Dalle Note di Viaggio di Robert Watt
Vera Mazzotta


Personaggio curioso e versatile, Robert Watt: viaggiò in tutto il mondo, Australia, Arabia, Europa, America, Egitto, Russia, sempre alla ricerca di notizie con lo scopo di raccoglierne di più veritiere di prima mano. Personaggio curioso e versatile perchè oltre ad essere alla perenne ricerca di notizie, fu anche traduttore di Edgar Allan Poe e Mark Twain, scrittore di libri di viaggio, redattore di settimanali, direttore teatrale e direttore del Tivoli. Attraverso i suoi reportage, negli anni ’60 e ’70 dell’ottocento, sviluppò un vero e proprio nuovo genere fatto di narrazioni divertenti e facili da leggere basate sulla propria visione e su proprie riflessioni che contribuirono, nello stesso tempo, ad aprire gli occhi dei danesi sulle grandi trasformazioni politiche e sociali che seguirono l’industrialismo e l’espansione coloniale europea… un inviato speciale per il Dagbladet insomma che, con base a Parigi, inviava lettere di viaggio e feuilleton sempre straordinariamente attesi. Nel 1866 fondò il settimanale Figaro, che, nel 1868, cambiò nome in Dagens Nyheder dirigendolo fino al 1871, quando partì per un lungo viaggio di reportage negli Stati Uniti. Non poteva mancare una sua sosta Brunn, nell’ agosto del 1865, a 1 anno e mezzo circa dal matrimonio di Wilma con Ludwig Norman:
Fra quanti minuti è la sosta a Brunn? chiese un compagno di viaggio mentre passavamo in una bella campagna; alle spalle c’era la vecchia Praga,
“Quanto tempo il treno si ferma lì prima di proseguire per Vienna, non saprei dirlo, ma io ci resto per più tempo!” sbadigliai.
“Per più tempo?” esclamò il mio nuovo conoscente.
“Studiate forse la gestione delle fabbriche e avete quindi intenzione di esaminare le molte fabbriche di abbigliamento e pelle della città?”
“No.”
”Ma, allora, in Nome del Cielo, cosa avete da fare in questo buco noioso di città dove il ronzio delle ruote delle macchine è interrotto solo dagli ordini dei militari di guarnigione? …
” NO ! Cerco solo un po’ di riposo fisico e mentale nella buona città di Brunn, di godermi un po’ di quel bene che si incontra raramente sul proprio cammino quando si viaggia a vapore attraverso i paesi ossia ritrovarsi tra amici buoni e amabili : un’accogliente sala da pranzo in una famiglia felice è una parentesi piacevole dalle stanze d’albergo fredde o dalle piccole camere squallide di hotel”.
„Sì, questo cambia la questione!” concluse l’uomo che aveva fatto varie congetture. Poco dopo ci salutammo, lui per cercare la sua casa nella città imperiale, io per trovarne una nella piccola ma fiorente città. Sapevo che avrei trovato una gentile accoglienza da parte di persone, la cui conoscenza avevo fatto nella mia patria, in quella terra lontana per loro dove le circostanze li avevano portati e li avevano fatti amare conquistando tutti coloro con cui erano entrati in contatto o che avevano avuto interesse per la loro arte.
Qui, in questa città del materialismo, erano nati questi figli dell’arte, tra il ronzio delle ruote e il brontolio delle macchine a vapore era venuta al mondo la vera Figlia dell’Arte, colei che abbiamo ammirato così spesso e che ha reso famoso il nome di Vilhelmine Neruda nel Nord.
Fin dalla culla ricevette la meravigliosa capacità di incantare con il suo gioco di corde e, a soli quattro anni, iniziò a stupire il mondo. Tra quinte dipinte o sul grandi palchi da concerto, l’avevo spesso sentita trascinare il pubblico con sé, mentre lei stessa stava festosamente adornata come una regina per i numerosi omaggi ricevuti.
Ora la vedevo nella sua confortevole stanza, insieme all’uomo, il cui nome d’arte ora era legato al suo, circondata dai suoi genitori, suo fratello e sua sorella che lei stessa aveva contribuito a portare davanti al pubblico e ancora altri parenti in cui doveva ardere una scintilla del genio che lei possedeva. Era a casa, l’abito splendente era sostituito da un vestito semplice ma le note erano le stesse quando tirava l’arco sulle corde. Suonava solo per noi. Si accontentava di un ringraziamento cordiale invece dell’applauso fragoroso a cui era abituata.
Quando Ludvig Normann si sedette al fortepiano e fece scorrere le dita sui tasti lei afferrò il violino e (suonando) parlò con lui: una ”conversazione” degna di due sposi così ben assortiti. Quando una così bella matinée musicale finì seguirono passeggiate nei dintorni.
Brunn è una grande città con una posizione molto bella, ci sono le montagne Spielberg, con la cittadella dello stesso nome dove un tempo c’era una delle prigioni di stato dove il poeta italiano Silvio Pellico fu imprigionato per otto anni, una prigionia che poi descrisse in modo così commovente… Ci sono molti giardini dove si serve birra a secchiate e il bello e grande parco Schlossgarten dove i diversi reggimenti di eccellenti corpi musicali divertono coloro che passeggiano. In Austria si sente davvero molta musica militare e ovunque è buona ma se ne fa anche molto uso.
A Brunn incontrai il compositore Jungt che era capo di uno dei corpi musicali dei reggimenti e con gente così brava e il servizio severo si può ben pensare che serva a qualcosa. Ma nonostante tutto questo, difficilmente qualcuno si fermerebbe a Brunn per molto tempo senza una ragione così speciale come quella che avevo io, ci sono tanti posti che si potrebbero preferire.

Per me il nome Neruda e il “bouquet di note” di cui cantano i poeti sono il più ricco ricordo dalla città delle fabbriche.


















