1851, Wilma Nèruda, ha 13 anni ma, suo padre ne dichiara almeno due di meno, cosa che spiega la confusione sulle date di nascita che viene, tuttavia, chiarita guardando la trascrizione dei suoi documenti di nascita al foglio 404 dell’Anagrafe relativa alla Chiesa di San Pietro.
Wilma suona in pubblico dal 1844 e, dal 1845, la famiglia si trasferisce a Vienna dove suscita interesse nella nobiltà come nella borghesia.
Non si sa su che violino abbia imparato a suonare ma, lei stessa, in una intervista, parla di un ”piccolo violino rosso’‘ che da adulta, le sarebbe piaciuto recuperare per tenere come ricordo.
In altre testimonianze si parla del possesso di un Cremonese ma non di uno Stradivari, bensì di un Guarnieri, al contrario di questo articolo nel quale invece, si torna a parlare di uno Stradivari!
Certamente, Wilma Néruda ebbe modo, come molti violinisti della sua epoca, di provare e suonare molti strumenti oltre allo Stradivari-Ernst donatole nel 1875 dall’aristocrazia inglese.
Si dice, infatti, che possedesse un secondo Strad ”prestatole” da una gentildonna inglese che, secondo l’amico Radek Hasalik, potrebbe essere quello di Lady Lindsay.
oppure, più probabilmente, il ”Marie Schumann”, strumento del 1698 se dobbiamo credere a questa testimonianza:
The Violin Times-luglio 1900
A Stradivarius violin, with his label inside, came up for sale at Sotheby’s recently. It was formerly the property of Miss Van de Weyer, and was purchased on the advice of M. Ries and Signor Piatti; it is a well known example, and has been played upon by Herr Joachim and Madame Norman Neruda. It realised £600, and was purchased by Mr. Delaine.”
Non è l’unica ipotesi, ne abbiamo rinvenuta un’altra che sposta invece l’attenzione allo Stradivari del 1695
The Hawaiinian-Goetz-Murray, citato anche da Hill come appartenente, in origine, ad un coltivatore delle Indie, Gonsalves, e che ” Lady Hallè consigliò di acquistare ad uno dei nipoti di Lord Burnham, Ludovic Goetz” amico anche del secondogenito della violinista, Waldemar.
Per il momento, l’unico violino legato al suo nome rimane l’Ernst-Hallé
Ma eccola la traduzione di un articolo del
Bora Tidning del 1851
Wilma Neruda è un talento musicale, che, oggi sta suscitando grande interesse nel mondo dell’arte. Ha tenuto concerti con straordinario successo in diversi paesi europei e recentemente in Russia. La sola idea che una ragazza possa suonare il violino cattura l’attenzione. Alcune note biografiche su di lei potrebbero quindi non essere prive di interesse. Suo padre, Josef Neruda, proveniva dalla Moravia, dove era stato precedentemente impiegato come organista nella cattedrale di Brno, la madre, invece è Italiana.
(sull’origine italiana di Franziska Merta confesso di avere molti dubbi).
Entrambi i genitori sono musicisti, hanno sette figli, tutti eccellenti dal punto di vista artistico. Il figlio Victor, ora quattordicenne è un buon violoncellista ma ha iniziato a suonare il violino già a 7 anni, e la sorella Wilma, che allora aveva 5 anni, ha presto avuto voglia di suonare con lui. Fratello e sorella litigavano così a lungo per il violino, finché il padre non dovette comprare un violino anche per lei. Il prezzo allora non era alto: ogni violino costava solo 30 fiorini, equivalenti a circa 95 copechi.
Wilma (Wilhelmina) fece progressi rapidi, e già l’anno seguente iniziò a suonare brani di Beriot e Mayseder. Un anno dopo, Neruda partì con i suoi figli per Vienna dove la figlia prese lezioni dal professor Jansa. Nel frattempo, la figlia maggiore, Amalia, ora sedicenne, era già già al suo 6° anno di studio con la guida dei genitori.
Entrambe le sorelle si esibivano spesso a Vienna e suonavano aCorte, dove Wilma, a ricordo delle sue vittorie nel regno dei suoni, ricevette una spada d’onore dalla Imperatrice Anna! e un violino molto prezioso, un autentico Cremonese di Stradivari.
Successivamente, il fortunato padre, uomo amabile, modesto e disinteressato, si mise in viaggio con i suoi prodigi verso Berlino, Lipsia, Hannover, Amburgo, Brema, Belgio e Parigi, che dovette presto abbandonare a causa della rivoluzione di febbraio del 1848, e l’Inghilterra. Ovunque incontrarono grande attesa lasciando dietro di sé una soddisfazione ancora maggiore. A Londra diedero 19 concerti di seguito con pause solo la domenica con l’onore di suonare anche per la Regina Vittoria. Dall’Inghilterra si recarono a Vienna, Ungheria, Berlino ecc. e da lì in Russia.
La prima volta che arrivai in Inghilterra mi meravigliai del forte pregiudizio in questo paese secondo il quale il violino per una donna era poco femminile e addirittura inadatto
Ma Wilma non era tipo da lasciarsi scoraggiare da un pregiudizio, e alla fine, anche grazie all’intervento di Vieuxtemps, fu convinta a tornare in Inghilterra per occupare, principalmente, il posto di Primo violino del Quartetto del St. James, che, di norma era diretto da Joachim nelle sue trasferte Inglesi
Il St. James per la prima della dodicesima stagione dei Monday Pops era pieno, forse più del solito: tutti, uomini e donne erano corsi a vedere quella novità, quella cosa mostruosa che era una donna che suonava il violino!
…l’attenzione di tutta la sala era assorbita dall’eroina di quella sera, Madame Norman Nerudache appariva nella veste di Primo Violino. Una giovane donna con un abito di velluto nero, con braccia e collo nudi, che con calma va a prendere il posto di solito occupato da Joachim, da Wieniavsky o da Vieuxtemps per guidare il quartetto di archi con fuoco e precisione degni dei maestri sunnominati, era comunque una novità per il pubblico! Ma chiunque abbia sentito e visto questa donna suonare i suoi soli lo scorso anno non potrebbe mettere in dubbio la saggezza di Mr Chappel nello scegliere lei per guidare il quartetto sino all’arrivo di Joachim dopo Natale. A prima vista potrebbe anche sembrare che una Donna con il violino sia fuori posto come un uomo con un tamburello in mano e gli aggettivi, sgraziato e non femminile sono stati senza dubbio (già) usati per Madame Neruda, per Madam Humler per non parlare per la Signorina Strinasacchi, a cui Mozart dedicò comunque una Sonata per Violino, e per altre donne che hanno osato rompere le convenzioni su cosa la donna sia in grado o non sia in grado fare. Molti di noi sono pieni di pregiudizio nei confronti delle novità e ci mettono davvero poco a giudicare una donna che si dedichi a qualsiasi tipo di arte o alle professioni/occupazioni di solito appannaggio del sesso maschile, frivola. Invece il violino è davvero uno strumento grazioso per una donna! La pressione del mento non dovrebbe essere convulsa, è sufficiente una minima inclinazione della testa, il braccio sinistro è libera e naturale e ogni movimento di quello destro in un fine violinista è grazioso in sè tanto che potremmo quasi dire che non esiste esercizio così calcolato per mostrare belle manie e una bella figura come suonare il violino. Se devo giudicare dalle acclamazioni che hanno accolto Madame Norman Neruda alla fine della sua esecuzione anche il pubblico dei Monday Pops della scorsa sera erano della stessa opinione
E certo! in una società maschilista in cui le donne altolocate potevano studiare la musica solo per essere messe in mostra e trovare marito, chi scrive non trova altri mezzi che mettere in evidenza come lasciare che le giovani si avvicinino ad uno strumento maschile possa, ugualmente, essere una forma di attrattiva per gli uomini!
E’ comunque impossibile sedersi al St. James Hall dove ogni anno ascoltiamo il più grande dei violinisti viventi senza fare confronti. Il timbro di questa donna violinista mi sembra alquanto fine senza però essere povero..
Del resto Joachim, sin dalle ultime due stagioni ha un po’ deliberatamente rinunciato alla delicatezza a favore di corde più grosse e di un maggiore volume di suono.
Il programma si è aperto con il Quartetto in Re maggiore di Mendelssohn, il cui manoscritto è in possesso del Prof. Bennet. …
invece ci sono alcuni passaggi che chiedono la leggerezza di una mano femminile, anzi potremmo dire che tutti i passaggi veloci e i movimenti più delicati sul violini potrebbero essere facilitati dalla mano di una donna piuttosto che da quella di un uomo. Le distanze infitesimali, la pressione leggera, le diteggiature rapide e i glissati danno alle dita sottili delle donne un vantaggio su quelle degli uomini. Tuttavia nel quartetto come nella Sonata di Mozart che Madame Neruda ha suonato subito dopo non c’è stata mai troppa brillantezza mentre nei soli veloci e nei passaggi di bravura Madame Neruda può essere brillante senza essere sensazionale ma da artista vera quale è lei non lancia mai i suoi fuochi artificiali in questo genere di concerti e non commette il grave errore tipico dei musicisti infimi di mettere sè stessa in mostra davanti al compositore e abbiamo sentito come si deve che Mendelssohn e Mozart erano dentro le loro composizioni e i musicisti al loro servizio
Così titola un giornale nel marzo del 1886, Curiosità: Wilma e sua sorella Olga arriveranno in aprile ma l’attenzione dei lettori viene tenuta viva col racconto di notizie che giungono da diverse parti di Europa, tanto era famoso e noto il nome di questa violinista, tanto straordinaria dal punto di vista delle competenze e capacità musicali quanto difficile, dal carattere spigoloso, dagli atteggiamenti protettivi che sfiorano il nepotismo nei confronti della sua famiglia di origine, quanto anche ambigua e, se vogliamo, senza troppi scrupoli come ci ha insegnato la vicenda legale contro sua nuora May Peyton Norman Neruda. Stavolta la curiosità però riguarda un ingaggio che le arriva da Praga:
La signora Normann-Neruda ricevette, la scorsa settimana, un’offerta dal direttore di un’orchestra femminile a Praga per assumere il posto di primo violino in quest’orchestra in cambio di viaggio gratuito, vitto e alloggio e – 30 fiorini al mese di paga. Il mittente della lettera aggiungeva che gli sarebbe stato molto gradito se la signora Neruda avesse accettato l’offerta e fosse partita subito per poter partecipare, già domenica 7 marzo, a un importante spettacolo. Era obbligo che il guardaroba fosse curato dalla signora Norman Neruda stessa che avrebbe dovuto esibirsi solo in abiti bianchi. Per quanto la signora avesse molta voglia di accettare questo allettante impegno, purtroppo, le era impossibile – almeno per il momento – poiché vincolata da contratto ad esibirsi a Londra e in altre città inglesi. Poiché gli onorari della signora qui ammontavano a circa 15.000 corone al mese sarebbe stato comunque necessario chiedere che la paga offerta fosse aumentata di qualcosa!!
Diciamo che gli abiti, seppure spesso commentati negli articoli dell’epoca, non furono sempre il suo forte almeno sino a quando non decise di farsi vestire da Worth, e, quanto alla paga, nonostante i suoi compensi siano sempre rimasti di gran lunga inferiori a quelli dei suoi colleghi maschi, ciononostante, fu sempre molto attenta, tanto nelle richieste quanto nelle spese. Wilma ebbe sempre, al contrario di suo figlio Ludwig, un grande senso degli affari
Un tour quello in U.S.A. desiderato e programmato sin dal 1895 ma rimandato per ben due volte, prima a causa della morte di Charles Hallè, poi per quella del figlio…solo l’8 febbraio del 1899 Wilma Norman Néruda riuscì a partire per gli Stati Uniti e il Canada per toccare città come New York, dove suonò sia nella Carnegie Hall che a Brooklin, Baltimora, Philadelphia, Providence e Toronto ma facendo base proprio a Boston, la prima città in cui si esibì. Il tour venne organizzato dalla giovane Ellen TERRY, la stessa che si era occupata, nel 1896, di organizzare il Lady Hallé Testimonial Fund che aveva portato all’acquisto di Palazzo Néruda in Asolo.
…Lady Hallè, meglio conosciuta come Norman Néruda, famosa violinista e moglie del famoso compositore e direttore Charles Hallé, è in città! E’ arrivata a New York sull’Etruriache sarebbe dovuta attraccare sabato scorso in porto alle sei del pomeriggio ma, a causa della tempesta e del mare grosso non è riuscita ad arrivare sino a martedi all’una. Dopo un giorno a New York, Lady Hallè è partita da lì alle cinque per arrivare a Parker Square Station un pochino dopo la mezzanotte, con 1 ora e mezzo di ritardo del treno. Accompagnata dalla sua cameriera , è stat accolta in stazione da Mr Comee, Assistente della Boston Symphony Orchestra con cui Lady Hallè debutterà nel nostro paese venerdi e sabato.… Bisogna dire che è la terza tra le più note personalità a suonare con la Boston Symphony Orchestra dopo Willy Burmester e Emil Sauer. Lady Hallé ci ha gentilmente concesso una intervista nei suoi appartamenti di Parker House oggi pomeriggio dopo il concerto con l’orchestra al Music Hall e con lei abbiamo parlato piacevolmente della sua vita dedicata all’ arte.Ci ha anticipato che è molto contenta di questo suo seppur breve soggiorno da noi che terminerà domenica pomeriggio e, poichè gode di un’alta posizione sociale a Londra, porta con sè molte lettere di introduzione e invito di molte persone importanti di Boston. Sebbene Lady Hallé non abbia nessun titolo ufficiale per sè stessa
(Non ancora dal momento che di ì ad un paio di anni la Regina Alexandra inventò per le quello di Violinist to the Queen),
si dice che quello conferito al marito ha comunque significato il riconoscimento dei suoi meriti nei confronti dell’Arte perchè lei stessa è diventata oggetto di riconoscimento evitando di violare la regola di non conferire un titolo ufficiale ad una donna.
Lady Hallè eredita il suo talento da una famiglia di musicisti tra cui, quello più lontano è Jacob Neruda , originario di Rossiez vicino Praga che morì nel 1732 lasciando due figli, J Chrisostoms e J. Baptist entrambi Maestri di Cappella. I due figli di J. Baptist furono Musicisti da Camera nell’Orchestra dell’Elettore di Dresda. Lady Hallè è nata a Brunn e asserisce che prima dei 4 anni anni già studiava violino con suo padre Josef Neruda, organista della Cattedrale. I suoi progressi furono così rapidi che prima dei sei anni fu ritenuto giusto che fosse mandata a studiare a Vienna da Leopold Jansa….il pubblico viennese fu meravigliato dalla forza del suo arco e dalla sua facilità nell’esecuzione che, con il loro naturale entusiasmo lodarono il suo talento in ogni modo ed in ogni luogo. Questo successo incoraggio Josef ad intraprendere un vero e proprio tour con WIlma, sua sorella e suo fratello Franz ( in realtà all’inizio Vicktor) come violoncellista nelle città più importanti della Germania, Olanda e Inghilterra dove la piccola suonò il Concerto di De Beriot in Re maggiore ottenendo un inevitabile successo.La famiglia si spostò in Russia dove ebbe la sventura di perdere il violoncellista del gruppo (Vicktor) ma il suo posto venne preso da un fratello
(Franz) e quando la sorella minore prese il posto di secondo violino, il trio ben presto divenne un quartetto.La loro accoglienza in Russia fu così calorosa e gentile che i fratelli vi tornarono ogni anno per i successivi dieci. Quindi arrivò il debutto al Gewandhaus di Lipsia e il viaggio in Danimarca e Svezia. A stoccolma si esibirono davanti a Re che conferì a Wilma la Medaglia d’oro per le Arti e la Scienzanominandola anche virtuosa da Camera della Corte. Fu allora che conobbe Ludwig Norman, suo futuro marito, Maestro di Cappella e direttore di molti concerti filarmonici a Stoccolma. Si sposarono poco dopo ed ebbero due figli; con l’aiuto di Lindblad, Danberd e Soderman fondarono una Società per la Musica da Camera. Successivamente Madame Neruda arrivò a Parigi esibendosi per i Concerti Popolari di Pasdeloup dove fu notevolmente ammirata. Da lì tornò a Londra per suonare di nuovo ai Philarmonic Concert. L’accoglienza e l’influenza della posizione la convinsero a restare e l’autunno seguente il direttore dei famosi POPS londinesi fece l’annuncio che
” Madame Norman Neruda era stata ingaggiata come primo violino per tutti i concerti fino a Natale”….
da allora il suo nome è stato associato a quello di questi concerti e a Joachim e Piatti. Madame Neruda ha preso fissa dimora a Londra dove viene identificata non solo con quei concerti ma in generale con la vita musicale stessa della città. E’ la violinista preferita anche nelle zone più lontane da Londra e lei stessa è diventata un simbolo, una moda che si può attribuire al suo esempio il grande numero di ragazze nel mondo che oggi suonano il violino. Nel 1885 Madame Néruda è rimasta vedova ed ha sposato il grande musicista il cui nome spesso è stato accompagnato al suo nei suoi concerti…. Dopo il rientro dall’Australia dove Lady Hallè aveva seguito il marito per dei concerti in cui furono altamente apprezzati e calorosamente accolti, Charles Hallè all’improvviso si ammalò e morì prima che sua moglie (che era partita per il tour in Svezia), potesse tornare al suo fianco.
E.2936-1903. Page from ‘Russian Art Sheets’ or ‘Russian Art Gazette’, published by Georg Wilhelm Timm, also known as Vasily Fyodorovich Timm, 1850s. Portraits from a concert.
Dopo i grandi successi dei Fratelli Néruda a Londra nel 1849, la famiglia rientra a Vienna, città eletta come residenza sin dal 1845 ma la situazione è alquanto difficile, i disordini del 1848 hanno avuto un impatto negativo sulla vita musicale della città: l’imperatore nega i sussidi al Musikverein che rimarrà chiuso per tre anni, e anche il Conservatorio risente di questa situazione, per questo motivo i Néruda decidono di tornare nella città natale, Brno. Ma la famiglia è in costante accrescimento e i guadagni non bastano a mantenere i due genitori e gli oramai 6 figli. Josef sa che deve cambiare completamente zona per cercare concerti redditizi.
SAN PIETROBURGO 1850
Tutto sommato, la Russia era stata ben poco colpita dai disordini, per cui, ottenuti i passaporti, cosa che costò diversi mesi di attesa, Josef si diresse ad Est, verso San Pietroburgo, la città che da sempre aveva accolto e fatto arricchire ben più di un musicista, avida di apertura, di Arte e di musica occidentale ritenuta superiore a quella dei ( Grandi ) musicisti russi che, tuttavia, provenendo da strati sociali più bassi, stentavano ad essere riconosciuti in patria quali gli artisti che erano! La Russia era vista dai musicisti dell’Ovest come una sorta di Eldorado. Tante erano le occasioni di concerto: i teatri, i Conservatori, i club , le case private, la corte e c’è Vieuxtemps che proprio in quegli anni si trovava in Russia. I concerti erano tanti e tanti gli artisti che vi arrivarono per esibirsi nella stagione del 1850/1851: i biglietti messi in vendita per il giorno del concerto la mattina presto, alle sei del pomeriggio erano già esauriti. Josef, da imprenditore, dote che passerà a Wilma, sa benissimo che, essendo privi di raccomandazione, sosterranno il rischio di fare un viaggio inutile, inoltre, non può portare Vicktor già sofferente per la tubercolosi che lo ucciderà, proprio in Russia, l’anno successivo, tuttavia lo affronta con la sua solita tenacia creando un percorso, anche di concerti, che va da Brno a Praga, Berlino, Danzica, Konigsberg, Tisit, Riga e, finalmente, Pietroburgo. La situazione non è facile, la concorrenza è tanta e il pubblico saturo, pieno di aspettative e desideroso di novità:
Anche a San Pietroburgo i concerti hanno raggiunto un punto culminante alla fine della stagione di Quaresima, spesso due o tre nello stesso giorno. Si sono particolarmente distinti: il concerto sinfonico del famoso violinista Alexis Looff, che è capo dell’orchestra imperiale e contemporaneamente generale nell’esercito, divenuto abbastanza noto nel mondo musicale grazie al suo inno russo; il grande concerto tenuto dal maestro di cappella Baveri dell’opera italiana, in cui è stata eseguita anche la grande sinfonia “Romeo e Giulietta” di Hector Berlioz; inoltre i concerti dei fratelli Neruda e dei fratelli Wieniawski, poi il concerto del veterano Louis Maurer, i quattro concerti affollati del pianista Schulhoff e infine il brillante concerto di addio della signora Nissen-Saloman, che è stata il fiore all’occhiello della maggior parte dei concerti e ha saputo mantenere il favore del pubblico in modo intatto; l’artista congedata con tempeste di applausi è già arrivata a Mosca e prevede di viaggiare via Odessa verso Costantinopoli per continuare i suoi trionfi anche nel sud. ( Illustrirte Zeitung 3 maggio 1851). Solo a Konigsberg le sorelle Neruda si esibiscono 11 volte in poche settimane:
Le sorelle Neruda hanno festeggiato i loro trionfi più splendenti degli ultimi anni qui a Königsberg; hanno tenuto 8 concerti al teatro, con un crescente successo e spesso con il teatro completamente pieno. È ovvio che la violinista ha avuto la maggior parte del merito. Anche a San Pietroburgo hanno ottenuto un enorme successo, e sarà difficile per Milanollo superare la sua rivale. (Berliner Musikzeitung 4 giugno 1851)
E Wilma, fa la sua parte, incantando il pubblico:
Per aver parlato dei fratelli Wieniawski, non ho ancora finito con la gioventù musicale e fenomenale; mi resta ancora le sorelle Neruda, due giovani, di cui la maggiore è pianista e la più giovane è violinista. Amélie Neruda è una pianista dallo stile puro ed elegante. Non suona né più lentamente né meno forte rispetto alla maggior parte dei pianisti moderni e avrebbe sicuramente il successo che merita se non si esibisse accanto a sua sorella, il cui talento superiore la eclissa se invece delle composizioni di Waldmuller e Kittl, che costituiscono quasi esclusivamente il suo repertorio, scegliesse opere di maggior valore. Tuttavia, va riconosciuto che con il suo accompagnamento veramente distinto, Amélie Neruda contribuisce notevolmente al grande successo di sua sorella. La piccola Wilma non è affatto un essere gracile e malaticcio come la maggior parte dei bambini prodigio il cui volto pallido e magro attesta le lunghe ore di sofferenza che la loro precocità ha comportato; no, appena Wilma appare con il suo volto fresco e allegro, appena fa il suo inchino in cui la grazia della giovane donna si mescola all’impertinenza del bambino, si capisce che non ha mai dovuto soffrire dalla fatica del lavoro. Il talento di Wilma si sposa perfettamente con il suo portamento. Con una sicurezza e una precisione che raramente vengono meno, esegue le più grandi difficoltà; pronuncia le frasi in modo eccellente, sebbene a volte acceleri troppo il movimento; il suo canto è grazioso ed espressivo e il suono che emana dal suo violino è di una grande ampiezza; in poche parole, la piccola Wilma, all’età di dodici anni, è già una grande virtuosa. Ma è più di questo: ciò che la distingue dai bambini prodigio ordinari è il carattere sincero e naturale che, lontano sia dalla perfezione puramente meccanica che dalla sensibilità prematura, porta il sigillo di una perfetta salute morale e fisica. Ecco perché questa bambina sorridente, che sembra suonare più per il proprio piacere che per quello degli ascoltatori e che è arrivata qui senza alcuna lettera di raccomandazione, è riuscita a ispirare al nostro pubblico un entusiasmo che, durante i sette concerti dati dalle sorelle Neruda, non ha mai vacillato. Wilma ha ottenuto il maggior successo con le composizioni di Bériot e soprattutto con le variazioni burlesche su un’aria tedesca (una spiritosa imitazione del Carnevale di Venezia) di Mildner.
Certamente, che in pubblico fossero sorridenti e sicuri lo possiamo crede ma non che non ci fosse lo stress, la stanchezza, la pressione anche del confronto. In ogni caso, le sorelle Nèruda vengono ripagate da successo con tanto di corona di alloro e denaro, tanti rubli, e anche dal dono di preziosi gioielli da parte dello Zar.
Fu durante uno di questi concerti presso il Gentry Club che accadde un incidente con i fratelli Wieniavsky, in particolare con il diciassettenne e focoso violinista
Vieuxtemps, che era presente a quel concerto, diede alla dodicenne Wilma Neruda un mazzo di fiori e il pubblico scoppiò in una grande ovazione: forse un sentimento panslavo che affiorava alla vista di una giovane violinista ceca e di un giovane violinista polacco quasi a simboleggiare una sorta di unione anche tra popoli spesso ostili tra di loro. Fu in realtà solo una semplice cortesia ma Wieniawsky, irritato dal trionfo di Neruda, sgarbatamente volle dimostrare la sua superiorità, insistendo che era lui il miglior violinista del mondo, volle provarlo, salì sul palco e riprese a suonare. Alcuni spettatori allora salirono sul palco per rimproverarlo ma Wieniawski minacciò con il suo archetto una guardia russa intimandole di tacere. Insultare un generale nel Regno di Nicola I non era cosa da poco ma il giorno dopo, il potentissimo Governatore Generale, Zakrevsky – famoso come amministratore prepotente – ordinò semplicemente a Wieniawski di lasciare Mosca entro ventiquattro ore: una reazione quindi moderata ed un piccolo scandalo che non fece alcun danno alla carriera di Wieniawski che, nonostante occasionali scatti di temperamento, divenne un habitué delle serate musicali della Granduchessa Elena Pavlovna e del Granduca Konstantin. Il prestigio di Wieniawski come virtuoso internazionale lo protesse dalle regole usuali e negli anni ’60 ottenne la nomina a Violinista di Corte e di Professore al Conservatorio di San Pietroburgo prima di assumere l’incarico a Bruxelles. Non solo, Wilma e WIeniawsky, probabilmente, avranno anche sorriso di questo incidente da adolescenti che avrebbe potuto anche risolversi peggio, perchè Wilma continuò per tutta la vita a suonare molte delle composizioni del Polacco, invitato a suonare anche a Manchester e a Brno, che le dedicò la Giga op. 23 composta nel 1876. Wilma mantenne anche rapporti con Josef Wieniawsky come è evidente da alcune lettere, probabilmente con l’intenzione di mettere in repertorio alcune sue composizioni.
Dopo il rientro a maggio del 1851, Josef decide di portare nuovamente i figli in Russia l’anno successivo con l’idea di stabilirsi a Pietroburgo per un periodo di tempo più lungo e da qui fare poi tappa per altre città.
Purtroppo il secondo viaggio in Russia si concluse bruscamente con la morte, il 28 aprile, di Victor, per emorragia, dicono i giornali, il che fa pensare, ad un aggravarsi della tubercolosi. Non c’era solo la fatica dei viaggi e gli alloggi fatiscenti o le ore di studio, chi può immaginare cosa provavano Amalie come Vicktor, spesso indicati come meno talentuosi, di fronte alla facilità con cui la sorella minore Wilma, affrontava il violino. Col permesso dello Zar, il corpo del sedicenne fu trasferito a Brno. Josef, preso il Piroscafo da Stettino, con una carrozza da Varsavia, tornò a Brno: era il 19 luglio del 1852, giorno del compleanno del ragazzo Forse Josef decise di lasciar respirare per qualche tempo i ragazzi per dar loro modo di riprendersi dalla perdita. Ma poi, la musica e soprattutto le necessità economiche tornarono a bussare alla porta e l’autunno del 1852 si ripartì di nuovo, come sempre, stavolta per la Polonia.
Da questo momento ad Amalie, Wilma e Marie si aggregherà anche il giovane Franz passando dal violino al violoncello
Come tutti i musicisti sanno la pratica musicale, la resa artistica e anche l’abitudine dell’ascoltatore ad essa, è frutto di cambiamenti di gusto, tanto nel suonare quanto nell’ascoltare. Nel 19 secolo le esecuzioni dei cosiddetti ‘Grandi Maestri’, Bach, Beethoven, era ben diversa da quella di oggi e gli esecutori erano soliti apportare modifiche sul brano anche quando non scritte: dislocazioni di ottave, arpeggiati, abbellimenti, cambi di velocità, una pratica comunque che, a pensarci bene, derivava dalla prassi barocca dell’improvvisazione, seppur trasportata in altri ambiti.
Ma già alla fine del 19 secolo questa prassi cominciò ad essere considerata discutibile ed inappropriata dal momento che moltissimi compositori, Brahms per esempio, cominciarono a chiedere espressamente ai loro esecutori che la musica venisse eseguita ‘’esattamente come scritta’’.
Il cambiamento fu tuttavia molto lento e la prassi dura a morire come ben testimoniato da questo racconto.
Nel 1891 Wilma Néruda, Charles Hallè ed il pianista Leonard Borwick il 7 e 9 dicembre misero in programma il trio op 8 di Brahms: al pianoforte Leonard Borwick, superbo esecutore di Brahms, come lo definì the Strad, allievo di Clara Schumann e rampollo di una delle famiglie più ricche di Inghilterra, che aveva debuttato solo pochi anni prima.
Wilma ben conosceva Leonard: sua sorella Olga aveva studiato con Clara Schumann negli stessi anni di Leonard e suo figlio Waldemar era da qualche tempo fidanzato ed in procinto di sposare sua sorella maggiore MabeL Theodora Borwick.
Durante una prova, Sir Charles , girandosi verso Borwick chiese se poteva esprimere la sua opinione , e sollecitato in tal senso, tenne una vera e propria conferenza sull'abitudine prevalente dei pianisti di " allargare " le note di un accordo'' con l' idea di dare più espressione ad un passaggio. Fu ascoltato in un silenzio rispettoso fino a che sua moglie, Wilma Norman Néruda, Lady Hallé osservò sorridendo
- Ma caro, è quello che fai anche tu!
E Charles probabilmente continuò ad allargare le note dell'accordo, arpeggiandolo.
In piena ricerca di notizie per la preparazione del Convegno Autunnale di Uno Studio in Holmes che si terrà in novembre ad Asolo, decido di consultare anche il Piccolo di Trieste.
Wilma Néruda suonò certamente a Trieste tra il 1885 e il 1891 sebbene non ve ne siano notizie certissime se non in articoli di giornali e lettere che indicano la volontà di includere la città in un tour con Adelina Patti. L’articolo che segue, impensabile oggi, nell’era dell’eufemismo, del body shaming e del ‘politicamente corretto, ci fornisce un ritratto della donna…non troppo lusinghiero a dire il vero, e anzi, a tratti offensivo nella volontà di contrapposizione tra esteriorità ed interiorità
Nerudagasse
I giornali hanno narrato le manifestazioni panslaviste avvenute a Praga per battezzar così una via, e intanto chi ha udito la Néruda, la celebre violinista, non può a meno di ricordar la sua bizzarra, originalissima figura. Non bella, neanche un’ombra; bassa, tarchiata, con delle grosse braccia brune, con viso bruno e grasso di mercantessa sotto i capelli brizzolati, faceva sorridere, qualche anno fa, vederla avanzarsi sul palcoscenico in gran toilette da concerto, con un abito di raso bianco con le maniche corte a sboffi, da cui uscivano le sue braccia da cuoca, col busto largo e corto stretto nella corazza di seta.
Ma bastava che ella prendesse in mano l’archetto, e la voglia di sorridere vi passava subito; in fondo il suo aspetto restava comico, era sempre un pochino ridicolo il vedere quella grassa signora scalmanarsi ed agitarsi per tutti i versi; con il suo violino in mano, ma chi vi badava più? Ella suonava con una bravura meravigliosa, superando le difficoltà tecniche con una sicurezza perfetta; ma quel che v’era di straordinario, in lei, era il fuoco, l’estro, lo slancio indescrivibile delle sue esecuzioni, il colorito ricco, abbagliante, e pur vellutato con cui ella animava le linee della melodia; ogni pezzo, sotto il suo archetto, assumeva improvvisamente un carattere nuovo, inatteso, di una singolarità indicibile; vi vibrava l’energia di un temperamento d’artista appassionato e violento, selvaggiamente impetuoso, selvaggio e zingaresco, e appunto perciò, irresistibile. Nessun pubblico vi resisteva, nessuno fra i grandi violinisti, da Thomson a Joachim, da Sarasate alla Tua può dir di aver destato entusiasmi più ardenti di quelli suscitati da questa grossa signora con l’aspetto di vecchia massaia.
E’ stata una grande artista, quella grossa signora, ed è perciò che si può parlare qui di lei, anche se il suo nome serve ora di pretesto per le dimostrazioni panslaviste.
Siamo nel 1894 e Wilma Norman Néruda, oramai da tutti chiamata Lady Hallé in virtù del matrimonio con Charles Hallé nominato baronetto nel 1888, è all’apice del successo. I due lunghi tour in Australia del 1890 e del 1891 hanno consentito ai due artisti di rompere la monotonia e la routine della vita musicale inglese alla quale sono ritornati ritemprati, in forze, con qualche soldo in più e nuovi progetti che li porteranno, niente di meno che in Sud Africa nel 1895. Le interviste in questi anni non sono molte ma certamente sono più di quante non ve ne siano per gli anni passati, a testimonianza di una certa ritrosia da parte della violinista, a far conoscere e a farsi conoscere, tuttavia qualcosa deve essere andato storto nel rapporto con la stampa, almeno con certa stampa, se nel 1894 un articolo del Manchester Courrier riporta una sua presa di posizione nei confronti della stampa stessa
Un gran numero di personaggi di rilievo si stanno ribellando contro i persistenti atteggiamenti invadenti di certi intervistatori e, in alcuni casi, non a torto. Parlando questa settimana con Lady Hallé, sono rimasta sconcertata dal sentire di come anche lei abbia sofferto nelle mani di questi giornalisti privi di scrupoli. Considerando la sua reputazione, i racconti davvero autentici sulla sua vita sono davvero pochi, la maggior parte contiene orribili fraintendimenti.
‘ Il fastidio che ho provato tutte le volte che ho rotto la regola che mi sono imposta di seguire mi ha fatto giurare che non ci sarei mai più ricascata”.
Questa è certamente una cosa di non poco conto da dire per una persona della sua levatura e temo che il suo non sia un caso isolato…
Quella che segue è la storia di uno Stradivarius o come per molti secoli si è stati soliti dire, uno Strad. Sono lo Stradivari Ernst-Hallè, violino fabbricato e costruito a Cremona nel 1709. Non ti meravigliare del fatto che io possa parlare: i violini hanno una voce che di volta in volta prestano alle mani abili di coloro che li suonano, sostanziano emozioni ma soprattutto hanno un’anima senza la quale nulla sarebbe possibile[1]. Nessun suono. Nessuna Musica. Non sono passati molti anni da quando ho potuto far udire la mia potente voce ma visto che non so quanti ne passeranno ancora, credo sia giunto il momento di raccontare la mia storia e quella di coloro con i quali ho condiviso una parte di essa.
Nel1887 vede luce A Study in Scarlet romanzo in cui viene presentato al mondo il famoso detective inglese Sherlock Holmes. In questo primo resoconto, non solo la figura del detective viene già declinata secondo tutte le caratteristiche, fisiche, morali ed intellettive, che siamo abituati a conoscere ma veniamo a sapere anche che lo stesso Holmes è un violinista frequentatore delle stagioni concertistiche dei Pop’s londinesi e fan dei noti concertisti Wilma Norman Néruda. Wilma Néruda e Pablo De Sarasate. Sia la Néruda che De Sarasate possedevano uno Stradivari[2]. Non ci meraviglia pertanto venire in seguito a sapere[3] che anche il violino di Sherlock Holmes fosse uno Stradivari acquistato per 55 scellini da un rigattiere di Totthenam Court. Nonostante Holmes fosse anche un esperto conoscitore di violini, la spesa esigua ed il luogo dell’acquisto lasciano un po’ interdetti ma affronteremo questo ‘particolare’ in un prossimo resoconto in cui tenteremo altre e nuove piste. Per ora ci basti dire che, essendo violinista e fan di noti concertisti che avevano scelto uno Strad, è facilmente comprensibile che Holmes volesse poter suonare uno strumento di pari potenza, qualità e valore di quelli posseduti dai suoi modelli in questo, perfettamente allineato con le inclinazioni dell’età vittoriana in cui il violino diventa strumento di elezione per gli uomini della medio-alta società e lo stradivari quello più quotato e ricercato.
Stradivari-Ernst-Hallè: carta di identità
Lunghezza totale: 35,4 cm
Larghezza nella parte superiore: 16, 8 cm
Larghezza nella parte centrale: 11 cm
Larghezza nella parte inferiore: 20, 7 cm
Luogo e data: Cremona 1709
Peculiarità: Fondo posteriore fatto di un solo pezzo in legno di acero ( acero dei Balcani).
Nel libro Catalogue descriptif des instruments de Stradivarius et J Guarnerius[4] compilato dal liutaio e collezionista Charles F. Gand a partire dal 1870 e successivamente da coloro che rilevarono la sua impresa[5], tra i violini venduti, riparati, acquistati o anche solo semplicemente da lui visti nelle botteghe dei suoi colleghi, collezionisti e restauratori, troviamo anche l’Ernst[6] di cui da una perfetta descrizione:
(année 1870) Madame Ernst, Paris .Violon Stradivarius, 13 pouces 1 ligne ½, année 1709
Fond d’une pièce, très beau, ondes larges, descendant à gauche, éclisses très-belles, table de deux pièces, ayant 2 cassures à l’âme, quatre petites au menton, deux petites dans le bas du côté droit, et une à chaque f, partant du trou du bas et alland au bord, belle tête un peu lourde, vernis rouge[7].
Il famoso esperto Arthur Hill invece, nella sua fondamentale biografia[8] su Antonio Stradivari pubblicata nel 1902
“We recall a violin of special tonal merit made in 1709 – Lady Halle’s, formerly Ernst’s. And who that has heard Lady Halle play will not bear this statement out? The ripe, woody, and yet sparkling quality, its perfect responsiveness and equality on all the strings, and the ever-swelling sonority, all contribute to delight the cultivated listener.”
Una digressione. Stradivari e il presunto segreto.
Antonio Stradivari è stato uno dei più illustri liutai italiani. Molto probabilmente cremonese di nascita[9] visse tra il 1649 ed il 1737. E’ stato stimato che nei suoi oltre 90 anni di vita produsse 1.116 strumenti a corda[10] di cui 960 violini. Di tutti gli strumenti ne sopravvivono 960 di cui 1/3 violini. La superiorità di Stradivari è oggi universalmente riconosciuta tuttavia la buona qualità dei suoi strumenti fu forse anche accresciuta dal fatto che spesso gli furono commissionati da personalità politiche o musicali di spicco del periodo e suonati da importanti solisti dell’epoca. Alla sua bottega si rivolsero Guglielmo II di Inghilterra, Carlo II di Spagna, Carlo IX che addirittura ordinò una intera orchestra e sia Viotti che Paganini furono tra i primi concertisti a suonare violini del Cremonese. Infatti, dobbiamo l’interesse verso gli Strad e gli strumenti di antica liuteria principalmente alla nascita e diffusione del solismo: la gran parte dei violinisti inizia a desiderare di possedere e suonare strumenti antichi, old violins, ritenendoli migliori di quelli di fabbricazione contemporanea. E’ questo anche il momento in cui si diffondono le prime ipotesi riguardanti un presunto segreto di fabbricazione, le stesse che, ciclicamente, vengono vagliate ai giorni nostri: disponibilità, tipologia e densità del legno, trattamenti chimici e vernici. Riguardo la disponibilità si riteneva che la perdita della tradizione e della qualità cremonese fosse stata causata da una deforestazione o comunque da una diminuzione della disponibilità del legno. In realtà, il legno usato da Stradivari continuò ad essere commercialmente disponibile anche molto tempo dopo la morte dei suoi pronipoti. Pochi anni fa alcuni studiosi di Cambridge, esaminando un violoncello del 1711 hanno dimostrato che l’elemento fondamentale delle vernici deriva dalle ceneri vulcaniche della regione cremonese ma è stato Nagyvary, chimico e liutaio di stanza in Texas, a dimostrare, dopo aver sottoposto la segatura proveniente da alcuni violini a risonanza magnetica, che le vernici degli stradivari sono state a loro volta arricchite da microcristalli di diversi minerali.[11] Stradivari sembra aver applicato per la prima volta all’ambito artistico-artigianale la prassi seguita nei depositi di legname per conservare tavole e tronchi e proteggerli dall’attacco di muffe e parassiti: stendere una pasta vitrea a base di potassio, silice e carbone che, cristallizzando su legno, manteneva inalterata la flessibilità del legno aumentandone la resistenza. L’alterazione delle caratteristiche meccaniche del legno modifica necessariamente anche quelle acustiche, pertanto, nel caso di strumenti musicali, questo procedimento, scoperto per caso o volutamente sperimentato, può aver concorso a determinare un suono puro, dolce ma potente. Dosaggi ed interazione dei diversi elementi di questo composto chimico che ha finito per interagire profondamente con il legno, rimangono oggetto di studio. In senso diametralmente opposto a quello di Navygary è andata la ricerca di Rott che invece ha volutamente trattato il legno di un violino moderno proprio con due diversi tipi di funghi: messo a confronto con uno stradivari avrebbe manifestato caratteristiche sonore superiori[12]. In effetti, il legno intaccato da alcune muffe per un periodo lungo, diminuisce la sua densità aumentando le proprietà acustiche nella trasmissione del suono. Il legno del violino dell’esperimento, però, provenendo dalle Alpi svizzere presentava caratteristiche differenti rispetto a quello utilizzato da Stradivari, i risultati di Rott quindi hanno un valore più nella ricerca di un miglioramento del suono dei violini moderni più che del ‘segreto degli stradivari’. Un altro filone di ricerca ha indagato le condizioni climatiche connesse alle proprietà del legno di Stradivari: acero dei Balcani per la realizzazione di fondo, manico e fasce, e abete rosso della Val di Fiemme per la tavola. La leggenda vuole che Stradivari in persona si aggirasse nella foresta di Paneveggio alla ricerca degli abeti di risonanza considerati i più adatti alla fabbricazione della tavola armonica.[13]Al di là delle leggende, in effetti, il periodo compreso tra il 1645 e il 1716 fu caratterizzato dal fenomeno del Minimo di Maunder o piccola glaciazione, una diminuita attività solare che determinò un abbassamento delle temperature medie e un aumento delle precipitazioni sull’Europa continentale. La diminuzione dell’attività fotosintetica che ne conseguì ridusse la velocità di accrescimento delle piante dando vita ad un tipo di legno più compatto ed elastico quasi privo di nodi con anelli di crescita sottili e pefettamente concentrici.[14] In ogni caso, non solo Stradivari ma tutti i liutai cremonesi e veneziani si approvvigionavano in Val di Fiemme e tutti i violini costruiti nel periodo della piccola glaciazione presentano caratteristiche simili che, oggi, non possono essere riprodotte ma allora erano alla portata se non di tutti, di molti. L’ultimo degli studi in questo senso risale a gennaio 2017 e viene da Taiwan[15] dove piccoli frammenti di acero provenienti da 2 violini e 2 violoncelli stradivari databili tra il 1707 ed il 1741 sono stati sottoposti a spettroscopia, risonanza magnetica, studio della composizione chimica, calorimetria, diffrazione con la luce ed analisi termogravimetrica. Queste indagini hanno riguardato la composizione delle fibre, la cristallizzazione della cellulosa, la presenza e l’ossidazione degli elementi minerali e la densità. I dati sono stati messi a confronto con quelli provenienti da 1 Guarneri, 1 violino dell’ottocento e 5 violini moderni. Riguardo la densità del legno, i dati provenienti dagli Stradivari e dal Guarneri nonostante databili al periodo della piccola glaciazione, non si discostano in modo significativo da quelli del legno utilizzato oggi. La ricerca ha però identificato delle differenze. In tutti i violini dell’esperimento il passare del tempo ha determinato una riduzione dell’umidità, della percentuale di emicellulosa contemporaneamente ad ossidazione della lignina. Nello stradivari però la cellulosa, pur ridotta nella percentuale, ha mantenuto una struttura cristallina e la sua resistenza meccanica. Le indagini hanno inoltre confermato che la composizione chimica del legno d’acero usato da Stradivari è effettivamente molto diversa sia da quella dei violini dell’ottocento che dei violini moderni proprio per la presenza di micro elementi di zinco, rame, potassio, alluminio e calcio già indagati da Navygary. L’ipotesi è quindi che il legno degli stradivari si sia progressivamente trasformato per l’azione combinata dell’invecchiamento e dei segni del tempo sulle fibre lignee e sui minerali, dei trattamenti chimici ma anche e soprattutto, dall’alta frequenza delle vibrazioni ad esso continuamente trasmesse nel suonare. Sembrerebbe infatti che l’alta frequenza delle vibrazioni, più nei violini che nei violoncelli, avrebbe concorso ad alterare e modificare la micro struttura delle fibre intervenendo anche nel naturale processo di decadenza dell’emicellulosa e di ossidazione della lignina. Il suono degli stradivari pertanto, sarebbe il risultato di una variabile e complessa interazione e concertazione di questi elementi. Sebbene i cambiamenti delle proprietà sonore dovuti a modificazioni chimiche siano misurabili, gli effetti acustici provocati dalle vibrazioni (e quindi dall’uso e dal tipo di uso) risultano più difficili da investigare. Un altro interessante esperimento sugli strads è quello ripetutto più volte ed in diverse città, da una ricercatrice di scienze acustiche, Claudia Fritz[16]. E’ stato riunito un pubblico eterogeneo di appassionati, liutai, musicisti e giornalisti, ignaro di cosa stesse succedendo. Sono stati chiamati ad esibirsi noti violinisti che, bendati, hanno suonato diversi strumenti, moderni e antichi tra cui stradivari.[17] I concertisti il più delle volte, non sono riusciti a capire quali fossero i violini preziosi e quali i moderni. Nella maggioranza dei casi, pubblico e violinisti hanno espresso una chiara preferenza per gli strumenti moderni e i concertisti, bendati, non hanno saputo dire se lo strumento che stavano suonando fosse uno strumento antico o moderno, tranne in un solo caso. Sembra quindi che, senza sapere quale tipo di violino si stia ascoltando o suonando sia impossibile non solo riconoscere uno Stradivari ma anche esprimere un giudizio di valore o una preferenza su di esso. E’ pertanto probabile che nella determinazione del valore di uno strumento la suggestione abbia un peso maggiore di quanto non si immagini[18]. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che mentre gli stradivari a distanza di 300 anni ancora hanno potenza e qualità di suono, al contrario, molti strumenti moderni per poterli eguagliare vengono spesso costruiti con spessori tali che li rendono maggiormente soggetti ad usura e spaccature. E’ comunque interessante che già nell’ottocento molti liutai considerassero stradivari e guarneri strumenti dal prezzo eccessivamente alto[19] (tra le 300 e le oltre 1000 sterline) rispetto a buoni violini nuovi usciti dalle botteghe contemporanee, in alcuni casi copie di quelli antichi il cui costo oscillava tra le 15 e le 50. Il pregiudizio aveva però radici antiche, risale infatti a Francis Bacon l’affermazione the old lutes sound better than new.[20] E fu proprio questo pregiudizio a determinare un aumento della richiesta di questi strumenti da parte dei concertisti. Il fatto che fossero pochi e che andassero ‘scovati’ e riconosciuti come autentici, fece il resto.
Dalla bottega alla dispersione del patrimonio di Stradivari.[21]
Poche sono le notizie che riguardano le mie origini, chi mi avesse commissionato, se fossi nato per essere suonato o destinato ad essere un dono o chi siano stati i primi possessori. D’altra parte, non posso averne memoria certa perché quello che è un periodo molto lungo per una vita umana, 150 anni, rappresenta per un violino solo l’ infanzia. I violini nascono senza un nome ma ben presto acquisiscono quello del primo possessore ed il mio è stato quello di Ernst prima e di Lady Hallè dopo. Non ci sono mie notizie prima del 1830 ma è importante conoscere le vicende che hanno riguardato la bottega di Antonio e dei suoi figli per capire come gli Strads, tra cui probabilmente anche io, abbiano cominciato a trovarsi e circolare in Europa.
I violini costruiti da Antonio Stradivari fino al 1690, sebbene più robusti, sono assimilabili per dimensione e colore a quelli usciti dalla bottega di Nicola Amati, altro liutaio noto e attivo nella Cremona del tempo. I primi elementi di novità nella produzione di Antonio emergono dopo la morte di Amati: maggiore curvatura del corpo, effe più accentuate, vernice più scura, tendente al rosso, a volte, con riflessi ambrati, lunghezza maggiore (35-36 cm), suono più profondo ed intenso. Il periodo aureo fu quello compreso fra 1700 e 1725, anno dopo il quale si nota nella produzione il sempre maggiore intervento degli allievi. Sebbene lo stile successivamente si fissò su un taglio a due pezzi del fondo, tra il 1705 ed il 1709 Stradivari produce ancora una serie di violini con il fondo in un unico pezzo tra cui l’Ernst-Hallè. Nel 1729 Stradivari inizia a scrivere il suo testamento guardando in modo particolare ai 3 figli che lavoravano con lui in bottega: Francesco a cui lascia la parte più cospicua costituita da attrezzature, legni pregiati, strumenti finiti o in lavorazione, e ruolo patriarcale rispetto alla famiglia, Omobono e Paolo i quali, pur lavorando in bottega, avevano tuttavia dimostrato maggiore propensione verso la mercatura. Fu una eredità certamente consistente ma tuttora non se ne conosce ancora la reale portata. Quando nel 1737 Antonio morì, la notizia uscì dai confini cremonesi molto lentamente per cui la bottega Stradivari continuò a ricevere ordini e commissioni ed i figli continuarono ad etichettare gli strumenti come se il padre fosse ancora vivo. Non sapendo quanti strumenti finiti siano stati lasciati dal Maestro risulta difficile capire anche quanti ne produssero i figli in proprio dando il via se non alla prima ‘falsificazione’ di autore comunque ad una alterazione dello stato delle cose. Il trait de union tra Cremona e l’estero fu Paolo Stradivari. Questi, alla morte dei fratelli, prima lasciò la bottega nelle mani di Carlo Bergonzi, liutaio della vecchia scuola e ancora oggi molto quotato ma, sopraggiunte alcune difficoltà economiche, decise di vivere di rendita e vendere tutto quello che giaceva nei depositi. In questo momento iniziano probabilmente anche le prime vere falsificazioni. Dopo aver venduto nel 1774 ad un sacerdote di Madrid il famoso Quartetto Spagnolo che Antonio, in vita, non aveva mai accettato di cedere, Paolo entra in contatto con il primo collezionista e cultore degli stradivari di cui abbiamo notizia, il conte torinese Alessandro Cozio di Salabue (1755-1840)[22]. Figlio del noto Carlo Cozio, Alessandro vide nascere la passione per i violini di liuteria grazie all’acquisto di un violino Nicolò Amati da parte del padre. A questi Paolo scrive di aver venduto fra il 1743 e il 1773 più di 80 strumenti costruiti dai suoifamiliari. Difficile dire se abbia solo venduto o se si sia piuttosto prestato alla fabbricazione di cartigli falsi, spacciando così per prodotti paterni o della bottega paterna, strumenti con altre origini. Nel 1775 di violini originali in bottega ne rimangono solo 10. Paolo apparentemente perché deluso dalla mancanza di considerazione da parte della città di Cremona per la bottega paterna, decide di vendere tutto a Salabue acciocchè non resti in Cremonaniuna cosa di mio padre. Calchi, cartoni, legni, disegni, modelli, violini finiti o non terminati, appunti, tutto andò a costituire il nucleo di questa prima ed importantissima collezione.[23] Salabue decise tuttavia di mettere a disposizione questo patrimonio a coloro che avessero voluto continuare la tradizione cremonese di liuteria. E’ grazie a questo acquisto che gli utensili ed attrezzatura originali si sono conservati senza disperdersi. Con lo scopo di far rinascere la tradizione di liuteria cremonese, Cozio oltre a mettere a disposizione dei liutai contemporanei questo tesoro, cerca di far riprodurre i violini di Stradivari facendosi mecenate di Guadagnini il quale riuscì a produrre certamente bellissimi strumenti ma, in ogni caso, diversi da quelli della bottega del Maestro. Tra gli acquisti del Conte anche il famoso Stradivari Messiah, uno strumento preziosissimo per lo stato di conservazione e ancora oggi tenuto sotto teca ad Oxford[24]. La fama di Salabue dilaga ma le guerre napoleoniche portano all’invasione del Piemonte da parte dei Francesi. Cozio è costretto a mettere i suoi strumenti al sicuro e li affida alla custodia del banchiere milanese Carli, violinista dilettante con l’autorizzazione anche di venderli a buoni compratori. E’ al Carli che si rivolgerà il giovane Paganini quando proverà il desiderio di suonare uno stradivari[25].
Nel 1827 il Messiah ed altri stradivari vengono venduti a Luigi Taruggi detto Tarisio ( 1796-1854) un ebanista analfabeta ed autodidatta del violino[26].
Conte CoziolUIGI TARISIO
Per sfuggire il durissimo servizio militare sotto i Savoia, Tarisio era fuggito nelle campagne del novarese ed aveva iniziato a guadagnarsi da vivere suonando nelle osterie. Nel suo girovagare tra cascine e sacrestie cominciò a farsi dare o a comprare per pochi soldi i vecchi violini che trovava per poi riparali nel segreto del suo alloggio. Scontroso, trasandato, con un fiuto infallibile per i violini preziosi, borsa in spalla, cestino degli attrezzi in mano, il suo grido non era siaffilanocoltelli o siaggiustanoscarpe ma siriparanoviolini.[27] Non sempre aveva i soldi sufficienti per acquistare quel che trovava, pertanto portava sempre con sé uno o due violini di propria fabbricazione: in cambio di un bicchiere di vino o un po’ di limonata mostrava ai proprietari in che condizioni fossero gli strumenti in loro possesso e come suonassero male rispetto a quelli che aveva con sé ed il più delle volte riusciva a fare un cambio vantaggioso. Nel giro di pochi anni Tarisio imparò a riconoscere alla prima occhiata bottega e anno di fabbricazione degli strumenti che con astuzia estorceva ai malcapitati ignari di aver scambiato l’oro con il rame. In poco tempo riuscì a mettere insieme la più grande raccolta di strumenti ad arco mai esistita che sistemò tra il suo appartamento di Milano e le diverse cascine di campagna dove era solito nascondere gli strumenti più preziosi sotto il fieno. Nessuno conosceva quale fosse la sua attività. Siamo agli inizi dell’ottocento. Il mercato dei violini antichi subisce una impennata: i virtuosi cercano strumenti antichi ma sono anche disposti ad acquistarne di moderni che fossero copie di quelli autentici. Tutti vogliono possedere gli strumenti che hanno reso famosi Paganini e Viotti. E’ il successo di Viotti a Parigi nel 1782 a determinare l’ascesa dei liutai francesi: Lupot, Piquè, Aldric. Tarisio, alla morte di Salabue si impadronisce per una cifra irrisoria anche del resto della collezione del Conte che comprendeva anche etichette originali di stradivari. Non è improbabile che è in questo momento che vengono da lui immessi sul mercato anche strumenti falsi con etichette spurie[28], decide comunque che è giunto il momento di entrare in affari con l’Europa e sceglie come mèta la bottega parigina di Aldric, tra le più avanzate nelle tecniche di restauro. L’elegante Aldric però di fronte ad un italiano, sporco, in abiti poveri, che assomigliava più ad un saltimbanco che ad un liutaio, inizialmente pensò di trovarsi di fronte ad un truffatore. Gli avrebbe sbattuto volentieri la porta in faccia se qualcosa nelle sue parole non lo avesse indotto a farlo entrare. Al liutaio parigino ci volle poco per capire che aveva di fronte una persona che effettivamente possedeva quel che diceva di aver visto, ma, pur avendone intuite le conoscenze, fece l’errore di giudicarlo uno sprovveduto e gli offrì una somma irrisoria per acquistare un inestimabile patrimonio. Tarisio rifiutò. Tornò in Italia ma il viaggio parigino contribuì a far circolare la voce sulla sua collezione: senza vendere nulla, l’italiano aveva dato una svolta al mercato degli strumenti antichi. In Francia, pochi anni dopo, Jean Baptiste Vuillaume( 1798-1875), liutaio e restauratore di povere origini, rileva la bottega di Piquè e decide di creare le basi per un rapporto commerciale con Tarisio di cui conosceva la grande perizia nel riconoscere i violini antichi[29].
Vuillaume seduto e Alard con il Messiah
Vuillaume acquistò dall’italiano diversi bergonzi, amati, guarneri e anche stradivari. La maggior parte degli Strads oggi conosciuti e la gran parte degli strumenti antichi di liuteria cremonese è infatti probabile che siano passati per le mani di Tarisio prima e successivamente, alle cure di Vuillaume che, per la prima volta, ebbe il merito di considerarli anche come oggetti d’arte da collezionare e restaurare prima che vendere. Per soddisfare le sempre maggiori richieste di strumenti antichi ma forse anche per trovare un proprio stile, Vuillaume iniziò ad imitare quello della liuteria italiana antica fabbricando copie così perfette che persino l’imprenditore e collezionista Jacques Francais[30] diceva a coloro che lavoravano per la sua impresa che se volevano imparare a riconoscere uno stradivari dovevano partire dallo studio delle copie fatte da Vuillaume[31]. Del resto, Paganini stesso sembra non riuscisse facilmente a distinguere il suo Guarneri Cannone dalla copia commissionata a Vuillaume. Nel 1851 Tarisio sbarca anche in Inghilterra ricevuto con grandi onori dalle più importanti personalità del mondo del mercato e della liuteria. Condotto a vedere la collezione di strumenti antichi di Mr Goding[32] si meravigliò del fatto che tutti gli strumenti, tirati fuori uno ad uno dalle teche in cui erano collocati, pur avendo ognuno un proprio nome, in ogni caso erano tutti passati attraverso le sue mani. Tarisio trascorse i suoi ultimi anni in Italia dove nessuno, neanche i suoi familiari, seppe mai la natura dei suoi commerci e la portata delle sue ricchezze. Morì da solo nel suo appartamento milanese una sera del 1854. I vicini non vedendolo uscire come al solito all’alba chiamarono le guardie. Tarisio venne trovato seduto, con due violini stretti in petto: accanto a lui, in un disordine mai visto, decine di custodie accatastate le une sulle altre contenenti violini preziosissimi, negli angoli custodie di violoncello, strumenti finiti e ovunque parti di strumenti non terminati. Oltre al denaro ed ad una cassetta contenente oro, furono ritrovati oltre 100 violini dei più importanti maestri italiani. Vuillaume, desideroso di accaparrarsi la collezione, soprattutto il preziosissimo Messiah di cui tante volte aveva sentito parlare da Tarisio ma che mai aveva visto,[33] immediatamente scese in Lombardia, incontrò gli eredi e chiese di visionare i violini: trovò un Bergonzi, un Maggini, due Guarneri, ed uno Stradivari e, in una cassetta chiusa con catene di ferro, il famoso Messiah del 1716. Successivamente, nella dimora milanese trovò altri 144 violini tra cui due dozzine di stradivari molti dei quali provenienti dalla vecchia collezione del Conte Cozio[34]. Vuillaume pagò quella fortuna 80,000 franchi, la portò in Francia diventando così a sua volta il collezionista più famoso e l’uomo più ricco del tempo. Questo acquisto lanciò la sua bottega che divenne una delle più importanti in Europa[35]: non solo le sue copie ma anche i suoi violini originali cominciarono ad essere apprezzati e quotati come del resto lo sono ancora oggi[36]. Dopo la morte di Tarisio, Vuillaume continuò a viaggiare in Europa ed in Italia alla ricerca di nuovi tesori ma soprattutto della formula della vernice di Stradivari. Per questo motivo si mise in contatto con Giacomo Stradivari, pronipote del Cremonese[37] offrendogli a più riprese soldi per averne la ricetta. Giacomo aveva raccontato che il suo avo l’aveva segnata sul risvolto di una Bibbia di famiglia, scritta in inchiostro rossastro con grafia incerta e con data 1704 e che lui l’aveva scoperta da bambino, ne aveva ricopiato fedelmente il contenuto distruggendo poi il libro. L’unica parte che Giacomo Stradivari riportò fu questa:
e fatto tutto bolire per mezzo 4 d’ora e sarà fatta possia la si stende con pennello fino sopra l’istromento al sole per due mani lasciando asciugare la prima. A.S. 1704’.
Gli strumenti di Vuillaume passarono alla sua morte in Inghilterra acquistati dalla liuteria Hill. Fondata nel 1887 in Wardoour Street da William E. Hill questa insegna contribuì ad innalzare i livelli della liuteria inglese ponendo le basi per le moderne tecniche di restauro. Dagli Hill passarono molti dei più importanti strumenti antichi dell’epoca sia per essere autenticati che per essere restaurati o venduti.
IlfiglioAlfred, oltre ad essere autore di monografie ancora oggi consultate, è stato anche considerato la maggiore autorità al mondo in fatto di autenticazione. Non so se abbia mai avuto modo di tenermi in mano ma certamente conosceva il mio suono e conosceva Lady Hallè non solo per averla ascoltata suonare. Wilma Neruda del resto, oltre a me possedeva altri violini e non è improbabile che si sia servita proprio da Hill[38].
Fountaine e l’incontro con Ernst
I miei primi veri ricordi risalgono ai primi anni’10 del 1800 quando arrivai nelle mani di Andrew Fountaine di Narfold Hall nel Norfolk. Non ero solo: per anni ero stato adagiato in un una doppia custodia accanto ad un altro importante prodotto della bottega Stradivari: l’Imperatore.
Sir Andrew Fountaine era nato nel 1806 ed era il rampollo di una delle famiglie più ricche di Narfold Hall che da 3 generazioni si dedicavano, oltre che alla politica, alla ricerca e collezione. Anche Andrew, tra il 1820 e il 1840, cominciò a girare l’Europa visionando, acquistando e poi spedendo in Inghilterra oggetti d’arte, dipinti, porcellane, intarsi, e anche violini. In breve tempo divenne un intenditore ed un leader nel settore della liuteria. Sappiamo da George Haddock[39] che cento anni prima, probabilmente nel 1833, Fountaine era entrato in possesso di due bellissimi esempi di stradivari. Questi violini si trovavano in una custodia doppia dove per molti anni erano rimasti l’uno accanto all’altro senza essere suonati. Come tutti gli aristocratici del tempo, Fountaine, lui stesso un buon musicista, amava organizzare serate musicali in cui uno degli ospiti più frequenti era il violinista Ernst ( 1806-1855) che gli aveva dedicato i Notturni op.8. Spesso in questi concerti Sir Fountaine prendeva uno dei violini della sua collezione perché Ernst lo suonasse lasciandogli anche l’onore e l’onere di guidare il quartetto in qualità di spalla. Il violino che Fountaine sceglieva era quello che era solito definire the second best. L’altro strumento, chiamato successivamente l’Imperatore, veniva lasciato nella custodia perché fosse ammirato dal pubblico sebbene non permettesse che venisse toccato in alcun modo.
Ricordo perfettamente che una domenica Ernst suonò in modo così divino da catturare gli animi del pubblico e dello stesso Fountaine che, immediatamente decise che mi avrebbe donato a lui a patto che mi usasse come strumento principale. Da allora gli occasionali rimproveri che venivano fatti al suono di Ernst, giudicato sino ad allora ‘piccolo’, vennero meno e, anzi, si cominciò a parlare del suo timbro usando l’espressione coniata dal violinista Joachim ‘oro fuso’.[40]Ernst elettrizzava il suo pubblico ovunque si esibisse. Non aveva uno strumento fra le mani ma il mezzo che gli consentiva di esprimere tutte le emozioni dell’animo umano.[41]
A Romance Fiddle: un amoreinfelice, un brano musicale ed uno Strad.
Ernst era un violinista ceco originario della città di Brno. Bambino prodigio dotato di grande elasticità e duttilità nella mano sinistra, venne precocemente ammesso a studiare violino al Conservatorio di Vienna. Grande ammiratore di Paganini iniziò a studiarne il metodo seguendolo passo passo ovunque suonasse per acquisirne tecnica e segreti. Il violinista ceco si esibiva negli stessi posti in cui suonava Paganini. Con l’aiuto di amici prendeva alloggio nella camera accanto a quella del virtuoso nella speranza di ascoltarlo studiare ma le aspettative venivano spesso deluse perché Paganini suonava o studiava con la sordina limitandosi talvolta solo ad eseguire alcuni passaggi e spesso con la tecnica del pizzicato[42]. Tuttavia Ernst riuscì più di una volta ad incontrare il Maestro e sembra che Paganini ogni volta abbia nascosto con cura i suoi spartiti anche allo sguardo acuto di Ernst, a riprova di timore e, nello stesso tempo, stima[43]. Tra i due concertisti si instaurò ben presto una vera competizione ma Ernst per tutta la vita divise i critici tra quanti ne apprezzavano il virtuosismo mai disgiunto alla musicalità ed al bel suono, tra cui Joachim, Hallè, Wilma Neruda, e coloro che invece lo ritennero un pedissequo imitatore del Genovese[44]. Al di là di invidie e controversie, certamente Ernst è stato un compositore fondamentale nello sviluppo della scrittura violinistica. La sua carriera inizia comunque nella Germania del 1830 ed è legata ad un fatto raccontato da Otto Ruppius, giornalista tedesco emigrato in Usa nel 1848. Questi ci racconta[45] che il giovane violinista, studente di conservatorio, aveva preso a frequentare la casa di un ricco borghese viennese. Qui aveva conosciuto la giovane erede ed i due si erano innamorati. Un pomeriggio il padre della giovane che pur considerava il talento ed il genio alla stessa stregua del lignaggio di nascita, conoscendo le capacità del musicista, decise di parlargli: se sperava di di poter avere in sposa la ragazza avrebbe dovuto studiare, lavorare, suonare e realizzare quel talento e quel genio che al momento rimanevano nascosti nell’ombra diventando l’artista che era destinato ad essere. Solo allora, se il suo amore verso la ragazza fosse rimasto immutato, sarebbe potuto tornare e chiederla in sposa. Sette anni era il tempo che il ricco viennese gli concedeva. In quel periodo si impegnava a non dare la giovane in sposa ad altri. Ernst partì alla volta di Parigi. In sette anni studiò e viaggiò diventando un virtuoso conosciuto, dimostrando a sé stesso e agli altri di essere pari a Paganini. Nessuna lettera personale era permessa sebbene in questi anni i due giovani indirettamente continuarono ad avere notizie l’uno dell’altra. Due giorni prima dello scadere dei 7 anni il giovane musicista tornò a Vienna. La porta del palazzetto era aperta ma le stanze avvolte nell’oscurità. Ernst, travolto da un presentimento, salì le scale e nel mezzo della stanza nella quale tante volte aveva conversato con la giovane, trovò candele accese e una bara piena di fiori bianchi. Il padre della giovane disse solo:
Ti ha amato fino alla fine.
Lo shock e la febbre cerebrale gli impedirono di partecipare al funerale della ragazza e per più di due mesi fu lui stesso in pericolo di vita. Quando si ristabilì apparve profondamente cambiato. Nei suo occhi non brillava più l’entusiasmo ma solo una grande malinconia. Tutta la sua tristezza fu riversata sul violino che divenne il suo unico amico. Notte dopo notte, suonistraziantisi udivano provenire dalle sue stanze…
Il sentimento, l’amore, la tristezza, la malinconia di quei suoni altro non sono che l’Elegia op. 10 che ancora oggi commuove e parla ai cuori di chiunque l’ascolti. Quel violino ero io.
Potrebbe sembrare una leggenda, tuttavia questa storia risulta corroborata da due elementi, la primissima edizione stampata dell’ Elegia che risale al 1839-40 porta come titolo sur la mort d’un object cher e stranamente rispetto alle usanze dell’epoca, non venne da Ernst dedicata ad altri[46]. Abbiamo un secondo racconto fatto da Dressel[47], allievo di Ernst, il quale ricordava l’amicizia tra il suo Maestro e Field Marshall Von Moltke un ufficiale dell’esercito Franco Prussiano che ebbe una parte importante nella guerra del 1870. Un giorno il soldato passando da Wiesbaden chiese al violinista di incontrarlo e nell’attesa tra un treno e l’altro, di suonargli la famosa Elegie. A metà del brano Von Moltke scoppiò in lacrime poiché, stando a questa testimonianza, avrebbe riguardato proprio un membro della sua famiglia. Nonostante questa testimonianza non è stato possibile capire chi fosse la giovane.[48]
Madame Ernst. Nel 1854 il violinista sposò la giovanissima Amelie-Syona Levy, attrice, poetessa, scultrice e donna di lettere che gli rimase vicina per tutti gli ultimi anni della sua vita quando i frequenti dolori alle articolazioni e le febbri resero le sue performance sempre meno precise nell’ intonazione ed il suono sempre più flebile. Ernst si ritirò dalle scene nel 1858 pur continuando a comporre e a suonare in sporadici concerti di beneficienza organizzati dai suoi più cari amici tra cui Charles Hallè che cercarono, in questo modo, di sostenerlo economicamente. Alla sua morte Madame Ernst, dopo aver cercato con varie iniziative di mantene viva la memoria del marito fu costretta a riprendere la sua carriera di attrice e scrittrice. Non sono noti data e luogo della sua morte. Sappiamo però che nel 1904 diede un reading alla Sorbona e nel 1908-10 conobbe il violinista e liutaio Mario Frosali primo violino all’Opera di Nizza. Nonostante le difficoltà economiche Ameliè era decisa a tenere lo Strad come ricordo del marito.
Giacevo di nuovo muto in una custodia verde, come ultimo testimonianza del ricordo dell’unione fra Ameliè ed Ernst. Amelie non voleva che altri toccassero nuovamente le mie corde che solo lei di tanto in tanto sfiorava senza mai trarne alcun suono[49].
la custodia del violino di Ernst
Nel 1870 tuttavia alcuni suoi amici persuasero Madame Ernst che lo Strad senza essere suonato si sarebbe ben presto deteriorato per cui 15 anni dopo la morte del violinista ( 1873 ca) lo Strad venne lasciato nella bottega di Vuillaume per trovare un acquirente. Fu probabilmente durante la permanenza da Vuillaume che Gand potè vedere e descrivere lo strumento. Il prezzo che la donna chiedeva era tuttavia tanto esorbitante da rasentare il ridicolo per cui il violino per Vuillaume fu, di fatto, un affare mancato[50]. In questi anni probabilmente il violino venne visto e descritto da Gand.
Il mio esilio stava per finire. Lo capìì immediatamente quando comparve in bottega un corpulento scozzese dai modi simpatici: David Laurie
David Laurie. David Laurie era nato nel 1833 in Scozia. Unico erede di una società di commercio di olio, abbandonò ben presto l’impresa di famiglia per dedicarsi alla ricerca e collezione di violini antichi passione nata nell’infanzia nelle feste per il raccolto in cui spesso si invitavano violinisti girovaghi a suonare ballate scozzesi. Ben presto la passione per la musica e gli strumenti antichi prese il sopravvento diventando la sua unica ragione di vita tanto da condurlo in tutta Europa e a conoscere i più noti violinisti e collezionisti del tempo[51]. Dotato di occhio infallibile, ottima memoria ed orecchio eccezionale, i tre talenti che, a suo dire, dovevano appartenere ad un esperto ed intenditore di violini, Laurie aggiunse anche la tipica simpatia scozzese e la giusta dose di scaltrezza.[52] Dopo Vuillaume fu colui tra le cui mani passò il più alto numero di strumenti antichi di cui aveva cura come se fossero suoi figli[53]. La sua fama di esperto venne consolidata proprio dalla conduzione della vendita dello Stradivari di Ernst. Invitato a casa di Vuillaume, Laurie notò subito il violino. Il francese gli riferì che il prezzo stabilito da Madame Ernst oltre a rasentare il ridicolo per quanto era alto non era proporzionato al valore reale dello strumento che, oltre a non essere stato suonato negli ultimi 16 anni, aveva guadagnato una pessima fama nell’ultimo periodo di vita di Ernst stesso. Ernst infatti col progredire della malattia era diventato impreciso nell’intonazione e dal suono sempre più flebile. In qualche modo questa ‘cattiva fama’ si era trasmessa al violino per cui era veramente difficile trovare un acquirente. Laurie decise di parlare direttamente con Madame Ernst per tentare di averlo ad un prezzo inferiore. Di fronte al rifiuto ma convinto che il violino tra le mani del giusto artista sarebbe potuto tornare a suonare per lo Strad quale era, concluse l’affare con Vuillaume al prezzo richiesto. Chiese al liutaio di operare dei piccoli restauri e farglielo trovare per il suo ritorno a Parigi. Qualche settimana più tardi Laurie decise di tentare un esperimento per dimostrare che il suono del suo Ernst era pari a quello degli altri stradivari. Diede il violino ad un alunno di Alard che avrebbe dovuto tenere un concerto come vincitore di un premio. Il giovane esordiente avrebbe suonato parte del concerto sul suo violino fabbricato da N. Vuillaume, fratello del più noto collezionista, e parte sull’Ernst. Laurie racconta che il suono chiaro ma pieno dello Strad strappò applausi più calorosi dei pezzi in cui il giovane suonò sul Vuillaume. Solo alla fine del concerto anche venne reso noto l’esperimento che consacrò definitivamente Laurie alla fama di grande esperto ed intenditore di violini. Tornato a Glasgow decise di tenere con sé il nuovo stradivari e di suonarlo senza offrirlo in vendita.
In realtà Laurie sapeva bene che una delle malattie che temiamo di più è il mal di mare e che spesso il nostro suono ed il timbro ne risente per lunghi periodi. L’unica cura era quindi suonarmi affinchè piano piano tornassi al meraviglioso suono che avevo all’inizio. Laurie si era accorto tuttavia che sebbene la cattiva reputazione che mi aveva riguardato fosse effettivamente dovuta alla malattia che aveva afflitto Ernst nei suoi ultimi anni di vita, avevo una particolarità: il mio timbro, profonto e potente era al tempo stesso delicato e poteva facilmente incrinarsi e rompersi se non avessi trovato un violinista capace di trovare il giusto equilibrio.
Madame Neruda Wilma Neruda era originaria di Brno come Ernst che per la giovane rappresentò un modello da seguire oltre che un maestro. Ernst aveva studiato presso la scuola di musica del convento Agostiniano di St. Thomas in cui accedevano i bambini particolarmente talentuosi. Anche Wilma Neruda e Leos Janacek frequentarono la medesima scuola.
Charles Hallè conosceva bene Ernst e le sue qualità come musicista. In molte delle stagioni concertistiche di Manchester da lui organizzate chiamò spesso l’amico per esibirsi sia con lui che come solista. Nel concerto del 28 maggio 1849 esordì anche la piccola Wilma Neruda che rimase folgorata dall’interpretazione del suo connazionale tanto da dimenticare che in quel concerto si fosse esibito anche Hallè[54]. Nel 1869 la violinista fece il suo secondo debutto a Londra che la consacrò regina del St. James. A questo punto i racconti su come la donna sia venuta in possesso del violino appartenuto ad Ernst divergono sensibilimente ma è probabilme che facciano riferimento a due momenti diversi. La prima fonte[55] ci racconta che un giorno venne consegnata ad Hallè una lettera che, ad un primo sguardo sembrò di raccomandazione, nulla che non potesse quindi essere letto successivamente. Il pianista la infilò in tasca senza leggerla e si diresse verso la Scott-Bank. Due giorni dopo la medesima lettera gli venne fatta nuovamente recapitare da Mr Scott perché era stata ritrovata nei loro uffici. A questo punto Hallè fu costretto a leggerla. La missiva proveniva da Mr Laurie il quale diceva di essere entrato in possesso di un bellissimo stradivari che sembrava fatto apposta per Madame Neruda. Hallè, in quegli anni manager della donna prima di diventare anche suo marito, rispose che ben presto la violinista sarebbe tornata in Inghilterra per una serie di concerti e che gli sarebbero entrambi stati grati se lui avesse potuto portare o inviare il violino a Londra per provarlo. Laurie invece dirà di aver ricevuto un biglietto da Madame Neruda che si trovava ad Edimburgo in cui chiedeva di incontrarlo e che le portasse dei violini da suonare e provare. Lo scozzese decise di portare anche l’Ernst. La donna ovviamente sapeva a chi era appartenuto e conosceva anche le voci che circolavano sul conto dello strumento ma accettava di provarlo. Laurie e Madame Neruda si incontrarono. La concertista quanto Hallè rimasero sorpresi e deliziati dal suono dello Stradivari. Fu lo stesso Hallè ad ipotizzare che le voci circolanti sullo strumento erano probabilmente dovute ad una incapacità del precedente possessore che malato, non era stato più in grado di suonarlo al meglio. Laurie tuttavia chiedeva 500 sterline che era molto più di quanto la violinista allora potesse permettersi di spendere. Pur di non perdere quella occasione venne concordato che avrebbe avuto il violino in prestito per 8 settimane a 20 sterline a settimana[56], una prassi diversa da quella di oggi in cui di solito il violino si lascia in prova gratuitamente. Pare tuttavia che questa cifra venne poi conteggiata nell’acquisto finale. Un pomeriggio Wilma Neruda venne invitata a suonare presso Duddley House ad un ricevimento in cui, oltre all’alta società londinese era presente anche il Duca di Edimburgo. Quando il Duca le si avvicinò per farle i complimenti le disse ‘Bellissimo strumento! Gradirei provarlo’. La Neruda, chiaramente controvoglia lo lasciò nelle mani del Duca dicendo ‘Non è mio ma di un venditore che chiede 500 Sterline. Ora non posso ma un giorno lo acquisterò’. Il Duca di Edimburgo, guardando Lord Duddley e Lord Harlington ribadì che per loro sarebbe stato un onore se lei avesse accettato come loro dono il violino che stava suonando. Fu così che come omaggio ai suoi meriti artistici, l’alta società, costituì un fondo speciale e rese Wilma Neruda proprietaria del violino appartenuto ad Ernst. Haddock racconta che la prima volta che Madame Neruda usò questo strumento fu in un concerto alla George’s Hall di Bradford. Su richiesta di Hallè lasciò il suo posto di spalla dell’orchestra per ascoltare da varie parti della sala come questo violino suonasse sotto l’arco e le dita di Madame Neruda. Alla fine del concerto i commenti del pubblico sulla sonorità della violinista erano entusiasti come del resto quelli dello stesso Haddock che si dichiarò pronto a acquistare lui stesso lo strumento qualora la donna non fosse riuscita a prenderlo. Ed è quello il violino che Wilma Neruda suonò fino alla fine della sua carriera.
E mentre io giunsi nelle mani di Wilma Norman Neruda, lo Strad che mi aveva fatto compagnia nella doppia custodia arrivò nelle mani di MrHaddock. Si trattava dell’Emperatour-ex Gillot, un violino del 1715, comprato da Fountaine nel 1833 e successivamente venduto al violinista Gillot. In seguito era stato acquistato tramite Hart da Christie e quindi era arrivato nel 1876 a Newlay, nella casa-museo di Haddock noto violinista e leader dell’orchestra di Charles Hallè.
Nel 1878 Wilma e Charles Hallè andarono a casa Haddock alla ricerca di un violoncello d’autore per il fratello della violinista. Fu in questa circostanza che il collezionista mostrò loro il compagno dell’Ernst. Hallè che era anche un buontempone e amante degli scherzi, decise che non era giusto che i due violini che tanto a lungo avevano vissuto insieme nella stessa custodia non potessero essere riuniti anche se solo per un momento. Per cui Wilma adagiò il suo Strad accanto all’Imperatore e venne scherzosamente celebrato un matrimonio tra le due anime gemelle. Prima di riporli nelle rispettive custodie i due violini vennero avvicinati come se fossero due amanti pronti a scambiarsi un bacio: se fossero stati reali ed in carne ossa, che magnifica discendenza si sarebbe potuta avere da due violini di tal fattura! Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, quando ormai la liuteria europea aveva raggiunto veramente ottimi livelli, si cominciò a discutere se fosse meglio avere e suonare un violino originale delle grandi scuole di liuteria od uno di moderna fattura. L’opinione che continuava a circolare era che gli strumenti d’autore fossero comunque migliori rispetto ai moderni.
Wilma Neruda fu chiamata ad esprimersi in tal senso:
‘Il violino deve essere ben construito e non si deve in ogni caso giudicare uno strumento dalla sua apparenza. Alcuni degli strumenti cremonesi sono stati sovrastimati a causa della bellezza delle loro ornamentazioni. Non c’è ragione tuttavia di credere che i moderni liutai abbiano prodotto e producano strumenti capaci di emettere bellissimi suoni e timbri come quelli dei violini antichi (…). Il violino gode di una misteriosa immortalità che viene accresciuta dall’erroneo credo di chi pensa che dai tempi dei Cremonesi non siano più esistiti buoni liutai. L’eccellenza di un violino è principalmente di natura puramente meccanica, in ogni caso non può essere giudicato dalla sua apparenza quanto un canarino non può essere giudicato dalla bellezza del suo piumaggio’.
In altra intervista[58] fatta durante il suo tour in Australia la concertista dichiarò di possedere molti violini ma che la sua preferenza sarebbe caduta sempre e comunque sullo stradivari: non era uno strumento facile da suonare ma era ancora in un ottimo stato di conservazione e ai suoi occhi manteneva il fascino per essere stato lo strumento appartenuto al suo connazionale Ernst.
Wilma Neruda fu sempre molto attenta al mio stato di salute e di conservazione. Appena arrivata in USA mi fece più volte supervisionare da esperti perché superassi lo shock dell’umidità del viaggio in mare. Lo diceva anche David Laurie, i violini soffrono di mal di mare! Tutti coloro che ebbero modo di avermi tra le mani furono impressionati dal mio aspetto e dalle condizioni. Ero un superbo violino da concerto! E’ anche vero che Wilma Neruda non usava spalliera né moderne mentoniere, il che era abbastanza inusuale per l’epoca. La sua necessità di mantenere lo strumento sempre a contatto con il corpo, ha lasciato la mia superficie pulita e priva dei segni dati dalla mentoniera. E poi Lady Hallè aveva tra una intonazione perfetta ed un suono personale, pieno che ricordava Ernst per la capacità di comunicare le sfumature dell’animo umano. Un violino ben suonato non dimentica.
Nel giro di 20 anni lo Strad Ernst-Hallè viene valutato 3 volte il valore della somma acquistata: dalle 1500 Sterline nel 1884, 2000 nel 1890, 2500 sterline nel 1895 fino ai 10,000 dollari nel 1910.[59
Primi passaggi dello Strad . Il violino tanto caro a Lady Hallè fu immediatamente venduto dopo la sua morte avvenuta a Berlino il 15 Aprile 1911. Il testamento di Wilma Neruda curiosamente, ma non troppo, non riporta nulla rispetto al violino. Scopriamo da un articolo di Menestrel[60] che poco dopo la sua morte era stata pubblicata su un giornale la notizia che la violinista, pochi anni prima di morire, trovandosi in ristrettezze economiche, avesse impegnato il prezioso strumento presso Ries and Erler, di cui uno dei fondatori era stato proprio quel Ries che per anni aveva rivestito il ruolo di secondo violino nel quartetto del St. James. Il violino, secondo la fonte, sarebbe stato impegnato per una somma pari a 75,000 franchi per cui la Ries and Co. diventata in questo modo coproprietaria del violino, non avrebbe accettato meno di 100.000 franchi da un eventuale acquirente. Il 16 luglio del 1911 Ries invia una lettera alla redazione del Menestrel con una chiara smentita: come esecutore testamentario della violinista era da poco tempo tornato da Londra dove aveva già venduto perle e altri oggetti appartenuti alla musicista ma non aveva portato con sé il violino che al momento si trovava invece in una cassetta della Banca di Dresda. Ries era disponibile a farlo vedere in ogni momento ma gli eredi della violinista, le sorelle e il fratello, avevano fissato il prezzo di vendita a 125.000 franchi. Non sappiamo se la smentita di Ries fosse vera o semplicemente un modo per coprire la verità ma così veniamo a sapere che il violino venne messo in vendita subito dopo la morte della concertista. D’altra parte, su alcuni giornali dell’epoca erano comunque circolate voci su difficoltà economiche di Wilma Neruda successive alla morte di Hallè attribuite ad alcuni investimenti poco fortunati di quest’ultimo. Forse è per questo che pur avendo annunciato il ritiro dalle scene, la donna continuò ugualmente a suonare sebbene non con la medesima frequenza, oltre che ad insegnare a Berlino. Non solo, stranamente il prezzo fissato dagli eredi è comunque superiore ai 100.000 franchi richiesti. Il violino comunque viene venduto immediatamente. Esiste un interessante documento di Franz Neruda, fratello di Wilma, datato 18 Novembre 1911 e indirizzato ad certo Dr Emmerich di Monaco ‘uomo di affari’ e collezionist a e nuovo il proprietario dello strumento.‘
I, undersigned, brother of the late Lady Hallè ( Wilma Norman Neruda) testify herewith upon my wor honor the following: The violin, the Stradivari of the yar 1709, which was sold Novembre 15, 1811, to Dr Emmerich in Munich, comes from the Estate f H.W.Ernst. This artist played it in his concerts until the end of his life. After his death his widow kept it for several years carefully. My sister, Lady Hallè, had acquainted herself with the instrument in the year 1875 and she went into raptures over it, so that she had the keen desire to be allowed to call it her own. When English admirers, headed by the Duke of Edimburgh, he himself a clever amateur-violinist, heard of it, they bought the violin and gave it to my sister as a present. Since the time my sister has always played this violin in all her concerts in all parts of the world. I guarantee that the violin is genuine in all its parts.’
Franza Neruda. Conductor of the Musik-Verein in Copenhagen
Emil Hermann e Zlatko Balokovic
Il Dr. Emmerich nel giro di pochi anni mi vendette ad Emil Hermann un venditore di strumenti antichi originario di Berlino. E’ probabilme che il passaggio dalle mani di Emmerich alla sue sia avvenuto prima che Hermann emigrasse negli USA per aprire la sua bottega a New York , quindi prima del 1924 sebbene anche negli anni immediatamente successivi all’apertura dell’atelier newyorkese questi avesse continuato a mantenere rapporti con i più importanti liutai tedeschi per procacciarsi strumenti antichi.
Negli anni ‘30 Hermann comincia ad essere considerato il più grande collezionista di Strads del mondo tanto da poter fornire ben 11 Stradivari in occasione dello Stradivarius Memorial Concert che si tenne nella Carnegie Hall di New York per il bicentenario della morte del Cremonese. Fu questo un evento che fece grande scalpore non solo per gli artisti chiamati ad esibirsi ma per le precauzioni usate per trasportare i violini: furgoncini blindati e scorta armata anche durante il concerto[61]. Ad Emil Hermann si deve il grande impulso dato alle tecniche di restauro e l’aver riunito i 4 strumenti, 2 violini, un cello e una viola che Paganini aveva acquistato singolarmente e che alla morte del virtuoso avevano avuto storie separate. [62]In aggiunta a questo quartetto riuscì a riunirne anche uno di Nicolò Amati e di Guadagnini[63]. Nel 1930-31 propose in vedita l’Ernst-Hallè a Ztlako Balokovich (1894-1965) violinista e collezionista di Zagabria.
Dotato di grande talento, Balokovich venne mandato a studiare dalla povera Zagabria a Praga e ben presto si distinse per le sue straordinarie qualità tanto da essere invitato a suonare per la Filarmonica di Mosca. La Prima Guerra mondiale non gli impedì di continuare a tenere concerti e nel 1917 è a Trieste. Nel 1923 Balokovich accetta l’offerta di un tour americano che cambia letteralmente la sua vita: sposa Joyce Borden l’ereditiera californiana dei prodotti Borden’s. Da questo momento il violinista comincia a godere di disponibilità finanziarie tali da consentirgli l’acquisto di molti strumenti prestigiosi. Fece molto scalpore un lungo tour che lo avrebbe portato a suonare nelle maggiori capitali europee ed in Australia[64]: Balokovich decise di spostarsi con il suo lussuoso yacht, TheNorthernLight, costruito nel 1927 per l’esplorazione dell’Artico. Aveva però due timori riguardanti il trasporto dei suoi preziosi violini ( lo Strad, un Guarneri e altri due di uso comune e da studio) : l’umidità del viaggio in mare e i pirati. I due problemi vennero risolti con la costruzione casse di zinco modificate in casseforti. Dopo soli 30 anni dai concerti di Wilma Neruda lo Stradivarius Ernst-Hallè tornava negli stessi luoghi in cui la violinista lo aveva suonato ma sappiamo anche che in qualche concerto Balokovich non suonò l’Ernst-Hallè bensì la copia che di questo si era fatta fare da Smith[65], noto liutaio e restauratore di violini residente in Australia lodandola pubblicamente dal palco del concerto.
E’ interessante come Balokovich[66] venisse definito ‘il violinista dal timbro di ambra liquida e dal suono di oro fuso’[67], le stesse caratteristiche che venivano attribuite alla qualità del mio timbro nelle mani di Ernst. Senza falsa modestia, ma anche in questo caso credo di aver contribuito a rendere il suo suono più pieno e ricco. Balokovich nel 1936 mi vendette alla Wurlitzer Company di Cincinnatin[68]. Il mio valore aveva superato il 40,000 dollari.
Byrd Elliot Nel 1938 il violino venne acquistato da Mrs Mary Crary agente newyorkese per conto della giovane violinista Byrd Elliot (1910-forse 1990). Certamente non fu un caso che la giovane fosse originaria di Cincinnati nel cui conservatorio aveva iniziato gli studi musicali. Le notizie su questa violinista sono tutte tratte da articoli di giornale. Bambina talentuosa più che prodigio, venne ammessa alla prestigiosa Juilliard School[69]. Risalgono a quel primo periodo i primi concorsi musicali che la misero in luce. Byrd Elliot grazie anche alla sua bellezza e la sua classe tra il il 1930 e il 1940 calca le scene delle sale più prestigiose americane ed europee. E’ in questi anni che affianca alla sua attività concertistica quella per le truppe americane e più volte troviamo il suo nome come artista nella USO[70], spettacoli di varietà eterogenei per le truppe americane e come conduttrice di programmi musicali radiofonici.[71]
Byrd Elliot[72] era apprezzata per la cantabilità ed il fraseggio più che per il virtuosismo. A volte nel suo modo di suonare si percepivano alcune imprecisioni tecniche.[73]
Ultimi anni : William Kroll e Denes Zsigmondy.
Non sappiamo precisamente in quale anno ma il violino tornò nelle mani di Emil Hermann che, nel 1950 prima di ritirarsi a vita privata e di cedere tutto a Jaques Francais, [74] lo vendette al violinista americano Kroll (1901-1980). Concertista newyorkese di nascita, compositore versatile, fondatore membro del Kroll Quartett, tornò a suonare l’Ernst-Hallè con continutà. In occasione di ogni suo concerto lo Strad torna ad essere protagonista delle pagine dei quotidiani americani come ai tempi di Lady Hallè. Negli anni 60-70 i violini stradivari vengono censiti, studiati e messi a confronto per le qualità intrinseche e l’Ernst, pur continuando ad essere ritenuto uno degli esempi più belli partoriti dalla liuteria cremonese, comincia a non essere più considerato tra quelli più alti sebbene fosse ancora definito a superb concert violin.[75]Ciononostante Kroll lo usò per molte registrazioni tra cui l’integrale delle Sonate di Mozart e il quartetto n. 1 di Tckaikovski.
William Krolla
Nel 1977 il violino fu acquistato dal violinista ungherese Denes Zsigmondy (1922-2014)[76]solista con le più grande orchestre fin dagli anni 50 ma soprattutto didatta. Influenzato dalla conoscenza diretta di Bartòk, Kodaly, Kurtag si rivelò ben presto un musicista profondo nella lettura dei brani musicali, intenso e dall’entusiasmo contagioso. Le notizie dello Strad nelle sue mani sono poche. Sappiamo che oltre che nei suoi concerti lo scelse per la registrazione di gran parte del suo repertorio romantico[77] e che ne raccontò la storia in una trasmissione radio di cui rimane solo la notizia ma nel palinsesto non esiste file audio. Il violinista è scomparso nel 2014 ma al momento non è stata data notizia di alcuna vendita del prezioso violino né esso sembra essere nel catalogo di quelli acquistati né dalla Stradivarius Society[78] né da società similari pertanto Zsigmondy o gli eredi risultano essere ancora gli attuali proprietari.
Una appendice: il suono dell’Ernst. The Glory of Cremona. Nel 1963 L’Ernst come altri famosi violini fu oggetto di un esperimento: mettere a confronto il suono di diversi e prestigiosi strumenti antichi[79]. Il violinista chiamato suonare fu il concertista italo-americano Ruggiero Ricci (1918-2012) e l’esperimento si concretizzò nel LP The Glory of Cremona, digitalizzato nel 1989.[80] Il concertista scelse diversi brani che considerò adatti alle caratterisiche dei diversi strumenti utilizzati poi alternatamente anche per suonare l’incipit del violino del concerto di Bruch.[81] La cosa più soprendente ed interessante di questo cd è che Ricci era inseparabile dal suo Strad Ex Hubermann[82] che però non compare in questa raccolta.
A me, per la verità sembra più sorprendente che Ruggiero Ricci scelse per me Mendelssohn, la Romanza senza parole op. 62 n.1. Mi sono sempre chiesto perché non l’Elegia di Ernst che oltre ad essere il brano che da sempre ha accompagnato la mia storia è stato tra i preferiti di Wilma Norman Neruda. Tuttavia la scelta non mi è dispiaciuta ripensando al fatto che questa famosa romanza di Mendelssohn trascritta a suoi tempo dal violinista David e successivamente da Kreisler, sia anche stato uno dei brani più conosciuti e apprezzati in età vittoriana, quello che ha avuto il maggior numero di trascrizioni e facilitazioni. Sono sicuro fosse tra i preferiti del buon Dottor Watson di Baker Street.
Nel 2014 studiosi di acustica hanno recuperato le tracce originali del Cd per riproporre uno studio sulla qualità del suono del violino prendendo come riferimento proprio il suono di alcuni violini tra cui l’Ernst[83]. In particolar modo il suono del nostro è stato messo a paragone con quello di un Guarneri e sono stati analizzati tutti gli armonici prodotti da ciascuna nota per consentire di capire le diversità di timbro[84]. E’ interessante come entrambi questi antichi strumenti risultino avere un timbro privo degli armonici più problematici[85], ossia la 6 e 7 armonica e tutti gli armonici superiori ad essa che, quando prodotti, aggiungono alla qualità del suono di base una certa durezza e dissonanza. Paragonato con il timbro di un altro stradivari del 1708 è risultato chiaro che il suono degli Strad si stabilizza con la produzione dei primi 5 armonici e che questi strumenti sembrano costruiti in modo da rispondere con maggiore forza sonora al range di frequenza delle note basse che consentono quindi di neutralizzare anche la pur minima produzione di quegli armonici che renderebbero il suono più stridulo e meno pieno e denso.
La scienza non smetterà mai di cercare il segreto degli stradivari e più la scienza diventa dettagliata e più io divento scettico. Si può cercare il segreto nelle vernici, nei trattamenti, nella chimica, nel legno, io rimango convinto che l’unico vero segreto sia stato nella grande perizia e nel grande talento di Antonio Stradivaricapace certamente di saper scegliere il legno ma soprattutto di creare curvature, tagliare, costruire casse acustiche insuperabili con grande attenzione ai dettagli e anche inventare e sperimentare dando vita ogni volta a strumenti diversi. Qui termina per ora la mia storia…così come è iniziata, nel buio di una custodia in qualche parte del mondo in attesa che nuove mani talentuose tornino a suonarmi
[1] Il riferimento è anche al cilindretto di legno che collocato nella parte interna del violino all’altezza del ponticello, mette in comunicazione la tavola con il fondo rendendo possibile la messa in vibrazione.
[2] Il violino di De Sarasate era quello appartenuto a Paganini e gli era stato donato quando aveva ancora 10 anni da Isabella di Castiglia
[4]The Jacques Francais Rare Violins Inc. Photographic Archive and Business Records Archives Center, National Museum of American History, Smithsonian Institution, Washington DC, USA Box 55, Folders 2 and 4 The sales ledgers, 1845-1938.
[5] Gustave Bernardel dal 1892 al 1901; Caressa-Francais fino al 1920; Caressa fino al 1938; Emile Francais fino al 1981.
[6] Probabilmente visto nel periodo in cui il violino si trovava nella bottega di J.B.Vuillaume di Parigi.
[7]Anno 1870. Madame Ernst, Parigi. Violino Stradivari, 13 pouces 1 ligne ½, (35,5 cm) anno 1709. Il fondo è di un solo pezzo, molto bello, venature ( lungo la verticale) larghe, discendenti a sinistra, fasce molto belle, tavola in ue pezzi, avente due filature in corrispondenza dell’anima, 4 piccole alla mentoniera, due piccole nella parte più bassa del lato destro, una su ciascuna F a partire dal suo occhiello fino al bordo. Bella testa un po’ pesante, vernice rossa.
[8]W. Henry, Arthur F. & Alfred E. Hill, Antonio Stradivari: His Life & Work (1644-1737). Mc Millan and Co. London 1909 pag.160-161
Ricordiamo un violino di speciale merito dal punto di vista sonoro fatto nel 1709- il Lady Hallè ex ‘Ernst. Chi tra coloro che hanno ascoltato Lady Hallè suonare potrebber non essere d’accordo con questa affermazione? La qualità nel suo suonoro maturo, legnoso ma frizzante, la sua perfetta reattività e uguaglianza su tutte le corde, la sonorità sempre crescente e piena, tutto contribuisce a deliziare l’ascoltatore colto.
[9] Si desume dal fatto che le etichette dei violini in cui è scritto Antonius Stradivarius Cremonensis faciebat anno (data).
[10] violini, celli, viole, chitarre e arpe, liuti, corni di bassetto e violini da pochette.
[13] Il legno di abete rosso infatti è particolarmente elastico e presenta dei canali linfatici che si comporterebbero come minuscole canne di organo. E’ solo una leggenda quella che racconta che per scegliere i migliori li facesse rotolare lungo la valle per ascoltarne il rimbombo.
[14] Grissino-Meyer-Burkle. Stradivari, violins, tree rings and Maunder Minimun.Dendrochronologia 21. N.1 London 2003 pag 41-45.
[15] Tai-Huang-Chang- Wang-Chung-Chen et alii.Chemical distinctions between Stradivari’s maple and modern tonewood. Pnas 2017.
[18] Gli esperimenti della Fritz non sono tuttavia originali ma ne troviamo notizia già negli anni ’40-50 (Kaufman. The Stradivarius Mith. The American Mercury. Febbraio 1948).
[19] A. Riechers. The Violin and the art of its construction.Carl Spyelmeyer’s. Goettingen. 1895
[21] Bellardi-Zanesi. L’eredità di Stradivari tra mito e realtà.Archivio di Stato di Cremona per la Notte dei Musei. 18/05/2013.
[22] Accornero-Epicoco-Guerci, Il Conte Cozio di Salabue: Liuteria e Collezionismo in Piemonte, Torino, Edizioni Il Salabue, 2005.
[23] Martinotti, Alcune notizie sulla vita e sulle opere di Giuseppe Demachi. Memorie e contributi alla musica offerti a Federico Ghisi, II, Bologna, 1971, pp. 183 s.
[24] Bacchetta-Iviglia Carteggio. Milano. Cordani 1950. il Conte annota il testo dell’etichetta e le caratteristiche: intatto, con bellissimo suono ‘rotondo’ ma ‘dolce’, lavorato con estrema perizia in ogni dettaglio. Il carteggio è stato praticamente sconosciuto fino al 1950 e tradotto in inglese solo nel 2007.
[25] Bacchetta-Iviglia. Op. cit. Cozio annota che fu Carli a vendere nel 1817 ‘il più forte dei suoi Stradivari’ al ‘celebre suonatore genovese Paganini per Luigi 100’.
[26] Silvermann. The violin Hunter. The life story of Luigi Tarisio the Great Collector of Violin. Reeves 1972
[27] Haweis. Old violin and Lure. London W. Reeves.
[31] Kaufman. TheStradivariusMith. The American Mercury. Febbraio 1948
[32] James Goding ( 1756-1891) commerciante di birra e noto collezionista anche di violini
[33] Durante un incontro a cui erano presenti Vuillaume, suo genero, il violinista Alard e Tarisio, il giovane musicista, sentendo parlare dei pregi di questo violino che però Tarisio si rifiutava di far vedere e suonare disse ’Veramente, Signor Tarisio, il suo violino è come il Messiah degli Ebrei: lo si attende ancora ed egli non appare mai’ (Dick J. Balfoort. Antonius Stradivarius. Read Books). Successivamente venne acquisito da Vuillaume a cui risalgono le modifiche ( ampliamento dell’angolo del manico e sostituzione della catena). Lo strumento tuttavia rimase intatto e conservato in una teca di vetro nell’abitazione di Vuillaume anche durante gli anni della Comune di Parigi tra le ansie che potesse subire dei danni. Per questo motivo nel 1872 il liutaio lo mandò alla Exhibition of Ancient Musical Instrument di Londra ( lotto n.91). Alla morte di Vuillaume passò alle figlie e quindi al genero Alard.Nel 1890 fu acquistato dagli Hill di Londra per conto di Mr Crawford. Fino al 1931 è stato posseduto da diversi collezionisti e mai suonato. Tornato agli Hill venne donato al Museo di Oxford dove è conservato sotto teca.
[34] Jean-Baptiste Vuillaume – ViolinsandViolinistsSeriesofViolinMakers by William Lewis and Son.
[35]Milliot. L’historie de la lutherie parisienne du 18mo siècle a 1960. Tom.3. La bottega di Vuillaume divenne anche centro di ricerche acustiche che il francese portò avanti con la collaborazione di Savart e di sperimentazione di corde, macchinari e sordine sempre volte a migliorare le qualità acustiche dei suoi prodotti.Vuillaume vinse molte medaglie d’argento e d’oro. All’esposizione Universale di Parigi del 1839,1844,1855, the Council Medal all’International London Exhibiton nel 1851 e la Legion d’onore.
[36] Molti artisti hanno posseduto e suonato violini di Vuillaume, sia copie che originali: Joachim, Kreisler, Stern, De Beriot, Hubermann, David, Ole Bull, Ricci, Zukerman, Sivori che ebbe in dono da Paganini la copia Vuillaume del Cannone ed Alard che commissionò una copia di uno stradivari per una sua allieva, Sophie Humler. Ai giorni nostri Hilary Hann suona una copia Vuillaume di un Guarneri e Leonida Kavakos ha inciso l’integrale dei Capricci di Paganini su un Vuillaume.
[37] Mandelli. Nuove indagini su Antonio Stradivari. Milano Hoepli 1903
[39] G. Haddock Some early musical recollection of G. Haddock. 1906. London Schott. Pag 141-142 Approaching one hundred years ago two very fine specimens of Stradiuarius workmanship came into the possession of Mr. A. Fountaine, of Narford Hall, in Sussex [Norfolk]. […] Mr. Fountaine, a great enthusiast, was in the habit of inviting musical house-parties from London for the week-ends. Among those who were most frequently invited was [Heinrich Wilhelm] Ernst […]. One memorable Sunday, Ernst played so exquisitely on the “Strad.” lent him by his host, that Mr. Fountaine said he must use it regularly as his solo instrument, and straightway made the artist a gift of it. This was the violin shewn me by Ernst in 1852, and which he used till the day of his death.
[42] Metzner. Crescendo of the virtuoso: spectacle, skills and self promotion in Paris during the ageofRevolution.Bonnel-Hunt 1998. Pag. 132
[43] Elun. The life and work of H. W. Ernst. With emphasis on hisreception as violinist and composer. Cornell University 1993.
[44] L’influenza nello stile di Ernst da parte di Paganini fu comunque moltissima. Egli compose un proprio set di variazioni sul tema del Carnevale di Venezia sulla scorta di quello di Paganini utilizzando persino la sua stessa tecnica della scordatura
[45] O. Ruppius Concerning the genesis of Elegie by H. W. Ernst. Prefazione all’Edizione Schirmer dell’Elegia
[46] Il celebre pezzo viene citato anche nell’alltrettanto celebre racconto di Tolstoy, Sonata a Kreutzer.
[48] M. Rowe. Ernst. L’autore affronta anche la questione della plausibilità del racconto a livello di date. Pag 43 e seg
[48] UDS 98-9
[49] La custodia di Ernst è proprietà del violinista e collezionista californiano j. Gold. Era una copia della custodia di Paganini. L’interno di quella del Genovese era rossa mentre quella di Ernst di cuoio verde. Gold contava tra i suoi amici Mario Frosali, il liutaio che all’inizio del 900 conobbe a Nizza Madame Ernst. Madame Ernst scisse anche un poema Ernst’s Violin dedicato a Mr Fountaine.
[50] Laurie. The reminiscences of a fiddle dealer.Virtuoso Publication. Cape Coral Floria
[53] Tra gli Stradivari: Il Wilmotte, poi strumenti del 1701, 1792, il Danclà del 1703, il Lafonte del 1708, l’Ernst del 1709,il Marquis de Sayve del 1713, il Cremonese ex-Joachim del 1715, un altro ex Joachim del 1722, l’Alard del 1715, la viola Gibson, i violoncelli Bass of Spain, del 1713. Tra i Guarneri il Cannone e il King Joseph, l’Egville ed il Leduc del 1743. Un Nicolò Amati del 1645 venduto a Joachim. Diversi Bergonzi, Lupot e Vuillaume.
[54] Mazzotta. Tra-la-la-lira-lira-lay. Quel sottile filo rosso. Studies n.6 Usih. 2014
[55] Spinster Lady The notebook of a spinsterlady Cassell anD Co LTD London, New york, Toronto and Melbourne 1919
[56] Note di vendita di Laurie del 21 Novembre 1874 e 8 Gennaio del 1875
[57] Cassell’s Family Magazine A chat with Lady Hallè. Baroness Von Zedlitz, London, 1894, p. 779-784
[62] Alla morte del violinista nel 1840 il quartetto di strumenti stradivari fu oggetto di una lunga contrattazione fra Achille Paganini, figlio ed erede del violinista e Vuillaume ma gli strumenti furono poi dispersi. Riuniti da Hermann furono venduti ad Anna Clark ad uso del Quartetto Paganini. Allo scioglimento della formazione la Clark li donò alla Corcoran Gallery di Washington con la preghiera di non separarli. Furono acquistati nel 1994 da parte di una fondazione giapponese. Quest’anno il prezioso quartetto è stato affidato al Quartetto di Cremona.
[63] Wechsberg.Trustee in Fiddledele. The New Yorker. 24/10/1953.
[65] A.E. Smith. 1880-1978. Inglese di nascita emigrò in Australia nel 1919 dove fonò l’omonima bottega di liuteria e riparazione, restauro di strumenti antichi ben presto molto quotata e conosciuta da tutti i concertisti dell’epoca, Balokovich, Ricci, Heifetz
[66] Negli anni della II Guerra Mondiale il violinista si impegnò a favore della causa Jugoslava che lo portò ad avere personali contatti con Tito, Georgi Dimitrov in Bulgaria nei tempi in cui i comunisti venivano considerati per il loro contenimento alle spinte naziste. Nel 1949 fu indagato per questa sua attività. Continuò a dare concerti durante tutti gli anni 50.
[68] Fondata in Europa nel 1865 dal liutaio tedesco Adam Wurlitzer ben presto si fece conoscore come ditta di strumenti musicali rari e preziosi in diretta concorrenza con quelle degli Hills prima e di Hermann successivamente. Nel 1853 Rudolph Wurlitzer emigrò a Cincinnati aprendo una prima ditta che commerciava ottoni e strumenti per le bande militari. Grande impulso venne successivamente dato da Rupolph Henry Wurlitzer che venne mandato a studiare a Berlino, violino, liuteria ed acustica. I primi violini antichi della collezione arrivano tramite lui. La sezione riguardante la compra vendita ed il restauro degli strumenti a corde antichi ebbe però grande impulso negli anni 30 grazie a suo figlio Rembert che riuscì a godere dell’apprendistato fatto dagli Hills di Londra. Rembert divenne il capo del Dipartimento di strumenti antichi della Wurlitzer anche grazie all’acquisto di importanti collezioni europee. Tra il 1937 e il 1949 aprì atelier nelle maggiori città americane acquistando la reputazione di grande esperto e patrono di Kreisler, Oistrach, Stern. Dal 1963 la sua attività venne continuata dalla moglie grazie all’aiuto dell’esperto liutaio e restauratore Sacconi, passato a Wurlitzer dopo la chiusura di Hermann. Con la malattia di Sacconi che mori nel 1973 anche la Wurlitzer cominciò a declinare e venne pertanto chiusa nel 1974
[72] La Elliot continuò a svolgere attività concertistica anche successivamente. La troviamo nel 1953 come violinista nel concerto per l’anniversario di fondazione dell’orchestra filarmonica di Seattle e docente presso il Conservatorio di Cincinnati. E’ a Seattle che però fissa la sua residenza suonando nella sezione giovanile dell’orchestra almeno sino al 1983 anno, in cui probabilmente si ritirò dalle scene ed in cui troviamo notizia della vendita della sua casa. Nel 1990 l’orchestra giovanile indice delle nuove audizioni per ricoprire il ruolo di violinista che la donna, scomparsa evidentemente da poco, aveva lasciato vacante.
[74] Jaques Francais, liutaio e collezionista rilevò tutto l’archivio di docuemnti , foto e contabilità di Hermann. Alla sua morte avvenuta nel 2004 è stato donato tutto allo Smihtsonian.
[75] Doring. How Many Strads? Bein & Fuishi Inc, Chicago (1999)
[76] The Strad 14 Marzo 2014 Hungarian violinist and teacher Denes Zsigmndy has died at aged of 91.
[78] Società fondata nel 1965 con lo scopo di sostenere i talenti emergenti nel mondo della musica classica fornendo loro per un periodo di tempo la possibilità di continuare a perfezionarsi suonando su strumenti d’epoca. Tra i primi violinisti ad aver beneficiato di questa fondazione ci fu la giovanissima Midori.
[79] Andrea Amati, Nicolò Amati, Stradivarius The Spanish (1677), Ernst-Hallè ( 1709), Stradivarius Joachim ( 1714), Stradivarius The Monasterio (1719), Stradivarius Il Madrileno ( 1720), Stradivarius Rode ( 1733), Gasparo da Salò, Bergonzi Constable ( 1731), Guarneri Gibson (1734), Garneri La Font ( 1735), Guarneri Plowen ( 1735), Guarneri ex Vieuxtemps ( 1739 ), Guarneri De Beriot ( 1744).
[84] Il suono non si presenta mai puro ma è accompagnato dagli armonici o armoniche, frequenze il cui valore è multiplo intero della frequenza base ( fondamentale).
[85] Gli armonici naturali accompagnano il suono di base e ne definiscono il timbro.