davvero ben poca cosa ed i più poveri, sfrattati, ghettizzati, si ammassarono nei vicoli limitrofi, nell’hinterland di Napoli e persino sulle pendici del Monte Echia nel tentativo di sopravvivere ad un costo della vita triplicato[32]Come spesso in Itialia: i problemi erano stati semplicemente spostati. Non solo, anni più tardi, nel 1894 venne istituita una commissione di inchiesta ma ovviamente non portò ad alcuna condanna, anzi, l’ala politica dell’Italia  Unita Sabauda dei Crispi e dei Giolitti di turno, venne salvata con il classico colpo di spugna all’Italiana. Il Risanamento segnò la separazione tra città ricca, quella frequentata dagli Hallé, tra il Vomero, Posillipo, Corso Umberto I e Chiaja, i salotti, e città povera, quella della plebe, di cui ci si dimenticò contribuendo così al diffondersi di un degrado morale che andava ben oltre la presenza di persone oneste.[33]

Il Soggiorno napoletano.

Parte di venerdi 13 aprile la coppia lo trascorse al Museo Archeologico di Napoli che a Charles sembrava più interessante che mai. 

Le tappe successive furono Posillipo, la Tomba di Virgilio, alla riviera di Chiaja piena di deliziosi carri di ogni genere e colore e certamente, anche la Villa Comunale che più però non presentava i due eleganti Casini del Vanvitelli  diventati punti di ristoro anche per coloro che volevano scendere nella sottostante spiaggia naturale…  

Hallè non sapeva che quel delizioso lungomare, bellissimo e comunque  invidiato ancora oggi da tutto il mondo, fu  frutto di una colmata che  riempì l’intero bacino frontestante la riviera, da Mergellina a Santa Lucia, senza alcuna preoccupazione dell’impatto ambientale e facendo perdere ai marinai, ma anche a Napoli, una spiaggia naturale. L’impresa fu  portata avanti da una ditta belga a cui venne ceduta, che si accollò le spese in cambio del diritto di edificare a proprio piacimento sull’attuale viale Gramsci. E il vecchio borgo di Pescatori fu costretto a spostarsi in un villaggio che divenne una specie di ghetto.

Cosa videro gli Hallé che certamente passeggiavano in carrozza?[34] Forse un cantiere dal momento che dopo i primi abbattimenti i lavori iniziarono solo nel giugno del 1889, due mesi dopo il loro viaggio, e lo stesso Rettifilo fu aperto solo nel 1894, ma agli inglesi interessava l’aspetto più pittoresco e Napoli ne forniva a piene mani. Nella strada si vendevano frutti di ogni genere (e soprattutto fichi d’India, meloni, aranci), verdure, pannocchie di granturco e polipi bolliti, tarallucci, coralli e lavori di lava e di madreperla. Venditori più poveri trasportavano la loro merce in grosse ceste sulla testa. I chioschi degli acquaioli, addobbati con serti di limoni, offrivano acqua sulfurea e acqua del Serino, anche con l’aggiunta di sciroppo di orzata, di amarena o di anice. A ridosso dei chioschi la gente, oziava, beveva, mangiava, chiacchierava, raccontava, trattava, vendeva, riposava. La strada risuonava dei  richiami dei venditori e di canti. Gli Scugnizzi giocavano e si azzuffavano. Fu la volta di Pompei nella quale il lavoro ferveva da sempre! Tra il 1887 e il 1889 erano infatti iniziati gli scavi non solo per individuare la linea di costa precedente l’eruzione del Vesuvio ma anche individuare tracce di civiltà preromane.  Il tempo era meraviglioso e la coppia era in visibilio. Charles certamente aveva già visitato Pompei  e forse anche Wilma…dal momento che alla figlia scrive

Era ed è il posto più meraviglioso del mondo, non puoi neanche immaginare quante cose nuove siano state portate alla luce dall’ultima volta che ci siamo stati.

Furono le pitture a lasciare a bocca aperta i due coniugi, soprattutto quelle che erano state portate alla luce da poco che sembravano essere state dipinte tanto per i colori quanto per lo stato di conservazione, da poco: ghirlande di fiori, uccelli, fiori su fondo scuro tra cui un uccellino che becca un acino di uva di fronte al quale rimasero parecchi minuti. La sera il tempo cambiò improvvisamente portando un temporale ma i neo sposi, stanchi, incuranti del maltempo se ne tornarono in albergo. Ma la mattina del 14, di nuovo pioggia e grandine: la cosa si faceva seria perché avrebbe significato nuovamente visitare luoghi al chiusi come il Museo…non sappiamo cosa accadde. La lettera successiva di Hallè a sua figlia li vede il 22 aprile nuovamente a Roma e non racconta le visite successiva di Napoli

Il secondo soggiorno romano.

Venerdì 20, pomeriggio, la coppia era di nuovo alla stazione di Napoli, mezzora prima come era consuetudine del pianista ma nonostante questa precauzione tutti gli scompartimenti erano occupati da una moltitudine di italiani ma soprattutto, dai loro innumerevoli bagagli per l’abitudine tutta italiana di portare con sé nello scompartimenti una moltitudine di borse, valigie… ma poi arrivò il consiglio di un facchino che per pochi franchi in più gli indicò un Pulman Car, una carrozza accoppiata ad un treno per Roma e riuscirono a viaggiare comodi senza perdere i bagagli. Immediatamente dopo il rientro a Roma la coppia fu ospite dell’ambasciatore  Lord Dufferin insieme allo scultore Theodor Bohem[35] che soggiornava nello stesso Hotel degli Hallé e che li aiutò a pianificare il resto dell’itinerario turistico passeggiando e chiaccherando amabilmente sul Pincio dove da poco erano stati collocati diversi  busti tra cui quelli di Belli, Pomponio Leto,  Nibby, Masaccio e Vespucci. La mattina del Sabato fu finalmente la volta della Messa a San Pietro officiata dall’altare laterale vicino all’ingresso della cripta e ovviamente, si trattava di una messa cantata ed officiata in latino sebbene entrambi i musicisti notarono che il Coro cantava musica che  non si poteva definire ‘’sacra’’… non si capisce bene cosa volessero intendere.  Dopo un altro giro nel centro di Roma, dove non sarà mancata la visita al Palazzo delle Esposizioni, la coppia si spostò  verso San Giovanni percorrendo il lungo vialone alberato, dove nel pomeriggio presero i Vespri officiati dal Vescovo di Trebisonda, amico di Hallè e splendidamente cantati.

La mattina successiva, passando davanti al Palazzo di Giustizia di cui erano state gettate le fondamenta da poco[36], gli Hallè erano di nuovo in Vaticano, in prima fila per la Messa officiata dal Papa nella Sala del Concistoro. Leone XIII era già molto anziano, dall’andatura traballante, la voce tremula ma stupì la coppia per la profondità di espressione anche nella lettura del Vangelo che sembrava quasi scoprire per la prima volta provocando così una grande emozione in tutti i fedeli. Rispetto alla mattina precedente tutta la cerimonia fu all’insegna della semplicità de del rigore: niente musica, niente cardinali schierati, solo i fedeli, pochi preti e ovviamente alcune Guardie Svizzere. Fu una cerimonia molto toccante e, per Wilma, che da tempo desiderava avvicinarsi al Papa, un’esperienza indimenticabile. L’unica delusione fu l’impossibilità di trovare posti disponibili per una udienza privata nonostante i tentativi, i contatti e le conoscenze. Alle 9 la coppia tornò in Hotel pronta ad una nuova giornata, una delle ultime, alla scoperta di Trastevere.

Prima fu la volta di Villa Farnesina. Nel 1889 la Villa, costruita nel ‘500 per il banchiere Agostino Chigi, dopo essere passata ai Farnese, era diventata di proprietà dei Borbone di Napoli che l’avevano concessa all’ambasciatore spagnolo Bermudez Castro Duca di Ripalta in enfiteusi.

Ripalta era stato l’artefice di  tutta una serie di lavori interni e di sistemazione dei vialetti ma anche cambiamenti irreparabili. Dal 1876 infatti il lungotevere venne interessato dai lavori di costruzione dei muraglioni che modificarono l’aspetto di tutte le zone interessate. Il Duca cercò di impedire la realizzazione del progetto che fece venire alla luce diversi punti di fragilità della proprietà ma nulla potè. Alla sua morte la villa fu riscattata dai suoi eredi ma nel 1884 l’apertura del Lungotevere decretò  la distruzione di parte dei giardini e della Loggia che si ritiene fosse  stata disegnata da Raffaello che, insieme a Peruzzi fu l’artefice di un ciclo di affreschi, quali il Trionfo di Galatea che gli Hallè andarono ad ammirare. Quindi gli Hallé si spostarono nell’antistante Palazzo Corsini ricco di storia[37] che pochi anni, nel 1883 prima, il Principe Tommaso Corsini aveva venduto al Governo Italiano con biblioteca e gallerie che divennero pertanto prima sede dell’Accademia dei Lincei successivamente della Galleria di Arte Antica aperta per ospitare le opere della collezione Corsini, tra cui  Caravaggio, Beato Angelio e Rubens che certamente la coppia ebbe modo di ammirare oltre a poter vedere Roma dallo scalone in tutta la sua Maestà, con San Pietro e il Gianicolo in lontananza, ed infine, l’immancabile visita alla Chiesa della Patrona dei Musicisti, la Basilica di Santa Cecilia che, secondo la leggenda, i musicisti  sapevano sorgere sulla casa familiare della giovane martirizzata nel 230 d.C: era stato Papa Urbano che aveva convertito suo marito, a seppellire il corpo tra quello dei Vescovi e a consacrare la casa  trasformandola in una Chiesa.[38]

L’ultimo evento raccontato da Hallè e che sicuramente terminò la loro luna di miele in ritardo, fu il Colosseo illuminato dai fuochi dei Bengala: era certamente il 21 aprile, Natale di Roma che, dal 1849 veniva festeggiato con grande solennità.  Erano stati i repubblicani radicali a voler riportare Roma nel cuore degli italiani per farne il simbolo della lotta per l’Unità Nazionale, ed era stato Mazzini ad affidarle il compito di avere una missione civilizzatrice, di faro, di portatrice di ideali e valori legati alla libertà… Fu proprio durante la breve esperienza della repubblica romana che venne ripristinata la festa del Natale di Roma e, ovviamente,  simbolo della vittoria della laicità e del popolo sul potere del Papa non potevano che essere i Fori ed il Colosseo.

E così, ogni il 21 aprile dalle 8 della mattina alla sera tardi Roma s vestiva a festa: i banditori annunciavano gli spettacoli della giornata, tra bande militari, cori che inneggiavano al Risorgimento, spettacoli di giocolieri; le vie si riempivano di venditori di legumi, serragli di animali ma tutti attendevano il tardo pomeriggio quando il Colosseo veniva illuminato inizialmente dall’interno e, successivamente, anche nella parte esterna prospiciente  il Tempio di Venere e l’Arco di Costantino finchè tutta la Via Sacra veniva interessata dallo spettacolo delle luci colorate. Il Colosseo illuminato e rischiarato dalla luna era certamente una presenza importante ma anche rassicurante per i romani ma quando veniva illuminato con i Bengala, quello spettacolo meraviglioso era capace di toccare anche il più scettico dei presenti. I fuochi passavano dal rosso al blu al bianco producendo così diversi effetti sugli spettatori:  il rosso dava l’impressione di una vera e propria eruzione e, il suoi incendiarsi certamente ricordava ai romani l’animo di Nerone, ma quando virava verso l’azzurro, il blu e il verde smeraldo, allora il fascino esercitato sugli spettatori era indescrivibile, sembrava di essere trasportati in cielo ma quando la luce diventava bianca, allora gli animi venivano soffusi da dolce mestizia e desiderio di essere trasportati lì, proprio in quella luce bianca.[39] A completare quello spettacolo i vortici di luce che, innalzandosi verso il cielo, compivano le evoluzioni più strane creando una scenografia fantastica.[40] Il racconto di Hallè del viaggio di Nozze termina con questo evento. E’ probabile che la mattina successiva, il 22 i due siano partiti per rientrare a Manchester e Londra portandosi nel cuore, per molto tempo le bellezze di Roma e Napoli.

Bibliografia

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Boubèè, F.C. Il problema economico industriale napoletano. Atti Regio Istituto d’incoraggiamento di Napoli, 1903 vol. 4, rapporto 4, pag 7.

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Hallè,C.,  Being an Autobiography (1819-1860) with Correspondence and Diaries.Cambridge: Cambridge Library Collection – Music 200

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 Turchi M., Notizie e documenti riguardanti le condizioni igieniche della città di Napoli raccolti nelle dodici sezioni, Napoli, 1863

Villari P., Le lettere meridionali ed altri scritti sulla questione sociale in Italia, introduzione di Francesco Barbagallo, Napoli: Guida, 1979

Atti della Commissione di Inchiesta sui ritardi ferroviario 1889


[1] Lettera a E. Broadfield (1831-1913).

[2] Chiesa del Cuore Immacolato di Maria a South Kensington

[3] Negli anni ‘ 80 dell’Ottocento, le strade ferrate erano gestite da tre diverse Società, la Mediterrane, l’Adriatica e la Sicula, diverse ma accomunate dal non riuscire a far arrivare i treni italiani in orario. Tralasciamo le note vicende storiche e di subappalti di cui furono protagoniste e che avevano portato alla nomina di altre Commissioni di Inchiesta per occuparci solo della questione dei ritardi.

 Nel 1887 fu nominata una Commissione di inchiesta che identificò diverse cause per i ritardi cronici di cui parla Hallè, locomotiva insuffucienti, scambi insufficienti da cui la necessità di cedere il passo ad un altro treno in arrivo,  binari stretti, condizioni atmosferiche, guasti alla linea, riallentamenti dovuti a manutenzione ordinaria e straordinaria, Ognuna di queste cause aveva avuto una attribuzione di un numero massimo di minuti di ritardo che poteva comportare che, di norma non doveva superare i 25 minuti, e, di norma Società e macchiniste venivano multati o sanzionati dall’Autorità sebbene in modo lieve. Da una attenta analisi la Commissione identificò che le tre Società non potevano imputare i ritardi alla scarsita di personale impiegato che anzi era di gran lunga a quello di altri paesi e che quindi doveva rientrare nella media e che i ritardi che pesavano maggiormente erano quelli dovuti all’incrociamento, risolvibile con la costruzione del secondo binario, e di operazioni di carico e scarico risolvibile con la costruzione di binari di manovra e mezzi di carico e scarico nelle stazioni. Inoltre ritenne che si dovessero non solo mettere ammende ma anche premiare i fuochisti ed i macchinisti perché far arrivare un treno in orario avrebbe consentito un risparmio di combustibile

 

[5] Un mese dopo scoppiò a Roma una delle prime bombe anarchiche

[6] Musei Capitolini e probabilmente il Museo Nazionale Romano aperto proprio nel 1889

[7] Archi di Tito, di Costantino e di Settimio Severo ma probabilmente videro anche l’Arco dei Pantani e l’Arco di Druso

[8] Halle nelle sue lettere non segue una linea di itinerario cronologico ma trascrive quello che gli è rimasto impresso senza badare all’ordine

[9] Lucia Travaini. Le monete a Fontana di Trevi

[10] Henry Edward Manning (Totteridge15 luglio 1808 – Londra14 gennaio 1892) pastore della Chiesa anglicana, con la quale entrò in contrasto, si convertì al cattolicesimo romano nel 1851 diventando arcivescovo di Westminster nel 1865. Fu nominato cardinale nel 1875.Dieci anni più tardi fu nominato cardinale da Pio IX col titolo dei Santi Andrea e Gregorio al Monte Celio, partecipando in questa veste al conclave del 1878 da cui uscirà eletto Leone XIII

[11] Mr Henry W. Bliss 26 April 1835 – 8 March 1909. Prete anglicano convertito al cattolicesimo. Per la sua cultura il Public Record Office nel 1877 gli chiese di svolgere delle ricerche nell’Archivio Vaticano che, allora, non era stato ancora apert alla consultazione generale: lo scopo di studiare, esaminare ed ordinare quanto riguardava la cancelleria papale e le lettere spedite al Papa ed i rapporti tra Chiesa Cattolica e Chiesa Anglicana. Inizialmente il Papato era sospettoso nei confronti dell’inglese, tuttavia, il suo carattere e la sua bonomia lo resero così noto in ambiente romano ed amato che nel 1886 divenne tutore di inglese di Vittorio Emanuele.Ancora oggi il lavoro di Bliss rimane indispensabile per conoscere la storia della Chiesa nelle Isole Britanniche nel periodo antecedente alla Riforma.

[12] Mary Elizabeth Ashe à Court-Repington (Londra21 luglio 1822 – Londra30 ottobre 1911),traduttricescrittrice e filantropa, convertita al cattolicesimo grazie all’influenza del Cardinale Manning

[13] Gli Archivi Vaticani vennero aperti alla Consultazione generale nel 1880 ma, allora come oggi, una parte rimane fuori dall’accesso concesso agli studiosi.

[14] Probabilmente il codice miniato commissionato dal cardinale Jacopo Stefaneschi, titolare di San Giorgio al Velabro che contieneuna storia agiografica e inni dedicati a san Giorgio, Il manoscritto contiene diciotto pagine istoriate, tutte caratterizzate da un’alta qualità esecutiva e una notevole omogeneità stilistica, tra le quali spicca il San Giorgio e il drago (85 r), dipinto in un paesaggio lacustre. Lo stesso stile raffinato è stato riconosciuto in altri manoscritti e dipinti su tavola ma non si tratta di Giotto. De Nicola nel 1908 identificò questa mano ritenendo che il miniatore fosse stato influenzato da  Simone Martini e Matteo Giovannetti ad Avignone, ebbe comunque una formazione giottesca, su cui innestò elementi più puramente gotici, dall’eleganza fiabesca derivata dalla coeva pittura francese

[15] Il Grand Hotel di Napoli, fondato nel 1880 dall’albergatore svizzero Alfred Hauser  era ubicato all’incrocio tra via Caracciolo e Piazza della Repubblica. Dicerie diffuse sostengono che l’edificio sia stato distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale a seguito dei bombardamenti alleati oppure minato dai tedeschi per non lasciare tracce essendo stato una delle loro sedi in città fino alle 4 Giornate. Di fatto una foto scattata nel 1944-45 dimostra che l’Hotel era ancora in piedi e in buono stato dopo l’arrivo degli Alleati. Quindi se ne deduce che sia stato abbattuto proprio dagli Americani per costruire al suo posto l’edificio che attualmente ospita il Consolato degli U.S.A.

[16] Charles Hamilton Aide (4 November 1826 – 13 December 1906) figura di spicco nella società letteraria inglese, autore di drammi, poesie, testi teatrali, ballade e canzoni molto conosciute ed apprezzate, amico di Henry James e animatore di diversi salotti culturale

[17] 494,314 abitanti nel 1881 a 518,510 nel 1892

[18] Iniziata nel 1883

[19] Pasquale Villari. Lettere meridionali

[20] Giustino Fortunato. Ricordi di Napoli 1874

[21] Nonostante i segnali l’emerganza non fu ben gestita per evitare allarmismi e quando, dopo 1 mese dalle prime morti c’ernao evidenze incontrovertibili, non era più possibile alcuna azione preventiva.

[22] Legge speciale per Napoli  2892 15 gennaio 1885. Nel 1888 fu adottato il Codice  di Igiene e Salute Pubblica e Costituita la Società pel Risanamento di Napoli ancora oggi esistente sebbene si occupi solo di vendite immobiliari.

[23] Boubèè cit.

[24] Neologiscmo dell’epoca da Il ventre di Napoli di Matilde Serao usato da Agostino De Pretis che richiamava così la richiesta di intervento salvifico dello Stato nel Ventre della città di Napoli. Il Progetto in realtà c’era dai tempi dei Borbone che nel 1860 istituirono le prime Commissioni in tal senso ma,  cattolici, si opposero all’attuazione soprattutto perché simili opere avrebbero comportato, quello che accadde poi a Roma, abbattere monasteri e chiese: sarebbe stato impossibile costruire una strada dritta senza distruggere almeno due chiese.

[25] Marino Turchi allora capo dell’Ufficio di Igiene del Comune identificò il problema delle fonderie dei metallo, delle tintorie e della concia delle pelli come motivo di insalubrità e incompatibilità con le abitazioni in aggiunta al problema della difficoltà di transito che producevano

[26] Società Generale di Credito Mobiliare Italiano, Banca Subalpina , Società Fratelli Marsiglia di Torino, Banca Generale e l’Immobiliare dei Lavori di Utilità Pubblica ed Agricola di Roma.  la Banca Tiberina, di Torino

[27] R. D’Ambra. Napoli antica 1889

[28]  Nel 1872, presentò i disegni della metropolitana di Napoli che prevedevano la costruzione di una strada ferrata sotterranea, con strutture sopraelevate in alcuni tratti, di connes¬sione tra Bagnoli, Posillipo, Vomero, San Ferdinando e Capodimonte. Di cultura fortemente progressista, stimolò uno sviluppo sostenibile del turismo e propose i disegni del “Rione Venezia”, un nuovo quartiere che da Santa Lucia, lungo la costa di Posillipo avrebbe dovuto collegare Napoli con i Campi Flegrei attraverso un canale navigabile con battelli, sfociando a Bagnoli in un quartiere residenziale a scarsa densità abitativa fornito di stabilimenti balneari e termali, alberghi, un giardino zoologico, giardini, zone terrazzate, ville degradanti verso il mare, negozi e un palazzo di cristallo con un lago e delle isolette.Bagnoli, nel 900 divenne sede di acciaierie…

[29] I dati del 1892 attestano 468 casi mortali nel 1881 contro i 182 del 1889 a 95 del 1892

[30] Adolfo Giambarba che per primo denunciò la speculazione messa in atto.

[31] Serao. Il Paravento

[32] Situazione che infatti nel 1898 degenreò in una serie di tumulti

[33] Il Risanamento terminò nel 1910. Dei 375.000 m2  minimi di costruzione previsti nel contratto che ne prevedeva 980.00 ne vennero fatti 180.000. I soldi versati nel 1884 sparirono nel giro di 1 anno a causa di espropri costosissimi o incidenti di percorso e la società statatle nel 1888 dichiarò di essere sull’orlo della bancarotta; per evitare di lasciare Napoli sventrata la società venne più volte ricapitalizzata, gonfiando a dismisura, nuovamente, i costi. Il Comune di Napoli, le cui finanze non erano certo floride alla vigilia dell’Unita di Italia, fu costretto a farsi carico delle ulteriori spese indebitandosi ulteriormente e, un po’ per la connivenza con la criminalità ma anche per il debito, fu commissariato più volte. A parte la costruzione del Palazzo della Borsa, durante il Risanamento non furono costruiti ospedali, scuole e tutti i servizi pubblici presenti nel progetto originale in compenso vennero abbattuti anche chiese, fondachi risalenti al periodo angioni aragonese, Castel Dell’Ovo, definito dalla Società di Artisti e Letterati di Napoli, un rudere  che non ha più ragione di essere in piedi, si salvò per puro caso, e dei 40.000 m2 di case economiche progettate, neanche l’ombra

[34] La funicolare fu inaugurata nell’autunno del 1889[35] Sir Joseph Edgar Boehm, 1 ° Baronetto, RA (6 luglio 1834 – 12 dicembre 1890) è stato un medaglista e scultore britannico di origine austriaca, meglio conosciuto per la “testa del giubileo” della regina Vittoria effigiato sulle monete e la statua del duca di Wellington all’angolo di Hyde Park. Durante la sua carriera Boehm mantenne un grande studio a Londra e ha prodotto un volume significativo di opere pubbliche e commissioni private. Una specialità di Boehm era il busto ritratto;

[36] 14 marzo 1889, un mese prima, il Re Umberto I aveva gettato la prima pietra.

[37] Edificato alla fine del XV secolo dai Riario, nipoti di Sisto IV della Rovere,  fu dimora Cristina di Svezia che  ospitò nel giardino le prime riunioni di quella che sarebbe poi divenuta l’Accademia dell’Arcadia (la cui sede è attualmente a Roma presso la Biblioteca Angelica, in piazza di Sant’Agostino). Nel 1736 l’edificio e il giardino furono acquistati dal cardinale fiorentino Neri Maria Corsini, nipote di Clemente XII, che affidò i lavori di ristrutturazione del palazzo al conterraneo Ferdinando Fuga che trasformò la piccola villa suburbana dei Riario in una vera e propria reggia raddoppiando l’estensione della facciata. Durante l’occupazione napoleonica di Roma, il palazzo ospitò Giuseppe Bonaparte, fratello dell’imperatore. Nella parte superiore della villa (casino dei Quattro Venti) si svolse il 3 giugno 1849 uno dei più sanguinosi combattimenti in difesa della Repubblica Romana contro i francesi durante il quale fu ferito a morte Goffredo Mameli. Nel 1856 gran parte dei giardini sul Gianicolo furono uniti alla confinante Villa Doria Pamphilj.

[38] Il corpo considerato di Santa Cecilia fu traslato da Papa Pasquale I che ebbe in sogno la visione di Santa Cecilia che gli indicava il luogo di sepoltura per cui fece portare nella Chiesa il corpo ritrovato e la trasformo in Basilica. Nel 1599, durante i lavoro di restauro il Cardinale Paolo Sfondati fece aprire il il sepolcro  ed in effetti venne ritrovato, nella cassa di pino, il corpo quasi intatto di una giovanetta in abiti bianchi con ferite al collo compatibili con quelle del martirio d Cecilia. Anche Papa Clemente VIII andò a constatare di persona questo evento considerato miracoloso e commissionò allo scultore Stefano Maderno la scultura del corpo così come era stato ritrovato  in marmo tutt’ora presente sotto l’altare.

[39] Passeggiate Romane

[40] L’ilustrazione popolare anni 1882, 1888, 1889

Wilma Neruda e lo Chopin del Nord

Come Edward Grieg divenne famoso!

di Vera Mazzotta

Edward Grieg 1866

Edward Grieg.

Il suo nome evoca suoni del nord, i paesaggi innevati della Svezia, le danze festose dei matrimoni, gare in slitta, folletti che danzano, coboldi e maghi, in poche parole, una direzione nuova alla musica con una attenzione particolare ai temi ed al folklore nordico che da avvio a quello che di solito viene chiamato il periodo delle Scuole Nazionali. Grieg nasce in una famiglia di musicisti, in realtà suo padre era un mercante ma sua madre, Gesine Judith Hagerup era una pianista concertista, compositrice e insegnante e fu lei a dare al figlio di appena sei anni le prime lezioni di pianoforte fin quando non venne indirizzato al Conservatorio dopo essere stato ascoltato dal violinista Ole Bull, amico di famiglia. Fu così che venne mandato al Conservatorio di Lipsia, diretto da Moescheles dove si diplomerà, seppur a fatica.

I must admit, unlike Svendsen, that I left Leipzig Conservatory just as stupid as I entered it. Naturally, I did learn something there, but my individuality was still a closed book to me. (Grieg nel 1881 al suo biografo).

L’incontro con Rikard Nordraak lo portò fin da subito, ad avere interesse per un tipo di composizione differente da quella insegnata nel Conservatorio legata ai canoni della musica tedesca e dove, tra l’altro, l’interesse preminente per coloro che frequentavano il corso di Pianoforte era quello di formare concertisti; nel 1865 con Nordraak decise di fondare una delle prime Società Scandinave volte a promuovere e diffondere la musica scandinava. Risale a questo periodo il suo primo viaggio in Italia.

Tornò a Bergen con un concerto fissato per il 3 ottobre del 1866 nel quale suonò Humoresque e la Sonata in Mi maggiore op. 7 quindi, decise di spostarsi a Christania (odierna Oslo) dove si fermò per 10 anni. Immediatamente si rese conto che la chiave del suo successo era quella di trovare un aggancio in esecutori stimati e nessuno, in quel momento, godeva di più alta considerazione di Vilhelmine Norman, anzi, Madame Norman Neruda, la violinista più conosciuta ed amata che, allora, era sposata con il Maestro di Cappella, Norman. Ebbe il coraggio di scriverle, a Stoccolma, chiedendole se poteva considerare di eseguire la sua prima sonata per Violino, scritta l’anno prima a Copenaghen. Wilma, sempre alla ricerca di musica nuova, accettò. Il concerto ebbe luogo all’Hotel Du Nord il 15 ottobre del 1866, alle 7,30 di un lunedì all’interno del Festivitetslokale, un concerto di enorme importanza perché annunciato con un programma di sola musica norvegese….la sua fama lo precede…dissero i giornali (Aftenbladet) e lo stesso fatto che Wilma Neruda aveva accettato di suonare con lui, lo attestava. Tutti gli artisti furono accolti con entusiasmo, Nina Hagerup il cui stile nel cantare l’op. 5 e brani di Kjerulf colpì molto i critici, Grieg per la freschezza delle sue composizioni e i movimenti della sonata per pianoforte, e, senza alcun dubbio, Wilma Neruda: i musicisti insieme riuscirono in una impresa di non poca importanza, richiamare pubblico, tanto pubblico. Grieg ebbe recensioni positive, soldi in contanti e un invito a dirigere l’orchestra amatoriale della città.

Dovresti sentire come Mrs Norman ha suonato la mia Sonata per Violino! non sapevo se continuare a suonare o fermarmi ad ascoltarla!…il concerto mi ha dato coraggio e fiducia per il futuro

ma soprattutto gratitudine, tanta, per l’aiuto che gli consentì di affermarsi subito nella natia Norvegia.

Nel 1867, nonostante le opposizioni della famiglia, Edward sposò sua cugina Nina Hagerup, una unione che, tuttavia, fu costretta ad affrontare lunghi periodi di crisi e separazione prima di tornare insieme anche da un punto di vista artistico.

E nel futuro immediato c’era l’incontro con il Vate, Liszt che si prodigò per poter ascoltare questo giovane compositore: nel 1868 inviò una lettera al norvegese elogiando la scrittura della Sonata che qualcuno gli aveva fatto avere e lo invitava a Roma.

La lettera di Liszt fu il suo secondo trampolino di lancio che gli consentì di avere, in patria, una sorta di pensione che significava comporre liberamente e senza l’assillo dei soldi. Solo nel 1870 Grieg riuscì ad andare a Roma accompagnato da Nina. Aveva con sé la Sonata per violino e la partitura del Concerto per pianoforte in tasca che era stato eseguito da poco al Casino di Copenaghen da Neupert, unico concerto scritto in un flusso ininterrotto di estro creativo, una epifania ispirata dalla nascita della primogenita… ma a Roma i coniugi andavano anche con la morte nel cuore per la perdita della bambina per la meningite.

Dapprima Liszt suonò la Sonata per Violino, entrambe le parti, del violino e del pianoforte insieme: Liszt sembrava essere dappertutto sul pianoforte e, allo stesso tempo, sulla partitura, senza perdere una nota, sempre facendo risaltare la piena qualità sonora del violino: una performance veramente magistrale. Il secondo giorno toccò al Concerto in la minore per pianoforte. Subito Liszt si impadronì del voluminoso pacco sotto il braccio di Grieg.

Oh, ora me lo suonerai”, disse

“ Ma non potrei”, disse Grieg, molto imbarazzato. “Non mi sono esercitato a suonarlo

Bene, allora, replicò Liszt, sorridendo ai suoi ospiti, “vi mostrerò che anche io non posso suonarlo”. E così lo lesse a prima vista, a un tempo così veloce che Grieg dovette rallentarlo, o meglio, fargli gentilmente notare che suonava troppo velocemente il primo tempo. Liszt suonò non solo con grande facilità ma anche facendo commenti su quanto suonava , osservazioni brillanti ed acute. Fu così colpito dal Finale che lo ripeté.

Quando ebbe finito”, scrisse Grieg, mi consegnò il manoscritto e disse in un tono cordiale: Fahren Sie fort; ich sage Ihnen, Sie haben das Zeug dazu, und – lassen Sie nicht abschrecken’ (Continui pure a scrivere musica le dico, lei ha la capacità per farlo, e – non si lasci intimidire) .

Se Liszt approvava, anche gli altri lo avrebbero fatto.

Il Vate lo congedò anche con un consiglio di orchestrazione: affidare il secondo tema del primo movimento alle trombe che, ovviamente, Grieg, molto probabilmente trovandolo troppo ”tedesco” decise di non seguire.

Il Peer Gynt, con le due suite orchestrali, gli diede la tanto attesa fama e il posto di Direttore Stabile della Bergen Philharmonic Orchestra.

Grieg e la Neruda continuarono a rimanere in contatto anche quando la donna, separata, si trasferì in Inghilterra. Grieg venne invitato a suonare a Londra nel 1884 ma, forse perchè l’ingaggio era per pochi soldi, rifiutò adducendo motivi di salute, tuttavia nel 1888 si rese conto che per la sua carriera era vitale avere le porte dell’Inghilterra aperte e, ancora una volta, chi poteva garantirgli ingaggio e successo era Wilma Norman Neruda, ora Lady Hallè!

il 6 febbraio del 1888 le scrisse ricordandole il bei tempi e il successo di 18 anni prima e chiedendole se un giorno avrebbe avuto piacere di suonare di nuovo con lui.

Yes, if you come to London.

Well, I’m coming now, sto arrivando rispose Grieg che, in effetti aveva un concerto che gli era stato fissato per il mese di Marzo, sarebbe stato veramente infelice se non l’avesse trovata!

qui la lettera completa

Wilma rispose quindi che sarebbe stata felice di esibirsi con lui, ma gli consigliò, come aveva anche fatto Joachim, di non venire a marzo, an highly unfavorable time for concert going, poiché tutti i notabili sarebbero andati in campagna durante la pausa del Parlamento stabilita per la Pasqua, gli raccomandò di venire più tardi e di fare presente a Berger la perdita di denaro sarebbe stato un concerto a Marzo, e così Grieg scrisse a Francesco Berger segretario della Philarmonic Society chiedendo di rimandare il Concerto fissato per il 23 marzo al 3 maggio…Londra sarebbe stata anche più piena di persone che il 22 marzo!

Così Grieg informò la violinista che avrebbe trascorso con Nina tutto il mese di maggio a Londra chiedendole anche consigli su come riuscire ad organizzare recitals; contestualmente, le inviò le copie delle sua seconda e terza sonata per violino dicendole che non aveva il coraggio di dare un recital da solo (cosa che fará l’anno successivo). Wilma si fece arbitro del tutto, la data venne fissata, tenendo conto dei suoi impegni, al 16 maggio per quello che venne annunciato come un Concerto da camera e fu sempre lei a scegliere il programma che si rivelerà vincente: la prima Sonata – che è già nel suo repertorio e gli ultimi due movimenti della terza. L’unico neo del cambio di data la non possibilità di incontrare a Londra l’amico Tchaikovsky: mentre Grieg aveva spostato il suo concerto la data fu data proprio al russo che avrebbe diretto Serenade e Suite.

The English were served up with some of my smaller pieces

ma forse il programma non piacque a tutti, motivo per cui Wilma si sentì in diritto di fare un commento alle critiche

Frau Néruda (Lady Hallé)— ha già commentato in occasione della sua super-eccellente esecuzione al concerto del compositore in collaborazione con Johannes Wolff. Pretendere che Grieg (come è stato fatto) suoni anche la musica di altri compositori è assurdo, poiché non fa il “tour” come un virtuoso del pianoforte ma ci visita felicemente come un esponente inimitabile delle sue opere. ( MMR vol 19 n 21)

Madame Norman-Neruda bewitched everyone with her prodigious violin-playing…ha incantato ognuno dei presenti con il suo prodigioso modo di suonare il violino scriverà a Tchaikovsky!

Il concerto diede inizio ad un tour importante con Lady e Sir Charles Hallè, quattro concerti tra Londra e Manchester.

Il 28 febbraio del 1889 alla Free Trade Hall di Manchester, Hallè suonò il Concerto per pianoforte sotto la direzione di Grieg ….

mediocre…ma d’altra parte cosa ci può aspettare da un uomo vecchio?! .

Grieg suonò per un totale di 30 concerti, tra cui con il violoncellista Piatti, a boring man…noioso, per fortuna invece Lady Hallè nell’intera esecuzione di tutte e tre le Sonate, gli piacque, almeno al momento…

Con Wilma, Grieg suonerà altre due volte, il 13 dicembre 1897 a Londra, dopo aver provato la mattina prima in casa della Neruda, e di nuovo, nel 1900 a Copenaghen:

Last week I had the pleasure of performing my three violin sonatas with Lady Neruda-Hallé before a very discerning Danish audience and receiving a very warm response. I can assure you that we did very well and it had special significance for me, because these three works are among my very best and represent different stages in my development: the first, naïve and rich in ideals; the second, nationalistic; and the third with a wider outlook. (Gennaio a Bjørnstjerne Bjørnson)

La settimana scorsa ho avuto il piacere di eseguire le mie tre sonate per violino con Lady Neruda-Hallé davanti a un pubblico danese molto esigente e ricevere una risposta molto calorosa. Posso assicurarvi lo abbiamo fatto molto bene e che questo ha avuto un significato particolare per me, perché queste tre opere sono tra le mie migliori e rappresentano diverse fasi del mio sviluppo: la prima, ingenua e ricca di ideali (scritta poco prima del matrimonio e in effetti caratterizzata da ottimismo vitale) la seconda, nazionalista (composta 20 anni più tardi e nella casa di Trouldeagen ); e la terza con una visione più ampia.

Un altro successo a riprova dell’interesse e della popolarità della musica di Grieg. Cosa rendeva la sua musica così popolare? che erano brani brevi, dal sapore esotico e che potevano essere ”facilmente” suonati nei salotti e nelle case cosa che lo rese ‘il musicista più popolare di Inghilterra dai tempi di Mendelssohn nelle case’. Che queste pseudo musiciste fossero inevitabilmente signore, tuttavia un po’ lo irritava: Ieri, a Cheltenham, strapieno, ma solo di signore (più di 40 autografi)… ed in effetti questo lo aveva notato anche il critico Bernard Shaw, stizzito già l’anno prima di aver trovato la sala piena di signorine, che, amando il suo dolce materiale erano ansiose di vedere e adorare il pasticcere… autore di una music dotata di dolci ma molto cosmopolite modulazioni (come dire troppe !) con un occasionale bello strappo di melodia.

In effetti, i critici inglesi furono sempre pronti a trovare qualche difetto in questo compositore che, per sua fortuna, o intelligenza, era però sostenuto da esecutori di eccezione, gli Hallé!

Il signor Grieg è stato particolarmente fortunato con i suoi esecutori, poiché Sir Charles Hallé ha suonato il suo Concerto per pianoforte (Op. 16), e Lady Hallé ha così pienamente concertato con il compositore nell’ op. 8 da garantire una perfetta esecuzione del piacevole duo. Madame Grieg, con la sua modesta capacità, ha dato probabilmente l’interpretazione più comunicativa possibile dei piccoli Lieder che mostrano la felice fertilità di idee musicali del marito in fantasie brillanti e schizzi, piuttosto che nel dono di un volo audace e sostenuto. (Musical Times, aprile 1889).

In ogni caso, l’esoticità della tradizione scandinava inserita nelle piccole forme conquistò il pubblico inglese e divenne à la mode, la Norvegia divenne di moda e ben presto anche meta turistica di molti inglesi.

La musica di Grieg come la sua presenza, divennero in Inghilterra sicurezza di successo di pubblico ed il suo rapporto con esso non cambiò mai e il 7 dicembre del 1897 fu invitato a suonare a Windsor per la Regina Vittoria.

L’ammirazione per Lady Hallè rimase inalterata. Nel 1906, con Ernest Newman, giornalista del Manchester Guardian, si trovò ad un concerto in cui ascoltò la veterana del violino suonare il Concerto di Mendelssohn con una orchestra di nuova fondazione ad Henley. Newman dice che Grieg era “in estasi” per la sua esecuzione e che le fece i suoi complimenti più calorosi aggiungendo che gli disse che Lady Hallé era la sua violinista preferita e che avrebbe voluto scrivere un concerto per lei…. ma questo non lo mise al riparo dal pregiudizio di molti musicisti, e non solo, riguardante il modo di suonare della Neruda dinamico rispetto a quello di Joachim e di Brodsky, di un dinamismo che trovava “femminile” ma “che certamente non poteva essere paragonato alla grande energia maschile.

Grieg tornerà ad ascoltare Wilma poco prima di morire, il 16 febbraio del 1907 a Manchester

Ha suonato meravigliosamente, come sempre – ma come è invecchiata! E nonostante la bellezza del suo tono era come se la rotondità nella strutturazione della musica fosse diventata più irregolare. Eppure, se chiudevo gli occhi e ascoltavo, era ancora l’eterna giovane Neruda. La Sonata in Sol maggiore di Brahms (eseguita con la sorella Olga) e i vecchi pezzi italiani le si addicono molto anche se vorrei che Brahms fosse portato dal mondo aristocratico delle nuvole, dove Lady Halle lo tiene nel nostro mondo peccaminoso, con la sua lotta e il suo trionfo.

Ludwig Norman: il primo matrimonio di Wilma N. Néruda

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V.Mazzotta

Ludwig Norman, per noi è ‘solo’ il primo marito della più grande e conosciuta violinista di età vittoriana, Wilma Norman Nèruda, quel primo marito sposato un po’ frettolosamente, giovanissima e alla prima infatuazione nel 1864 forse anche per trovare una dimensione autonoma rispetto a suo padre e alla sua famiglia, un marito con cui condividere una famiglia di due bambini, un po’ di musica ma anche le ristrettezze della rigida mentalità vittoriana che concepiva la carriera musicale per le donne solo fino al matrimonio, momento nel quale, da proprietà del padre, le donne, sia pure musiciste, sarebbero passate ad essere, loro, il corpo, e gli eventuali guadagni, proprietà del marito.

Fredrik Vilhelm Ludvig Norman era nato il 28 agosto 1831 a Stoccolma, suo padre era il libraio Johan Norman, sua madre Fredrica Amalia Engström, ma rimase orfano all’età di 11 anni e fu costretto ad affrontare la povertà. Nonostante…

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Le donne di Sherlock Holmes

The Strand Magazine, 2022

https://www.academia.edu/70678878/She_is_always_THE_Woman_Le_donne_di_Sherlock_Holmes?f_ri=58045

Vera Mazzotta

Il Canone, ad una lettura superficiale, sembra un libro scritto da uomini per gli uomini, in realtà, si rivela pieno di figure femminili in merito alle quali si ricavano moltissime informazioni.

Numerose sono le donne ritratte di cui si mostra come fossero le vite alla fine dell’era vittoriana. Ovunque nelle storie appaiano personaggi femminili e, quali che siano le loro azioni, l’universo femminile è rappresentato realisticamente e riflette la situazione sociale non sempre lineare. Doyle ha catturato  i cambiamenti sociali del suo tempo e come essi abbiano influenzato la vita delle donne. Il Canone è stato scritto in un arco temporale molto ampio, caratterizzato da cambiamenti sociali, legislativi ma anche da istanze diverse, contraddittorie, contrastanti, che spesso si sono intrecciate sino a convivere con ansie, difficoltà e paure connesse con tali cambiamenti. Quella che segue vuole essere una riflessione sulle donne nel Canone, su come vengano presentate, sui pregiudizi, nella convinzione che, pur appartenendo alla letteratura di evasione, esso possa essere considerato come uno spaccato realistico della cultura di un’epoca e delle sue strutture di pensiero, cassa di risonanza, seppur parziale, delle questioni storicamente determinate di classe, genere e sessualità. Il Canone, considerato come espressione letteraria, incorpora e dà voce a istanze differenti, lasciando intravedere, nel tessuto dell’ideologia borghese, le sfilacciature della rappresentazione di una femminilità “diversa”, in lotta contro la dipendenza e l’endemica povertà della donna connaturate alle logiche patriarcali che caratterizzano la società vittoriana.

Essere donna nell’età di Sherlock Holmes

La società vittoriana era una società paternalistica: il Sovrano si poneva nei confronti dell’Impero come un ideale pater familias pronto a provvedere ai bisogni ed al progresso dei suoi sudditi; ovviamente, questo implicava che essi non erano ritenuti in grado di poterlo fare autonomamente. Il paternalismo del Regime, nel privato, aveva il suo naturale prolungamento nel patriarcato. L’uomo e la donna venivano considerati due specie distinte. La diversa fisicità e struttura fisica era, agli occhi dei maschi vittoriani, la prova provata di una  minore intelligenza e maggiore emotività delle donne da cui la necessità di essere protette degli uomini, prima rappresentati dal padre e poi dal marito. Secondo quest’ottica, uomini e donne, per natura, tendevano a cose diverse: gli uomini erano agenti attivi che dovevano spendere le energie nel lavoro o nelle attività sportive, mentre le donne, sedentarie, dovevano tendere alla conservazione dell’energia per l’unico scopo a cui erano state chiamate: essere mogli e madri. Era la teoria del determinismo biologico, che allora riteneva che ognuno agisse limitato dal sesso di appartenenza e che giustificava la dominanza maschile. La gravidanza, la cura del marito e dei figli erano considerati una missione e il più alto, ed unico, traguardo a cui ogni donna dovesse aspirare.

Le donne appartenevano alla casa, nella quale venivano rinchiuse, esattamente come le donne greche vivevano nel gineceo, mentre gli uomini erano liberi di esprimersi nella società esterna. Non avendo energie da spendere, erano diverse – e inferiori – non solo biologicamente ma anche emotivamente. La condotta sociale del XIX secolo era, quindi, altamente sessuata e poneva uomini e donne in sfere sociali separate. Nascere donna significava nascere oggetto da scambiare e su cui esercitare un diritto di proprietà, prima da parte del padre che imponeva il marito a seconda delle convenienze e poi da parte del marito a cui la donna doveva obbedienza. L’ideale vittoriano era quello propugnato da un poema di Patmore Coventry, The Angel in The House, che lodava le virtù di una moglie dedita alla sola cura del rifugio domestico, del marito e dei figli con grazia disinteressata, gentilezza, semplicità e nobiltà, che la rivelavano non solo come signora vittoriana ma come un angelo sulla terra. La poesia di Patmore divenne un best-seller. L’ideale poetico divenne il modello per tutte le donne. Le virtù femminili a cui le donne venivano educate, richiamate e ricondotte erano quelle di modestia, grazia, purezza, delicatezza, civiltà, compiacenza, reticenza, castità, affabilità, educazione. Anche l’istruzione formale femminile rafforzava i ruoli attesi di mogli e madri, non offrendo alcuna opportunità di acquisire competenze che avrebbero potuto essere tradotte in un lavoro autonomo. Per le ragazze della classe medio-alta l’istruzione avveniva in casa e includeva le basi della lettura, della scrittura e dell’aritmetica, ma anche le arti del disegno, del canto e del pianoforte, unico tra gli strumenti ad essere ammesso sino alla comparsa della nota violinista Norman Nèruda. Sono queste le qualità della giovane Violet Hunter che sa ‘un po’ di tedesco, un po’ di francese, un po’ di musica, e di disegno’, nulla di approfondito, quanto basta ad una donna per far colpo sull’uomo e sposarsi.

Le riforme nell’istruzione entrarono nel dibattito pubblico nella metà del XIX secolo e si intersecarono con quelle riguardanti i diritti delle donne grazie anche ai sostenitori di un’istruzione femminile più rigorosa e paragonabile a quella dei ragazzi con l’accesso all’istruzione formale anche al di fuori della casa. L’Education Act del 1870 rese obbligatoria, in tutta l’Inghilterra, per tutti i bambini dai 5 ai 12 anni, un’istruzione di base, tuttavia, quella superiore di livello universitario rimase per le donne oggetto di dibattito. Nonostante la fondazione da parte dell’Università di Cambridge del Girton College e del Newnham College, destinati all’educazione delle donne[1], gli sforzi per dare ad esse l’accesso all’istruzione superiore furono sempre fortemente ostacolati. Il movimento per l’educazione delle donne si trovò a scontrarsi con i più ampi conflitti culturali vittoriani su genere e identità, in particolare tra i valori dell’ideologia domestica e quelli di un emergente individualismo liberale, provocando risposte complesse e spesso ambivalenti anche tra i suoi sostenitori. La giovane vittoriana aveva come unico obiettivo quello di fare un buon matrimonio; pertanto, le arti erano necessarie solo a fare colpo sui pretendenti che frequentavano i salotti nei quali ella veniva esposta, messa  in mostra, come oggetto prezioso: non era contemplato che potesse mantenersi con un lavoro autonomo. John Ruskin, pensatore e principale critico d’arte dell’epoca, sosteneva che l’unica educazione delle donne dovesse essere quella alla rinuncia di sé stesse, alla passività, alla pazienza e alla spiritualità. Esiste questa versione vittoriana della donna angelicata nel Canone?

“…sweet, loving, beautiful, a wonderful manager and the only space where she could find fulfillment, and the only fulfilling roles for her were as a wife and as a mother. She could not afford to be incompetent at managing the household and the family.”

È Mary, la nipote eccezionale che, tuttavia, si rivela, invece, autrice del furto dei berilli.[2] In cambio del suo ruolo domestico, alla donna veniva promessa sicurezza e protezione: era responsabilità dei loro mariti mantenerle finanziariamente. Con il matrimonio, la donna guadagnava una casa che poteva gestire e in cui esprimere il suo gusto e i suoi desideri. Nel nucleo familiare i padri avevano autorità sui figli e possedevano tutti i beni che la donna aveva portato in dote o aveva. Marito e moglie erano “una persona di diritto” e le donne non potevano fare testamento, né disporre di alcuna proprietà, né avere un conto proprio: salvo accordi prematrimoniali, le donne perdevano il controllo su qualsiasi proprietà possedessero. La dipendenza femminile era addirittura considerata un indicatore di progresso sociale: Herbert Spencer affermava che una società in cui le donne non dovessero lavorare fuori casa fosse di prim’ordine. Fortunatamente, ci furono anche voci maschili di dissenso: John Stuart Mill[3] sosteneva che la posizione delle donne confinata alla sfera domestica fosse simile alla schiavitù. La nozione di casa e famiglia come unico e vero dominio delle donne prevalse, nonostante un gran numero di donne nell’Inghilterra del XIX secolo non avesse altra scelta che lavorare fuori casa per mantenere se stesse o le loro famiglie; inoltre, l’aspettativa di sicurezza e protezione in un ambiente domestico confinato non era assicurata. La società vittoriana propugnava una rigida separazione tra vita pubblica e privata sotto l’apparenza del pudore e la casa veniva considerata una sorta di luogo sacro, inviolabile, come attestano anche i racconti di Doyle, in cui documenti o gioielli vengono custoditi in casa; non a caso, una delle ballate più amate dell’epoca fu Home Sweet Home. Il domicilio era considerato, idealmente, impermeabile, ma la violenza domestica era presente tanto nelle classi medie quanto in quelle alte[4]:

l’abuso coniugale era, di fatto, pervasivo in tutte le classi sociali ed economiche, sebbene le dinamiche di genere tra i coniugi vittoriani non fossero uniformi. In caso di abusi, la dipendenza, la separazione dal pubblico, la reticenza rendevano la donna una prigioniera senza via di fuga, trasformando l’ideale angelico in un incubo, uno spazio claustrofobico, svelando le fondamenta deboli del contratto implicito tra marito e moglie. La violenza coniugale minava la legittimità del contratto sessuale patriarcale, in cui il dominio degli uomini era giustificato dalla protezione che promettevano alle future mogli. Se l’ambito domestico non forniva protezione ma, anzi, metteva le donne in pericolo tanto da farle temere per la propria vita, come era possibile mantenere l’immagine ideale?

In casa la donna era apparentemente regina ma senza voce sulle decisioni più importanti, all’oscuro degli affari del marito. La signora St. Clair non sa che il marito si guadagna da vivere come mendicante in città per sanare dei debiti[5] e Lady Hope[6] consegna un documento al suo ricattatore senza conoscerne l’importanza. La netta separazione tra pubblico e privato isolava le donne dal potere politico e sociale. Persino l’abbigliamento, i corsetti, le crinoline, gli abiti ingombranti erano anche essi un mezzo per mettere la donna in una condizione di soggezione. I cerchi degli abiti erano “gabbie” progettate per estendere le gonne in un ampio raggio e, quando le gabbie vennero meno, ci furono i corsetti, le maniche a palloncino, i cappelli enormi, ogni capo volto a rendere impossibile alle donne essere individui attivi, rendendole incapaci di difendersi. Eppure un’epoca così maschilista porta ancora oggi il nome di una donna, la Regina Vittoria, che, a dispetto del suo essere una donna a capo dell’Impero britannico, si poneva a modello dell’ideale patriacale/paternalistico, ritenuto necessario e unico in grado di tenere insieme le molteplici realtà di cui esso era costituito e, al tempo stesso, contrastare le forze centrifughe che cominciavano a manifestarsi.[7] Nella logica vittoriana che prima del singolo viene lo status, la classe sociale, Vittoria prima che una donna era Regina e, come tale, fervente sostenitrice della separazione di sfere e di doveri tra i due sessi per volere divino e della necessità di controllo esercitato dal maschio nella coppia che, ovviamente, si manifestava anche nel controllo e nel dominio del corpo della propria moglie e di quanto da esso proveniva: lavoro, sesso, figli. Dio aveva creato la donna per essere compagna fedele e sottomessa all’uomo. Il sesso era un dovere coniugale e, in quanto tale, non c’era spazio per ritenerlo un crimine. Gli abusi sessuali erano all’ordine del giorno ma non erano riconosciuti e venivano considerati semplici casi di aggressione. Del resto, ogni cosa che avesse a che fare con il sesso non si riteneva conveniente che fosse mostrata in pubblico: essa, rigidamente, apparteneva al privato.

Venti di cambiamento

Cos’era cambiato in questo quadro quando Sherlock Holmes vide la luce? Le prime attiviste a fare una campagna a favore dei diritti delle donne furono Mary Wollstonecraft,[8] Barbara Bodichon e Lydia Becker.

Tra il 1870 e il 1892 furono approvate alcune leggi sul diritto alla proprietà che, lentamente rimossero alcuni ostacoli.[9] Prima del 1870 solo le donne nubili, che la società ghettizzava come traditrici della propria natura, entravano in possesso di propri beni, ma solo qualora non avessero fratelli maschi, perché altrimenti erano destinate a dipendere dal proprio fratello; le donne sposate, invece, perdevano ogni diritto a favore del marito. Nel 1884 marito e moglie vennero dichiarati entità separate e indipendenti. Dal 1857 anche le donne ebbero accesso al divorzio.[10] Mentre agli uomini bastava dimostrare l’adulterio della donna, le donne dovevano provare la concomitanza di altri reati commessi dal marito, quali l’abbandono, l’incesto o la violenza ripetuta. La pratica era comunque costosa e pochissimi vi avevano accesso; pertanto, abbandoni, separazioni private e addirittura vendita delle mogli sul mercato, rimasero all’ordine del giorno sino al 1899; per le classi medio basse il divorzio era economicamente inaccessibile, per quelle alte, moralmente inaccettabile. Nonostante l’accesso al divorzio, fino al 1878 le donne non ebbero la possibilità di vedersi affidati i propri figli. Esisteva una legge sulla custodia risalente al 1839, ma lasciava una tale discrezionalità al giudice da essere applicata raramente sino al 1878; ebbe però il merito di stabilire, per la prima volta, una presunzione di custodia materna per i bambini sotto i sette anni, mantenendo la responsabilità del sostegno finanziario al padre. Il divorzio non risolveva il problema della violenza domestica, che veniva ritenuta endemica nelle sole classi inferiori, perpetrata da mariti o conviventi che si impadronivano dei miseri salari delle loro mogli: Doyle testimonia situazioni ben diverse.[11]

La legge del 1832 consentiva agli uomini di picchiare le proprie mogli a meno che tale violenza non diventasse eccessiva e le mettesse in pericolo di vita: una merce, del resto, non deve essere danneggiata in modo irreparabile. La legge del 1853 cominciò a proteggere le donne in modo parziale, intervenendo con maggiore frequenza sull’eccesso di violenza, ma la paura delle donne fu più forte della Legge. La donna che ricorreva alla Legge veniva comunque additata come donna ‘pubblica’, non diversa da una prostituta, meno femminile, esecrabile sul piano etico, religioso, sociale per il semplice fatto di aver tentato di uscire dal proprio status. Se queste pastoie rendevano poco inclini le donne borghesi ad agire, per rispetto della privacy domestica e reticenza, esse condannavano le donne più povere a condizioni di abuso tali da renderle schiave delle schiave e spesso portarle ad esercitare la prostituzione per sopravvivere. Gli uomini potevano frequentare prostitute e bordelli, ma la prostituta era considerata lost woman, una fallen woman per la quale non esisteva redenzione alcuna.

La donna caduta era colei che, traviata, compiva l’atto aberrante di fare sesso fuori dal matrimonio: che fosse innamorata, fedifraga, stuprata o costretta a prostituirsi non contava e la vergogna era tale da colpire il nucleo familiare e le famiglie presso cui lavorava, le cui donne, schiave di livello superiore, erano costrette a proteggere la propria reputazione, cacciandola. Persino il filantropo e borghese Dickens dispensava, nelle sue opere, destini di esilio, morte e disperazione alle numerose lost woman dei suoi romanzi senza rimarcare il nesso causale tra le condizioni di indigenza e di bisogno delle donne e la ‘caduta’.[12] Una donna caduta, se aiutata, poteva al massimo diventare cameriera di qualche dama caritatevole ma nulla più. Bastava un niente per ricadere nel sospetto, nella disistima delle fasce sociali più elevate: questa è l’esperienza che hanno vissuto, in modi diversi, le vittime di Jack lo Squartatore, donne cadute ma non tutte prostitute, non tutte per la strada per affari illeciti. La donna caduta assume la duplice valenza, di preda e predatore, trasformandosi in una pericolosa tentazione in grado di corrompere, a sua volta, l’uomo. In generale, la letteratura vittoriana, anche Doyle, non diede asilo alcuno a queste donne: Holmes ha limitatissimi contatti con le donne lavoratrici delle classi inferiori[13] e anche le sue storie vertono su donne della classe medio-alta, salvo qualche caso sporadico. Coloro che tentavano di contrastare la millantata protezione del focolare domestico, per lavorare, nel caso della working class, o denunciare, nel caso della middle/high class, si sarebbero viste puntare il dito contro.  Successivamente, anche le carriere femminili rimasero limitate. In generale, le donne affrontarono enormi sfide con l’obiettivo di entrare in carriere adatte, come quella infermieristica, dell’insegnamento, di legge e di medicina. Quanto più lontana andava la loro ambizione, tanto maggiore era la sfida. I medici tennero ben serrata la porta della medicina: l’università di Edimburgo ammise alcune donne nel 1869 ma invertì la rotta nel 1873 a causa della violenta reazione degli educatori medici britannici. La prima scuola separata per medici donne fu aperta a Londra nel 1874 con una manciata di studentesse. La prosperità portata dall’industrializzazione creò un divario crescente tra le classi sociali dominanti e quelle basse. Ogni apertura, ogni allargamento, come la concessione del diritto di voto anche ad una piccola percentuale della popolazione maschile operaia del 1867, diventò motivo di disordini sociali. Nonostante l’Impero britannico vedesse assottigliarsi i suoi domini, la società borghese continuò nella sua cecità ideologica a rifiutarsi di vedere la povertà morale ed economica delle classi più basse, puntando il dito sugli effetti senza adoperarsi veramente per rimuovere le cause.

Fu il progressivo aumento dell’accesso all’istruzione e la necessità di sfuggire le condizioni di impoverimento e indigenza a creare quella che potremmo definire coscienza di genere, fondamentale per la nascita e diffusione di nuovi modelli.

The New Woman

Il diritto e la legislazione cercarono di venire incontro ai cambiamenti economici e politici che si andavano delineando, al centro dei quali c’erano le istanze di maggiore indipendenza ed autonomia da parte delle donne, molte delle quali erano lavoratrici, malpagate, con lavoro intermittente, oppresse in famiglia e sui posti di lavoro. Da queste lavoratrici arrivò la coscienza della propria condizione e un nuovo modello di donna, the new woman. L’espressione fu coniata dalla scrittrice Sarah Grand[14] per indicare il nuovo ideale femminile di donna istruita ed emancipata che, per la prima volta, metteva in discussione il matrimonio, la maternità, si schierava contro i matrimoni oppressivi e chiedeva a gran voce la possibilità di avere un’istruzione pari a quella degli uomini. Sarà questa Donna Nuova a farsi promotrice delle richieste di suffragio femminile. Era questo un ideale trasversale di donna lavoratrice che comprendeva, per la prima volta, anche le donne operaie. Le donne volevano mostrarsi per quel che erano contro il modello vittoriano, idealizzato e, forse, creato a bella posta da un mondo di uomini,  entrando nelle aree che erano state loro negate: la vita pubblica e la politica. La donna tardo-vittoriana  si mostrava agli uomini come Giano bifronte: angelo del focolare ma anche demone che si stava risvegliando per reclamare il suo ruolo in società. Mentre le donne borghesi venivano sempre più costrette in corsetti punitivi,  quelle della working class si rimboccavano le maniche per lavorare e rivendicare autonomia. L’avvento della New Woman segnò l’inizio di una rivoluzione sociale che, unita alle donne lavoratrici e alle donne cadute, profilava per il maschio vittoriano il concretizzarsi della minaccia alla famiglia e alla pura femminilità.

Diritto di proprietà

Sherlock Holmes e, ovviamente, Conan Doyle vivono in pieno questo periodo di cambiamenti sociali e politici nel quale vedono messe in discussione e in dubbio tutte le credenze nelle quali erano cresciuti. L’avventura della banda maculata e L’avventura dei Faggi Rossi sono i due racconti nei quali emerge il contrasto tra l’immagine di sicurezza e protezione che la famiglia intende fornire alle donne e la paura per il pericolo che esse rappresentano in realtà. Holmes invade gli spazi domestici di padri controllanti per rivelare il pericolo che corrono quelle donne che, dovendo sposarsi, secondo la nuova legge, avranno a disposizione una piccola proprietà. La causa dei crimini, quindi, sta nel denaro che hanno ereditato, in questo caso dalle madri, e che padri o patrigni usano e gestiscono per altri fini. Roylott, con il suo passato in India, rappresenta quell’alterità rispetto all’ Inglese ‘ariano’ verso la quale si nutre sospetto, mentre Holmes si presenta come il cavaliere senza macchia investito dalla fiducia di una donna che gli dà accesso al suo spazio. Roylott, emblema dell’Oriente che minaccia l’Impero britannico, impedisce alle figliastre, Julia e poi Helen, l’accesso al patrimonio attraverso un serpente che, se volessimo chiamare in causa Freud, potrebbe simbolizzare il fallo del patrigno che entra nella camera delle figlie; anche il fatto che le giovani dormono su un letto bloccato a terra fa pensare allo stupro, che provoca devastazione e morte. Doyle non ne aveva coscienza, però questi richiami sono stranamente evidenti. Ma il ruolo femminile è tale in rapporto ad un modello maschile: Holmes e Roylott si scontrano manifestandosi come due modelli diversi. Quando Roylott va da Holmes, piega un attizzatoio. Holmes lo raddrizza mostrando di avere una forza/potere maggiore di Roylott. Holmes esprime la sua mascolinità riportando l’attizzatoio in una posizione “eretta”: per avere potere bisogna avere una mascolinità non solo fisica ma anche mentale. Nei Faggi Rossi, Rucastle imprigiona Alice e sarà Violet Hunter, con un coraggio e un’autosufficienza senza precedenti, a rivolgersi a Holmes sino a diventarne collaboratrice. Violet è il prodromo della New Woman, istruita quel che basta per aspirare al posto di governante ma anche una ragazza sola che, anziché essere protetta dal sistema, rappresentato da Miss Stoper, viene inviata in una casa le cui condizioni lavorative, già per le richieste iniziali di tagliarsi i capelli o vestire in un certo modo, sono alquanto sospette. Anche Holmes, a cui si rivolge nel tentativo di trovare un surrogato maschile, si rende conto che la condizione in cui si trova la espone ad un ricatto che, oggi, definiremmo mobbing: o accetta o perderà la possibilità di lavorare. Violet colpisce Holmes per la sua prontezza, è diversa dagli stereotipi vittoriani ma la sua indipendenza ha dei costi: è una donna autonoma ma fragile tanto quanto Alice Rucastle, perché la sua autonomia si basa sulle virtù degli estranei. Tanto Helen Stoner quanto Alice vengono sfruttate e manipolate all’interno di quell’ambito domestico che dovrebbe invece proteggerle. Grazie a Holmes vengono sventati i tentativi criminosi di chi sta loro vicino e le donne svolgono un ruolo decisivo per definire in modo inequivocabile l’immagine eroica del detective. In Un caso di Identità, pubblicato nel 1891, Mary Sutherland cerca il suo fidanzato sparito, Hosmer Angel. Holmes si rende conto che Hosmer Angel altri non è che il patrigno di Mary, James Windibank, che, resosi conto che la figliastra non sarebbe rimasta obbediente per sempre, ha iniziato a travestirsi per tenere lontani altri pretendenti e continuare ad incassare i soldi del lascito della giovane.

La storia di Mary Sutherland esemplifica l’oppressione delle donne che non erano autorizzate a fare scelte libere: era un uomo, marito o padre, a farlo per loro. Se si fosse sposata, il marito di Mary avrebbe controllato i suoi beni ed è per questo che il patrigno  sente di dover evitare il matrimonio. Al contrario di altre donne, Mary è un’obbediente ragazza vittoriana che non mette in dubbio l’inferiorità della sua posizione ma, per ironia, la sua unica disobbedienza, la sua unica azione indipendente, è proprio il matrimonio, una istituzione che, in ogni caso, l’avrebbe imprigionata e incatenata a vita. Il complotto di sua madre e del patrigno fa tornare Mary nel ruolo di figlia compiacente a cui è impedito diventare la  donna indipendente che avrebbe potuto essere, una volta libera dalle macchinazioni della sua famiglia. Il problema della proprietà, stavolta di donne sposate, riguarda anche Violet Smith,[15] una giovane insegnante, un’ardente ciclista, rapita da un uomo che brama la sua fortuna: il controllo della sua persona, o del suo corpo, significa, per il maschio, controllo del suo denaro. Il rapitore non ha bisogno del consenso o della volontà della giovane per sposarla, non la ama e non si cura dei suoi sentimenti, il motivo del matrimonio è ottenere la sua proprietà: il possesso del corpo di una donna attraverso il matrimonio è il possesso dei suoi beni. Il matrimonio forzato può sembrare incredibile ma i matrimoni combinati nell’Inghilterra vittoriana erano all’ordine del giorno. Mentre, come Holmes fa notare, un matrimonio forzato non è legale, il suo consenso fa molta differenza, ma che libero consenso è se non sono disponibili altre scelte per una giovane donna non sposata e ci si aspetta che obbedisca comunque ciecamente alla famiglia? Una volta sposata, il corpo di una donna, come la sua proprietà, nonostante la legislazione, diventava del marito e, sebbene Doyle non si sia mai avventurato nel territorio dell’abuso sessuale nel matrimonio, che la sua educazione certamente non contemplava, SOLI è il racconto che si avvicina di più all’idea che questo sarebbe potuto succedere. Del resto, il racconto è stato scritto nel 1904, un momento in cui le rigide divisioni di genere tra i due sessi cominciavano a dissolversi. Il simbolo dell’emancipazione e del desiderio di libertà delle donne fu rappresentato proprio dal boom della bicicletta. Tuttavia, anche in questo caso, l’ordine viene ristabilito: Miss Smith sposerà il ‘suo’ Cyril e, avendo trovato lavoro a Londra, probabilmente non andrà più in bicicletta da sola.Se un ‘matrimonio forzato non è un matrimonio’, come Holmes ricorda quando viene scoperto il crimine, è lecito chiedersi se sposare Cyril alla fine non sia un altro matrimonio forzato, dal momento che questo era quanto da una donna del suo rango la società si aspettava e che si adattava al modello vittoriano ideale. Ma, se a Violet avessero chiesto cosa desiderasse veramente, cosa avrebbe risposto? Non lo sapremo, dal momento che l’ultima immagine che abbiamo è quella di una donna che lancia un ultimo urlo, come un gorgoglio, con un fazzoletto alla bocca. Violet, privata della parola, rimane una donna che un uomo, il rapitore, vuole per la proprietà, un altro come moglie, e che Holmes e Watson desiderano che diventi moglie di Morton: con sollievo del lettore vittoriano, è questo il ruolo che le verrà assegnato.

E se invece quell’urlo fosse l’espressione dell’orrore per tutti i ruoli, compreso quello di moglie devota di Cyril?

Del resto Violet è intelligente, una ciclista capace, esuberante, atletica, che sa lasciare indietro il suo inseguitore, ben diversa dall’immagine femminile, fragile, con la gonna da passeggio, disegnata da Paget. Sembra quasi che Doyle abbia voluto contemperare una immagine di donna dipinta con dei tratti persino troppo atletici e maschili con una più tradizionale. Del resto, il ciclismo di Violet e l’inseguimento che ne segue è reso eccitante dal suo muoversi veloce nella campagna per seminare l’uomo travestito e nascosto da barba, cappello e abito scuro. Carruthers, che preferisce seguire Violet, rappresenta la crisi della mascolinità che l’Inghilterra di fin de siécle percepisce come problematica e a cui cerca di porre rimedio con un’iperattività sportiva caratteristica tanto di Doyle, quanto di Holmes, che pratica la boxe e il bartitsu, quasi a contrastare i timori di un eccesso di effeminatezza. Mentre Paget promuove un modello di femminilità, Doyle ci consegna personaggi tutt’altro che monolitici nella loro identità di genere: una donna che inforca la bicicletta da sola e un uomo che si traveste perché non ha il coraggio di manifestarsi diversamente e direttamente nonostante, per la sua età, abbia alcune caratteristiche di mascolinità che lo mettono sullo stesso piano di Holmes, paradigma maschile e insuperato per doti di forza e intelligenza.

Violenza domestica e separazione

Doyle, in ABBE e HOUN, mette a nudo un altro problema della società tardo-vittoriana: la violenza domestica e la possibilità di separazione. I due casi illustrano la situazione di donne della classe medio-alta intrappolate da mariti violenti nella segretezza della sfera domestica. In un caso, Holmes scopre una moglie abusata secondariamente in relazione al mistero principale, in un altro è al centro di un omicidio. In entrambi i casi, il suo metodo scientifico porta all’esposizione della violenza. In ABBE, Lady Brackenstall è trattata con simpatia e viene creduta dalla polizia riguardo all’omicidio del marito: dei ladri hanno fatto irruzione e lei stessa è una vittima, donna e vittima, uno stereotipo che offre in ogni caso una storia ragionevole per spiegare i fatti. Ma piccoli dettagli sulla scena del crimine, il taglio della corda di una campana di servizio e tre bicchieri di vino, sollevano interrogativi per cui Holmes riuscirà a rintracciare il capitano della nave sulla quale Lady Mary è salpata, guarda caso, dall’Australia. Dal Capitano Crocker emerge la verità: il marito è stato ucciso per quella che oggi sarebbe definita legittima difesa. E Holmes, con il placet di Watson, che rappresenta un’ideale giuria, deciderà di nascondere il crimine, una decisione che sembra una condanna diretta delle ingiustizie che le donne subiscono a causa degli uomini violenti e dei rigidi codici sociali.

Sembra.

ABBE si apre all’insegna del disprezzo dei modi narrativi di Watson accompagnato dal the game is afoot, la manifestazione della totale fiducia nei propri metodi. Ma, mentre Holmes da una parte non vorrebbe altro che aggiungere un tassello alla sua arte della scoperta, dimostrando la sua abilità e superiorità, finisce per trovarsi invischiato in un dilemma sociale forse più adatto alla penna di Watson. Inoltre, ancora una volta la donna ha necessità che un uomo, Holmes, sia arbitro del suo destino di essere denunciata o lasciata libera. Lady Brackenstall nega l’abuso, non cerca la protezione della legge perché, come Lord Lyndhurst aveva eloquentemente affermato nei Dibattiti parlamentari sugli emendamenti alla legge sul divorzio (1869), “la legge, lungi dal proteggerla, la opprime. È una senzatetto, impotente, e quasi del tutto priva di diritti civili”.  La presa di posizione di Holmes denuncia, quindi, l’incapacità della legge di proteggere le vittime di abusi domestici. La decisione pacata di questo caso viene sostituita in HOUN da un momento di rabbia, quando scopre Beryl Stapleton, moglie del principale sospettato, semicosciente e legata a un pilastro al centro di una stanza, dove suo marito tiene la sua collezione di falene. Presentare Beryl come un altro essere vivente della collezione di suo marito sottolinea il potere  di controllare la sua vita e la sua persona. Come vedremo, la posizione di Doyle è ambivalente nei confronti dell’ordine patriarcale, ma in queste storie è indubbia la sua volontà di evidenziare l’ingiustizia dell’abuso delle donne.

È anche una denuncia? O piuttosto la denuncia di una deriva della società patriarcale?

Quel che è certo è che, almeno nei confronti del matrimonio, anche in virtù della sua situazione familiare, Doyle ha sempre sostenuto la necessità del divorzio con parità di diritti tra uomini e donne. È noto che l’autore nel 1897 incontrò e si innamorò di una donna molto più giovane, Jean Leckie, che sarebbe diventata la sua seconda moglie, mentre la prima era ancora viva e gravemente ammalata. Jean era la Donna Nuova, sua moglie Louise la donna da proteggere. Dopo sette anni di relazione con Miss Leckie, scrisse L’avventura di Abbey Grange, in cui richiamò l’attenzione sulle leggi inglesi che ancora rendevano le donne incapaci di accedere al divorzio, anche per la sola paura della vergogna, e sui loro effetti sulle famiglie; dopo due anni, Doyle divenne presidente dell’Unione per la riforma del divorzio. Se i personaggi femminili servono a sostenere il culto di domesticità, padri e mariti tiranni come Rucastle, Windibank, Roylott, Sir Eustace Brackenstall o Stapleton mostrano quanto sia facile per gli uomini nella società patriarcale abusare del loro potere e diventare rovina delle proprie mogli. Un altro caso è Anna,[16] che diventa assassina perché sorpresa a rubare alcuni documenti del marito, che ha tradito lei ed i suoi compagni, in particolare il nobile e altruista Alexis. Anna si suiciderà, ma Holmes deciderà di consegnare i documenti alla polizia con una decisione ‘morale’ che ricalca quelle di non denunciare le colpevoli.

La reputazione delle donne e la vendetta

La reputazione di una donna sposata poteva essere distrutta da qualsiasi sospetto di aver espresso affetto per un altro uomo prima del matrimonio. Questa  norma sociale era così forte che un uomo poteva guadagnarsi da vivere ricattando le donne, come accade in CHAS, e una moglie essere pronta a sottrarre dei documenti per impedire al marito di conoscere un primo amore innocente come in SECO: la verginità era il valore sostanziale del matrimonio. Queste due storie presentano entrambe modelli femminili forti, disposti ad agire in propria difesa, che privano Holmes del completo successo. Lady Hilda Trelawney Hope dice di condividere ogni cosa con il marito ma, di fatto, non sa di aver rubato un documento politicamente importante: con la sua reticenza e compostezza metterà  a dura prova un Holmes sconcertato dai suoi modi. La causa del furto è il ricatto – e la ricattabilità – ma anche l’insistenza da parte del marito nel nascondere le questioni politiche alla moglie. Lady Hilda si rivela manipolatrice e capace di ingannare il poliziotto a guardia della scena del delitto travestendosi da dattilografa e usando il flirt e la sua bellezza. L’inganno riesce perché la donna incarna un tipo diverso di femminilità, lontano da quello che ci si sarebbe aspettato da una donna sposata. Lady Hilda manipola abilmente la sua sessualità e la sua immagine e il suo successo nel truffare il poliziotto ha a che fare tanto con la sua capacità di tenere a freno il suo corpo quanto di rivelarlo. Il poliziotto che la lascia entrare, per il suo vestire dimesso, la ritiene quanto di più lontano da un crimine ci possa essere. Lady Hilda interpreta tutti i ruoli possibili, la Signora della casa, la ragazza civettuola, il ladro e, alla fine, la penitente da cui scompare ogni traccia di quell’audacia che l’aveva spinta – anzi, costretta – ad agire. L’assassina della spia è invece sua moglie, non a caso una creola che, in quanto tale, è incline ad atti irrazionali, a gelosia e pazzia. Entrambe le donne sono attrici non riconosciute nella vita pubblica dei loro mariti. Lady Hilda riconsegnerà la carta rubata a causa di un ricattatore e Holmes di nuovo fingerà che nulla sia accaduto. La resistenza di Conan Doyle all’identificazione visiva della criminale femminile appare come negazione della soggettività pubblica delle donne e di una loro reale e piena cittadinanza che sembra concretizzarsi nel rifiutare loro anche la piena criminalità. Questa tendenza è maggiormente evidente in CHAS. Nonostante la violenza dell’omicidio, Holmes mantiene pubblicamente invisibile la donna che lo commette, coprendo il suo atto. Successivamente Holmes identificherà la donna da una foto esposta in una vetrina ma sceglierà ugualmente di non perseguirla.

Probabilmente le circostanze non avrebbero consentito una condanna, ma questa rimane l’istanza più illegale tra quelle che Holmes copre, dal momento che Holmes e Watson sono stati testimoni dell’omicidio: “…ci sono alcuni crimini che la legge non può toccare e che quindi, in una certa misura, giustificano la vendetta privata”.

Per la prima volta, la violenza dell’omicidio entra in modo dirompente nelle case dei lettori anche attraverso l’illustrazione grafica di esso. L’assassina non parla con Holmes ma è una delle poche donne a cui viene lasciata la parola,  pur se esclusivamente nel momento in cui sta per prendersi la sua vendetta: la donna, sino ad allora rinunciataria e non riconosciuta, diventa un vendicatore e, come tale, il suo atto viene in qualche modo giustificato.

Commesso a sangue freddo, con premeditazione, questo crimine si connotava certamente come inquietante per i lettori contemporanei: una donna che spara a un uomo con una pistola nel suo stesso studio era la concretizzazione dell’ansia nei confronti di una minaccia invasiva e distruttiva proveniente dalle donne. Nel coprire l’atto, tuttavia, Holmes si assicura che il vendicatore rimanga fuori dai tribunali, dai giornali e dal sistema legale, un atto, questo, di giustizia umana, di apparente anticonvenzionalità, ma che invece esprime a pieno l’ambivalenza in cui Doyle si dibatte, tra la sensibilità nei confronti delle donne e la necessità di riportarle, fuori dai riflettori della ribalta, nell’oscurità della domesticità. Questa donna è portentosa, minacciosa e attraente al tempo stesso, ma le sue istanze vengono ancora una volta ‘normalizzate’ fornendo giustificazione per il suo atto. Ancora una volta, le istanze innovative vengono ricondotte nel segno della tradizione: nonostante la vendetta, la sua storia ruota ancora attorno a suo marito, che muore a causa della scorrettezza di un predatore, e alla sua possibilità di potersi ricostruire una vita, magari risposandosi. Alla fine della storia, guardando “una vetrina piena di fotografie delle celebrità e delle bellezze del giorno”, Holmes riconoscerà quella che potremmo chiamare la “foto segnaletica” della nostra anonima Furia. Siamo di fronte al nuovo panorama visivo del consumismo vittoriano. Proprio come le illustrazioni di riviste hanno trasformato la narrativa, l’esposizione di fotografie di donne come mezzo di vendita ha contribuito a spostare la cultura pubblica verso il visivo, il consumismo e il femminile. Conan Doyle ritrae una di queste donne – mostrata in tutto il suo aristocratico splendore per incoraggiare il consumo – come un’assassina, quanto di più lontano da ciò che sembra significare a livello visivo e immaginativo. Nonostante tutto, CHAS rimane una delle più forti condanne del vittorianesimo nel suo consentire ad una donna di distruggere il suo oppressore (con l’approvazione di Sherlock Holmes). L’influenza di Milverton deriva dalla morale vittoriana, quando la sessualità era da godere in privato e mai discussa o mostrata pubblicamente, seppur attraverso lettere. Le lettere che queste donne hanno scritto ai loro amanti rovinano la loro reputazione. Holmes e Watson riporteranno l’ordine bruciando tutte le lettere possedute da Milverton ma cancellando così ogni traccia della sessualità delle donne.

Un altro caso di vendetta lo troviamo in ILLU, racconto del 1924 in cui non compare un vero mistero da risolvere. Ancora una volta, protagonista è una donna lontana dagli stereotipi, Kitty Winter. Il cliente si rivolge a Holmes perché convinca la giovane e stereotipata Violet De Merville, “giovane, ricca, bella, realizzata”ma anche ingenua, debole e suggestionabile, a rompere il fidanzamento col Barone Gruner, accusato di aver ucciso la prima moglie. Holmes si rivolge ai suoi contatti sotterranei per rivelare la vera natura del Barone e la Winter, bella, col volto che porta i segni del dolore e della vita che conduce, è colei che gli rivela l’esistenza di un libretto in cui Gruner trascrive i nomi delle donne che ha rovinato in passato, come lei. Mentre Holmes e Kitty tentano di rubare il libro, vengono quasi catturati e la giovane approfitta per vendicarsi lanciando acido in faccia a Gruner, rovinandolo come lui aveva rovinato lei. Sebbene non sia mai affermato esplicitamente, è chiaro che Kitty Winter è una prostituta. Ciò che rende ancor più sinistro il suo passato con Gruner è che lo è diventata a causa sua. Kitty doveva essere una donna di una certa levatura se Gruner l’ha  voluta come amante, ma in questo caso, una volta lasciata per un’altra donna, nonostante l’onta e la vergogna, sarebbe stato improbabile che diventasse una prostituta. È invece probabile che Kitty Winter e le altre donne presenti nel libretto di Gruner siano state vendute nella tratta delle bianche come prostitute, prassi comune in tutta Europa per gran parte del XIX secolo.Questo potrebbe spiegare l’odio di Miss Winter per Gruner, così come il suo volto “consumato dal peccato e dal dolore”. La sua vendetta punisce i crimini e impedisce, come per l’assassina di CHAS, che il criminale possa continuare a perpetrarli.

La Donna: Irene Adler

by Alexander Bassano, cabinet card, 1885

Violet Hunter e Kitty Winter sono forti e intelligenti, ma nessuna delle due è notevole o memorabile come l’indimenticabile avventuriera Irene Adler. Irene è la Donna. Anche se le precede entrambe, possiede caratteristiche sia di Violet Hunter sia di Kitty Winter. È intelligente e fiduciosa come Violet, forte e feroce come Kitty. Irene incarna indipendenza, femminilità e libertà; Holmes non è attirato dalla sua sessualità. L’amore per Irene deriva da un’ammirazione per la sua forza, bellezza, intelligenza e indipendenza. Irene non si lascia opprimere, vittimizzare né vincere. La Adler è il Nuovo di Holmes come Jean il Nuovo di Doyle. Adler sfida ordini e norme sociali e può farlo perché è un’americana che ha guadagnato i suoi soldi come star dell’opera, invece di fare affidamento su un marito o una famiglia per avere sicurezza. Irene supera in astuzia Holmes perché si traveste, si mascolinizza, ma non perché voglia abdicare alla sua femminilità, semplicemente per avere più libertà girando per Londra alle sue condizioni, senza curarsi della reputazione o di essere una donna “pura”. Ha l’abilità di sfidare le norme sociali e, nello stesso tempo, di presentarsi come donna ideale dell’era vittoriana, rispettabile tanto da essere sottovalutata persino da Holmes, che ragiona per stereotipi e non capisce la sua manipolazione. Nell’interpretazione analitica,[17] la Adler rappresenta il fallimento “voluto” (a livello inconscio) di Holmes, che avrebbe avuto tutti gli elementi per riconoscerla quando, travestita da giovane, saluta il detective, ancora lui stesso travestito; un fallimento, questo, che consentirebbe ad Holmes di renderla un modello di donna ideale, possedendola attraverso la foto ma allontanandola da sé. Al di là del modello psiconalitico, che rimane comunque interessante, vorrei soffermarmi in questo caso sull’aspetto sociale. Irene diventa per il Detective promemoria della vita reale: le donne possono non seguire le norme attese dall’ordine sociale, le persone non dovrebbero essere valutate sulla base di esse e tanto meno stimate per il titolo o per un’apparente rispettabilità. Ci sono due lati di ogni storia. Adler ha le caratteristiche della New Woman, rifiuta di essere danneggiata da un ex amante, anche se è un futuro Re. La coscienza di classe non determina le sue azioni, sfugge ad ogni classificazione, incarnando tutto ciò che può essere visto come mostruoso in ogni donna che sfida le convenzioni. Non è una damigella in pericolo, non è passiva: per la società vittoriana è una minaccia, una deviazione e un motivo di ansia. Adler si pone al centro del divario tra uomo/donna, pubblico/privato, sé/altro; non può essere redenta, quindi deve lasciare il paese,  cosa che Doyle assicura alla fine della storia. Inoltre, per essere ulteriormente sicuri, la Adler, al momento del racconto, è morta. Oltre alle caratteristiche maschili che la rendono un personaggio attivo, e quindi ‘altro’, Irene si muove tra il mondo maschile e quello femminile travestendosi da uomo per seguire Holmes e scoprire chi è. Il suo cambiare forma la qualifica come soggetto autonomo: cambiare i vestiti e non essere individuata come donna denota che controlla il proprio corpo e che agisce nel proprio interesse e per proprio conto. Il suo travestimento rappresenta la resistenza ai ruoli di genere e alle costruzioni sociali, elude il sistema visivo di Holmes, le consente una libertà altrimenti impossibile rendendo, inoltre, meno nette le linee di demarcazione della classe sociale. Adler sconfigge Holmes usando abilità e talento: la sua intelligenza e la sua audacia sono al servizio della sfida alle idee convenzionali su come dovrebbe comportarsi; servono a proteggersi e ad assicurarsi la vita che vuole, non la vita che altre persone pensano che dovrebbe avere.

Quello che sorprende tutti, Holmes e lettori vittoriani compresi, è che per la prima volta la lettura del corpo sessuato, del genere, viene resa difficile dalla dissimulazione di una donna; cosa, questa, che mette in discussione le basi stesse della criminologia positivista.

Adler ha dei tratti mascolini che le consentono di dissimulare facilmente la sua femminilità, differenziandosi dal resto delle donne per la sua capacità di eludere ogni tipo e forma di mercificazione sessuale. Il confronto tra Holmes e il Re di Boemia è un confronto quasi tra rivali: Holmes combatte con la mente e la logica contro i muscoli e la forza del Re che non sono riusciti a recuperare la foto. I due uomini lottano entrambi, ma non ne sono consapevoli, per il possesso del corpo della donna espresso nell’immagine di essa. Nel dialogo, Holmes, con la sua acutezza con la quale rimarca la superiorità della Adler sul Re, dominerà come conversatore tutta la situazione, ma, alla fine, anche lui risulterà perdente in questo duello, non perché inferiore al Re ma perché la Donna si è chiamata fuori da quel traffico e da quella mercificazione del corpo femminile che avviene nei rapporti maschili: attraverso il medium femminile, gli uomini esplicitano un desiderio erotico maschile, omosociale, che difficilmente sarebbe stato tollerato e concepito e che potrebbe essere alla base della misoginia – quella sì, vera – e dell’omofobia, che hanno informato tutto il XIX secolo.[18] Le donne, quindi, vengono scambiate fisicamente o idealmente, per cementare i legami omosociali maschili, ma la dissimulazione femminile interferisce con i meccanismi di tali legami e li interrompe. L’inclusione di un personaggio che si identifica come donna ma passa per uomo evidenzia l’instabilità delle norme di genere. Ma, alla fine, la Donna che si espone, che si traveste, viene ricondotta alla sfera privata e alla domesticità con il suo allontanamento e con un altro matrimonio. Il suo essere ricondotta all’interno di una tradizione, tuttavia, nonostante ella abbia una dubbia reputazione e sia considerata un’avventuriera, dimostra ancora una volta come l’unica istituzione capace di contenere tale novità sia fallace perché non solo protegge le donne esclusivamente in modo apparente dal pubblico, mettendole alla mercè di mariti non sempre specchiati, ma concede agli stessi i mezzi per manipolare la percezione pubblica di esse. Il rapporto di Adler con il denaro la esclude anche dalla dimensione economica. Le donne usavano i loro corpi come beni di scambio e i personaggi femminili venivano considerati buoni, come nel caso di una moglie, o cattivi, come nel caso di una prostituta, sebbene entrambe le categorie scambiassero i loro corpi per un guadagno materiale. L’uso del sesso per ottenere sicurezza finanziaria, sebbene più palese nel caso delle prostitute, non era meno motivante per le donne che, con poche prospettive di lavoro nel XIX secolo, avevano solo il loro corpo da offrire in cambio delle comodità materiali e finanziarie del matrimonio. Irene, invece, rifiuta di sfruttare i suoi rapporti con il re per denaro. Il rifiuto del denaro la pone al di fuori del normale commercio sessuale delle donne eterosessuali. Holmes verrà ingannato a causa della sua concezione stereotipata del comportamento basato sul pregiudizio di genere: “Quando una donna pensa che la sua casa sia in fiamme, il suo istinto è subito quello di precipitarsi verso la cosa che apprezza maggiormente”. Sebbene Adler mostri a Holmes dove ha nascosto la fotografia, Holmes non può prevedere il suo comportamento successivo ricorrendo a supposizioni sul suo essere donna: Irene Adler non è guidata da nessun comportamento di genere, che Holmes scambia per un effetto della biologia. Adler è biologicamente femmina, ma la sua mascolinità, simulata o forse reale, mina l’assunto ideologico che il comportamento di genere dipenda dal sesso. Adler è una rappresentazione dell’ibrido diabolico al centro del discorso di genere fin-de-siècle:  una donna con una mente da uomo, anzi, migliore di quella di un uomo… da cui l’ammirazione di Holmes, esattamente come fosse un uomo che sa tenergli testa. Adler rimane fuori da tutte le convenzioni e quindi fuori dal regno delle deduzioni ideologiche di Holmes, che scopre colei che, negandogli il successo, lo mette sulla strada del cambiamento. Se Irene Adler è la donna nuova, Sherlock Holmes è l’uomo nuovo o sta per diventarlo.

Questo personaggio fa certamente la differenza nella prospettiva di Holmes nei confronti delle donne: “Egli [Holmes] era solito divertirsi con l’intelligenza delle donne, ma non l’ho sentito farlo di recente”. Non fatichiamo molto, conoscendo l’educazione di Doyle, a vedere nella Adler, e in tutte le donne forti ed autonome del Canone, l’ombra di sua madre, capace di prendersi cura della famiglia a dispetto di un marito incapace.

Individuazione e metodo

L’immagine centrale di SCAN è quella in cui una Irene travestita da uomo augura la buonanotte ad un Holmes ancora travestito: senza le parole della storia non si saprebbe mai, dalla sola immagine, che il giovane è una donna. D’altra parte, senza l’illustrazione, non si coglierebbe la disarmante minaccia della performance transessuale di Irene Adler. Tale immagine, che si presenta a una duplice interpretazione e che si chiarisce attraverso il testo, evidenzia uno dei problemi della relazione di Holmes con il corpo femminile, un problema, non a caso, di individuazione. La novità del Canone sta nella fede nel potere dell’osservazione, della visione attenta nella certezza del dato che, a sua volta, fonde la scienza del crimine e la fisiologia. L‘occhio esperto di Holmes trova il suo acume visivo continuamente ostacolato dalla resistenza del corpo femminile all’interpretazione. Il positivismo esaltava il corpo come luogo dell’individuazione. Le storie costruiscono la criminalità come un insieme di codici specificamente visivi e quindi affermano il primato della conoscenza mediata visivamente: tale modello viene mutuato dalla scienza criminale contemporanea, emersa come disciplina nell’Europa di fine Ottocento. I primi criminologi partivano dal presupposto che i criminali fossero retaggio di una precedente forma di umanità più “primitiva”. La criminalità era un atavismo riconoscibile da segni visivi, e quindi incontrovertibili, della patologia innata. Galton, Bertillon, citato anche da Holmes, e, in Italia, Cesare Lombroso elaborarono le loro idee su foto segnaletiche e tipi criminali in un momento in cui l’immagine, il visivo diventavano qualcosa di diffuso anche all’interno delle riviste. Lo Strand Magazine tra il 1890 e il 1894 diffuse un notevole numero di articoli sul tema[19] oltre a serie che raccontavano di come fosse possibile rinvenire i tratti patologici nei criminali.[20] Negli stessi numeri dello Strand, quindi, troviamo Holmes ed articoli che insegnano ai lettori come identificare i criminali delle sue storie. Sebbene il Canone celebri la posizione di Holmes come obiettiva e lui stesso venga paragonato a una macchina, la sua pratica visiva si basa sulla criminologia e sull’antropologia tardo-vittoriana, il cui debito nei confronti delle teorie razziali è anche fin troppo evidente. Holmes si inserisce pienamente in questo alveo, rivelando più volte la sua fede nel potere dello sguardo di rivelare le aberrazioni, e la sua dipendenza dall’accumulo di dati visivi ha una notevole somiglianza con Bertillon, oltre a dipendere dai miti sul corpo umano e sulla differenza visiva perpetuati da criminologi come Lombroso ed Ellis: Moriarty e Beppo corroborano l’idea che la criminalità sia una caratteristica innata piuttosto che situazionale e che le caratteristiche criminali siano un codice visivo “naturale” piuttosto che costruito. 

Se la razza si rivela un monolite, il genere è proteiforme e il mondo femminile si rivela sfuggente: le donne sono barricate dietro vestiti, reticenza e maschere che, paradossalmente, è l’ideologia vittoriana stessa ad aver creato.

Nonostante le frequenti interazioni con le donne, Holmes nei loro confronti a volte è disattento[21]: quando parla di imprescrutabilità dovuta a una forcina o un arricciacapelli fa riferimento a quel trasformismo che le rende difficili da leggere. I corpi delle donne non forniscono informazioni utili: la loro enigmatica e non cooperativa fisicità, fatta di silenzi, reticenza, svenimenti, febbre cerebrale, ostacola le indagini sfidando sia l’idea che le vestigia del crimine siano immediatamente evidenti sia l’autorità visiva di Holmes, accurata come un microscopio, per non parlare del fatto che, altre volte, l’imperscrutabilità corporea delle donne è intenzionale piuttosto che inconscia. Ecco che, quando si tratta delle donne che sfidano apertamente le concezioni convenzionali della verità rispetto al pubblico, alla trasparenza, la coincidenza della verità con quanto è visibile ed è esposto e alla luce viene meno. Come testimoniato dalla vendicatrice di CHAS, il Canone presenta criminalità e verità come categorie visivamente accertabili ma, quando descrive la criminalità femminile, suggerisce che l’orchestrazione e l’inquadratura di un’immagine ne vadano a determinare il significato. In CHAS la fotografia dell’assassina è uno strumento di marketing, non una rivelazione dell’identità del criminale: al posto di una fronte bassa, abbiamo tiara e labbra sensuali! Altro che tratti genetici del criminale! La vendicatrice racchiude l’ambivalenza dell’intera serie sulla criminale femminile: rappresenta il potere femminista appena risvegliato, i fallimenti del patriarcato e il fascino consumistico della disobbedienza delle donne. La vendicatrice anonima non ha i segni della degenerazione criminale ma quelli del fascino e della grande bellezza: è attraente e degna di essere ammirata, guardata. Mentre Conan Doyle mercifica la vittimizzazione femminile, la mercificazione femminile della violenza e della criminalità è ancora più significativa. In un momento in cui una fazione della campagna per il suffragio stava diventando violenta nei suoi atti di disobbedienza civile, CHAS si connota per il fascino che tale disobbedienza esercitava. La vendicatrice, come altre criminali, ha il fascino del glamour piuttosto che i segni del criminale incallito. Siamo di fronte, quindi, a un modello di visione consumistico piuttosto che antropologico o criminologico. Nel discorso consumistico, essere visibili è una forma di potere, non di sottomissione. I pubblicitari e gli operatori di mercato della fine del XIX secolo predicavano, a differenza di Holmes, che era meglio essere guardati che guardare, definendo i canoni di quale tipo di incarnazione femminile fosse degna dello sguardo. Il consumismo ha operato quel passaggio tanto temuto, anche da Doyle, ridefinendo la femminilità come pubblica e visibile, ovviamente quando essa si è conformata alla logica del consumismo. Dal Maestro dei Detective, ci si aspetterebbe che anche le criminali donne siano facilmente identificabili, ma immaginare le donne è un’attività problematica anche per Holmes, capaci come sono di resistere allo sguardo indagatore del Detective: l’arma maschile che le aveva condotte alla sottomissione e alla reticenza è diventata un’arma a doppio taglio.

Convenzionalità e Inconvenzionalità

La narrativa poliziesca di Doyle è stata  letta come un genere che ha promosso le ideologie vittoriane dominanti. Infatti, nella misura in cui Doyle era un archetipo dell’autore maschio bianco, ha creato un personaggio sostenitore dei valori imperialisti e patriarcali volti al mantenimento dell’ordine sociale. Secondo questa visione monolitica, i criminali altro non erano che nemici dell’ordine, tali da minacciare le rispettabili ideologie borghesi dominanti. Le storie di Conan Doyle, tuttavia, rivelano una complessità tale da potervi scorgere non solo elementi che riflettono stereotipie vittoriane, ma anche elementi che le mettono in discussione e le criticano. Lo stesso Doyle, dopotutto, non fu sempre coerente nelle sue opinioni su politica dell’Impero o ruoli di genere: era uno schietto difensore delle azioni britanniche nella guerra boera ma anche sostenitore degli irlandesi, era favorevole al divorzio ma non al suffragio femminile.

Molte delle storie del Canone hanno a che fare con sfide più alle convenzioni sociali e sessuali che assicuravano ordine che alla legge ufficiale.

Il successo dei gialli, del resto, può essere attribuito proprio a questo desiderio di ordine sociale, ed epistemologico, e all’insorgere di ansie di classe, di genere e di razza innestate nel corpo di un Impero britannico in cambiamento. La Rivoluzione industriale aveva reso possibile l’espansione della classe media con una crescente preoccupazione di trovare il proprio posto in società, da cui anche il cliché del maggiordomo/assassino che incarna le paure di una ribellione dal basso. 

Holmes e Doyle vivono un momento di diffuse ansie sociali: quella nei confronti del diverso, della preminenza dell’Impero e della posizione dell’Inghilterra nel mondo; non ultima quella relativa al ruolo mutevole delle donne e alla conseguente femminilizzazione degli uomini: in alcuni atteggiamenti, Holmes e Watson rivelano la necessità di offrire dei paradigmi sui quali modellare il comportamento di genere maschile alla luce dei cambiamenti e degli adattamenti ad essi. Sotto certi aspetti, Holmes offre ai lettori rassicurazioni sui valori tradizionali inglesi, utili in un momento in cui l’Inghilterra cominciava a sentirsi incerta. Risolvendo un crimine, Holmes ripristina l’ordine sociale riaffermando i valori della classe mostrandosi [22]  nei confronti delle donne con un atteggiamento tipicamente vittoriano, da cavaliere protettivo. Il Detective si aggrappa alla credenza popolare che la condotta e l’azione delle donne siano governate dalle emozioni e a quella, altrettanto popolare, secondo cui più grande è il cranio, più grande è il cervello. ‘un uomo con un cappello così grande deve avere qualcosa da metterci dentro’’[23] da cui il postulato di una minore intelligenza femminile. Ma, se esaminiamo il Canone, l’atteggiamento di Holmes muta e questo spiega tanto i suoi atteggiamenti paternalistici quanto la sua ammirazione verso le donne forti che incontra, quelle che agiscono al punto di sfidare i ruoli vittoriani a cui erano state relegate. In contrasto con Holmes, Watson è l’incarnazione della morale e dell’etica vittoriana. Le sue visioni differiscono significativamente da quelle di Holmes perché preferisce assegnare ruoli e qualità tradizionali alle donne: la femminilità, la gentilezza, essere madri e mogli. Inoltre, Watson non è mai d’accordo con la visione morale di Holmes, sebbene rispetti la sua opinione. Watson ha una visione del mondo più ortodossa. Holmes e Watson sono giustapposti ma trovano un equilibrio tra le diverse visioni sulla struttura morale della società e le leggi dell’etica. Mentre Watson e la polizia offrono il contrasto con l’atteggiamento del detective rispondendo con atteggiamenti stereotipati, l’Holmes vittoriano convenzionale convive con un atteggiamento più aperto, come è giusto che sia per un personaggio che esordisce alla fine dell’Ottocento e chiude la sua esistenza lavorativa negli anni Trenta del secolo successivo. Del resto, La Donna lo aveva battuto proprio a causa dei pregiudizi, ecco perché Holmes impara ad essere più elastico e possibilista ogni volta che è alla ricerca della verità. L’Holmes-detective riflette, quindi, un atteggiamento maggiormente anticonvenzionale dal momento che la logica e la verità gli consentono di andare oltre il pregiudizio: usando il metodo scientifico, seppur accidentato dalla reticenza femminile, riesce ad andare oltre il superficiale e il convenzionale sia per trovare la verità di un crimine sia per rivelare la verità dell’esperienza femminile in relazione a quel reato. Holmes non è però un riformatore né è necessario che lo sia: la sua vera anticonvenzionalità sta nella dipendenza dalla scoperta scientifica, basata sui fatti, e dalla deduzione che gli consente di ricostruire situazioni per scoprire la verità dell’esperienza femminile.

La dedizione alla ricostruzione di un crimine basandosi sulle prove lo libera dai convenzionali atteggiamenti vittoriani maschili nei confronti delle donne, permettendo a lui, e al lettore, di vedere la realtà dell’esperienza femminile anche quando questa si rivela come una realtà criminosa.

Le donne, rappresentate come damigelle credule o in difficoltà salvate da Holmes, il cavaliere errante, da una parte sottolineano le strutture patriarcali di potere e le virtù morali di un matrimonio ‘innocente’ – e molti dei lieto fine coinvolgono un matrimonio restaurato grazie alle brillanti deduzioni di Sherlock Holmes – dall’altra evidenziano quanto Holmes diventi sempre più critico nei confronti delle pratiche vittoriane man mano che le storie procedono: così le criminali donne porteranno con sé sfumature tali e sorprendenti da portarlo a scagionarle quando ingannate dagli ideali vittoriani. L’atteggiamento di Holmes esprime un’anticonvenzionalità di azione che tuttavia non esclude, né può farlo, la manifestazione di un’ansia per il cambiamento, che forse è più di Doyle che di Holmes: anticonvenzionale, sì, insomma, ma non troppo! Le donne indipendenti rappresentano un problema per il conflitto che generano con le loro azioni, tale da dover essere controllato e risolto dagli uomini. Donne single, come la Morstan o la Adler, sono problematiche perché non hanno una figura maschile che le guidi nella loro vita quotidiana. I problemi causati da queste donne vengono risolti in primis all’arrivo di Holmes, protettore e patriarca delle figure prive di un maschio, e poi  sposando un uomo: un pregiudizio inaccettabile nei confronti del genere femminile. Mary Morstan è isolata, non ha parente alcuno e deve essere salvata dagli uomini, mentre Irene Adler è una donna scandalosa che deve essere contenuta. Anche la coraggiosa Violet Hunter rientra in questa categorizzazione: la sua autosufficienza è senza precedenti ma la lascia alla mercè delle mire di altri, rendendola vulnerabile tanto da dover chiedere la protezione di Holmes. Emblema di questo paradigma è Lady Carfax, donna di mezza età che vive priva di eredi senza la protezione del clan familiare, “una gallina randagia in mezzo alle volpi”: donne pericolose perché istigatrici di crimini!

La Carfax viene imprigionata perché ha mostrato un’indipendenza che va oltre quanto è considerato appropriato per il suo essere donna e Holmes viene messo sulla buona strada, nella risoluzione, proprio dal pregiudizio che le donne single possano ispirare altri, maschi, a commettere un crimine.

Nulla, del resto, è cambiato dal momento che, anche oggi, crimini verso le donne altro non sono che la manifestazione più bieca della debolezza del maschio, defraudato del potere e del controllo. Nella maggior parte delle storie le donne sono creature da compatire e da proteggere, sia da altri sia da sé stesse. Esse vanno contenute ma servono anche come mogli, madri, governanti: questo è segno della paura del maschio di perdere potere e controllo. La maggior parte delle storie di Doyle riflettono la paura del pubblico e che “Altri” possano minacciare il funzionamento del sistema patriarcale e classista che fino ad allora aveva funzionato.

L’ansia per l’Altro è l’ansia tanto per lo straniero/diverso quanto per il femminile: eroi e cattivi vengono sempre presentati in modi che affermino la preminenza dell’inglese. Come i soggetti stranieri devono essere colonizzati, le femmine devono essere controllate, contenute ed emarginate.[24]

E l’ansia deriva anche da un altro dato di fatto, le donne non sono quegli Angeli che la tradizione ha consegnato: possono diventare assassine o criminali come Eugenia Ronder, che pianifica l’omicidio del marito;[25] Emilia Lucca, invischiata con la banda del Cerchio Rosso;[26] Isadora Klein, che assume dei delinquenti nel tentativo di spaventare Holmes e svaligiare la casa della Signora Maberley alla ricerca di ciò che vuole[27]; o Sarah Cushing[28] che, seducendo il marito della sorella, si macchia di un crimine morale diventando causa di altri delitti. L’unica sicurezza, in un mondo di donne ribelli all’ideale della domesticità, è che, per lo più, non sono inglesi: la maggior parte delle donne criminali di Doyle – come i trasgressori – sono o straniere o inglesi che hanno lasciato il loro paese per qualche tempo e, come tali, offeso l’ideale della domesticità. Irene è americana e così Elsie, la misteriosa moglie di Hilton Cubitt coinvolta in una banda di Chicago[29], il “vampiro del Sussex”, la Signora Fergusson,[30] è peruviana, Maria Pinto una focosa brasiliana,[31] la Lucca è italiana[32], Isadora Klein è spagnola,[33] la vivace e impetuosa sposa in fuga di Lord St. Simon, il quale ha voluto fare un matrimonio inaccettabile sposando una donna di classe sociale diversa, è californiana.[34] Quando Holmes scopre Miss Burnet, una inglese coinvolta in un’orrenda cospirazione, è sconvolto. “Come può una signora inglese unirsi a un simile affare omicida?”[35] Nonostante la sorpresa di Holmes, molti dei suoi casi mostrano comunque che non tutte le donne inglesi erano  sottomesse e gentili e il caso di Charles Augustus Milverton indica che le donne erano tutt’altro che innocenti e incorruttibili.

L’ansia delle donne straniere è evidentemente legata alla paura della mescolanza di sangue straniero con quello inglese “puro” e conseguente degenerazione della “razza” inglese. La mescolanza razziale (o meticciato) era una minaccia reale e diretta per l’Impero verso  tutto ciò che esso rappresentava ed era un argomento tabù. I matrimoni misti di uomini bianchi o di donne bianche con uomini di colore avevano generato nuove paure e ansie evidenti anche nel caso di Effie Munro che, tuttavia, stavolta ha un lieto fine.[36] La credenza popolare era che la progenie di una donna bianca con un uomo di colore fosse destinata a ereditare i peggiori tratti genetici e caratteristici di entrambi i genitori. Il meticciato era un indicatore di confine che separava l’accettabile a livello nazionale dal minaccioso. Le donne bianche attratte dagli uomini di colore erano considerate vittime o devianti sessualmente e immorali. La società vittoriana le qualificava come qualificava le donne nere o le prostitute, entrambe caratterizzate da elementi che la donna bianca non avrebbe dovuto possedere. Il corpo ibrido – metà nero e metà bianco-non poteva che contenere i segni della degenerazione razziale e sessuale. Holmes si evolve e quelle che sembrano contraddizioni si possono leggere nel segno dell’evoluzione. Doyle invece continuerà a dimenarsi tra l’aderire alle rappresentazioni stereotipate di uomini attivi e forti in contrapposizione a donne passive e deboli e il mettere in discussione la posizione tradizionale di oscurità sociale delle donne riconoscendone il loro status pubblico: continuerà ad erodere le distinzioni tra sfera femminile e sfera pubblica, mettendo in evidenza le crepe del sistema patriarcale, nel quale Impero e genere si dimostravano come i due volti della stessa medaglia, pur rimanendo ambivalente e a volte sospettoso del potere pubblico delle donne. Nella veste di detective, Holmes mette in atto una sorta di intervento autorizzato nelle case, nell’intimità, nel privato, contribuendo a scoprire il male dietro l’apparenza, i crimini dietro la facciata di rispettabilità definita dal limen di una finestra o di una porta, un voyeurismo che è nel piacere di portare alla luce la verità nascosta, che è una forma di erosione del potere patriarcale. Holmes cambia progressivamente e cambia il suo atteggiamento verso le donne criminali: dal chiarire o essere testimone della loro situazione al disgusto viscerale verso gli uomini che sono stati causa delle loro disgrazie fino a schierarsi con queste donne in materia di legge, indipendentemente dalla gravità del loro crimine. Viste in questa luce, le donne che, in gran numero, popolano le storie, non solo quelle canoniche, possono essere interpretate come voci opposte che distruggono le gerarchie della società a cui ci si riferisce; nondimeno, l’ordine sovvertito viene ripristinato e queste donne vengono tacitate e reincanalate nell’alveo della tradizione. Ma questa è opera di Doyle, non di Holmes. La sua narrazione, nonostante le ambivalenze, finisce per fornire ai tardovittoriani un antidoto a tutte le forze centrifughe, tra cui la minaccia della sessualità emergente della Donna Nuova. Violet Smith, personaggio tra i più innovativi e avanzati, finisce con l’essere tra quelli più rassicuranti, dal momento che finisce per aderire in toto ai desideri del futuro marito: mentre  le donne, e con loro il mondo, erano pronte al nuovo e al cambiamento, gli uomini vittoriani non lo erano ancora e anzi, cercavano disperatamente dei compromessi.

Falsa misoginia 

Sherlock Holmes non era un estimatore delle donne, non gli piacevano e non si fidava di loro: le trovava imperscrutabili,[37] enigmi insolubili,[38] inaffidabili,[39] non riusciva a capirne motivazioni, comportamenti, perché non rientranti nella categoria di causa-effetto,[40] e, generalmente, le considerava una perdita di tempo.

Non può provare attrazione per loro dal momento che il suo cervello governa il suo cuore, nondimeno, in alcuni casi, nota l’avvenenza e il bel volto di alcune di loro,[41] ne apprezza l’intuito che “può valere di più delle conclusioni del più sottile ragionatore”[42] che, tuttavia, sembra considerare come una sorta di istinto animale da rispettare come il fiuto di un cane. Le donne non sono logiche né razionali: emblema di queste è Violet De Merville, che non cambia in alcun modo idea sulle cattive intenzioni di Gruner; sono istintive ed isteriche, svengono, hanno attacchi come nel caso della Signora Hudson quando lo vede dopo averlo ritenuto morto per tre anni ed ogni volta ci chiediamo quale sarebbe dovuta essere la reazione consona. Ed è proprio la Hudson, l’unica donna che abbia in qualche modo convissuto con le stranezze di Holmes, chiedendo aiuto a Watson,[43] che sintetizza e risponde dell’atteggiamento del detective con le donne: nonostante Holmes sia stato il peggior inquilino mai avuto, che aveva messo a dura prova la sua pazienza con l’andirivieni di strani personaggi, il violino a tutte le ore, gli spari sul muro e gli esprimenti chimici, gli voleva bene e ne aveva un timore reverenziale anche per la grande cortesia e gentilezza con le donne delle quali certamente diffidava, pur mantenendo nei loro confronti un atteggiamento cavalleresco. Holmes è affascinato dal femminile, soggiogato pur senza ammetterlo. La sua ritrosia è dovuta a diffidenza, non a misoginia, ha trattato le donne sempre con virile rispetto ma tenendole a debita distanza. Tale diffidenza ha origine in un’assenza nella vita di Holmes-persona, e una motivazione letteraria in Holmes-personaggio. Di Holmes si cita un fratello, un padre signorotto di campagna, la discendenza da Vernet, un cugino medico ma non esiste una madre. Morta in tenera età? Secondo Meyer,[44] fuggita con il suo amante. Un’assenza emotiva che certamente spiega la sua incapacità di relazionarsi con il femminile e l’accusa di inaffidabilità nei confronti delle donne che, nondimeno, ricalca il pensiero maschile dell’epoca: non va dimenticato, infatti, che queste generalizzazioni sono stereotipi utili per propagandare gli ideali del patriarcato. Ma Holmes, nonostante tutto, esercita un grande fascino, ancora oggi, sulle donne. Quali sono le caratteristiche, anche esse stereotipate, che le donne cercano in un uomo? Forza e gentilezza. E Holmes è forte e gentile. La sua forza leggendaria è sia mentale sia fisica, ma sotto la superficie c’è la storia, la gentilezza e l’emozione di un uomo apparentemente privo di emozioni. È una combinazione vincente: un uomo che non vuole le donne ma possiede i tratti che più le attraggono. Ecco la motivazione letteraria. Il fascino di un uomo dalla mente fredda è nella sua costruzione come personaggio.

Doyle dice: “non ti aspettare, lettore, che possa innamorarsi” e invece il lettore non attende che quello e Doyle, con assoluta brillantezza, lancia e dissemina il Canone di atteggiamenti gentili e paternalistici, o di osservazioni che fanno sperare che possa accadere.

Se il Canone fosse andato avanti altri 10 anni, Holmes, alla fine, avrebbe ceduto?

No, non avrebbe funzionato e, anzi, sarebbe stato l’affronto più grande che Doyle avrebbe potuto fare alla sua creatura: una vita convenzionale.

Holmes e il maschile

Nonostante i cambiamenti e l’evoluzione, è indubbio che Holmes diventa il modello, l’eroe, il prototipo, il patriarca, il Maschio vicario: Holmes si allinea perfettamente al suo ruolo di maschio. La mascolinità e le norme di genere fanno parte del costrutto sociale. La sua sfera domestica è marginalmente presente perché, citando Flaubert, con Holmes:

L’homme c’est rien – l’oeuvre c’est tout.

L’uomo è qualificato nel suo status sociale dalla vita professionale, da cui l’odio per la stagnazione e la necessità di avere sempre nuovi problemi da risolvere. Il lavoro connota Holmes come maschio, ma un maschio paradigmatico, dal momento che ha scelto un mestiere che solo lui esercita e che lo mette al di sopra di tutto, rendendolo quasi un modello ipermaschile. Lo status eroico di Holmes è intimamente connesso con il fatto che lavora in modo indipendente, al di fuori dell’influenza dello Stato, del Governo e delle forze di polizia. In quanto patriarca ideale, Holmes deve essere sposato con la sua opera tanto da sembrare un sociopatico incapace di sostenere alcun rapporto, ad eccezione di quello con l’assistente/amico che è Watson. Doyle, quindi, non fornisce solo stereotipi o figure ambivalenti di donne ma implicitamente anche un tipo ideale di mascolinità, importante per l’espansione e la fioritura dell’Impero. La mascolinità egemonica è orientata alla performance e implica successo, dominio e conquista. Uomini che appartengono ad altre culture o razze sono subordinati, effeminati, infantili, violenti o aggressivi, come Tonga. In questa ottica, l’imperialismo è accettabile perchè sano e incorrotto e le colonie colonizzabili in quanto inferiori e prive di veri uomini. Nella crisi del cambiamento di fine Ottocento venne coinvolta anche la mascolinità: gli standard che la definivano cominciarono a modificarsi. La razionalità senza compromessi, l’apparente mancanza di emozioni, l’abilità intellettuale, la natura apparentemente misogina e la forza fisica di Sherlock Holmes vanno a costituire un nuovo modello di mascolinità egemonica ideale. Holmes è il conservatore dell’integrità della società borghese britannica, incarna l’epitome della virilità e non può avere vicino nessuno se non un altro uomo, ma un uomo che gli faccia da contraltare. John Watson, nel suo essere sentimentale, non potrà mai raggiungere il livello di mascolinità di Holmes e rimarrà, pertanto, un “assistente” a sostegno di quella di Holmes in un rapporto comunque omosociale.

In quanto medico, Watson possiede la lealtà e l’onestà della classe borghese che rappresenta, oltre a rivelarsi necessario nel rendere manifesto, con le sue domande, il processo mentale del Detective che, altrimenti, rimarrebbe nascosto. Holmes vive del suo ego e, in quanto eroe, non può convivere con atteggiamenti criminosi, da qui il suo alter ego nell’acerrimo Moriarty che, pur comparendo in modo limitato, esattamente come la Adler, diventa un mito sino a pervadere l’intero Canone. L’Ideale maschile del detective ha la sua ombra in questo criminale che diventa pertanto un’estensione narcisistica di sé stesso, con gli attributi del Male.

L’espansione territoriale dell’Impero britannico e il sospetto nei confronti dell’Altro e del Diverso, porta alla creazione di una figura di detective che placava tutte le paure: Holmes era il convincente eroe della giustizia in Inghilterra, capace, da solo, di vincere incertezze ed ansie. Nonostante gli attributi più liminali, Holmes lavorava per affermare e sostenere l’ordine sociale esistente per proteggere le donne da sé stesse. Nel momento in cui si erge ad eroe, a cavaliere, a uomo a cui le donne sole ricorrono, gli ideali vittoriani di protezione vengono riconfermati ma in una conferma che quantomeno presentava l’immagine del comportamento ideale che il maschio, l’uomo, avrebbe dovuto avere: l’etica, la correttezza e, sembra un paradosso, una certa umanità nelle relazioni erano le qualità maschili sulle quali si volevano rimodellare i comportamenti deviati o devianti.

Il virile Holmes trova il suo antagonista in Poirot, costruito dalla Christie volutamente come il suo negativo, tanto nelle caratteristiche fisiche quanto in quelle comportamentali.

Holmes risolve il caso grazie al ragionamento deduttivo, Poirot scava nelle menti dei personaggi. Mentre Doyle si concentra sugli indizi e sulla scena del crimine, Agatha Christie esplora la psiche del criminale, e molte delle sue storie sono basate sull’analisi psicologica degli indagati, in relazione al tipo di crimine. Poirot, al contrario di Holmes e dell’iperattivo Doyle, non è ritratto come un uomo capace di difendersi. Holmes è attivo, si sposta, si muove, viaggia per cercare indizi, si traveste per ottenere informazioni, Poirot invece risolve i crimini seduto, lasciando lavorare tranquillamente le sue “cellule grigie”. L’attenzione del Belga ai pettegolezzi e ai dettagli  domestici è caratteristica di un metodo di indagine più “femminile”, che si rivela poi cruciale nella risoluzione dei crimini. Agatha Christie ha conferito ad Hercule Poirot qualità  stereotipicamente considerate femminili, dimostrando che anche tali figure, meno eroiche, apparentemente meno brillanti, possiedono un intelletto superiore che li rende eroi. Poirot è narcisista, emotivo, felino, irrazionale, eccentrico, donchisciottesco, ossessionato dal domestico e socialmente “altro” perché è un belga: è un eroe femminile, un anti-Holmes. Se Doyle aveva messo in evidenza stereotipi, ambivalenze, colei che fa un passo oltre, in questo senso, è Agatha Christie capace come poche tanto di descrivere quanto di manipolare gli stereotipi culturali, destabilizzando così le norme che si credeva facessero parte dell’identità sociale.

Donne e percezione del crimine

Come per i criminologi positivisti, la preoccupazione di Doyle non riguardava la legge, ma la criminalità come fenomeno. Il Canone  fornisce uno spaccato della mentalità maschile vittoriana e la sua posizione nei confronti delle donne criminali. Nelle storie di Sherlock Holmes le donne presenti rappresentano uno spettro completo dell’Universo sociale vittoriano: vittime e autori di reato sono presenti con uguale frequenza. Per quanto riguarda la classe sociale, i personaggi spaziano dalle donne di strada alle classi più alte. Alcune sono “nuove arricchite” per matrimonio o sono al di fuori della scala tradizionale di classe sociale perché hanno interessi artistici.[45]

  Ruolo nella storia  vittime                                                  neutrali criminali o complici30 15 30
      Classe sociale  bassa working class bassa middle class governanti/insegnanti alta/middle/class/ereditiere nobiltà arricchite artiste  12 17 3 10 8 4 5
Origine      Gran Bretagna Colonie (Australia/Nord America) Europa America Latina43 8 6 3

I crimini vengono commessi sia da donne nobili sia da donne di strada. Artiste, donne sole, con denaro ereditato e non europee hanno maggiori possibilità di commettere dei reati, soprattutto se sono state costrette, dal sistema patriarcale, a vivere in una gabbia. In particolar modo, l’etniagioca un ruolo importante nello spiegare l’eziologia della criminalità della donna o il suo vittimismo. Le donne europee figurano nelle storie per lo più come complici minori e talvolta riluttanti, delle menti criminali maschili: Sophia[46] è sotto il potere di coloro  che hanno rapito il fratello; Elsie[47] è sotto il potere di un falsario, la signora Schlessinger[48] aiuta il marito a rapire e pianifica di seppellire Lady Carfax.

Le donne provenienti dalle colonie nelle Americhe o dall’Australia sono invece descritte come selvagge, disturbate e folli.  Le donne sono per lo più passive e sopraffatte da uomini, ma convivono accanto a figure di donne descritte come coraggiose ed intelligenti. È interessante che le descrizioni delle donne come intelligenti, coraggiose e intraprendenti siano attestate, per la maggior parte, nelle prime storie: l’intelligenza dei personaggi non è nota fino a dopo il 1892; il coraggio scompare dalle categorizzazioni dal 1904; e le uniche forme di pazzia compaiono nelle storie successive (1904 e 1922). Il più comune descrittore di queste donne è la loro bellezza fisica, che rimane coerente nei testi in tutti gli anni di pubblicazione[49].

La caratterizzazione dei casi in cui sono coinvolte le donne testimonia il medesimo cambiamento in corso tra  XIX e XX secolo nelle percezioni della criminalità delle donne da agenti attive a vittime impotenti. Le donne vengono categorizzate in prigioniere, protettrici, muse e agenti attive del crimine.

Prigioniere. Sono quelle donne intrappolate in situazioni sulle quali non hanno controllo. Nello studio di Aviram, 15 di loro sono maltrattate ed abusate e 16 sotto il controllo maschile. La classica cliente di Holmes è una “damigella in pericolo”, che chiede aiuto e protezione. Non tutte queste donne sono innocenti e immacolate.In molti casi le donne sono vittime delle macchinazioni, in altri, complici dei delitti degli uomini che non le rendono meno prigioniere. Sono donne come Elsie,[50] che cerca di avvertire l’ingegnere, Sophia, che tenta di salvare suo fratello,[51] o Beryl Stapleton,[52] che mette in guardia Sir Henry; cercano di sovvertire la loro impotenza facendo quel poco che è in loro potere: avvertire.

Protettrici. Sono coloro che commettono crimini al fine di proteggere i propri cari.[53]

Muse. Sono le ispiratrici di reati per il fatto di essere oggetto d’amore o desiderio che spinge i loro corteggiatori, amanti, o ex mariti a delinquere.

Agenti attive. Infine le donne indipendenti che potenzialmente potrebbero costituire un problema. In origine sono le donne che nello stereotipo vittoriano abdicano al ruolo imposto. Nelle storie di Doyle, tali esempi non sono rari ma la loro rappresentazione subisce trasformazioni soprattutto nelle storie del secondo periodo. La donna imprenditoriale e indipendente per antonomasia è Irene Adler. In un affascinante capovolgimento dello stereotipo della “damigella in pericolo”, è l’uomo che chiede aiuto ad Holmes. Doyle fornisce alla Adler un’esperienza artistica tale da sfidare il divario di classe, rendendole possibile di muoversi liberamente attraverso la differenza di classe e di status. In questa categoria rientra anche Isadora Klein, chiaro esempio di stereotipo di genere: l’Holmes cavaliere le permette di sfuggire, indenne, alla legge, ma non può trattenersi dall’avvertirla delle conseguenze del suo comportamento poco femminile.

Kitty Winter è invece la quintessenza della donna che commette un crimine che è una vendetta sociale mascherata da vendetta passionale; la signora Gibson[54]  inscena abilmente un suicidio per incastrare la nuova amante del marito; infine, appartiene a questa categoria la sconosciuta che spara a Milverton. Nonostante le categorizzazioni, è comunque discutibile se queste donne operino davvero liberamente: sono certamente attive perché agiscono, ma i loro crimini violenti, sensazionali, e audaci, sono perpetrati da una posizione di disperazione e vittimizzazione, sono atti disperati, di vittime, che, nel caso della Gibson, includono anche la propria morte. Le delinquenti, seppur intrappolate in situazioni di impotenza, provengono da una varietà di classi sociali. Questo suggerisce che la criminalità non era confinata alle classi più basse ma si era estesa nelle classi medio-alte. In secondo luogo, le figure che esercitano una forma di libertà relativa sono sole, hanno una qualche ricchezza o hanno vissuto all’estero: sfuggono a qualsiasi classificazione all’interno dell’oppressivo sistema britannico. La categorizzazione proposta da Aviram consente di avere un quadro chiaro, ma ci mette comunque di fronte ad una realtà di comportamenti femminili molto più sfumati, in cui gli stessi personaggi, in momenti diversi, possono mutare il proprio ruolo all’interno della storia. Questa sfocatura dimostra che è la femminilità, e non la criminalità, il principio organizzatore alla base della comprensione dei personaggi femminili di Doyle. Inoltre, la stessa sfocatura riecheggia i fondamenti della criminologia positivista, secondo cui l’obiettivo dell’analisi del crimine non sono le categorie o le definizioni giuridiche ma l’individuo e la sua propensione a determinati comportamenti. I crimini commessi dalle donne rimanevano tuttavia inaccettabili e socialmente intollerabili, dal momento che si desiderava da loro la domesticità e la passività, non la ribellione. Da qui, il fatto di presentarle come vittime, testimoni, complici: quanto più le donne sono passive tanto più incarnano l’ideale di domesticità. I crimini da esse commessi sono quelli che il pubblico vittoriano – maschile – non ancora pronto ad accettare la realtà dei fatti, ossia che una donna potesse partecipare ad un crimine violento ed essere ‘mentalmente sana’, avrebbe tollerato. I crimini che, quindi, coinvolgono la donna riguardano la sfera privata e non quella pubblica. Ritraendo le donne criminali in modi accettabili, Doyle rendeva l’avidità l’unica motivazione capace di spingere coloro che le circondavano a commettere crimini nei loro confronti e l’amore, o la vendetta, l’unico loro movente. Donne emotive, non logiche, vittime delle derive maschili e della degenerazione del paternalismo, rinforzavano gli ideali secondo cui le donne coinvolte in crimini violenti fossero vittime di una perversione. Questo, in linea generale, salvo quell’evoluzione “interna” del personaggio, della quale abbiamo parlato, che finirà per agire seguendo, con ‘‘inconvenzionalità”, la propria legge morale nell’esprimere un giudizio su di esse.

D’altra parte, Holmes è l’eroe e l’unico modo per mettere in luce le sue capacità da superuomo era avere dei cattivi che operassero nel pieno e totale controllo delle proprie facoltà. Gli antagonisti di Sherlock Holmes dovevano essere intelligenti e calcolatori: ecco perché non ci sono vere antagoniste femminili né, salvo rari casi, donne coinvolte in crimini violenti. La donna che commetteva violenza evidentemente aveva qualcosa di psicologicamente sbagliato in sé: i germi della follia. Dipingere una criminale violenta e lucida, nel pieno possesso delle proprie facoltà, era considerato assolutamente inconcepibile.  Inconcepibile non significa però che non fosse reale: tanto per citare un esempio, la Liverpool della fine degli anni ‘80 fu sconvolta da una catena di crimini commessi da donne nei confronti di uomini, mariti, figli di primo matrimonio, per incassare le assicurazioni sulla vita stipulate con cinque diverse società. L’avidità rendeva questi crimini reali vicini a quelli del Canone, ma la violenza con cui vennero commessi, unita alla premeditazione, non ritenuta possibile nelle donne, li rendevano non canonici, non ammissibili, non concepibili. Doyle, infatti, non ne fa un caso né una storia, non fosse altro per la bassa estrazione sociale delle donne in grado di compierli. Tuttavia, Holmes in una delle sue – prime – tirate contro le donne, volta anche a mettere in guardia il povero Watson, afferma: «Per me un cliente non è che un’unità, un fattore in un problema. L’emotività è nemica del raziocinio. Le assicuro che la donna più affascinante che io abbia mai conosciuto fu impiccata per avere avvelenato tre bambini allo scopo di incassarne l’assicurazione; e l’uomo più repellente di mia conoscenza è un filantropo che ha speso quasi un quarto di milione per i poveri di Londra»; Holmes quindi, molto convenzionalmente, parla per stereotipi ma, al tempo stesso, mette l’accento su una realtà esistente sebbene riportata, in questo caso. per rendere evidente la vera piaga della Società Vittoriana, l’apparenza, il segreto, le sabbie mobili, senza, tra l’altro, andare oltre e manifestare, almeno in questo caso, una coscienza sociale.  La realtà, quindi, continuerà ad essere solo accennata e, da un punto di vista letterario, a non  trovare asilo. L’avidità maschile era concepibile, mentre quella femminile non era sufficiente a spiegare tali azioni. La realtà delle corti di giustizia dimostrava che i crimini violenti delle donne erano all’ordine del giorno ma, sino a che questi rimasero confinati nella classe inferiore, non rappresentarono un problema. L’inizio del XX secolo mostrerà una evoluzione nella crescente tendenza a considerare le donne pazze piuttosto che cattive. Le scoperte mediche, la loro monopolizzazione delle definizioni di ‘normale’, e di ‘sano’, gli albori della psichiatria determinarono una progressiva medicalizzazione della criminalità con un cambiamento radicale anche nella politica di giustizia penale verso le donne, che cominciò a scardinare i concetti lombrosiani a favore di una visione determinista più morbida: il passato dei criminali cominciò ad essere considerato come qualcosa che andava a restringere significativamente le scelte. 

Quando nel 1854 Ann Bought tagliò la gola a cinque dei suoi figli, tentando lo stesso con sé stessa, il tribunale non discusse se avesse o meno commesso quel  delitto, ma se fosse sana o folle. L’analisi delle sentenze nei confronti delle donne dimostra che il 90% di quelle incriminate per omicidio o altri crimini violenti, furono dichiarate pazze. Su 60 atti di accusa di infanticidio, nessuna donna, tra il 1840 e il 1880, fu condannata. Un altro reato diffusissimo era il furto: con l’aumento della cultura del consumo nella Gran Bretagna vittoriana, nei tribunali arrivarono il furto ed il taccheggio, uno dei primi crimini commesso da una donna ad essere considerato come un aspetto della malattia mentale. La cleptomania fu l’arma di tutti gli avvocati della difesa per spiegare la motivazione di donne della classe media, sorprese a rubare senza apparenti motivi. Un anatema, dal momento che queste donne, in teoria, avrebbero potuto permettersi di acquistare quanto rubavano. In teoria. Era facile cercare le motivazioni nella malattia piuttosto che nella società. La soluzione all’aumento della criminalità nella classe media venne trovato nella congiunzione tra giustizia penale e medicina, applicata, ancora una volta, in modo assolutamente arbitrario, soprattutto verso le donne della classi medie e non verso quelle delle classi basse, ritenute poco più che animali: la criminale comune, di classe inferiore, veniva condannata come sempre, la donna della middle-high class accusata era un problema, dal momento che da queste donne non ci si aspettava che potessero delinquere in alcun modo. Lo Status, come sempre, era al di sopra di tutto, anche del genere. È in questa ottica che va concepita anche l’evoluzione di Holmes nei confronti delle donne, che impara a tollerare ed a capire. In questa progressiva decriminalizzazione o medicalizzazione della criminalità, le donne assassine, anche a causa di abusi subiti da mariti o uomini a loro vicini, erano folli e dietro i loro atti c’erano sempre dei bruti responsabili. Spesso di fronte a omicidi femminili di ex amanti, si processarono le vittime come manipolatori e brutali e non pochi furono i casi di donne di classe bassa impiccate per l’omicidio del marito che riscossero invece simpatia nel popolo. 

Questo cambiamento comportò una nuova categorizzazione secondo cui le donne, cattive e deviate, sarebbero state classificate come pazze. Questo spiega l’aumento dei casi di follia, la nascita dei sanatori e dei manicomi e la relativa scomparsa delle donne dalle scene del crimine. Le donne passive, impotenti, le vittime che Holmes comprende, non denuncia, protegge, dando loro una possibilità di ricostruirsi una vita, seppur all’interno di un sistema codificato e tradizionale, sono le stesse che i tribunali non definiranno colpevoli ma malate. Un cambiamento di percezione che certamente non giovò alle donne: da rinchiuse e schiave in un matrimonio a rinchiuse e schiave nei manicomi.

Conclusioni

Il lavoro di Conan Doyle mal si presta ad essere contenuto in un unico paradigma teorico. Da una parte, assistiamo a prese di posizione rassicuranti nei confronti del fondamento patriarcale, che si concretizza nell’offrire  al suo pubblico quanto voleva leggere, ossia di un eroe intellettuale capace di dissipare tanto il crimine quanto ansie e paure connesse ad esso. Come un vero rampollo dell’Impero britannico, Holmes generosamente, paternalisticamente, aiuta le donne che vengono a chiedere il suo consiglio, spesso mettendosi contro i membri maschi del clan familiare che dovrebbero fungere da tutori ma questo, più che una vera liberazione, finisce per incoraggiare il ritorno ad una sorta di buona amministrazione da parte degli uomini delle loro donne di casa. Dall’altra, è indubbio che molti dei casi del Canone suggeriscono che le fondamenta della “rispettabile” casa britannica siano marce o, quantomeno, fatiscenti; la fonte di tale decadimento è quasi sempre la violenza maschile, spesso derivata dall’abuso di alcool, che serve  a giustificare una filosofia interventista da parte di Holmes.[55] Applicando le regole del positivismo, la cultura si oppone all’incultura. La cultura è identificata nei centri urbani, ergo, le aree rurali sono quelle più pericolose perché distaccate dalle pressioni sociali e legali che pervadono invece quelle urbanizzate: la pressione dell’opinione pubblica in città arriva dove la Legge non riesce. Doyle si sofferma sull’inadeguatezza delle leggi che dovrebbero proteggere le donne, sottolinea il fatto che la violenza domestica non si limita alle classi inferiori e denuncia su questi temi il mancato effetto delle leggi esistenti, quindi forse anche una necessità di una loro riforma; ammette ed evidenzia che l’abuso sulle mogli è un problema a causa non dei principi domestici che promuovono l’ordine patriarcale ma della loro deriva: le femministe in questo periodo chiedevano che donne e bambini avessero uguale protezione dalla legge e le considerazioni di Holmes testimoniano un’autentica necessità di tale protezione. Doyle era lontano dai movimenti femministi che lottavano soprattutto per l’estensione del suffragio con modalità violente, intollerabili e… maschili, verso le quali auspicava, addirittura, azioni di linciaggio, ma, nondimeno, non poteva non far proprie alcune istanze della sensibilità femminista a favore di un più ampio controllo sulla sfera privata, considerato non una violazione della libertà individuale, ma un mezzo per proteggere la libertà stessa dei diseredati. Nonostante gli aspetti più avanguardistici, quali la possibilità di dissoluzione del matrimonio, Doyle rimaneva comunque ancorato all’idea che la struttura familiare, privata e paternalistica, fosse l’unica capace di accudire donne e bambini; andava rivista, rifondata, rinnovata, ripristinata ma non eliminata. L’ambivalenza di Doyle è tale sempre, nelle prime come nelle ultime storie. Al contrario, Holmes, in quanto personaggio, si evolve. Una metafora visiva, particolarmente fragile, che appare in tutta la serie, testimonia questa incapacità di ridurre l’ambiguità: la donna in piedi sulla soglia tra la luce dell’esterno e il buio dell’interno, tra pubblico e privato, visibile e invisibile. La soglia, come le finestre, rappresenta il limen: Conan Doyle invoca e rivaluta una funzione simbolica familiare per le donne nella narrativa vittoriana nella volontà/necessità di (ri)delimitare il confine tra pericolo pubblico e sicurezza domestica. Watson descrive la sua futura moglie, Mary Morstan, in piedi accanto alla Signora Forrester sulla soglia della loro casa: le due figure aggraziate, la porta semiaperta, la luce del corridoio, lo scorcio fugace di una tranquilla casa inglese, contrapposto al “selvaggio, oscuro crimine” che aveva preso Holmes e Watson stesso. La porta semiaperta e la luce del corridoio suggeriscono una permeabilità tra i due mondi che fa paura. L’uso continuo da parte di Conan Doyle dell’immagine ambigua della soglia è l’indice linguistico della crisi dei concetti di “donne” e “casa”. L’apertura della casa allo sguardo del detective comporta, tuttavia, una mutata concezione del ruolo sociale delle donne. Ciò è particolarmente evidente nelle storie che descrivono la criminalità femminile: le donne sono una sfida alle tradizionali concezioni occidentali della verità legate alla trasparenza pubblica, alla visibilità e allo spazio pubblico, supportando l’idea che la trasparenza pubblica coincida con la verità autentica. Così, all’inizio del XX secolo, le storie di Doyle hanno presentato una teoria del genere, della visione e del pubblico molto più composita e sfaccettata di quanto non si immaginasse: esse sostengono l’autorevolezza e la forza dello sguardo e localizzano l’ontologia nell’immagine ma non quando raffigurano donne criminali. In questi casi, la narrativa poliziesca di Conan Doyle prefigura il film noir, in cui le femme fatales rivelano che l’inconoscibile non è significato dall’invisibile ma da una disgiunzione tra il visibile e il reale. La criminale unisce due concezioni di visibilità distinte e contrastanti: nel discorso criminologico, la semiotica immaginaria era intesa come un nuovo potente dominio di conoscenza per la scienza sociale positivista e la scienza empirica del controllo sociale, il consumismo, al contrario, non era centrato sull’osservazione ma sull’immagine. Le donne, sempre più utilizzate nel marketing e nella pubblicità negli ultimi decenni del XIX secolo, comunicavano un messaggio, come nella criminologia, incentrato sulla visione e sul potere ma, mentre i criminologi immaginavano un potere maggiorato dalla visione e dall’osservazione, la retorica consumistica si basava su un potere dell’immagine, vuota, costruita, falsa, non reale. Nondimeno, essere guardate significava detenere comunque una forma di potere e di controllo. Le donne tardo-vittoriane furono sempre più incoraggiate a esercitare il potere attraverso l’immagine e il consumo: l’apparenza. L’assassina di Milverton, pertanto, identificata attraverso una foto pubblicitaria, continuerà a promuovere gli acquisti, il consumo, manifestando tutta la capacità di manipolazione e travestimento del suo genere, che l’uomo vittoriano non riesce a decodificare perché non gli appartiene. Se l’osservazione non consente di identificare la verità dietro una immagine che si rivela opaca e mai cristallina, esiste un problema. Doyle vive in pieno tutte le ambiguità ed i paradossi della questione femminile, non ultima la visibilità improvvisamente espansa delle donne nella sfera pubblica attraverso il consumismo e il femminismo della prima ondata, ma enfatizzandone contemporaneamente l’opacità e l’indecifrabilità. Nel suo barcamenarsi tra figure di donne nuove o più stereotipate, anche la figura maschile ne risulta frantumata. Ecco che, nel tentare una composizione ed un equilibrio forse non sempre possibile, la visione radicale, anticonvenzionale, evoluta di Holmes viene affiancata da quella più tradizionalista di Watson che mette in dubbio costantemente le sue azioni e il pensiero non tradizionale. Watson aderisce alla morale e all’etica del tempo, sforzandosi di rendere Holmes più consapevole degli stereotipi e delle norme comunemente accettati. Watson era il Grillo Parlante, colui che avrebbe garantito Doyle dall’attirarsi le critiche da parte della società vittoriana per le non convenzionalità e la problematicità di Holmes.

Ringraziamenti: il presente studio sarebbe probabilmente rimasto nel cassetto se l’intervista Instagram da parte de “La filosofia di Sherlock Holmes” non avesse dato il LA.

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[1] Rispettivamente nel 1869 e nel 1871

[2] BERY-1892

[3] La soggezione delle donne (1869)

[4] ABBE

[5] TWIS

[6] SECO

[7] Vittoria diventa Regina in virtù della Legge Monastica inglese che dà il trono al primo figlio maschio e, in assenza di maschi, alla primogenita.

[8] Madre di Mary Shelley, autrice di Rivendicazione dei diritti della donna nel 1792.

[9] Married Women’s Property Act

[10] Marriage Divorce Act.  Con questa legge il divorzio viene trattato come una controversia civile. Tuttavia, il tribunale aveva sede a Londra, una restrizione geografica che ha limitato fortemente le persone lontane dalla capitale

[11] ABBE, HOUN

[12] Tra le autrici, portavoce del dissenso, fu Elizabeth Gaskell che nella sua Ruth – che non è una prostituta ma solo una ragazza orfana alla mercè di un mondo di uomini che, nella speranza di migliorarsi, accetta una relazione illecita –  dipinse la donna caduta come capace di sostenere un percorso di  integrazione sociale che reclamò per tutte le fallen woman. Non a caso i suoi libri vennero in alcune provincie inglesi dati alle pubbliche fiamme. Si dovrà attendere  l’Ida Starrdi Gissing (The unclassed, 1884) e la Mrs Warren di Shaw (Mrs Warren’s profession, 1894) perché le donne della letteratura dichiarino di aver dovuto percorrere la via della fallness per fuggire all’indigenza diffusa e alla mancanza di opzioni lavorative alla propria portata.

[13] Si fidanza con la cameriera in CHAS solo per avere informazioni, chiama per nome le donne della classe operaia.

[14] The North American Review 1894

[15] SOLI

[16] GOLD

[17] Guerra

[18] Segdwic. Attingendo al lavoro di Michel Foucault, la Sedgwick ha analizzato le sottotrame omoerotiche nel lavoro di scrittori come Charles Dickens ed Henry James. La Sedgwick sosteneva che la comprensione di praticamente qualsiasi aspetto della moderna cultura occidentale sarebbe incompleta se non avesse incorporato un’analisi critica della moderna definizione omo/eterosessuale. Ha coniato i termini “omosociale” e “antiomofobico”.

[19] Alger Anderson, “Detectives at School: Bertillon’s New Method of Descriptive Portraits

[20] Crime and Criminals

[21] Vedi, ad esempio, quando Watson fa notare a Holmes l’avvenenza di Mary Morstan.

[22] Jann, op. cit.

[23] BLUE

[24] Non a caso la storia preferita da Doyle era SPEC nella quale le istanze imperialiste sono maggiori. I sospetti di Holmes  sono entrambi stranieri e minacciosi. La prima è una banda di zingari, Roylott  legato all’Oriente. Visse per qualche tempo a Calcutta. Holmes è l’eroe e Roylott è il cattivo, Holmes è puro inglese mentre Roylott è contaminato dall’Oriente.

[25] VEIL

[26] REDC

[27] 3GAB

[28] CARD

[29] DANC

[30] SUSS

[31] THOR

[32] REDC

[33] 3GAB

[34] NOBL

[35] WIST

[36] YELL

[37] SIGN

[38] ILLU

[39] SIGN, NOBL

[40] SECO

[41] LION

[42]TWIS

[43] DYIN

[44] La soluzione 7%

[45] Aviram, opp. cit

[46] GREE

[47] THUM

[48] LADY

[49] Aviram op. cit.

[50] ENGR

[51] GREE

[52] HOUN

[53] Lady Hilda, Lady Brakenstall, Nancy Barclay

[54] THOR

[55] In “The Boscombe Valley Mystery”, Holmes scopre che la tenuta di una ricca famiglia del nord è stata costruita sul bottino di una rapina coloniale. John Turner, l’ assassino, ammette di aver costruito la sua ricchezza in Australia con ruberie.

Wilma Neruda e George Eliot

due outsider

VERA MAZZOTTA

May Ann Evans, in arte, George Eliot, e Vilhelelmine Neruda, conosciuta come Wilma Norman Néruda, due outsider, due donne che, forse senza neanche volerlo ma semplicemente manifestandosi per quello che erano e coltivando le proprie passioni, hanno contribuito a vincere il pregiudizio sociale e morale dell’Età Vittoriana che riteneva le donne inferiori e incapaci di dedicarsi alle Arti, smantellando vecchi tabù, più che combattendo contro il drago del pregiudizio come affermava Lady Lindsay di Balcarres nei riguardi della violinista, partecipando in modo attivo e influente alla vita pubblica e sociale del tempo e lasciandosi alle spalle o respingendole con l’arma dell’ironia, frecciatine o discorsi sessisti che spesso le seguivano.

Quando sono arrivata a Londra, [nel 1869] … sono rimasta sorpresa di scoprire che veniva ritenuto inappropriato, certamente poco signorile, per una donna suonare il violino. In Germania la cosa era abbastanza comune e non suscitava nessun commento. Non riuscivo a capire – mi sembrava così assurdo – perché la gente pensasse così diversamente qui. Ogni volta che in società sento una signorina accordare un violino penso alla curiosità riprovevole con cui le persone all’inizio guardavano il mio suonare. (The Woman’s World).

Ed il pregiudizio era anche al contrario, il pianoforte era considerato uno strumento per ragazze e non per uomini, è pertanto, ben nota l’esclamazione di Sir Edwin Landseer ad uno dei primi salotti organizzati da Millais in cui la violinista ebbe modo di esibirsi:

Buon Dio, una donna che suona il violino! a woman playing the fiddle! che non fu nulla quando la musicista venne seguita da un giovane che si sedette al pianoforte

costui sa anche cucire?

Nel mondo della letteratura, le cose non erano molto diverse perchè le donne non venivano considerate in grado di pensare ma sia Mary Ann che Wilma vennero cresciute in ambienti più aperti in cui questi pregiudizi erano certamente meno forti pertanto, crebbero come spiriti liberi, incondizionabili.

Wilma e Mary Ann non erano obiettivamente ”belle” e anche questo non giocava a loro favore in un momento di cambiamento sociale perchè, nei primi tempi in cui alle donne cominciavano ad aprirsi nuove strade dal punto di vista dell’educazione (nel 1872 fu consentito loro di frequentare la Facoltà di Musica) o delle professioni, spesso gli uomini rivolgevano loro sguardi che certamente non erano sempre pieni di un interesse ”artistico” piuttosto di un interesse di diversa natura: le donne dovevano essere belle soprattutto se volevano occupare posti ritenuti maschili o suonare strumenti ritenuti maschili.

Aveva la fronte bassa, gli occhi di un grigio spento, il naso grande e pendulo, una bocca larga nella quale si intravedevano i denti storti, e il mento e la mascella ‘qui n’en finissent pas’… Eppure in questa vasta bruttezza risiede una bellezza potentissima che in pochi minuti rapisce e affascina la mente, cosicché, alla fine, ci si ritrova innamorati di lei, come è accaduto a me. Sì, consideratemi innamorato di questa grande intellettuale dalla faccia cavallina.
Scriveva Henry James, al padre parlando di George Eliot.

bizzarra ed originalissima figura, non bella…bassa tarchiata, con delle grosse braccia brune, il viso bruno e grasso, da mercantessa, braccia da cuoca, capelli brizzolati….ma bastava che ella prendesse l’archetto…ella suonava con bravura meravigliosa... ( il Piccolo di Trieste, 1895)

Ho adorato Norman-Neruda molto prima che diventasse Lady Halle. La trovavo brutta ma estremamente elegante, e riesco ancora a vedere quel sottile braccialetto d’oro scivolare su e giù per il suo braccio arcuato. James Agate

Ma in questo, le due donne erano in compagnia di altre considerate alla loro stregua, come la famosa soprano Madame Viardot ….

La sua bruttezza è bella, è affascinante, è geniale! La sua bruttezza è il piedistallo su cui si può ammirare, la sua bruttezza è poesia, la sua bruttezza è umorismo e ha addirittura fatto un’impressione piacevole su di me, un dilettante spettatore (Signale, 1848).

Insomma, non solo le donne erano state tenute al di fuori delle arti e della cultura in genere, ma, per molto tempo ancora furono costrette a sopportare commenti sessisti, che oggi verrebbero considerati body shaming, anche per non essere sufficientemente graziose per essere guardate!

E Mary, come molte altre donne prima e dopo di lei, George Sand, Colette, le sorelle Bronte, Michael Fields, decise di usare pseudonimi maschili, il mezzo più semplice non solo per essere presa sul serio quanto per avere la libertà di scrivere quello che altrimenti non le sarebbe stato concesso dire essendo una donna!

Iniziata a forme di pensiero liberali, Mary dopo la morte dei genitori, si recò in Svizzera con i coniugi Bray: visse a Ginevra, in modo indipendente e fece amicizia con François d’Albert Durade e sua moglie. Al suo ritorno si trasferì a Londra con l’intenzione di diventare una scrittrice in un primo tempo, decise di usare il nome di Marian Evans. Soggiornò per un periodo nella casa di John Chapman, un editore radicale e di sinistra che aveva conosciuto a Rosehill e che aveva pubblicato le sue prime traduzioni su The Westminster Review di cui Marian, nel 1851, divenne il vicedirettore

Fu quindi in un ambito tutto maschile, come maschile era quello del violino per Wilma Neruda, che Marian mosse i primi passi come donna di lettere: fu uno scandalo, uno dei tanti, che una donna occupasse una simile posizione! La sua acutezza e la sua intelligenza le fecero conoscere il filosofo  George Henry Lewes che, come molti, rimase affascinato e i due vissero insieme a partire proprio dal 1854. Lewes era sposato con Agnes Jervis ma la coppia aveva deciso di avere un matrimonio aperto, infatti, oltre ai tre figli avuti con Lewes, Agnes ne ebbe altri con un altro uomo e Lewes, avendo riconosciuto i figli della moglie come suoi, aveva delle difficoltà legali nel divorziare da lei.

Marian e Lewes partirono per la Germania a scopo di studio e quella fu la loro luna di miele. Stimolata ed incoraggiata dal compagno, continuò ad occuparsi di filosofia della religione con una traduzione di L’essenza del Cristianesimo di Feuerbach e, durante il suo soggiorno, iniziò la traduzione dell’Etica di Spinoza che completò solo anni più tardi e fu pubblicata postuma.

Da quel momento, Marian e Lewes si considerarono sposati: nessuna apparenza, nessuna discrezione, la coppia attirò accuse di bigamia facendo pubblica ammissione della relazione pertanto, per molto tempo vissero lontani dalla società letteraria di Londra, evitando ogni contatto, ignorati e ostracizzati. Mary decise di dedicarsi al romanzo con il nome di George Eliot per prendere le distanze dalle scrittrici dei romanzi da lei giudicati ridicoli nascondendo però la delicata questione del suo stato coniugale. Osannata da Dicekens per i suoi testi di denuncia e al di fuori delle convenzioni sociali, incantò anche Henry James, che prenderà da lei ispirazione per i suoi personaggi femminili, e Marcel Proust. Quando tale Joseph Liggins, cercò di attribuirsi la paternità di uno dei suoi romanzi, George Eliot fece un passo avanti e Mary Ann ammise di esserne l’autrice: sull’onda del successo la coppia Eliot-Lewes fu accettata in società: anche la Regina Vittoria la leggeva!Alla morte di Lewes, Mary nel 1880, a sessantun anni, sfidò di nuovo le convenzionu sposando John Walter Cross, un agente d’affari di vent’anni più giovane di lei. Il matrimonio durò pochi mesi perché a dicembre di quell’anno, in seguito a un’infezione, Mary Ann Evans morì.

Wilma aveva sposato Ludwig Norman dopo quasi un anno di fidanzamento, e pare, lo avesse sposato anche per non doversi separare da lui durante i lunghi viaggi. Si suppone quindi che fosse un affetto sincero ma Wilma, sino ad allora, non aveva potuto conoscere niente e nessuno, e, complice la musica, i concerti, la solitudine di essere in un paese straniero, si innamorò del primo uomo che le diede attenzione. Pare, secondo Einar Sundström, nipote di Norman, che sia stata lei a proporre il matrimonio caratterizzato, all’inizio, da grande unità di intenti. Con Norman fondò la prima Società di Concerti e la loro unione fu coronata dall’arrivo di Ludwig, lo stesso anno del matrimonio, nel 1864 e Waldemar, due anni più tardi. Un matrimonio che, fin dall’inizio si rivelò diverso da quelli tradizionali in cui la donna-artista abbandonava a vita pubblica per dedicarsi completamente alla cura dei figli. Wilma mantenne il suo conto separato da quello del marito, decise di non abbandonare il suo nome e non smise di suonare né per il matrimonio né per le gravidanze, lasciando i bambini alle cure delle sorelle o della tata quando serviva. I concerti, infatti, potevano essere un limite al ruolo di madre, unico riconosciuto alla donna, ma Wilma imparò a gestire tutto utilizzando tutti gli aiuti che riusciì a trovare o creandoseli.

Inizialmente il matrimonio conobbe anche dei momenti di felicità: un’istantanea di una matinée musicale nella casa dei genitori di Wilma a Brünn si trova in Aftonbladet nel 1865:

Quando Ludvig Norman si sedette al pianoforte e fece scorrere le dita sui tasti lei prese il violino ed iniziarono a suonare insieme, a parlare ed era una conversazione da degni coniugi. Wilma era cattolica, Norman protestante e, quando il matrimonio terminò, nel 1869, il divorzio non fu neanche preso in considerazione: Wilma, semplicemente iniziò ad allontanarsi da lui. La motivazione della fine del matrimonio penso si possa far risalire al palesarsi, nel marito, sempre meno gestibili, dei sintomi della probabile Sindrome di Tourette e della relativa dipendenza dall’alcool più che alla differenza di vedute o di carattere. Quattro anni dopo la morte di Norman, il suo amico, August Strindberg scrisse alla poetessa Ola Hansson che era stato il problema della follia e della gelosia: Norman cominciava a manifestare la Tourette non solo con atteggiamenti anomali ma anche con depressione e mania di persecuzione che l’avevano evidentemente portato ad accusare la moglie. Wilma pare che per questo tentò di farlo rinchiudere in un noto manicomio perche sospettava di lei e le stava rovinando la reputazione…come un pazzo e un alcolista avrebbe potuto fare. Al di là della contingenza che la fece decidere di portare i figli a Brunn togliendoli al padre che poteva vederli in estate, Wilma voleva riacquistare l’autonomia anche economica, quindi riprese la sua vita nomade e da concertista dove l’aveva lasciata prima del matrimonio affermandosi come solista: come aveva deciso per il matrimonio così decise per la separazione. Raggiunta una certa stabilità economica, si stabilì in Inghilterra senza tornare più in Svezia fino alla morte di Norman, nel 1885. Fino ad allora, Wilma cercò di non minare la sua reputazione, tuttavia, era chiaro a tutti che avesse trovato in Charles Hallé non solo il pianista ideale ma anche un partner: la chiamavano Madame Luja perchè inseparabile da Hallé…la sua metà! Una poesia di Hallè del 1870 rivela che il pianista iniziò a nutrire affetto per la donna molto presto ma solo nel 1876, anno in cui la raggiunse in Italia dove si trovava per alcune cure per la tubercolosi, le dichiarò il su affetto. Molto presto i due cominciarono a frequentare, per concerti, Hagen, città Natale di Hallè, dove si sapeva bene la natura della loro relazione: è evidente che, come Mary, anche Wilma viveva con Hallé more uxorio ma Hallè fu sempre, non solo rispettoso ma anche molto attento che nulla trapelasse. Nel 1885 una vetrina pubblicò le loro foto parlando di matrimonio e Hallè ebbe una reazione di rabbia senza precedenti costringendo il negozio a togliere le immagini e ritrattare. Nel 1885 Norman morì e, passato il periodo di vedovanza, Wilma e Charles, adulti e con figli ormai grandi decisero di convolare a nozze, era il luglio del 1888.

Ma George Eliot e Wilma avevano un altro elemento in comune, la musica e, in particolar modo, Jansa, il Maestro di Wilma che, dopo il 1848 venne espulso dall’Austria e costretto a rifugiarsi in Inghilterra.

George Eliot era una appassionata musicista e, non è un caso, che una delle ultime sue apparizioni in pubblico fu al St. James, dove sedeva, presenza stabile e fissa accanto a Browning e Watts. Mary era una donna dal grande temperamento, esattamente come Wilma Neruda ma anche emotiva e sensibile: non aveva che 4 anni ed iniziò a suonare il pianoforte senza conoscere una nota impressionando i servi con le sue capacità. A sette anni frequentò una scuola per ragazze e a tredici la scuola Franklin a Coventry. Era così interessata alla musica che il suo maestro di musica provava grande piacere ed entusiasmo a farla studiare: Mary si dedicava completamente alla musica ed essendo la studentessa più brava veniva chiamata a suonare ogni volta che c’erano ospiti sebbene, terminate di tali esibizioni finiva per correre nella sua stanza e sfogare la sua emozione con le lacrime. Ogni domenica faceva home music con suo padre e alla morte dei genitori, potè finalmente permettersi un pianoforte e progredire studiando le Sonate di Beethoven ed affrontare la musica da camera con un maestro di eccezione: Leopold Jansa!

4 DICEMBRE 1863 non sto facendo altro che viziarmi – godendomi le coccole, i grandi libri di Letteratura, la nostra nuova casa bella e tranquilla, lo studio delle sonate di Beethoven per pianoforte e violino con il vecchio Jansa dal viso mite e non essendo affatto infelice come mi immagini.

9 GENNAIO 1864 … Ultimamente ho suonato con energia il pianoforte e ho preso lezioni di accompagnamento al violino da Herr Jansa, uno dei vecchi suonatori del Quartetto di Beethoven. Mi ha dato un nuovo tipo di esercizio muscolare, oltre a uno stimolo per i nervi…

La musica in realtà divenne così importante per George Eliot che ne intrise molte delle sue opere.

Fu nel gennaio del 1870 che i Lewes, dopo il grande successo di George Eliot che contribuì a farla riammettere in società, ripresero a frequentare il St. James dove erano figure note e il 5 febbraio, al termine di un Concerto di Wilma Néruda e Charles Hallè, la violinista chiese di conoscere la grande scrittrice, forse incuriosita dalla sua opera, che forse conosceva, o, molto più probabilmente, dal fatto che avesse suonato con regolarità con il suo vecchio maestro, per cui, dopo il Concerto la violinista fu accolta a Priory, la residenza dei Lewes che, da quel momento, frequentò con regolarità.

Ogni domenica George Eliot accoglieva musicisti del calibro di Henry Holmes, Joachim, Clara Schumann, Arabella Goddard e Frau Zimmerman oltre, ovviamente a Wilma e CHarles Hallè, e letterati ed attori come Ellen Terry. Fu una amicizia profonda quella che legò Wilma alla scrittrice se Wilma potè chiamare Geroge Eliot, Polly, nome concesso solo a pochi familiari. Ci piace immaginare che il nome di una delle cagnoline di WIlma, Polly appunto, sia arrivato proprio dalla conoscenza della scrittrice. Durante gli intervalli dei concerti del St. James i Lewes andavano spesso nel camerino a chiacchierare con i loro amici musicisti e lì, un giorno dopo una bella esecuzione di un trio di Schubert, Norman Neruda baciò la mano di Polly e poi le due si baciarono! una manifestazione di emozione suscitata dalla musica, alla quale (come Maggie Tulliver uno dei suoi personaggi) era sempre suscettibile.

Forse, non è un caso che dopo la morte della grande scrittrice, Wilma abbia cercato di mantenere inalterata l’usanza di fare musica ricevendo per i Lady Halle’s home music proprio di domenica come colei che in qualche modo aveva imparato ad amare e rispettare non solo come la grande scrittrice e pensatrice che era ma anche per la grande musicista che aveva ricevuto i consigli del suo stesso Maestro ma in una fase diversa della vita.

Una fonte importante anche per le mier ricerche